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ANTROPOLOGIA E PSICOANALISI

ANTROPOLOGIA E PSICOANALISI
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ANTROPOLOGIA E PSICOANALISI


Antropologia e psicoanalisi sono nate nella stessa epoca, alla fine del 19° secolo ed hanno lo stesso oggetto empirico, l’uomo, a cui si sono presto interessate entrambe; ma pochi elementi li uniscono . si può dire che l’antropologia e la psicoanalisi costituiscono entrambe una psicologia: mentre la psicoanalisi si ferma all’espressione individuale di essa, l’antropologia si concentra su quella collettiva.

Le differenze tra le due discipline ruotano precisamente intorno al rapporto che  l’una e l’altra sono pronte a stabilite tra storia individuale da una parte e storia collettiva dall’altra: all’origine dei disaccordi è proprio il modo di articolare i rapporti fra individuo e società.

In “Totem e tabù” Freud ha subito collocato la psicoanalisi nel cuore stesso dell’antropologia. Per Freud, in effetti, la psicoanalisi può ripercorrere la storia dell’umanità sin dalle sue origini, alla stessa maniera in cui lo fa per la storia individuale.



La storia dell’umanità comincia con l’uccisione del padre da parte dei li nell’orda primitiva.

La storia individuale a sua volta ripete questa scena primaria.

La psicoanalisi postula che ciascun individuo, qualunque sia la sua origine rivive nella psiche la scena immemorabile del parricidio, corrisponde al complesso di Edipo che si riassume nel desiderio incestuoso per la madre e nell’odio per il padre.

Freud postula un rapporto diretto fra la storia individuale e la storia dell’umanità.

Il banchetto totemico è la commemorazione da parte del gruppo di questo atto fondante e fortemente ambivalente che è l’uccisione del padre.

Per esprimere questo parallelismo tra l’individuale ed il collettivo, Freud dirà che anche le società passano attraverso uno stadio primitivo (dell’infanzia), uno stadio selvaggio o barbaro (adolescenza), per arrivare alla civiltà (età adulta).

L’antropologia critica in diverse maniere questo modo di vedere, essa adotta un’atteggiamento scettico di fronte ad ogni rappresentazione lineare della storia dell’umanità e rifiuta ogni rigida analogia fra il collettivo e l’individuale, dubita dell’universalità del complesso di Edipo.

La prima critica all’universalità del complesso edipico è venuta da Malinowski.

Esempio: l’esempio delle isole Trobriand in Malesia, dove il padre biologico è sostituito dallo zio materno. La posizione di Malinowski su questa questione presenta tuttavia  qualche limite.

La critica + convincente alla spiegazione psicoanalitica freudiana è venuta dall’antropologia strutturale di Levi-Strauss che ha mostrato che non si può stabilire un rapporto di causa-effetto fra lo psicologo ed il sociale . Levi-Strauss in relazione alle strutture  elementari della parentela ha sottolineato che ciò che è importante, non è tanto il contenuto biologico di una relazione quanto le obbligazioni che ne sono all’origine e che derivano dalla proibizione.

La proibizione dell’incesto, costituisce una regola sociale universale  fondata sul principio di vietare certe categorie e prescriverne altre.

Essa è una regola nel senso che costituisce il principio di organizzazione in società fondata sullo scambio e sulla reciprocità fra gruppi che donano e gruppi che ricevono.

Tuttavia esiste un campo in cui si può parlare di netta convergenza tra antropologia e psicoanalisi: è quello dell’efficacia simbolica.

Il simbolico diventa per se stesso un sistema di rapporti efficace nel suo funzionamento, che modifica il reale.

L’esempio del trattamento della magia come forza espressiva ed attiva, e non più come tecnica inefficace fondata sul mimetismo del reale, permetterà di illustrare meglio la nozione di efficacia simbolica in antropologia.

La magia è stata definita come una pseudo-scienza, essa è presentata come l’espressione di un pensiero o di una mentalità che non ha ancora scoperto i reali rapporti di causalità o la giusta relazione tra mezzi e fini.

La magia si colloca su un terreno diverso dalla scienza, essa è infatti il vero contrario della scienza, non cerca di analizzare o spiegare le cose, ma drammatizza (mette in scena) l’universo; non cerca di sapere ciò che è dentro le cose, non cerca di sapere ciò che è dietro le cose, non cerca di sapere in generale xchè una cosa accada, ma perché accada a me, al mio gruppo, in questo preciso momento e in questa maniera. La magia è un linguaggio simbolico, una modalità di comunicazione sociale.



L’efficacia simbolica della magia è messa bene in evidenza dal lavoro di Jeanne Favret-Saada sulla stregoneria nel “Bocage normand”; egli infatti scopre una situazione apparentemente paradossale in cui la stregoneria agisce senza stregoni.

Lo stregone è colui di cui parlano coloro che tengono il discorso della stregoneria, ovvero la persona stregata e l’esorcista. Esso appare solo come il soggetto dell’enunciato. Il personaggio principale non è lo stregone, che appare alla fine della catena, ad espiare le disgrazie del gruppo. I personaggi principali sono la persona stregata e l’esorcista.

La situazione + frequente analizzata da Favret-Saada è quella del contadino che si trova al cospetto di una serie di disgrazie che investono sia la sua persona che la famiglia o le sue proprietà. Poiché la scienza ufficiale non riesce a spiegare il fenomeno del susseguirsi delle disgrazie, il contadino si rivolge allora alla tradizione della stregoneria che gli offre un sistema d’interpretazione che gli consente di agire sulla situazione di sbloccarla.

La stregoneria o la magia, agiscono in realtà come mezzo per risolvere praticamente dei conflitti o come mezzo di controllo sociale.

Dal punto di vista del discorso e dell’azione ecclesiastici, era necessario credere all’esistenza del diavolo e delle varie ure in cui si incarnava, per renderlo responsabile di certe pratiche religiose o sociali popolari, ritenute eretiche o devianti in rapporto all’ortodossia dell’epoca.

Un’altra convergenza tra antropologia e psicoanalisi è quella d’ordine euristico che consiste nella distinzione comune alle due discipline  fra latente e manifesto, implicito ed esplicito.

In psicoanalisi il sogno non è idoneo a svelare un senso se non dopo il lavoro di interpretazione compiuto durante la terapia psicoanalitica.

L’analista trasforma il sogno in indizio rivelatore di un insieme di atti e parole nascosti nella profondità dell’inconscio.

Quanto all’antropologia, abbiamo già avuto occasione di illustrare la proibizione dell’incesto.

Le due discipline si incontrano anche su un altro piano.

La psicoanalisi mostra che l’uomo, per la sua complessità psichica ed affettiva, non è un essere puramente razionale, l’antropologia  mostra attraverso delle forme tecniche, sociali, culturali, artistiche, religiose, che le culture e gli uomini non agiscono secondo i criteri della razionalità.

Infatti sia l’antropologia che la psicoanalisi, sono sensibili all’alterità. La prima, tenta di riconoscere e analizzare il pensiero dell’altro per metterlo a confronto con il proprio, la seconda, tenta di decifrare il discorso “dell’altro in noi”.

L’etnopsicoanalisi studia e scopre come i rapporti sociali  e i comportamenti culturali, siano assimilati, negoziati e vissuti dagli individui.

A differenza della psicoanalisi, l’etnopsicoanalisi non ha come scopo la guarigione ma l’approfondimento delle relazioni tra l’osservatore e i membri della cultura studiata.








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