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Recensione de “La LOCANDIERA” di C. Goldoni



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Recensione de “La LOCANDIERA” di C. Goldoni


La commedia de “La Locandiera” è stata scritta nel 1753 ed è considerata una delle più felici ed equilibrate commedie di Goldoni. A differenza di altre commedie in cui l’autore utilizza il dialetto veneziano, è un’opera scritta interamente in lingua italiana, al fine di essere comprensibile a tutti e non più solamente ai concittadini dell’autore.

La trama e` molto semplice, come nella maggior parte delle opere goldoniane. Nella locanda di Mirandolina sono alloggiati tre nobili: il ricco conte d’Albafiorita, lo spiantato marchese di Forlimpopoli e il misogino cavaliere di Ripafratta. Mentre i primi due corteggiano apertamente la bella locandiera, il cavaliere la tratta con arroganza, stuzzicandone la vanita`. Mirandolina, da grande attrice che e`, riesce via via a vincere le resistenze del cavaliere; dapprima mostrando di stimarlo per la sua misoginia, poi trattandolo con particolare riguardo e fingendosi turbata al punto da svenire quando l’uomo decide di partire; infine si comporta freddamente e lo riduce nel giro di un giorno ad un innamorato disperato. Ma questo non le basta; Mirandolina lo smaschera davanti a tutti gli ospiti della locanda, annunciando allo stesso tempo le sue nozze col saggio e fedele servitore Fabrizio.




La Locandiera si colloca in un periodo di acceso dibattito, in Italia ma anche nel resto d'Europa, sulle modalità e sugli intenti del teatro. Stava prendendo sempre più piede il cosiddetto dramma borghese, un tipo di teatro che si ispirava alla società contemporanea e aveva fini educativi e di denuncia. In Italia, in particolare, Goldoni si trovò a dover fare i conti con l'ingombrante eredità della Commedia dell'Arte: il successo che continuavano ad avere le maschere di questa tradizione teatrale rendeva più difficile qualsiasi innovazione, sia per l'opposizione del pubblico che degli attori, abituati a recitare sempre solo la stessa parte, ad indossare la stessa maschera - Arlecchino, Pantalone, Colombina – , quindi riluttanti a doversi calare ogni volta in un nuovo personaggio a seconda della commedia.

In questo contesto la 'riforma' goldoniana dovette procedere gradualmente, tenendo conto sia dei gusti del pubblico che delle necessità degli attori e degli impresari. Furono sostanzialmente due i punti fermi di questa riforma: innanzitutto l'introduzione di un testo scritto fisso, non modificabile dagli attori, in sostituzione dei canovacci della Commedia dell'Arte, che lasciavano ampio spazio all'improvvisazione degli attori; e poi l'eliminazione delle maschere, vale a dire il passaggio dai tipi ai caratteri, a degli individui ben precisi. Tutto ciò per rendere il suo teatro realistico, rafurazione sulla scena di un mondo vero.

Nella Locandiera e` visibile la trasformazione e il superamento della Commedia dell’Arte. Innanzitutto sono sse le maschere, ma se guardiamo bene i personaggi, possiamo cogliere ancora le tracce dei vecchi modelli. Per esempio Mirandolina e` costruita sull’esempio della servetta briosa e maliziosa, mentre Fabrizio rimanda alla ura del servo, in particolare alla maschera di Brighella. Mancano i vecchi (il padre di Mirandolina e` morto chiedendole di sposare Fabrizio), mancano le innamorate; la vicenda non puo` che essere diversa e nuova.

A cominciare dal personaggio di Mirandolina, che non e` piu` la 'servetta' intrigante della commedia precedente, il tipo della 'donnina brillante e capricciosa', ma è una locandiera con i suoi affari, i suoi interessi, un personaggio ben definito non solo caratterialmente, ma anche socialmente. È un personaggio radicato in una precisa realtà sociale, il cui comportamento è dettato non da caratteristiche fisse ed immutabili, ma dalle sue esperienze e dalla sua posizione sociale. Mirandolina e` una persona scaltra e calcolatrice, un’ approfittatrice sfrontata, specula sulla sua bellezza e sul suo fascino per attrarre nobili clienti nella sua locanda, non solo, con questi mezzi fa anche loro accettare un trattamento alberghiero scadente (infatti il cavaliere, all’inizio immune alla sua civetteria, chiede che gli venga cambiata la pessima biancheria), ricavandone notevole profitto. Notiamo anche che la donna non ha alcuna predilezione verso gli ospiti: “M’inchino a questi cavalieri. Chi mi comanda di loro signori?”. Ma non e` disposta ad accettare il ruolo di serva, nonostante sia sempre gentile: “Signore, ve ne sara` di meglio [di biancheria: il cavaliere ha richiesto di sostituirla]. Sara` servita, ma mi pare che la potrebbe chiedere con un poco di gentilezza”. Questo ci basta a farci avvertire l’autocontrollo che distingue Mirandolina e la lucidita` delle sue scelte: “La nobilta` non fa per me. La ricchezza la stimo e non la stimo. Tutto il mio piacere consiste nel vedermi servita, vagheggiata, adorata”. Poi riferendosi al cavaliere di Ripafratta dice: “E` nemico delle donne? Non le puo` vedere? Povero pazzo! Non avra` ancora trovato quella che sappia fare. Ma la trovera`. La trovera`. E chi sa che non l’abbia trovata.”  E sottolineando quanto vale essere donna esclama “Siamo la miglior cosa che abbia prodotto al mondo la bella madre natura”. Il fascino di Mirandolina è rappresentato quindi dalla sua civetteria e dalla sua modernità, dal suo essere diversa dalle altre, proprio perché donna d’affari oltre che femmina.



E` necessaria una riflessione sul sistema dei personaggi, infatti quest’ultimi sono tutti rappresentativi dei fondamentali ceti. Il marchese di Forlimpopoli e il conte d’Albafiorita rappresentano le due varianti della societa` nobiliare del tempo, la nobilita` di sangue ormai decaduta e la nobilta` di recente acquisto. La vecchia nobilita` sta passando un momento di crisi, continua a pensare che nulla sia cambiato e che il mondo debba prostrarsi ai suoi piedi in quando erede e tenutaria di titoli nobiliari. Lo squattrinato marchese pretende ancora di esercitare antiche funzioni, come la protezione continuamente offerta a Mirandolina, di godere di antichi privilegi (ritiene l’amore della donna come atto dovuto), di sfoggiare il lusso (pensiamo al dono del fazzoletto). Questa posizione si scontra con quella del conte che ostenta continuamente la sua ricchezza. Ma anche il cavaliere di Ripafratta pensa che tutto gli sia dovuto solo perche` e` nobile, come nel caso della biancheria.

Mirandolina, risottolineo, incarna la ura della padrona di locanda attenta ai suoi interessi e rimanda al tipo del borghese, del “mercante”. Goldoni si identifica con questa borghesia in ascesa, sostenendone le aspirazioni e le idealità, come ad esempio nel matrimonio tra Mirandolina e Fabrizio, dove sottolinea la superiorità di una nuova concezione borghese del matrimonio, fondata sul buon senso, e non sull’interesse. Infatti per la nuova concezione borghese, l’amore non è semplice attrazione e soddisfazione dei sensi, bensì la via che conduce al matrimonio, alla costituzione di una famiglia, cioè del nucleo sociale fondamentale. Mirandolina e` la donna goldoniana che si sceglie il marito, facendo trionfare non l’amore ma l’onorabilita`, la vita, la liberta` interiore.

Una conclusione che conferma come, aldilà del piacere per una storia ben congeniata, molti siano i temi di quest'opera. L'irrompere sul palcoscenico di valori borghesi, quali l'operosità, il senso della misura, l'attenzione al guadagno, non rappresenta il solo motivo di interesse che questa commedia propone: non va tralasciata infatti la parte di 'eroe positivo' che la donna ricopre all'interno de “La locandiera” come pure in altre commedie di Goldoni. La societa` di quegli anni dibatteva ampliamente sulla necessità di un nuovo e più importante ruolo per la donna e l'autore veneziano ne rende testimonianza fedele nel suo teatro, aderendo anche in questo caso a quelle spinte modernizzatrici che stavano scuotendo l'ancien régime in tutta Europa. Tanti elementi diversi che però non fanno che confermare la validità e la godibilità di questa commedia ancora oggi a più di due secoli di distanza dalla sua stesura.








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