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Frattura o continuità? Per lungo tempo il dibattito sul rapporto fra Medioevo, Rinascimento ed età moderna si è posto in questi t

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Frattura o continuità? Per lungo tempo il dibattito sul rapporto fra Medioevo, Rinascimento ed età moderna si è posto in questi termini. Esponi il tuo motivato parere, tenendo in considerazione anche le tesi espresse dalla storiografia contemporanea.



Il concetto di rinascimento o rinascita, come “seconda nascita” dell'uomo, riacquisto di virtù e di valori temporaneamente dimenticati, ha un'origine religiosa. Nel Nuovo Testamento, è corrente l'immagine della “nascita dell'uomo nuovo” dopo la venuta di Cristo, mentre nel medioevo il riferimento è diretto alla “seconda nascita” che si realizza nell'unione con Dio dopo la morte. Gli scrittori italiani dei sec. XIV e XV fanno ricorso a questo concetto d’origine religiosa per esprimere la loro consapevolezza del contrasto fra la trascorsa “media aetas”, il medioevo, e il “praesens tempus”: rozza e puerile la prima, colto e maturo il secondo. Il medioevo appariva ormai irrimediabilmente come un'età di degradazione, nella quale lo spirito umano aveva sofferto un lungo offuscamento. L'idea che, a partire da un certo momento, fosse sbocciata una nuova primavera e sorta una nuova civiltà conobbe immediata fortuna nell'ambito della cultura letteraria e delle arti urative. Già Boccaccio aveva ripreso il tema virgiliano del ritorno all'età dell'oro. Con la fine del XVII sec., il termine Rinascimento aveva ormai cittadinanza ufficiale nel mondo degli studi: nella periodizzazione di C. Keller il Rinascimento ura come momento iniziale della “Historia nova”, la qual è preceduta nell'ordine dalla “Historia Medii Aevi” e dalla “Historia antiqua”. La cristallizzazione del concetto entro i limiti della storia delle lettere e delle arti, e la conseguente identificazione del Rinascimento con la riscoperta di un canone atemporale d’armonia e di bellezza, entrò in crisi nell'età dell'Illuminismo. Voltaire, Condorcet, Hume considerano in forma più o meno esplicita il periodo come fase iniziale del risveglio della ragione e punto di partenza di tutta la storia moderna. Per Hegel il Rinascimento è un momento necessario del processo dello spirito universale, caratterizzato dalla riaffermazione dell'autocoscienza dell'uomo in opposizione al trascendentalismo medievale. La stessa tesi fu anche proposta dal francese Michelet, che, in un corso di lezioni tenuto a Parigi durante il 1840, introdusse per primo il concetto di “rinascimento”, termine che dava il senso della nuova fase storica inauguratasi nell’Europa del XV e XVI secolo. Nel discorso di Michelet il concetto di R. tendeva ad esprimere la miracolosa resurrezione della bellezza e della virtù nel cuore degli uomini. La stessa tesi fu sostenuta nella classica opera del Burckhardt, destinata a divenire un punto di riferimento obbligato per tutta la storiografia successiva. Il Rinascimento divenne un'epoca dai connotati riccamente definiti, un momento della storia umana d’irripetibile felicità, nel quale “il risveglio dell'antichità” accomnò e promosse “la scoperta del mondo esterno e dell'uomo”. La crisi morale e politica coeva a tanto splendore fu collocata nello sfondo, com’elemento secondario e non caratterizzante. Quest’ampliamento dell'orizzonte interpretativo conserva tuttavia della concezione tradizionale, il presupposto del Rinascimento come “età di rottura”, separato dal medioevo dallo stacco di una netta opposizione. Ma la storiografia di quest'ultimo secolo è stata dominata dal problema della continuità. Più che sottolineare e caratterizzare le differenze, essa ha cercato di individuare i “points d'attache” (come li ha chiamati E. Gebhart) con le epoche precedenti e successive. Si osserva che la storia è un continuum e che la determinazione di epoche chiuse in se stesse e dotate di monadistica singolarità vale per lo più a generare entità fittizie e problemi insolubili. E i medievalisti, in questo ambito, hanno anche ampiamente dimostrato quanto fosse povera e lontana dalla realtà la nozione di un medioevo culturalmente sprovveduto, insensibile ai richiami del mondo e tutto proteso verso l'aldilà. Dietro il Rinascimento non c'è il vuoto: si sono individuate altre “rinascenze” (da quella carolingia a quell’ottoniana, a quella francese del XII sec.) e si è avuto facile gioco a provare che il medioevo era stato un'epoca fervida e complessa, percorsa da travagli intellettuali e morali, e turgida di succhi vitali. È stato affermato che con il XIII sec. tutto l'essenziale era già stato acquisito e che i successivi non sono da considerare come secoli di innovazioni e di scoperte, ma al più come una fase di elaborazione e di consolidamento di una rivoluzione spirituale già avvenuta.



Più radicalmente K. Burdach, con un'impostazione che, se schematizzata, si presta a essere presentata come l'esatto ribaltamento della tesi di Burckhardt, ha visto il Rinascimento come un prolungamento e un’estenuazione finale del tema religioso-morale della “renovatio”, così vivo nell'Italia del Duecento. Taluni economisti dal canto loro hanno rilevato la concomitanza cronologica della fioritura delle lettere e delle arti e con la decadenza economica, nell'età rappresentata dal grande affresco di Burckhardt. Quando il Petrarca diede inizio alla rinascita intellettuale stava incominciando, dopo la straordinaria congiuntura del tardo medioevo, un periodo di recessione economica e di ristagno tecnologico. Anche le considerazioni ridimensionatrici di quest’ispirazione rientrano dunque, almeno in parte, in quella che lo studioso canadese W. K. Ferguson ha chiamato “la rivolta dei medievalisti”. Non solo l'amore della vita, la sensualità prorompente e il crescere rigoglioso della “pianta uomo” su radici ben affondate nella terra erano atteggiamenti e valori tutt'altro che sconosciuti alla civiltà medievale (Gilson, Huizinga); non solo la conoscenza dei classici latini e greci era nel medioevo tanto vasta e profonda che le scoperte dell'Umanesimo e del Rinascimento si riducono, a guardar bene, a molto poco; ma, di più, se c'è un periodo di fervore economico e politico e di libertà intellettuale, al quale un certo “mondo moderno” dovrebbe guardare con pietas filiale, questo è il medioevo dei liberi Comuni, dei mercanti avventurosi, dei rinnovatori della vita religiosa, dei filosofi spregiudicati e degli intellettuali eretici ed “epicurei”. Una delle conseguenze più ovvie della demolizione della nozione “trionfalistica” di Rinascimento è il declassamento di quest'ultimo a epoca di transizione fra il medioevo e l'età moderna propriamente detta. Che cosa si nasconda dietro queste dispute, quando esse non abbiano una rilevanza solo nominalistica e un'ispirazione puramente accademica, è stato dimostrato dal Cantimori, quando ha colto nella “rivolta dei medievalisti” un'ispirazione politica di natura conservatrice o addirittura reazionaria. Se poi la preoccupazione dei difensori della continuità è solo quella di criticare la cristallizzazione e l'irrigidimento dei caratteri di un'epoca, va però osservato che la cautela vale per tutte le periodizzazioni: anche “medioevo” o “antichità classica” sono costruzioni convenzionali. Quello che importa è che la convenzione non deformi la realtà, ma aiuti a capirla. Ora, la consapevolezza che ebbero gli uomini del Rinascimento di essere attori e spettatori di un'opera di recupero e di rinnovamento era tutt'altro che illusoria. Così, a titolo di esempio, non pare corretto non distinguere il “culto dei classici” dei dotti medievali da quello degli umanisti. Per i primi si trattava solo di utilizzare come repertorio di modelli formali e di exempla un patrimonio culturale non più inteso nel suo spirito e non colto nella sua prospettiva storica; per i secondi il mondo classico era da un lato il momento ideale della storia, nel quale l'uomo aveva dato la misura più alta di sé, e dall'altro una realtà da interpretare criticamente, attraverso il processo di storicizzazione operato dalla nuova filologia. Quanto alla passionalità e “terrestrità” degli uomini del medioevo, resta fondamentale l'osservazione dello Chabod, che la questione non sta nel decidere se nel medioevo si siano amate le donne, apprezzati i beni della vita, operate scelte politiche realistiche e spregiudicate: che questo sia accaduto è pacifico. Ma l'uomo del medioevo (e qui sta la “rivoluzione” rinascimentale) “non ha mai osato esprimere come ideale di vita, come norma teorica, quel che Leon Battista Alberti esprimerà a mezzo il Quattrocento, ponendo come ideale la dolcezza del vivere”, così come non ha mai osato teorizzare l'azione politica con l'indipendenza spirituale del Machiavelli. In ultima analisi lo storico inglese Burke, ha definitivamente confutato la tesi del R. come caso isolato, ma ha riconosciuto la validità del termine “R.”, ove esso sia utilizzato per designare quanto avvenuto in Europa tra il ‘300 e il ‘600, e quindi come un “concetto organizzatore”. Per quel che riguarda il mio punto di vista, anche io sono d’accordo con Burke: la storia non procede a balzi e tra un’epoca e l’altra vi sono sempre e comunque punti di contatto, che non si possono escludere. Il R. fu senz’altro un’epoca di grandi fermenti culturali, ma aveva le sue radici nell’Umanesimo e soprattutto nel Medioevo, perciò sono concorde con i “medievalisti” quando affermano che “historia non facit saltus”.





Per quanto riguarda il pensiero scientifico non è parso necessario distinguere Umanesimo da Rinascimento. La convenzione cronologica tradizionale, che fa durare l'Umanesimo fin verso la metà del Quattrocento e pone il Rinascimento (da Lorenzo il Magnifico all'età di Paolo IV) come culmine di quella fase preparatoria, vale solo se si accettano certi presupposti di comodo, come quello del “secolo d'oro” delle arti urative o quello del carattere prevalentemente letterario e imitativo della cultura umanistica. In realtà per molti grandi personaggi dell'epoca è impossibile stabilire se essi appartengano all'Umanesimo o al Rinascimento. Ma se si guarda alla questione dal punto di vista della storia del pensiero scientifico la distinzione diventa necessaria. Già il Gentile aveva osservato, sulle orme dello Spaventa, che l'umanista “pare si restringa tutto nello studio e nella celebrazione di quello che è strettamente umano , laddove l'uomo del Rinascimento gira intorno lo sguardo fuori dell'uomo e abbraccia con l'intelletto la totalità del mondo Il punto di vista umano diventa punto di vista naturale o cosmico ”. Tuttavia, e questa considerazione è essenziale, la “modernità” del Rinascimento va caratterizzata nei suoi limiti storici, senza cedere alla tentazione di estrapolazioni arbitrarie e di analogie tendenziose. La scienza della natura è ancora “magia naturale”, ritrovamento fortunato di cause occulte nascoste nel fondo delle cose, e la tecnica della ricerca non è ancora guidata da una concezione corretta del nesso esperienza-ragione. La nozione di “fortuna” ha un'incidenza assai rilevante nella forma mentis rinascimentale.

Per quanto concerne il pensiero religioso i rapporti con la tradizione cristiana non possono essere posti in termini di esclusione o di superamento. L'insofferenza per le dispute scolastiche e per le superstizioni grossolane racchiudeva l'esigenza di una religiosità più conforme all'essenza evangelica del cristianesimo, e la cultura umanistico- rinascimentale contribuì a immettere i valori più genuinamente innovatori nell'impalcatura medievalizzante della Riforma. E infine il “rinnovamento” è pur sempre inteso come recupero e restaurazione di un momento della storia umana, che funge da modello e da norma. F. Chabod ha ben insistito sul carattere fondamentalmente religioso di un tale atteggiamento. È il mito del ritorno alle origini, comune ai moti pauperistici del medioevo, alla Riforma protestante e alla cultura dell'Umanesimo e del Rinascimento. E proprio per la rilevanza di questo motivo nella costituzione della mentalità umanistico-rinascimentale sembra molto persuasiva la tesi secondo la quale il Rinascimento si deve considerare conchiuso quando il mito della esemplarità del mondo antico entra in crisi (Chabod).     


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