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PSICOLOGIA SOCIALE - CHE COS’E’ LA COGNIZIONE SOCIALE - THINKING IS FOR DOING



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PSICOLOGIA SOCIALE


Premessa


La scuola nordamericana tende a considerare la corrente della cognizione sociale (social cognition) come l’asse portante della psicologia sociale: cioè la psicologia sociale ha fondamenti cognitivi.


La social cognition mette in risalto l’importanza dei fattori cognitivi e razionali per il comportamento sociale.

Una delle maggiori studiose della social cognition è Sheila Taylor.


Temi chiave della psicologia sociale:

- problemi affrontati dalla social cognition e risposte che ad essi sono state date;

- come atteggiamenti e percezione sociale contribuiscono alla formazione dei giudizi sociali;

- caratteristiche e significati della teoria delle rappresentazioni sociali;

- il tema del Sé e dell’identità;




- problematiche significative riguardanti le relazioni sociali (comunicazione, persuasione, dinamiche sottostanti alle condotte aggressive e a quelle altruistiche);

- vari aspetti dei comportamenti collettivi e dei gruppi sociali.



PARTE PRIMA – Conoscenza e rappresentazione del mondo sociale


CAPITOLO I – La cognizione sociale

Il problema della conoscenza della realtà sociale è una delle tematiche più importanti della psicologia sociale.

La social cognition, come corrente teorica, si interessa alle strutture e ai processi che permettono alle persone di accumulare conoscenze sulla loro realtà per trasformarla a seconda dei loro bisogni.


1. CHE COS’E’ LA COGNIZIONE SOCIALE


Le radici epistemologiche dell’approccio “social cognition”


Le persone hanno bisogno di conoscere la realtà che le circonda, quindi anche le altre persone, per orientare il proprio comportamento a seconda dell’ambiente in cui vivono.

Il problema della conoscenza della realtà, cioè l’interesse per i processi sociocognitivi, ha contraddistinto la psicologia sociale sin dalle sue origini, tanto che uno degli approcci più importanti della psicologia sociale si chiama social cognition.

Questa corrente della psicologia sociale affonda le sue radici nella filosofia di Kant, secondo il quale i processi di conoscenza sono soggettivi: è la mente che organizza i dati che raccogliamo attraverso i sensi costruendo una realtà che va al di là dell’informazione data.

Inoltre, secondo l’approccio olistico, la percezione umana cerca le connessioni tra i vari elementi dell’oggetto da conoscere così da attribuirgli un senso. Questo approccio è alla base della psicologia della Gestalt e si contrappone all’approccio elementaristico (l’esperienza percettiva è il frutto dell’analisi dei singoli elementi).

Per Kurt Lewin il rapporto tra fattori cognitivi e fattori motivazionali è inestricabile nella spiegazione del comportamento sociale: infatti, la cognizione aiuta le persone a capire cosa fare in una determinata situazione mentre la motivazione è il motore del comportamento.

I principi di base della cognizione sociale sono 2:

1- l’approccio olistico;

2- una concezione della persona come individuo attivo, in grado di elaborare le informazioni che gli provengono dall’ambiente così da orientare il proprio comportamento sulla base del rapporto tra elementi cognitivi e motivazionali.

Fin dai suoi inizi, la psicologia sociale nell’affrontare i fenomeni di cui si occupa è stata caratterizzata da una concezione cognitiva, secondo la quale l’individuo è un organismo pensante che utilizza la propria attività cognitiva per trasformare l’ambiente in cui vive. È questa la concezione fondamentale dell’individuo come elaboratore di informazioni.

Il modello di individuo che caratterizza la ricerca contemporanea nell’area della cognizione sociale è quello del TATTICO MOTIVATO, che si basa sul fatto che tutta l’attività di conoscenza è un processo motivato (a qualsiasi processo cognitivo c’è sotto una motivazione) e queste motivazioni sono di carattere epistemologico (hanno per oggetto la conoscenza stessa).

Kruglanski ha concettualizzato il bisogno di chiusura cognitiva, cioè il bisogno di ottenere una risposta chiara e definita ad un certo oggetto di conoscenza, in contrasto all’ambiguità. Il processo di formulazione delle ipotesi cessa quando il bisogno di chiusura è soddisfatto, cioè quando il conoscitore pensa di aver ottenuto la sua risposta chiara al problema di conoscenza.

Il bisogno di chiusura cognitiva è sia una caratteristica della personalità sia una motivazione causata da particolari situazioni (fretta, rumore, affaticamento mentale).

Il rapporto fra cognizione e motivazione ha conosciuto fasi alterne nella recente storia della social cognition.

Nel modello del tattico-conoscitore motivato i fattori motivazionali riacquistano un ruolo da protagonisti.


1.2. A cosa serve la conoscenza sociale?


L’attività cognitiva è sempre motivata perché le persone hanno la necessità di conoscere la realtà in cui vivono per poterla controllare, prevedere e trasformare.

La conoscenza sociale è un’attività motivata frutto dell’azione sociale e guida di essa; c’è infatti un legame fra pensiero e azione, così come sostenne Fiske: THINKING IS FOR DOING, pensare è per agire, quindi la cognizione sociale è al servizio dell’interazione sociale.


1.3. Fattori cognitivi e fattori sociali nella cognizione sociale.


Gli oggetti della cognizione sociale sono le persone che possono assumere due posizioni sociali fondamentali nel loro mondo sociale:

quella di attori del comportamento sociale;

quella di osservatori del proprio comportamento e di quello degli altri.

La cognizione sociale ha quindi carattere:

interpersonale;

intersoggettivo;

riflessivo,

che la distingue dalla cognizione non sociale.

Il carattere peculiare della cognizione sociale è il suo scopo di orientare l’azione e l’azione è sociale quando il suo significato e orientamento prendono in considerazione altre persone.

Si dice COGNIZIONE poiché analizza a livelli cognitivo i fenomeni di cui si occupa e si dice SOCIALE in quanto densamente popolata dalla presenza degli altri.





2. COME FACCIAMO A CONOSCERE LA REALTA’ SOCIALE


2.1. L’organizzazione delle conoscenze: gli schemi e le categorie sociali.


L’accumulazione della conoscenza sulla realtà sociale deriva da due fonti di informazioni:

la realtà oggettivamente data (che sta fuori di noi);

il nostro modo di percepire la realtà.

Il ruolo degli schemi nella ricostruzione della realtà è molto importante: infatti, la percezione umana è altamente costruttiva rispetto agli stimoli che riceve dalla realtà esterna, e questo processo di costruzione della conoscenza avviene in base agli schemi, strutture cognitive che contengono informazioni su di un particolare oggetto di conoscenza (stimolo).

Gli schemi facilitano i processi di conoscenza top-down (dall’alto in basso) cioè basati su concetti, conoscenze e teorie già depositate nella memoria delle persone.

I processi di conoscenza di tipo schematico hanno il vantaggio di accorciare il lavoro cognitivo, ma possono originare una serie di errori dovuti al fatto che le persone possono negare l’evidenza della realtà per conservare le proprie opinioni e credenze.

I processi top-down si contrappongono a quelli bottom-up (dal basso verso l’alto), i quali sono invece basati sui dati appena raccolti attraverso la percezione, ed hanno lo svantaggio di essere abbastanza dispendiosi sul piano temporale in quanto le persone centrano la loro attenzione su ogni singolo elemento d’informazione attinente l’oggetto da conoscere.

Come utilizziamo gli schemi: quando incontriamo un nuovo stimolo di conoscenza dobbiamo prima di tutto riconoscerlo, tramite la classificazione all’interno di una categoria familiare sulla base delle caratteristiche che possiede.

In questa fase si possono commettere errori per il fatto che alcune caratteristiche degli oggetti sociali possono essere condivise da esemplari di altre categorie.

Perciò la questione fondamentale al riguardo della categorizzazione sociale è quella di identificare dei criteri di classificazione che permettano di percepire le somiglianze fra i membri della stessa categoria sociale e le differenze tra categorie differenti, tenendo conto che esistono attributi comuni a più categorie.

Secondo la concezione aristotelica le categorie sono definite da un numero ridotto di criteri necessari e sufficienti, soddisfatti i quali ogni membro ha la piena appartenenza alla categoria in questione. Queste norme si applicano bene ad oggetti con una struttura semplificata mentre invece la realtà sociale risulta più difficile da classificare in basi a criteri così rigidi.

Infatti, le categorie naturali hanno confini sfuocati e non è sempre facile decidere se un esemplare appartiene a pieno titolo ad una di esse. Ci sono però esemplari che possiedono gli attributi più tipici della categoria e quindi vengono definiti PROTOTIPI.






2.2. Diversi tipi di schemi sociali.


Esistono diversi tipi di schemi sociali a seconda del tipo di informazioni contenute in essi (però tutti funzionano allo stesso modo):

schemi di persona;

schemi di sé;

schemi di ruolo;

schemi di eventi.


v      Gli SCHEMI DI PERSONA contengono le informazioni che ci aiutano a descrivere le persone in base ai loro tratti di personalità (socievole, aggressivo, simpatico) o ad altre caratteristiche che le contraddistinguono (scopi, finalità). L’attivazione di schemi relativi ad una persona facilita il ricordo e la comprensione delle nuove informazioni.

v      Gli SCHEMI DI SE’ sono insiemi di strutture schematiche in cui sono contenute le informazioni che ci contraddistinguono. Il Sé costituisce un filtro di conoscenza per molti altri oggetti sociali, nel senso che siamo particolarmente attenti a quegli aspetti della realtà sociale che rimandano a noi stessi.

v      Gli SCHEMI DI RUOLO sono importanti perché definiscono le aspettative comportamentali in relazione alle posizioni che le persone occupano in una data realtà sociale. I ruoli possono essere:

acquisiti, cioè ottenuti tramite intenzione ed impegno (quelli professionali);

ascritti, cioè acquisiti per nascita o per via automatica (età, appartenenza etnica, genere sessuale) → possono funzionare come stereotipi sociali, delle facilitazioni che però possono condurre ad una serie di errori.

v      Gli SCHEMI DI EVENTI includono le conoscenze relative al modo in cui ci si comporta nelle diverse situazioni sociali, e le aspettative che abbiamo sul modo in cui si comporteranno gli altri (che dipendono dai vari ruoli sociali).




Ovviamente i contenuti di alcuni schemi di eventi cambiano in base alle diverse culture, ma il loro funzionamento rimane abbastanza stabile.



3. VANTAGGI E DISFUNZIONI DEL RAGIONAMENTO SOCIALE: LE EURISTICHE.

Le euristiche sono strategie di pensiero semplificate, strategie cognitive che accorciano il tempo dei percorsi cognitivi che permettono di arrivare alla soluzione dei problemi.

Presentano il vantaggio di guadagnare tempo e risparmiare energia mentale, ma il rischio è di giungere a giudizi grossolani, poco attendibili o errati.

Ce ne sono di diverse:

- euristica della rappresentatività;

- euristica della disponibilità;

- euristica della simulazione;

- l’ancoraggio e l’accomodamento.


3.1. L’euristica della rappresentatività


Viene utilizzata al fine di emettere dei giudizi circa la probabilità che un certo evento si verifichi: riguarda nello specifico quei giudizi in cui le persone devono decidere se un certo esemplare appartiene ad una determinata categoria.

3.2. L’euristica della disponibilità


Strategia di pensiero utilizzata quando le persone devono giudicare la loro realtà sociale in base alla frequenza o probabilità con cui un certo evento si verifica: in tal caso il giudizio sociale è basato sulla facilità e rapidità con cui vengono in mente esempi associati alla categoria del giudizio in questione.


3.3. L’euristica della simulazione


È un modo di elaborare le informazioni variante dell’euristica della disponibilità e viene utilizzata nella costruzione di scenari ipotetici, cioè quando immaginiamo come potrebbero evolvere certi eventi o come sarebbero potuti evolvere diversamente da come si sono verificati nella realtà.

La simulazione mentale di come certi eventi avrebbero potuto svolgersi si chiama anche PENSIERO CONTROFATTUALE.


3.4. Ancoraggio e accomodamento


Quando le persone si trovano a dover emettere giudizi sulla base di informazioni incerte o ambigue cercano dei punti di riferimento (una conoscenza nota) a cui ancorarsi e accomodare il giudizio sulla base di altre informazioni pertinenti.

La base per l’ancoraggio è fornita dall’esperienza personale: infatti, i propri tratti, le proprie credenze e i propri comportamenti rappresentano frequentemente punti di ancoraggio per il giudizio sociale.



4. LA SPIEGAZIONE DELLA REALTA’ SOCIALE: L’ATTRIBUZIONE CAUSALE

Le persone hanno bisogno di trovare un significato per le esperienze che vivono o di cui sono spettatrici, di interpretare e spiegare gli eventi sociali che le circondano.

Le attribuzioni possono quindi conferite:

per via automatica, nel caso di molti eventi, che richiedono spiegazioni poco dispendiose dal punto di vista cognitivo, a cui quindi le persone giungono per via quasi automatica, senza essere consapevoli che in quel momento stanno cercando di capire le cause di ciò che accade;

sulla base di processi accurati, nel caso di situazioni che richiedono elaborazioni più dispendiose ed accurate.

Uno degli scopi fondamentali dei processi di attribuzione causale è dato dal bisogno di spiegare gli eventi sociali al fine di controllare e prevedere il modo in cui si verificano per poter attuare azioni ad essi congruenti.

Infatti, se siamo consapevoli del modo in cui le cose accadono possiamo creare le condizioni perché esse accadano o per evitarle.


4.1. Il contributo di Fritz Heider


Per Heider le persone sentono il bisogno di anticipare che cosa succederà a se stessi e a coloro che li circondano, e lo strumento più efficace per fare ciò è comprendere le cause del comportamento sociale.


L’origine (il locus) della causalità può essere dovuta a:

fattori interni (personali);

fattori esterni (situazionali).

I fattori personali riguardano:

- le motivazioni (volere o cercare di fare qualcosa);

- le abilità necessaria a raggiungere il proprio scopo.


4.2. La teoria dell’inferenza corrispondente


Jones e Davis hanno sviluppato la teoria dell’inferenza corrispondente, secondo la quale lo scopo dell’attribuzione causale è quello di compiere delle inferenze corrispondenti su di un’altra persona, di giungere cioè alla conclusione che il comportamento o l’interazione comportamentale corrispondono a delle qualità stabili della persona, vale a dire, delle disposizioni.

E conoscere le disposizioni di una persona ci permette di prevederne il comportamento.

L’inferenza che l’intenzione di una persona che valutiamo dipende dalle sue disposizioni si basa su vari fattori come:

l’analisi degli effetti non comuni;



la desiderabilità sociale (al diminuire di questa è più probabile che il comportamento messo in atto sia realmente dovuto a disposizioni interne);

la libera scelta (i comportamenti messi in atto senza costrizione sono molto più informativi delle disposizioni delle persone rispetto a quelli dettati da imposizioni o scelte altrui).

le aspettative comportamentali legate ai ruoli che le persone ricoprono (infatti è più facile pensare che il comportamento di una persona corrisponda alle sue disposizioni quando questo non deriva dalle norme di comportamento legate al ruolo).


4.3. Il modello della covariazione di Kelley


La teoria dell’inferenza corrispondente riguarda il modo in cui le persone cercano di capire quali sono le disposizioni delle persone sulla base di una quantità di evidenza comportamentale limitata.

Per Heider, il comportamento sociale può essere spiegato non solo in base alle disposizioni personali, ma anche attraverso l’ausilio di fattori situazionali.

Secondo il modello della covariazione di Kelley, l’individuo elaboratore attivo di informazioni, prima di giungere al giudizio causale su un effetto, compie una serie  di osservazioni, rileva la sua covariazione sulla base di 3 principi informativi:

distintività (l’effetto si produce solo quando l’entità è presente);

coerenza nel tempo e nelle modalità (l’effetto si manifesta allo stesso modo tutte le volte in cui l’entità è presente);

consenso (l’effetto viene percepito da tutte le altre persone come dipendente dalla presenza dell’entità).

Se siamo in grado di concludere che l’effetto che vogliamo spiegare si manifesta ogni volta (alta coerenza) che l’entità è presente (alta distintività) e che ci sia un alto consenso, allora compiamo un’attribuzione causale disposizionale del tutto a carico dell’entità in questione.

Però non tutti i tre fattori hanno lo stesso peso e lo stesso potere predittivo nelle spiegazioni causali: le persone preferiscono avere informazioni circa la coerenza nel tempo con cui l’effetto si manifesta rispetto alla distintività e il consenso risulta essere il fattore meno utilizzato.


4.4. Tendenze sistematiche nei processi di attribuzione


Nella realtà quotidiana la spiegazione degli eventi può risultare complessa e questo può portare a distorsioni nelle attribuzioni causali dovuti al cosiddetto self-serving bias, cioè la tendenza ad attribuire le cause dei propri successi a fattori interni.

Le spiegazioni possibili a questo fenomeno sono 2:

di carattere cognitivo, secondo la quale le persone hanno normalmente più esperienze di successi che di insuccessi ed usano questa conoscenza personale come fondamento dei giudizi di causalità;

di carattere motivazionale, che si fonda sul fatto che le persone sono motivate ad autovalorizzarsi indipendentemente dalla frequenza reale dei propri successi e insuccessi.


4.5. L’errore fondamentale di attribuzione (sovrastima dei fattori disposizionale e sottostima dei fattori situazionali)


Heider individua l’errore fondamentale di attribuzione, ossia la tendenza generale nelle spiegazioni causali a sovrastimare il pensiero dei fattori disposizionale e a sottostimare il peso dei fattori situazionali. 

Secondo Gilbert il processo attribuzionale avviene in 2 fasi:

identificazione del comportamento e rapida attribuzione disposizionale in maniera automatica;

nel caso in cui l’evidenza contrasta troppo con la conclusione si aggiusta il giudizio sulla base delle influenze situazionali.

L’errore fondamentale deriva da una distorsione percettiva in base alla quale chi mette in atto il comportamento (l’attore) viene percepito come una ura particolarmente importante per l’attenzione: la situazione rimane invece più in ombra costituendo lo sfondo.

Secondo Taylor e Fiske, le persone attribuiscono le cause a fattori percettivamente consistenti o importanti (salienti).


4.6. La discrepanza attore-osservatore


L’effetto attore-osservatore è complementare all’errore fondamentale dell’attribuzione.

Infatti, le persone tendono ad attribuire le cause del proprio comportamento a fattori situazionali e ad attribuire le cause del comportamento altrui a fattori disposizionale.

Questo perchè l’attore possiede una memoria autobiografica molto accurata e perciò dispone  di una conoscenza dettagliata sul modo in cui si è comportato nelle situazioni passate. Questo scoraggia le attribuzioni disposizionale verso se stesso.

L’osservatore non ha invece a disposizione informazioni precise su come le persone si comportano nelle diverse situazioni: risulta così più semplice fare attribuzioni disposizionali.

Un’ulteriore spiegazione di questa discrepanza fa riferimento a fattori percettivi in base ai quali per l’attore la situazione costituisce il fattore di maggiore salienza percettiva mentre per l’osservatore la persona costituisce l’elemento più saliente e quindi più informativo. 







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