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FATTORI DI NASCITA DELLA PSICOLOGIA AMBIENTALE - Broadbent e Ward



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FATTORI DI NASCITA DELLA PSICOLOGIA AMBIENTALE


Sul finire degli anni 50 e nel corso degli anni 60 si sviluppa all’interno degli studi psicologici un settore di ricerca che viene denominato negli USA “Psicologia Ambientale”.

Qual è il suo campo di indagine? Da un primo interesse verso le caratteristiche fisiche dell’ambiente si passa  allo studio dell’interfaccia tra comportamento umano ed ambiente socio-fisico.

Una delle tappe fondamentali dello sviluppo della psicologia ambientale si individua nel ’58 presso la City University di New York dove Ittelson, Proshansky e coll. studiano gli effetti che l’assetto spaziale/architettonico dell’ospedale psichiatrico può avere sul comportamento dei pazienti.




Da allora in poi il settore di studi di psicologia ambientale si allarga ulteriormente emigrando dagli USA in Europa ed in altre parti del mondo.

Il delinearsi della psicologia ambientale è da collegarsi ad una pluralità di forze esterne ed interne alla psicologia come: Architettura, Progettazione ambientale, Geografia, Scienze biologiche, in una sorta di progressiva convergenza di interessi. Da ricordare, oltre al contributo di Ittelson e Proshansky, anche gli studi di Osmond e Sommer (architetti, ’57): il primo per la teoria circa l’esistenza di differenti assetti spaziali sociofughi, volti a scoraggiare l’interazione sociale, sociopeti, volti ad incoraggiare l’interazione; il secondo per i suoi concetti di territorialità umana e spazio personale che avranno un grande seguito.

Negli stessi anni in Europa lo psichiatra francese Silvadon avvia una ricerca circa il ruolo del disegno dell’ospedale psichiatrico in vista del miglioramento e guarigione dei ricoverati.

Tali collaborazioni tra psicologi e architetti permettono lo sviluppo e la diffusione di un movimento chiamato Psicologia Architettonica.

L’uso e l’immagine che gli abitanti hanno dello spazio urbano, in conseguenza del disegno di questo e dell’esperienza quotidiana al suo interno vengono proposti come punto di riferimento per ogni “decisione progettuale”,

soprattutto dopo una certa insoddisfazione verso una “progettazione egocentrica”, volta a soddisfare i bisogni estetici e di auto-affermazione dell’architetto che costruisce monumenti personali, anziché centrati sulle esigenze dei destinatari/utenti degli edifici stessi.

Si afferma quindi l’idea del progettare per la gente, o ancora meglio, di considerare il progetto un problema della gente.

In Inghilterra il primo interesse preciso in questo senso si verifica subito dopo la seconda guerra mondiale, quando la necessità di procedere ad una grande ricostruzione post-bellica in condizioni di risorse limitate, accentua la necessità di ottimizzare le scelte progettuali da compiere e così i settori delle scienze umane iniziano ad essere interpellati e coinvolti.

Nel corso degli anni 60, a seguito del dibattito all’interno del settore architettonico circa la necessità di introdurre nuovi metodi di progettazione, viene proposto il modello di Broadbent e Ward, articolato in tre fasi: analisi, sintesi e valutazione, con l’esame quindi delle reazioni degli utenti nei confronti degli edifici costruiti. Gli psicologi venivano così direttamente chiamati in causa per la conduzione della valutazione, favorendo lo sviluppo di strumenti standard facilmente utilizzabili.

L’inglese Canter focalizza l’attenzione sulla necessità da parte degli architetti di considerare le “implicazioni psicologiche” delle proprie decisioni progettuali, puntualizza così la necessità di distinguere le esigenze di adeguatezza funzionale degli edifici, da quelle relative alla loro forma e riconosce la complessità del processo progettuale e l’utilità della ricerca psicologica.

Ancora Canter in collaborazione con Lee, precisa quali sono le informazioni che la psicologia può fornire alla progettazione dell’ambiente:

Le attività della gente

Le valutazioni differenziate (quali cioè le priorità tra le valutazioni dal punto di vista pratico e dal punto di vista valoristico)

Il rapporto comportamento/ambiente in una prospettiva “interattiva”.

Altri settori disciplinari esterni alla psicologia, ma che hanno contribuito in modo determinante all’emergere della psicologia ambientale sono le scienze dell’ambiente fisico-geografico ed il settore naturalistico-ecologico.

Per quanto riguarda il settore geografico possiamo ricordare la geografia comportamentale o geografia della percezione, la quale, secondo Gold ’80, (?) si distingue per una concezione delle relazioni uomo-ambiente, molto più complessa di quella tradizionalmente utilizzata dai geografi: l’uomo da forma e risponde al proprio ambiente in quanto dinamicamente correlati. L’uomo è visto come un essere sociale motivato le cui decisioni e azioni sono mediate dalla sua cognizione dello spazio.

Per quanto riguarda il settore naturalistico-ecologico possiamo ricordare il programma MAB (Man and biospher), dell’UNESCO negli anni ’70 che presenta caratteristiche innovative per le modalità con cui si propone di affrontare i problemi dell’ambiente e di guardare alle problematiche ecologico-naturalistiche. Si riconosce all’uomo un ruolo centrale: essere biologico, centrale nei processi bio-ecologici, visto come soggetto attivo ed intenzionale dei fonomeni fisico-biologici che avvengono nella biosfera. Ecco quindi un “sistema d’uso umano” con tre principali dimensioni: Spaziale, temporale e di percezione ambientale la quale caratterizza la componente umana. L’assetto del sistema nel tempo è la risultante di tre categorie di attori, di tre ruoli ambientali:

Decisori: istituzionalmente predisposti a decidere sull’assetto del sistema ambientale (le autorità)

Tecnici: dotati delle competenze ambientali specialistiche (ingegneri, tecnici)

Utilizzatori o fruitori dell’ambiente: coloro che lo occupano e lo utilizzano in senso fisico e che sono i referenti dei processi di valutazione dei primi due attori.

Di particolare importanza sarà ogni tentativo di “avvicinamento conoscitivo” da parte dei primi due attori ambientali nei confronti degli utilizzatori (ossia avvicinamento tra 2 attori - decisori e tecnici - ai fruitori).


TEORIA ECOLOGICA DI GIBSON

Secondo J. Gibson e la sua teoria ecologica della percezione il fenomeno percettivo è il risultato delle caratteristiche ecologiche degli stimoli ambientali. Come per Brunswik (ricordiamo brevemente che è stato il primo autore che nella psicologia statunitense ha affrontato il problema della corrispondenza tra realtà percepita e caratteristiche dell’ambiente arrivando a definire con il suo “Modello a lente” il carattere probabilistico dell’esperienza percettiva in contrasto con l’isomorfismo gestaltiano), anche per Gibson nel fenomeno percettivo esiste un problema nella corrispondenza fra stimoli e fonti naturali (problema ecologico?), cioè le caratteristiche fisiche dell’ambiente [corrispondenza stimoli-caratteristiche fisiche ambiente]. Criticando il concetto di “stimolo-vuoto” tanto caro alla psicologia tradizionale propone di considerare gli stimoli in senso “molare e non molecolare”. La percezione è quindi un fenomeno olistico rivolto alla percezione dei significati e non di semplici ure/forme geometriche. È un fenomeno diretto ed immediato, affidato alle capacità informative degli stimoli ambientali. Le persone percepiscono significativi “pattern di stimoli ambientali” e, secondo Gibson, quanto gli individui hanno bisogno di percepire dell’informazione ambientale è già contenuto nel pattern. Il significato quindi viene direttamente percepito negli stimoli e non richiede processi di ricostruzione e interpretazione da parte di colui che percepisce. Percepire è, quindi, prendere l’informazione disponibile nell’ambiente.

Questa posizione di forte realismo si stempera (affievolisce?) nella prospettiva evoluzionista assunta dall’approccio ecologico, secondo cui vi è corrispondenza tra organismo e ambiente. Tale corrispondenza non è nient’altro che il frutto del processo di adattamento filogenetico di ogni specie al proprio ambiente, incluso quello percettivo. La percezione è vista come funzione adattiva, nel senso che il mondo esterno deve fornire informazioni capaci di guidare in senso funzionale i comportamenti adattivi [percezione come funzione adattiva prospettiva evoluzionista - approccio ecologico].

Il concetto di “Affordancesconsente di precisare una peculiarità degli oggetti ambientali ed una corrispondenza tra questi oggetti e le aspettative-ipotesi degli individui che in relazione a tali oggetti si comportano e percepiscono. Le affordances dell’ambiente sono quindi, ciò che l’ambiente offre all’animale, sono proprietà delle cose in riferimento ad un osservatore, ma non sono proprietà dell’esperienza dell’osservatore, non sono valori soggettivi, ma sono permanenti e specie-specifici e non cambiano col mutare dei bisogni.

A sostegno del carattere immediato della percezione possiamo citare il contributo famoso di Elinor Gibson circa il fenomeno del precipizio visivo nel bambino. Il precipizio visivo è costituito da una superficie piatta disegnata in modo tale da dare l’illusione della presenza di un salto improvviso a partire da quello che sembra il bordo della superficie. Si potè constatare che da subito animali e uomini si tengono lontani, evitano tale bordo.

Questo risultato è quindi una conferma della teoria ecologica della percezione e dell’esistenza sia nell’animale che nell’uomo di abilità percettive immediate, cioè non affidate all’esperienza e all’apprendimento, bensì basate su repertori di risposte predisposte in relazione alle necessità ambientali specie/specifiche.



TEORIA DI CAMPO ED ECOLOGIA PSICOLOGICA DI LEWIN


Lewin, inizialmente formatosi nella scuola tradizionale gestaltista europea, si cala successivamente nel pragmatismo americano. Il suo contributo risulta fondamentale per chiunque cerchi di affrontare in modo sistematico il problema del rapporto tra: processi psicologici e caratteristiche dell’ambiente, inteso non in senso generico, ma in senso totale.











La sua famosa equazione C = f (P * A), rappresenta il comportamento visto come una funzione del prodotto tra il fattore P ed il fattore A, e porta in primo piano l’ambiente, ma in posizione assolutamente paritaria rispetto al fattore persona. La sua formazione gestaltista lo porta a formulare la sua “teoria di campo”. Nelle scienze fisiche tale concetto permette di ragionare sui fenomeni, non più sulla base delle caratteristiche dei corpi o sulle forze che un corpo può esercitare su un altro, bensì sulla conurazione globale in cui i corpi sono compresi e che contribuiscono a formare con le loro relazioni. Gli eventi che si verificano in un campo dato, ad un momento dato, non hanno quindi altra spiegazione valida se non quella che deriva dalla proprietà del campo stesso, così come esso è in quel momento, qui ed ora, here and now.

Sulla base di questi presupposti, la “field-theory di Lewin”, dove per campo si intende la totalità dei fatti coesistenti nella loro interdipendenza, mira a spiegare il comportamento in relazione alla situazione particolare. Definendo la ricerca psicologica “ecologia psicologica”, si possono distinguere nel campo tre aree:

Lo spazio di vita (Lsp) dove si collocano P e A, secondo la formula Lsp = f (P,A) C= f (Lsp); [A = ambiente psicologico come visto da P ?]

Una molteplicità di processi che si svolgono entro il mondo fisico e sociale e che non influiscono sullo spazio di vita in quel momento;

Una zona di confine ( o di frontiera) dello spazio di vita, tra Lsp e A, importante per comprendere le modifiche del campo e la direzione in cui possono avvenire.



Nella teoria di campo, l’ambiente fisico si colloca accanto a quello sociale come componente dell’indagine psicologica.

Ma pur affermando l’importanza delle caratteristiche fisiche dell’ambiente, Lewin non cade in quello che può essere definito “fisicalimo oggettivista” e precisa che le caratteristiche fisiche compaiono nell’indagine psicologica non come dati puramente fisico-oggettivi, ma psicologici, cioè presenti nel campo psicologico esaminato. Si ribadisce quindi l’importanza dell’ottica fenomenologica, ma tramite la proposta dell’ecologia psicologica si trova una parallela attenzione per le caratteristiche fisiche e sociali dell’ambiente.

La proposta di Lewin nei confronti dell’ecologia psicologica trova numerose applicazioni in tanti suoi lavori, ma il più emblematico rimane quello condotto sulle abitudini alimentari vigenti, al fine di un cambiamento di queste più conforme alle diverse disponibilità alimentari del Paese dopo la guerra. L’obiettivo è quello di individuare le modalità con cui fattori non-psicologici e psicologici si connettono nel determinare il tipo di abitudini alimentari. Lewin arriva così a formulare la “teoria dei canali e dei guardiani”. Esistono alcuni percorsi oggettivi, i canali, attraverso cui si sostiene e si esplica l’abitudine culturale considerata. Nel caso dell’abitudine alimentare vengono individuati 2 canali:

Canale acquisto negozi

Orticoltura domestica

All’interno di tali possibili canali si individua l’esistenza di persone che hanno la funzione di controllare l’accesso ad alcuni passaggi, definiti guardiani.

La comprensione della psicologia del guardiano è fondamentale in quanto si ritiene che da questa derivano le decisioni di rendere più o meno possibili certi passaggi.

Si può affermare, concludendo il discorso su Lewin, che la sua teoria rappresenta un punto obbligato di riferimento per la psicologia ambientale in genere e per i suoi sviluppi in senso psicosociale.


ACTION RESEARCH E PARTECIPATORY ACTION RESEARCH


La ricerca azione di Lewin è una ricerca ativa sulle condizioni e sugli effetti di varie forme di azione sociale e ricerca.

Dal punto di vista metodologico la ricerca azione comprende:

Identificazione dei problemi

Formulazione delle ipotesi di cambiamento

Applicazione delle ipotesi

Valutazione degli eventuali cambiamenti

Approfondimento e diffusione delle applicazioni

La sperimentazione delle ipotesi avviene così in maniera progressiva come una lunga spirale di passi, ognuno dei quali è composto da un circolo di pianificazione, azione ed inchiesta circa i risultati dell’azione stessa (valutazione) fino a riformulare l’ipotesi di partenza, se necessario.

Questo modo di procedere viene applicato in un contesto delimitato da 3 elementi: ricercatore, ambiente e coloro che fanno parte del luogo dove viene messo in atto il progetto (users). Il delimitare i confini è fondamentale per i progetti di ricerca-azione.

Questa metodologia permette di risolvere il problema del dilemma tra teoria e prova (?), ed è un processo che oltre al portare alla soluzione pratica permette anche un ripensamento costante del metodo, sia dal punto di vista pratico che teorico [utilità].

La ricerca-azione partecipazione (Wisner ’70) può essere considerata un processo di ricerca-azione basata sul dialogo che coinvolge i soggetti parte della ricerca come co-ricercatori (essi contribuiscono a stabilire il modello della ricerca e gli scopi a cui la ricerca deve tendere. Il ruolo del ricercatore - che in qualche modo è simile a quello usato nell’osservazione partecipante - è quello di tradurre in termini scientifici le esperienze personali, la conoscenza popolare, le testimonianze orali o le percezioni quotidiane).

La ricerca azione partecipatoria, basandosi quindi sulla partecipazione del popolo e sulla partecipazione del ricercatore, permette: 1) una più facile democratizzazione del processo di creazione del sapere scientifico, e 2) favorisce il cambiamento sociale.


DAL SETTING COMPORTAMENTALE DI BARKER AL LUOGO DI CANTER


Barker, allievo di Lewin, sviluppando una serie di ricerche all’Università del Kansas, ha coniato il termine di Psicologia Ecologica, mostrando insoddisfazione circa la modalità di ricerca degli anni 30-40, succubi della metodologia di laboratorio e della psicometria.

Nel ’47 insieme a Wright creò una stazione per l’osservazione del comportamento sul campo per comprendere come l’ambiente del mondo reale, quotidiano, influenza il comportamento delle persone e dei bambini. Barker è stato fortemente criticato per il suo rifiuto (delle variabili di personalità) al metodo sperimentale tradizionale ed è definito dissidente non-psicologo. Per Barker è importante che lo psicologo non funga da operatore, bensì da trasduttore dei fenomeni osservati in dati (producendo i dati T) che mantengano la proprietà di essere collegati in modo transitivo con gli stessi fenomeni osservati: approccio quindi non intrusivo. Differenza tra dati T e dati O (?).

La psicologia ecologica propone come metodo l’osservazione naturalistica e visto che in quei tempi non esisteva ancora il video-registratore, si utilizzò una tecnica minuziosa e faticosa per raccogliere i dati T: “Specimen Record”, procedimento di descrizione più dettagliato possibile. Ma visto il grandissimo lavoro che questo richiedeva si passò ad individuare unità di analisi più molari: Setting comportamentale, volte ad individuare nell’ambiente le unità secondo cui i comportamenti individuali e le proprietà spazio-fisiche appaiono organizzate naturalmente, dando stabilità e omogeneità. Barker individua le caratteristiche del setting:

Fenomeni naturali non creati dallo sperimentatore

Ha un locus spazio-temporale

Un limite/confine circonda il setting

Il confine è autogenerato

Ha 2 insiemi di componenti:

comportamento,

oggetti non-psicologici con i quali il comportamento è svolto.

Una proprietà importante è poi quella del grado di penetrazione del setting da parte delle persone partecipanti che riguarda il livello di responsabilità (coinvolgimento) personale nei confronti del setting stesso. Vengono definite 6 zone di centralità, tanto più è centrale la zona e più profonda la penetrazione, tanto maggiore è il coinvolgimento e la responsabilità. Si va dal minimo coinvolgimento nelle due zone più periferiche (semplice ascoltatore o osservatore) al coinvolgimento intermedio ( 3 - membro o cliente; 4 - funzionario attivo) fino al massimo di responsabilizzazione (leader associato e unico).

Le critiche rivolte al modello evidenziano una totale assenza di prospettiva psicologica che si evidenzia in una totale assenza di attenzione verso gli aspetti cognitivi, inoltre l’eccessiva focalizzazione degli studi all’interno del setting porta a tralasciare conseguentemente gli aspetti contestuali che fanno da contorno al setting. Per questi motivi molti autori successivi a Barker abbracciano il “costrutto di luogo” di Canter che considera la centralità degli aspetti psicologici e vede il comportamento umano nell’ambiente cognitivamente organizzato e guidato da scopi. Con la sua “teoria di luogo”, Canter auspica un approccio di studio molare e accogliendo

l’orientamento cognitivo di Bartlett sulla memoria

gli schemi spaziali di Lee

le mappe spaziali di Lynch,

sostiene che per capire le azioni delle persone all’interno dei luoghi è necessario capire cosa esse pensano e non sottovalutare le interpretazioni del contesto: Canter quindi privilegia i processi di rappresentazione cognitiva e per questo cerca di sviluppare una teoria che permette di descrivere e capire la struttura cognitiva dei sistemi pertinenti l’ambiente con un esame attento delle procedure per scoprirne i processi interni.

Secondo Canter un luogo è identificabile in base (??????????):

comportamento associato ad uno specifico locus (le attività delle persone)

ai parametri fisici dell’ambiente

alle descrizioni e concezioni della gente sul comportamento registrato in quell’ambiente (rappresentazioni cognitive)

Queste tre componenti non sono da considerare come “variabili indipendenti”, ma come “tre insiemi di proprietà” che i luoghi hanno e che considerate insieme descrivono gran parte di ciò che è psicologicamente significativo in quel luogo.


DALL’AMBIENTE SECONDO BRONTENBRENNER AL SISTEMA MULTILUOGO

Brontenbrenner elabora la sua teoria direttamente dalla teoria Lewiniana come quella di Barker, ma è centrata su problemi dello sviluppo psicologico. Nonostante il suo lavoro si muova intorno alle problematiche dello “sviluppo infantile” il tipo di concettualizzazioni proposte sono pertinenti a problemi psicosociali.

Brontenbrenner critica la scuola di etologia e il metodo di osservazione naturalistico (Barker), in quanto usano un modello non appropriato per l’indagine e lo studio del comportamento umano, soprattutto per quanto riguarda il concetto di ambiente limitato al contesto immediato, concreto, situazionale. Secondo Brontenbrenner bisogna andare al di là dell’osservazione diretta di 1 o 2 persone ed esaminare sistemi di più persone in interazione e non in un singolo contesto, nel tentativo di delineare un quadro teorico in cui il concetto di ambiente sia il più ampio possibile.

Definisce così l’ambiente ecologico come una serie ordinata di strutture concentriche incluse l’una nell’altra:

microsistema: relazioni esistenti tra persone (il soggetto partecipa attivamente?) e ambiente in un contesto immediato



mesosistema: sistema di microsistemi che comprende le interrelazioni tra due o più contesti ambientali ai quali il soggetto partecipa attivamente

esosistema: uno o più contesti ambientali in cui l’individuo non è partecipante attivo, ma in cui si verificano eventi che determinano ciò che accade nel contesto ambientale che comprende il soggetto

macrosistema: sistema di credenze e ideologie (comprende gli altri).

Brontenbrenner da inoltre importanza ai cosiddetti effetti di 2° ordine, spesso trascurati dalla ricerca tradizionale, che riguardano non tanto l’interazione tra 2 componenti di un processo, ma la possibilità che tale interazione (fra 2 componenti) possa essere influenzata da una terza componente. L’approccio di Brontenbrenner è chiaramente orientato verso il concetto di multiluogo. Questa prospettiva offre un contributo alla teoria di luogo perché non è più centrata sul singolo luogo, ma sul sistema di luogo, all’interno di un complesso di altri luoghi. L’ambiente è considerato come un complesso di luoghi vicini e lontani organizzati secondo una gerarchia. Le principali relazioni tra i luoghi sono quelle di inclusione/esclusione e vicinanza/lontananza che si possono considerare sia in senso spaziale che in senso temporale e categoriale.











APPROCCIO SISTEMICO E TRANSAZIONALE-CONTESTUALE NELLA PSICOLOGIA AMBIENTALE E PRINCIPALI SOSTENITORI


Tale prospettiva si è affermata all’interno della psicologia ambientale ad opera di Stokols e Altman e mira a preurare un rapporto dinamico persona-ambiente, intesi non come due unità separate ma come aspetti interdipendenti di una stessa unità.

Le radici del termine “transazionale” risalgono agli anni ’40 quando Ames, Cantril, Kilpatrick e Ittelson fondarono la scuola transazionale, chiamata così proprio perché si pone l’attenzione sul processo di relazione-scambio intercorrente tra soggetto ed oggetto: il percepiente e la realtà fanno parte di uno stesso processo che viene definito “transattivo”. La scuola transazionale si occupa della percezione e la tesi di fondo da loro sostenuta dice che la realtà è il risultato e non la causa della percezione, puntualizzando come il principio esplicativo di ogni processo percettivo si debba trovare nell’azione dell’individuo nell’ambiente, azione che è orientata da scopi. Come dicevano prima, all’interno della psicologia ambientale, Stokols, Altman e Ittelson con questa prospettiva manifestano il loro intento olistico e un’ottica psicosociale. Secondo i fondatori tale prospettiva vuole essere l’applicazione dell’approccio psicologico ambientale a fenomeni del rapporto persona/ambiente. I 3 autori sottolineano che tale prospettiva è svincolata sia da una visione “oggettivista” che, all’opposto, da una visione “soggettivista” di stampo personologico. Quali sono gli aspetti peculiari di tale prospettiva?

Innanzi tutto il carattere di reciprocità dinamica del rapporto persona/ambiente, per cui c’è contemporaneamente un’influenza della persona sull’ambiente e viceversa;

In secondo luogo il carattere attivo e intenzionale, pianificato, orientato da scopi del comportamento e

Il ruolo centrale dei processi cognitivo-percettivi, intesi in senso costruttivo nell’orientare l’azione.

Due studiosi, Saegert e Winicel, individuano 5 dimensioni principali dell’approccio transazionale:

L’unità di analisi è rappresentata dalla persona nell’ambiente

Sia la persona che l’ambiente si definiscono e si trasformano reciprocamente nel corso del tempo, come aspetti di un tutto unitario

Stabilità e cambiamento coesistono continuamente

La direzione del cambiamento è quella emergente e non quello prestabilita

I cambiamenti che avvengono a un livello influenzano gli altri livelli, creando nuove conurazioni persona/ambiente.

Stokols e Altman inoltre affiancano il termine “contestuale” a quello “transazionale” per sottolineare l’importanza del contesto ove i fenomeni psicologici avvengono. Gli aspetti salienti dell’approccio contestualista possono essere così sinteticamente indicati:

È un approccio olista in senso sistemico;

Ha un orientamento descrittivo e non solo causativo;

Ricerca relazioni al di fuori di un’ottica esplicativa di tipo meccanicista;

Studia dei fenomeni nel contesto ove si producono naturalmente;

Individuazione e riconoscimento delle specificità del contesto come dimensioni portanti dei fenomeni studiati.



COMPORTAMENTO SPAZIALE: SPAZIO PERSONALE, TERRITORIALITA’ E PRIVACY


Le ricerche sul comportamento spaziale evidenziano come la disposizione dello spazio non viene considerata come solo possibile antecedente dei comportamenti, ma anche e soprattutto come espressione degli usi che le persone fanno dello spazio stesso. Le ricerche distinte in 3 categorie tematiche: spazio personale, territorialità e privacy, hanno una caratteristica in comune: la necessaria considerazione delle implicazioni esistenti tra le componenti fisiche dello spazio e la dimensione interpersonale-sociale del comportamento.

Spazio personale: potremo definirlo come lo spazio immediatamente circostante la persona, ha confini invisibili attorno al corpo all’interno dei quali non possono accedere intrusi. A partire dagli studi di Sommer si è posta l’enfasi sulla funzione difensiva dei meccanismi di regolazione della distanza e che l’area spaziale considerata venga mantenuta quasi ad indicare una sorta di territorio che le persone portano con sé. Le ricerche hanno rilevato la tendenza delle persone a mantenere una maggior distanza in uno spazio piccolo ed in contesti competitivi.


Hall, antropologo culturale, considerava la dimensione spaziale dei comportamenti come un fenomeno comunicativo in quanto la distanza tra gli interlocutori fornisce informazioni sia ad un osservatore esterno che ai partecipanti, circa le caratteristiche qualitative di un’interazione. Inoltre lo stesso Hall crea una tipologia di zone o spazi di distanza interpersonale, come categorie o fasi a cui ricondurre le relazioni umane: intime, personali, sociali, pubbliche. La psicologia ambientale critica una distinzione così rigida optando per un continuum più elastico. La proposta rimane comunque importante per l’implicazione dei processi cognitivi.

Osmond parla di ambienti sociofughi e sociopeti a seconda della capacità di favorire o scoraggiare l’interazione sociale, ma rimane sempre all’interno di un’ottica deterministica.

Le ricerche più recenti, invece, evidenziano l’importanza da assegnare, per quanto riguarda la distanza interpersonale, alle singole variabili della tradizione psicologica (età, sesso, tratti di personalità). Pare ad esempio che i maschi siano più inclini a mantenere ampio il proprio spazio personale, soprattutto con altri membri del proprio sesso, che diminuisce con l’altro sesso. Secondo Altman queste relazioni tra spazio personale e genere, sono più legate alla socializzazione dei due sessi e non tanto a differenze biologiche.

Territorialità: tale concetto richiama in particolare le specificità dei legami tra le persone e le differenti parti dello spazio ambientale.

Craick e Sommer avevano assegnato al concetto di “territorialità umana” una funzione adattiva di controllo del territorio e di difesa. Nonostante la psicologia ambientale consideri l’interpretazione adattiva-difensiva troppo riduttiva, l’attenzione inizialmente è prevalentemente dedicata allo studio dei “segni di demarcazione” soprattutto fisici.

Nasce così un nutrito ambito di ricerche che studiano la criminalità nel territorio ed in particolare gli atti di vandalismo che costituiscono l’esempio più rappresentativo della territorialità intesa come esclusiva espressione di uno spazio da difendere. L’ipotesi generale che guida gran parte delle ricerche pone l’accento sulle caratteristiche fisico-spaziali attraverso cui i territori, soprattutto residenziali, vengono segnalati, delimitati e controllati dai rispettivi occupanti. Secondo Newman e la sua teoria sul “detensible space”, il decremento delle azioni di vandalismo è strettamente correlato a: 2.2.1 presenza di barriere reali o simboliche che delimitano i territori;

2.2.2 opportunità che i rispettivi occupanti hanno di poter osservare le attività sospette che in essi si verificano.

Alcune ricerche hanno però evidenziato che i segni fisici di demarcazione del territorio, non sono sufficienti né a spiegare la frequenza degli atti vandalici, né il livello di sicurezza dei rispettivi residenti.

Taylor e coll. sono così giunti alla conclusione secondo cui i fattori che più chiaramente si associano ad un maggior senso di sicurezza riguardano:

a) Una più netta cognizione del proprio ambiente in termini di territorio

b) Una crescente percezione di omogeneità del relativo ambiente sociale.

Il lavoro di Altman indaga sulla territorialità intesa come appropriazione dello spazio, ossia processo che evidenzia le attività delle persone volte a definire e caratterizzare l’attaccamento con l’ambiente. Egli propone una distinzione del territorio in relazione al comportamento umano secondo due precise caratteristiche:

Centralità psicologica

Durata di occupazione dello spazio/territorio

La distinzione è la seguente: 3 tipi di territorio:

Territorio primario: spazio occupato per lunghi periodi di tempo (es. la casa);

Territorio pubblico: spazio di un posto sull’autobus o in biblioteca. Oltre alla minore centralità psicologica e la minor durata di occupazione, la connotazione di pubblico è data dal fatto di essere aperta a tutti;

Territorio secondario: posizione intermedia tra i primi due. Oltre al caratterizzarsi per una minor centralità psicologica rispetto al primario e una più limitata accessibilità rispetto al pubblico, questo territorio è contraddistinto dal fatto che stabilire i limiti di permanenza in esso non dipende dai singoli individui, ma da chi ne ha il controllo attraverso il possesso (es. circoli privati).

I lavori di Altman hanno infine evidenziato la presenza di due aspetti nella personalizzazione degli spazi abitativi (gli spazi sono “primari” solo se vengono personalizzati):

indicatori quali design e decorazioni che riflettono le qualità distintive dei residenti;



caratteristiche fisiche delle costruzioni che evidenziano i legami sociali tra le persone e la propria comunità/cultura.

Privacy:

Per Altman designa il controllo selettivo dell’accesso al sé e al proprio gruppo che le persone tendono ad esercitare rispetto all’ambiente sociale circostante. La privacy è tesa ad enfatizzare condizioni di chiusura verso gli altri e a mantenere riservate informazioni sulla propria vita privata.

Secondo Russel e Ward il termine privacy è riconducibile ai concetti di solitudine, anonimato, intimità, segretezza, riservatezza.

La ricerca empirica è perciò interessata alla rilevazione e alla misurazione degli aspetti motivazionali e valutativi che le persone associano alla privacy, e studi in tal senso hanno dimostrato, sia in ambito lavorativo (uffici), che scolastico (scuola), l’alto grado di consenso sulla sua valorizzazione ed importanza.

Può infine essere importante la distinzione di Kelvin tra “privacy “ intesa come condizione conseguente ad una libera scelta, e “isolamento” inteso come mancanza di relazioni sociali in virtù di una condizione imposta.

Secondo Altman i modi in cui le persone delimitano e gestiscono lo spazio ambientale possono essere letti come messaggi di “apertura-chiusura” verso gli altri. Sono meccanismi di regolazione che implicano non solo la dimensione individuale, ma anche e soprattutto processi tipici dell’interazione sociale, essendo correlati a specifici contesti e determinate situazioni.


STRESS AMBIENTALE


La psicologia ambientale si è occupata anche dello studio delle proprietà dei fattori fisici che possono ostacolare i processi di adattamento delle persone al proprio ambiente. La ricerca empirica ha privilegiato la sperimentazione in laboratorio, trattando le proprietà dei fatti fisici come variabili che producono effetti sull’organismo diretti e specifici, quindi facilmente isolabili e misurabili. Ma questo porta con se due grossi limiti:

la non generalizzabilità

le differenti conseguenze che le stimolazioni possono dare a seconda che si consideri la reazione immediata o l’esperienza che le persone fanno di esse nel tempo (non si considera la differenza fra reazione immediata e reazione a lungo termine).

Si fa comunque largo il concetto di “stress” e le proprietà ambientali disturbanti vengono definiti “stressori”. Nel tentativo di individuare particolari stimolazioni che potevano generare effetti disturbanti sull’esecuzione di alcuni compiti (vd. effetti luminosi e rumorosi), per quanto riguarda il rumore, Broadbent e Glass evidenziano che il rumore prodotto in laboratorio non costituisce l’origine sistematica degli effetti negativi sulla performance, anzi, secondo Corcoran e Warner, certi livelli di rumorosità agevolano l’esecuzione di alcuni compiti. Cohen (vd. es. rumore da traffico lettura bambini), inoltre, afferma che il grado di complessità del compito costituisce una delle variabili che, assieme alle caratteristiche del rumore somministrato e alla durata di esposizione ad esso, contribuisce alla valenza negativa degli effetti. In particolare, l’esposizione al rumore ad intervalli regolari produce gli effetti più negativi. Importante è sicuramente il contributo della Bonnes con la sua ricerca sulle città di Roma e Milano circa l’incidenza del rumore sul grado di soddisfazione/insoddisfazione degli abitanti. L’interpretazione dei risultati ha evidenziato il ruolo centrale di una variabile di natura psicologica: l’aspettativa rispetto alla silenziosità delle abitazioni.

Nonostante la notevole familiarità che il termine stress ha assunto nel linguaggio comune, gli psicologi ambientali che si sono occupati di stress ambientale, non hanno potuto prescindere dalla necessità di definire in termini più appropriati il concetto.

Evans ricorda due principali modelli di riferimento:

Modello Fisiologico (Cannon)

Elaborato nell’ambito degli studi biomedici risulta focalizzato sulle reazioni dell’organismo e sui processi fisiologici. Tale modello, inaugurato da Cannon, centrava l’attenzione sul funzionamento dell’organismo a risposte d’emergenza, prodotte verso gli agenti disturbanti denominati stressori, che hanno la funzione di ristabilire equilibri perduti, secondo meccanismi di regolazione omeostatica. Gli effetti dello stress ambientale diventano così dei “costi”, in termini di salute fisica e benessere psicologico, che le persone devono sostenere per far fronte a proprietà e condizioni sfavorevoli dell’ambiente circostante.

Modello psicologico (Lazarus)

Pone l’accento sui processi psicologici che mediano la relazione tra persone e ambiente e attraverso i quali le persone giungono ad interpretare l’ambiente stesso.

Lazarus afferma che le condizioni oggettive dell’ambiente contribuiscono a produrre effetti stressanti nella misura in cui influenzano i processi di percezione-valutazione che le persone mettono contemporaneamente in atto, sia nei confronti delle proprietà ambientali, sia rispetto alle risorse personali necessarie per affrontarle. Si delinea così la possibilità di connotare più psicologicamente la natura dei costi che lo stress ambientale implica.

Cohen parla di stress in termini di sovraccarico informativo, proveniente dalle proprietà ambientali e che provocano un affaticamento cognitivo nel soggetto in relazione al maggior lavoro cognitivo richiesto. Lo stress ambientale viene definito in base alle proprietà fisiche quali rumore, inquinamento, etc., ma anche lo stress “ambiente urbano” può creare le condizioni capaci di comportare affaticamento cognitivo, stress a tal punto da creare nei cittadini quello che Seligman definisce “impotenza acquisita” che riflette la condizione psicologica a cui gli individui giungono attraverso lo sviluppo di aspettative secondo le quali l’andamento dei fenomeni è indipendente dalle proprie azioni.


LE VALUTAZIONI DELLE QUALITA’ AMBIENTALI: FINALITA’, METODI, RISULTATI


Pur nella molteplicità dei contributi che lo compongono, il vasto settore che si occupa della valutazione e conoscenza amb dimostra l’interesse crescente della psi amb verso l’analisi del ruolo che le persone giocano nella definizione qualitativa degli ambienti con cui si trovano ad interagire. L’obiettivo prioritario è quello di accertare in che modo i vari aspetti e qualità ambientali si correlano con la soddisfazione ed il benessere dei propri fruitori.

Il settore che si è occupato del problema della valutazione amb l’ha sempre affrontato considerandola in termini di qualità percepita, focalizzando l’attenzione più sugli esiti finali che non sulle modalità e i percorsi che le persone seguono nel valutare le caratteristiche ambientali.

Questo settore di indagine si sviluppa in relazione alla distinzione tra:

preferenza, tipica espressione delle specificità individuali

valutazione, operazione di accertamento delle qualità possedute o no dall’ambiente, ossia studi di stima ambientale attraverso un approccio più oggettivo sulle proprietà dell’ambiente.

Aspetto metodologico: Craick individua 5 tipi di caratteristiche ambientali misurabili:

proprietà fisico-spaziali

tipi e quantità di artefatti presenti nell’ambiente

tratti tipici dei vari tipi di ambiente

aspetti funzionali degli assetti ambientali

aspetti istituzionali del clima sociale

Per quanto riguarda la valutazione Ka e Ka hanno messo in luce i processi coinvolti nella definizione delle preferenze ambientali che assegnano un ruolo attivo alla persona/osservatore e un ruolo altrettanto centrale all’ambiente. Secondo i Ka (ricordando che per essi hanno una notevole importanza i concetti di familiarità dell’ambiente e di esperienza in esso), le preferenze delle persone sono riconducibili alle qualità ambientali che offrono una promessa di essere coinvolgenti e produttrici di senso:

coerenza: maggior o minor facilità di organizzazione cognitiva della scena

complessità: capacità dell’ambiente a mantenere attiva una persona

leggibilità: ambiente facilmente esplorabile

mistero: proprietà di richiamo a scoprire l’ambiente e interagire con esso

La percezione positiva o negativa dell’ambiente dipende da queste 4 caratteristiche.

Sul versante degli studi della valutazione assume importanza:

la componente affettivo-emotiva studiata nelle sue connessioni

con la componente cognitiva.

Emergono così 2 posizioni:

Gli studi di Mehrabian e Russel sulle risposte emozionali all’ambiente assegnano alla componente affettiva un ruolo di mediazione tra l’ambiente molare e personalità e comportamento dall’altra; tali studi hanno rilevato che per descrivere le qualità affettive degli ambienti è necessario far riferimento a due dimensioni bipolari: piacevole/spiacevole e sollecitante/non-sollecitante; il soggetto si lega all’ambiente in base alla percezione emotiva di queste due dimensioni.

I Ka affrontano il problema secondo un’ottica maggiormente cognitiva ed in questo modo le preferenze ambientali fanno riferimento ai processi cognitivi della categorizzazione e dell’inferenza. Così la valutazione ambientale diventa l’esito di un controllo cognitivo dell’ambiente e della selezione delle informazioni che esso fornisce.










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