ePerTutti
Appunti, Tesina di, appunto letteratura

L’EVOLUZIONE DELLE STRUTTURE POLITICHE - STRUTTURA SOCIALE, LE STRUTTURE ECONOMICHE, MENTALITA’ E VISIONE DEL MONDO, ISTITUZIONI CULTURALI, INTELLETTU

Scrivere la parola
Seleziona una categoria

L’EVOLUZIONE DELLE STRUTTURE POLITICHE


Il medioevo iniziò nel 476 a.C.  Ci furono delle invasioni dei popoli germanici che frantumarono definitivamente l’unità dell’impero d’occidente, da questo ne uscirono una serie di regni romano - barbarici. L’unico fattore unificante è inizialmente costituito dalla chiesa la quale svolge un ruolo politico decisivo. La ricostruzione di un organismo politico si ha con la creazione del Sacro Romano Impero di Carlo Magno(proclamato nel Natale dell’800) che comprende il territorio della Francia, della Germania, dell’Italia, e tenta inoltre di sottrarre parte del territorio Iberico agli Arabi.

Però questo progetto non era destinare a lungo, infatti dopo la sua morte, l’impero venne diviso tra i successori, tra cui si apre una serie di conflitti. Il titolo imperiale passerà poi in mano ad altre dinastie ma la sua legislazione sarà limitata dai territori tedeschi. La Francia costituirà un regno a sé.

La Sna resta per molto tempo sotto il dominio degli Arabi. L’Italia è solo nominalmente soggetta all’impero e nella sua parte meridionale subisce una serie di dominazioni, da quella araba a quella normanna. Ciò che caratterizza il panorama europeo è la frantumazione politica e territoriale che è tipica del feudalesimo. Carlo Magno pensò di ricompensare i suoi guerrieri che lo avevano sostenuto durante le battaglie, assegnando a loro delle porzioni di territorio che presero il nome di FEUDI. Questi domini feudale vennero poi in seguito ereditari, ma i grandi signori affidarono a loro volta successive porzione di territori ai loro fedeli, e questi ad altri ancora ( vassalli, valvassori, valvassini).



Dunque il feudalesimo è caratterizzato da un debolissimo potere centrale, contrastato dal potere locale della miriade di feudatari, che nei propri territori sono dei veri e propri sovrani, con diritto di esigere le imposte , di battere moneta e di amministrare la giustizia. Oltre all’anarchia feudale, un altro fattore di instabilità e caratterizzato dal conflitto che si è creato tra chiesa ed impero dopo l’anno mille, per il diritto di conferire l’investitura ai vescovi, che erano dei veri e propri signori feudale


STRUTTURA SOCIALE

Ci sono dei vari ceti sociali che sono come delle caste chiuse. Questi ceti sono: 

L’ARISTOCRAZIA FEUDALE: è una casta di origine guerriera, si dedica all’esercizio delle armi, da cui ricava potere e prestigio.

IL CLERO: oltre alle funzioni propriamente religiose, rappresenta anche il ceto intellettuale.

I CONTADINI: sono destinati alla produzione dei beni materiali necessari al sostenimento, sono in una condizione servile, legati alla terra che lavorano e privi di ogni libertà e di ogni diritto personale, questi prendono il nome di servi della gleba,la loro condizione si tramanda di padre in lio.


LE STRUTTURE ECONOMICHE

Alla base dell’economia c’è la produzione agricola.

Quindi nei secoli dell’alto medioevo domina un’economia chiusa, di autoconsumo: i prodotti sono consumati da quelli stessi che li producono, senza eccedenze destinate allo scambio.

La produzione è molto scarsa soprattutto per il regresso delle tecnologie impiegate: gli attrezzi usati dai contadini sono rudimentali, aratri di legno che non incidono profondamente nella terra, quindi c’è anche un vertiginoso calo demografico.

Il contadino è obbligato a lavorare senza compensi le terre dei signori. In cambio ottiene protezione e concessione di piccoli appezzamenti di terreno da coltivare per il proprio sostenimento.

Prima le città erano il centro della vita sociale economica e politica, ora invece si spopolano e vanno in rovina.

I centri principali si spostano dalla città alla camna, e sono i castelli, abbazie e monasteri.

Dopo il mille si ha un aumento demografico, si dissodano nuove terre, viene introdotto l’aratro di ferro, c’è la rotazione triennale.

Riprendono, inoltre gli scambi, c’è una nuova ura sociale che è il mercante che gira per le piazze e fiere a vendere manufatti e altre merci.


MENTALITA’ E VISIONE DEL MONDO.

VISIONE STATICA DEL REALE: è una mentalità chiusa, tutto quello che succedeva veniva visto come una visione religiosa. Si riteneva che la verità fosse data una volta per tutte e consegnata definitivamente alla rivelazione delle sacre scritture. La verità quindi si riteneva che fosse quella detta dalla bibbia ed il vangelo.

L’UNIVERSALISMO: universale è il potere esercitato su tutto il mondo. Ci sono due poteri:

spirituale che è il potere del papa

temporale che è il potere dell’imperatore

Provvidenza è l’intervento di Dio nella vita di tutti noi.

L’imperatore contrasta con la realtà perché il potere reale è in mano ad una miriade polverizzata di grandi e piccoli signori feudali, laici, ed ecclesiastici.

LA SCOLASTICA:  è una scuola di pensiero, nata nelle scuole monastiche e affermata poi nelle grande università, e mirò a costruire un edificio coerente di pensiero, in cui la fede cristiana si basasse sui fondamenti della ragione. Questo edificio si basò soprattutto sulla filosofia di Aristotele.

Il massimo pensatore della scolastica fu Tommaso d’Aquino

TRASCENDENZA: Dio sta in una dimensione che lo trascende, cioè Dio sta al di sopra. Dio non si identifica con il mondo. Il mondo è solo un’apparenza imperfetta e passeggera. Il fine della vita umana non è questa terra ma è il raggiungimento della salvezza eterna. Si dice che l’unica patria dell’uomo sia il cielo.

ASCETICISMO: E’ un esercitazione di rinuncia che fortifica lo spirito. È necessario, per salvarsi, distaccarsi dalle vane apparenze e dai falsi beni e rinunciare ai piaceri, mortificare la carne, da cui scaturisce il desiderio con il digiuno, le punizioni, la meditazione della morte e con la preghiera. Mortificazione significa allenare la propria volontà.

IL DISPREZZO DEL MONDO: è il contemptu mundi (è un libro). Alla vita attiva nel mondo, viene anteposta la contemplazione della verità eterna.

Il mondo è legato alla religione e allo spirito. Vivevano la vita terrena solo per avere un posto nell’aldilà.

MISTICISMO: L’uomo si distacca da sé, dimentica il proprio corpo e il suo io arriva ad annullarsi e ad annegare nell’infinità di Dio.


ISTITUZIONI CULTURALI, INTELLETTUALI E PUBBLICO;

La chiesa ora ha in mano la cultura.

SCUOLE:  con la disgregazione della struttura politica dell’impero romano (con c’era più lo stato quindi non c’è più nessuno che comanda ed ogniuno fa quello che vuole) si verificò anche la ssa del sistema scolastico pubblico.

L’unica istituzione scolastica restò la chiesa.

La chiesa aveva bisogno di quadri forniti di cultura, quindi per la formazione del clero furono istituite scuole presso i Vescovili e le scuole episcopali ed infine per i livelli più bassi di istruzione esistevano le scuole parrocchiali.

All’interno una funzione culturale di rilievo era esercitata dai monasteri.

Il monacheismo orientale tendeva al totale isolamento dal mondo e alla pura contemplazione, mentre quello occidentale presupponeva, oltre la contemplazione e alla preghiera, la vita in comune e l’esercizio di attività lavorative. Questa fu la grande innovazione introdotta da SAN BENEDETTO DA NORCIA che fu il fondatore dell’ordine benedettino e dell’abbazia di Montecassino. La sua regola aveva come principio ORA ET LABORA, prega e lavora.

Nei monasteri c’erano dei laboratori dove venivano costruiti i libri, e vennero chiamati scriptoria. Allora i libri erano scritti a mano, su materiale molto raro e prezioso, la pergamena, che era pelle di capra lisciata con particolari procedimenti. L’insieme di questi fogli costituiva i codici. Solo più tardi venne introdotta la carta che era meno cara della pergamena ed era ricavata dalla lavorazione di stracci da cui si ricavava una pasta di cellulosa che veniva poi distesa in fogli. La carta era sicuramente meno resistente della pergamena. Quindi negli scriptoria c’erano i monaci che si occupavano della produzione dei testi copiandoli a mano, per questo motivo vennero chiamati amanuensi.

La biblioteca era il luogo dove si studiava e si formava il sapere, presso i monasteri ben presto vennero a formarsi biblioteche ricche di libri di varia natura e di provenienza diversa.

Al centro dell’insegnamento vi erano le arti liberali, così chiamate in quanto degne dell’uomo libero, cioè non obbligato a lavorare per vivere. Esse si dividevano in arti del TRIVIO che comprendeva la grammatica, la retorica e la dialettica, e il QUADRVIO che invece comprendeva la geometria, l’aritmetica, l’astronomia e la musica. Le prime tre erano materie di tipo linguistico - letterario e filosofico, mentre le seconde erano discipline di tipo scientifico.



I monaci in una cosa però sbagliavano, praticamente loro copiavano interamente i testi a mano e cambiavano alcune parole, quindi i testi non si potevano più definire autentici.


La ura dell’intellettuale cioè colui che si occupava specialisticamente della produzione e della diffusione della cultura, si identificava con quella dell’ecclesiastico, il clericus. La parola chierico veniva a designare anche l’uomo istruito, colui che scriveva.

L’autore era colui che scriveva l’opera.

Il copista era colui che trascriveva l’opera.

Il latino era conosciuto solamente dai chierici, e tutto il resto della società non sapeva né leggere né scrivere. La cultura era patrimonio di un gruppo ristrettissimo.

La circolazione della cultura era dunque estremamente limitata, il pubblico a cui si rivolgeva chi scriveva era solitamente costituito da altri chierici.


LA LINGUA: LATINO E VOLGARE

nei primi secoli del medioevo la lingua della cultura era il latino e veniva usata sola da una piccola parte di intellettuali, mentre il resto della popolazione ignorava il latino e usava altre lingue chiamate, volgari. Il latino letterario era usato dai grandi scrittori o nei documenti ufficiali. C’è una differenza tra latino parlato correttamente e latino letterario. La lingua parlata è molto diversa da quella scritta. Infatti quella scritta è più libera, meno regolare nell’uso dei tempi e della sintassi, ricca di modi di dire che la lingua letteraria disdegna come troppo familiari e volgari.

Durante i secoli dell’impero romano il latino parlato, si differenziò in una miriade di varietà locali; ad esempio il latino parlato da un contadino della Gallia era diverso dal latino parlato da un contadino della penisola Iberica. Questo perché tali linguaggi subivano l’influenza delle parlate precedenti alla conquista romana, che lasciarono residui nella pronuncia, nella morfologia, nel vocabolario, nella sintassi, e inoltre in ogni gruppo, grande o piccolo, tendeva ad apportare modificazioni e a introdurre modi di dire che valevano solo su quel determinato territorio.

La frammentazione linguistica derivò dal crollo dell’impero. Qui infatti nascono nuove lingue.

La massa della popolazione non comprendeva più il latino. Il latino usato dalle persone colte era molto più vicino al latino classico, pur subendo alcune modifiche.

I nuovi linguaggi si svilupparono in tutta l’area in cui si era anticamente parlato il latino, che prendeva il nome di Romania, vale a dire; l’Italia, la Francia, parte del Belgio e della Svizzera, la penisola Iberica, ed infine la Romania. Queste parlate diedero origine alle attuali lingue romanze: italiano, francese, provenzale, snolo, catalano, portoghese e rumeno.

Germania, Svizzera, Austria, Inghilterra, Scandinavia e Islanda si parlavano volgari di ceppo germanico, mentre nella penisola Iberica e nell’Europa orientale si diffusero le parlate dei popoli slavi.

Tutti questi linguaggi erano all’inizio lingue d’uso esclusivamente orale, mentre per la lingua scritta restava ovunque il latino.

A parlare le lingue volgari non erano dunque solo i ceti inferiori ma tutta la popolazione, compresa l’aristocrazia ed in alcuni casi anche i chierici.



L’ETA’ CORTESE

IL CONTESTO SOCIALE: LA CAVALLERIA E L’IDEALE CAVALLERESCO. . . .

Nell’alto medioevo la cultura era in mano esclusivamente alla chiesa.

Per poter usare il volgare anche per scopi culturali, c’è bisogno di due condizioni:

n    che un gruppo di laici abbastanza forti, dovevano sentire il bisogno di esprimere la loro visione della vita e i loro valori.

n    che ci sia un pubblico laico di lingua esclusivamente volgare, che proponga una domanda di cultura, che senta il bisogno di fruire di opere letterarie.

Il nerbo degli eserciti del tempo, era costituito da soldati a cavallo: questa nuova classe militare, che venne a ad integrare il vecchio ceto feudale, prese il nome di cavalleria. Di essa vennero a far parte i li cadetti dell’antica classe nobiliare che erano i li minori ed erano esclusi dalla successione ereditaria dei feudi, e dovevano dedicarsi al mestiere delle armi. Però i tre quarti della cavalleria era costituita da gente nuova, provenienti dal rango dei minesteriales, cioè amministratori, castaldi, scudieri e staffieri. Gran parte di questi erano di origine servile, ed erano ricompensati con terre, visto che persisteva un’economia naturale che data la scarsissima circolazione della moneta era basata sugli scambi in natura. Inoltre col passare del tempo i grandi feudatari concedettero ai ministeriales le terre superflue quindi essi passarono al rango nobiliare. In seguito si ripetè il meccanismo delle terre per la successione ereditaria.

Il nuovo ceto cavalleresco comincia a divenire un ceto chiuso, dove ‘accesso alla nobiltà fu nuovamente sbarrato e possono divenire cavalieri solo i li di cavalieri.

È per opera di questo ceto che si viene a formare l’ideale cavalleresco;

l’ideale fondamentale era la PRODEZZA, vale a dire il valore nell’esercito delle armi, il coraggio e lo sprezzo del pericolo.

In secondo luogo l’ONORE, infatti la perdita dell’onore è ritenuta la più grande infamia.

La LEALTA’, il rispetto dell’avversario, e del codice che regola il combattimento, la generosità con i vinti, e il rispetto della parola data.

Infine c’è la FEDELTA’ al signore o al sovrano.

Un altro principio fondamentale proposto dalla visione cavalleresca è che la vera nobiltà è quella intima, dell’animo, non quella esteriore della nascita e del tenore di vita.

Con l’intervento della chiesa gli originari valori guerreschi, rozzi e barbarici, ne escono così mitigati e ingentiliti: il cavaliere deve mettere la sua prodezza al servizio dei deboli e degli oppressi, in particolare nella difesa delle donne, ma deve essere indirizzata verso la difesa della vera fede da tutte le insidie che la minacciano. Nasce così il concetto di guerra santa, contro gli infedeli, che vengono identificati principalmente come i musulmani, che occupano i luoghi santi in Palestina e le terre cristiane nella Penisola Iberica ma anche con gli eretici, per questo nascono le crociate. Esse segnano il massimo sviluppo della nobiltà feudale e in particolare della casta militare della cavalleria, che nella guerra santa acquista un ruolo determinante, ed un prestigio universalmente riconosciuto.


LE CANZONI DI GESTA

le canzoni di gesta esaltano le imprese guerriere di eroici cavalieri e la difesa della fede.

Sono dei lunghi poemi epici in lingua d’oìl (la lingua parlata nel nord della Francia). Molte di queste canzoni si incentrano su Carlo Magno e i conti palatini, detti poi paladini.



Le canzoni di gesta introducono quindi lo spirito delle crociate.

Rappresentano in altre parole l’espressione della visione della vita e dei valori della classe feudale e cavalleresca.

La trasmissione di questi testi era orale, non erano cioè destinate alla lettura, ma venivano cantati da cantori dinanzi ad un uditorio, su una semplice melodia, con accomnamento di uno strumento musicale.

Si ritiene che essi siano opera di poeti individuali e consapevoli.

Si delineò così una nuova ura intellettuale il giullare.

Il giullare poteva essere un semplice giocoliere o un mimo, che girava di piazza in piazza per divertire il pubblico popolare, ma poteva anche essere poeta tornito di cultura, accolto nelle corti per intrattenere un pubblico di condizione più elevata.

La più famosa di queste canzoni è la CHANSON DE ROLAND, composta attorno al 1100, e canta della morte dell’eroe insieme con la retroguardia dell’esercito di Carlo.

I temi sono quelli tipici, la guerra santa contro gli infedeli, la fedeltà all’imperatore, la difesa dell’onore guerriero anche a costo della vita.

Tipica è anche la contrapposizione tra  Orlando, eroe positivo, portatore di tutte le virtù cavalleresche, ed il malvagio Gano, che tradisce la fede e il sovrano, consegnando l’eroe ai nemici.


LA SOCIETA’ CORTESE E I SUOI VALORI

L’ideale cortese si chiama così perché nasce nelle corti dove nasce una nuova vita.

La corte è dove viveva il re e la nobiltà.

Le idealità cavalleresche della classe feudale, trapassano nell’ideale cortese che rappresenta la visione più matura della civiltà feudale.

La magnamità è la capacità di compiere gesti sublimi di generosità.


L’AMOR CORTESE

è una concezione che si ha verso il dodicesimo secolo nelle poesie dei trovatori provenziali, e più avanti nella letteratura romanzesca in lingua d’oil nel nord della Francia. L’amor cortese subisce a seconda delle epoche e degli ambienti numerose trasformazioni.

La concezione dell’amore del nostro periodo si basa sulla parità tra uomo e donna nel rapporto amoroso e sulla reciprocità della passione e sulla realizzazione dl desiderio.

Gli elementi caratteristici dell’amor cortese sono invece:

n    il culto della donna, vista dall’amante come un essere sublime, irraggiungibile e impareggiabile e in alcuni casi addirittura divino, che produce effetti miracolosi ed è degno di venerazione.

n    una posizione di inferiorità da parte dell’uomo verso la donna amata, l’amante si presenta come un suo umile servitore.

n    l’amante non chiede nulla in cambio dei suoi servigi. L’amore è perpetuamente inapato. Ma il possesso della donna è irraggiungibile. L’uomo quindi può innamorarsi della donna senza averla mai vista, e deve adorarla da lontano.

n    l’amore impossibile genera sofferenza, ma allo stesso tempo anche gioia.

n    l’esercizio di devozione alla donna ingentilisce l’animo. Amare è un continuo esercizio di perfezionamento interiore. L’amore dice ANDREA CAPPELLANO il suo principale teorico, “è fonte di origine di ogni cosa buona”.

n    si tratta di un amore adultero che si svolge completamente al di fuori dei vincoli matrimoniali. il carattere adultero dell’amore esige il segreto che tuteli l’onore della donna.

n    l’amore è una passione esclusiva, dinanzi a cui tutto si svaluta, tanto che si parla appunto del culto della donna, e di religione dell’amore. Nasce così un conflitto tra amore e religione, amore per la donna e amore per Dio.


L’amor cortese è un valore laico.


LA MENTALITA’

c’è una mentalità più aperta più attaccata alle cose terrene

1.1 LA NUOVA CONCEZIONE DELL’INDIVIDUO: l’uomo è ritenuto un essere misero e debole. C’è un’economia chiusa in quanto c’è una scarsa circolazione monetaria. Invece nelle città c’è un’economia aperta e dinamica, in cui si scambiano i beni e la ricchezza circola e si espande.

l’idea che la realtà può trasformarsi è una visione dinamica. Il fattore della trasformazione è l’uomo stesso. L’uomo può trasformare la realtà e modellarla come lui vuole, mediante l’energia e l’intelligenza. L’uomo non conta più in base all’appartenenza o meno ad una casta sociale, ma per le sue capacità personali e per le doti che possiede per natura.

Questa rivalutazione della forza individuale, rende l’uomo più attaccato alla vita terrena. Lo scrittore che meglio rappresenta la visione della realtà della società urbana e mercantile è BOCCACCIO

VALORI VECCHI E NUOVI; CORTESIA E MASSERIZIA: un valore centrale della concezione feudale era la liberalità, cioè il saper donare generosamente, e il disprezzo del denaro.

La classe sociale è caratterizzata dal consumo e non dalla produzione di beni

mentalità mercantile: il mercante produce personalmente la ricchezza, con la sua fatica giornaliera, attraverso i mille rischi a cui si espone con la sua intelligenza, furbizia e spregiudicatezza. Perciò non può certo disprezzare il denaro, al contrario della visione feudale, quella mercantile si incentra proprio sull’utile e sul risparmio. Nel linguaggio del tempo la virtù prende il nome di masserizia: ed è l’oculata amministrazione dei propri beni. si tende a creare un equilibrio tra masserizia e liberalità: l’accorta amministrazione del patrimonio non deve impedire la generosità disinteressata e l’ostentazione di splendide forme di vita, ma d’altro canto il vivere splendido e magnanimo non deve arrivare a compromettere il patrimonio. Questa fusione è forse l’aspetto fondamentale di tutta la cultura dell’età comunale.




CENTRI DI PRODUZIONE E DI DIFFUSIONE DELLA CULTURA

LA CHIESA: la chiesa nella società urbana nel campo della produzione e della diffusione della cultura conserva un ruolo di primaria importanza. La chiesa conserva il compito di dirigere le coscienze, di dettare le norme morali e di comportamento, di regolare le nascite, matrimoni, funerali, feste. La funzione culturale della chiesa si esercita innanzitutto attraverso la predicazione, che è quindi esercitata dalla chiesa attraverso i preti che trasmettono la cultura. questa funzione nel duecento è rafforzata dalla nascita di due ordini mendicanti, quello Francescano e quello Domenicano. Servono a combattere le eresie, e più tardi anche per diffondere le culture. Con l’affermarsi della cultura volgare la chiesa è anche un centro di produzione di testi scritti, che hanno come scopo la diffusione della religione, e sono indirizzati ad un pubblico comune che non conosce la tradizionale lingua della cultura. Chierici, Francescani e Domenicani, sono spesso anche dei grandi maestri della nuova istituzione culturale, tipica della società urbana, l’università.

LA SCUOLA: la grande novità della civiltà urbana è il sorgere di centri culturali laici, non legati direttamente alle finalità della chiesa. Lo status, praticamente i cittadini vogliono elevarsi culturalmente. Esistono anche scuole tenute da religiosi, nasce così un’istruzione laica. Ma le famiglie borghesi più ricche cominciano ad assumere maestri privati per l’istruzione dei propri li. I primi livelli scolastici servivano a leggere e a scrivere, dopo questo livello che noi potremmo definire elementare, si apriva agli scolari un’opzione: una parte minore si dedicava alle discipline tradizionali: trivio e quadrivio, invece una parte maggiore studiava l’abaco, cioè il calcolo, quindi si preparava alle attività commerciali. Infine i giovani venivano messi in bottega come apprendistato pratico, dove imparavano il mestiere della pratica, a contatto diretto con l’attività produttiva.

L’UNIVERSITA’: sorge tra l’undicesimo e il dodicesimo secolo. Anch’essa ha una fisionomia laica, nasce cioè al di fuori della chiesa. È un’associazione privata e spontanea di maestri e di allievi. Quindi è un’associazione che coinvolge docenti e discenti. Queste associazioni nascono quando un celebre e dotto maestro richiama nella propria città studenti da vari paesi europei desiderosi di apprendere la sua dottrina. Più tardi queste associazioni richiedono una consacrazione istituzionale, che può provenire dal vescovo, dal comune o dal sovrano. I docenti potevano essere ati dagli stessi studenti, dai sovrani, dai comuni o dalla chiesa. Le loro attività erano regolate da statuti che fissavano norme sia per i docenti che per gli studenti. Le università impartivano insegnamenti di livello superiore, che si organizzavano in quattro facoltà; arti, diritto, teologia e medicina. Le arti forniva la preparazione di base, fondata sullo studio del latino e delle arti del trivio. Il corso di studi durava di regola parecchi anni e finiva con il conferimento della laurea, così detta dalla corona di alloro. L’insegnamento era impartito in latino. Gli studenti detti goliardi, conducevano una vita libera, e sviluppavano atteggiamenti e costumi tipici. Nelle grandi università si sviluppa un pensiero filosofico fondato sull’aristotelismo.

LA CORTE: LA CRTE DI Federico secondo di Svevia in Sicilia è una corte diben diversa da quelle feudali della società cortese, poiché si raccoglie attorno ad un sovrano che tenta di costruire uno stato accentrato, sulla base di un solido apparato amministrativo. Si formo una scuola poetica costituita da dei funzionari della stessa corte; questa è la scuola siciliana, che riprende nel volgare locale i temi dell’amore cortese della poesia provenzale, ed è il primo centro in Italia in cui si forma un gruppo organico di intellettuali.


LA URA E LA COLLOCAZIONE DELL’INTELLETTUALE

I  chierici avevano ordini minori da quelli della chiesa.

I poeti della scuola siciliana non hanno più nulla a che fare con i trovatori o con i giullari, poiché la corte presso la cui operano è quella di un sovrano che mira a creare uno stato assoluto e accentrato, essi sono dei funzionari dell’amministrazione statale. Sono burocrati forniti di regola di una cultura giuridica e retorica. La ura dell’intellettuale - cittadino partecipa alla vita politica del suo comune, ricopre cariche pubbliche, vive intensamente le passioni di parte, le tensioni, le avversioni e i conflitti. Spesso sono uomini di legge, giudici e notai, forniti di preparazione giuridica ma anche retorica, oppure sono insegnanti o altri svolgono funzioni mercantili.


IL LIBRO: PRODUZIONE E DIFFUSIONE

La diffusione della cultura ha uno strumento essenziale che prende il nome di libro. I luoghi di produzione del libro erano gli scriptoria delle abbazie, dove schiere di monaci amanuensi erano impegnati a copiarli libri antichi e moderni. Nella civiltà urbana si formano invece delle vere e propri botteghe di copisti professionisti. In questo modo la produzione è più organizzata, più rapida e più abbondante, ma i limiti della copiatura a mano sono insuperabili, e le copie sono ancora di necessità poche, quindi il prezzo è altissimo. Il materiale che continua ad essere la pergamena e sempre molto costoso. Solo lentamente comincia ad affacciarsi l’uso della carta che è meno cara ma molto meno resistente. Grandi centri di raccolta e di conservazione dei libri restano i monasteri o le biblioteche vescovili. Accanto alle biblioteche ecclesiastiche si vanno a formare le biblioteche delle università.


DANTE ALIGHIERI

LA VITA

Dante nacque a Firenze nel 1265 da una famiglia della piccola nobiltà cittadina di parte guelfa. La famiglia era in condizioni economiche poco felici, ma Dante poté in giovinezza condurre una vita da gentiluomo e procurarsi una raffinata educazione.

Brunetto Latini era il suo maestro e viene presentato da lui stesso nel 15imo dell’inferno. Accanto agli interessi dottrinali si presentò quello della poesia. Lui imparò da sé l’arte di dire le parola in rima leggendo poesie di poeti siciliani. la sua esperienza intellettuale e sentimentale negli anni della sua giovinezza gira intorno alla ura di una donna, Beatrice. La morte di Beatrice nel 1290 segna per Dante un periodo di smarrimento, ma costituisce anche lo stimolo di uscire dal mondo chiuso. Per trovare conforto alla morte di Beatrice si rivolge agli studi filosofici provandone tanto entusiasmo che lo studio della filosofia scacciava ogni altro pensiero. Allo stesso tempo approfondisce la sua cultura poetica leggendo i poeti latini, in particolar modo Virgilio, che considera il suo maestro e il suo autore. A queste esperienze culturali si aggiunge quella politica. Dante entrò nell’arte dei medici e negli anni successivi ricoprì varie cariche finché fu eletto fra i Priori cioè la suprema magistratura cittadina. Questo era un periodo difficile per il comune fiorentino, lacerato fra le fazioni dei guelfi bianchi e i guelfi neri. Il papa era Bonifacio VIII.

Dante fu più vicino ai bianchi che difendevano la libertà di Firenze.

I neri nei 1301 si impadronirono di Firenze, Dante in quel momento si trovava a Siena, e nel gennaio del 1302 venne a sapere che fu condannato all’esilio accusato di baratteria (cioè di corruzione nell’esercizio delle cariche pubbliche) non essendosi presentato per discolparsi, 2 mesi dopo venne condannato al rogo. Ebbe allora inizio il suo pellegrinaggio per varie regioni italiane. La sua funzione era quella di uomo di corte, presso i signori di ascendenza feudale, come i signori Malaspina di Lunigiana, o i signori cittadini, come gli Scaligeri di Verona, e i Da Polenta di Ravenna, che ospitavano uomini di cultura per ricavarne lustro e prestigio, ma anche per servirsene per vari compiti, come le funzioni di segretario e di ambasciatore.

Oltre alle ultime illusioni del poeta svanirono anche le ultime speranze di un ritorno in patria,; nel 1315 Dante rifiutò un’amnistia, che aveva come prezzo il riconoscimento della propria colpevolezza, ed un’umiliazione pubblica. Negli ultimi anni visse a Ravenna, presso i Da Polenta, circondato ormai dalla fama di famosissimo poeta. Sempre a Ravenna morì nel 14 settembre del 1321.






Privacy

© ePerTutti.com : tutti i diritti riservati
:::::
Condizioni Generali - Invia - Contatta