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ARTIMINO



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ARTIMINO



Anche se non ci sono certezze scientifiche circa la denominazione etrusca della comunità artiminiese, rimane assai verosimile la sua derivazione dal teonimo etrusco Artimini/Artumes, analogamente a quanto si accetta per la derivazione dei nomi di altre comunità etrusche da teonimi. Artimino, dunque, sembra essere uno dei molti insediamenti etruschi che conservano, sotto il nome attuale, il ricordo vivo di quello etrusco, segno del persistere, attraverso le vicende di almeno ventidue secoli, di una tradizione continua.[1]








AREA DELLA PAGGERIA


Nell’aria situata dietro l’edificio della Paggerie medicea, opere di sbancamento edilizio hanno messo in luce nel 1972 resti di edifici antichi.

Nella camna archeologica del 1974, sono state esplorate due piccole zone (tot 65mq), chiamate saggio A e saggio B. Nel saggio B è stato individuato un pozzo scavato nella roccia ed una canaletta in lastre di arenaria. Nel saggio A, a livelli più antichi è stato identificato l’angolo di una struttura arenaria con antistante platea lastricata, l’alzato era forse realizzato con la tecnica del “graticium” (fango con intelaiatura di legname e canne) e si trattava probabilmente di un edificio con funzione pubblica o sacrale databile alla fine del IV sec. a.C. Sull’edificio distrutto ne è stato poi costruito un altro del quale resta il lato sud. Ciò che è visibile è parte del podio basamentale di un grande edificio pubblico, probabilmente un tempio, a pianta rettangolare, orientato Est-ovest, costruito nel corso del III sec. a. C.[2]

L’area Sacra che ha tracce di frequentazione dall’età arcaica, è stata abbandonata agli inizi dell’età imperiale.

“L’analisi dei dati stratigrafici emergenti dello scavo A è stata molto complessa, per la modesta estensione del saggio. Lo strato A7 appare costituito dei prodotti e di eventi che implicano intensa attività di fuoco, mentre tutti i reperti cronologicamente caratterizzati in esso contenuti siano compresi entro la fine del VI sec. a.C. Ciononostante, data l’incompletezza della documentazione, e date anche le difficoltà di datazione degli impasti “locali”, che costituiscono la massima parte dei materiali mobili contenuti nello strato, non si ritiene ancora provato sufficientemente che esso rappresenti l’intatto testimone, ancora in situ di una frequentazione arcaica. Lo strato A9 è coinvolto nella massiccia organizzazione edilizia dell’area cui si legano la costruzione del podio A4, quella del muro A3 ad esso parallelo, ed i dispositivi di fondazione e collegamento A8 e A2: una struttura in pietra locale nelle porzioni conservate, di medie dimensioni, ma esattamente orientata e di modesta ma certa monumentalità, sulla cui qualificazione come edificio pubblico o sacro non si ritiene possano esistere dubbi. I dati disponibili residui, sembrano indicare per la sua costruzione un’epoca non lontana dalla fine del IV sec. a.C.”

“Nonostante la quantità di dati estraibili dal saggio B sia superata dal numero di problemi suscitati dall’irregolare e incompleto andamento del saggio stesso, sembra possibile affermare che l’area fu sede di frequentazione relativamente intensa, anche se in forme non precisabili, nel corso del VI sec. a.C”





LA NECROPOLI DI PRATO ROSELLO


Ubicata sul versante del colle, che – dall’altura dove un tempo sorgeva l’insediamento etrusco, oggi occupata dalla villa medicea – digrada sensibilmente in direzione dell’Arno, la necropoli di Prato Rosello fu identificata come tale durante gli ultimi mesi del 1966, a seguito di sistematiche ricognizioni topografiche effettuate sul territorio artiminese che consentirono una precisa individuazione dei tumuli A e B, al momento ben protetti da una folta vegetazione; tre anni dopo l’area fu investita da un incendio di notevoli proporzioni, che mise in evidenza i resti di altre sepolture monumentali, del tumulo C, in particolare.(Al momento attuale sono stati esplorati in ordine di tempo i tumuli C,A,B,X).

Il tumulo C

Delimitato da un tamburo ad arricchito da un altare-terrazza, destinata con ogni probabilità all’esposizione del defunto, analogamente a quanto documentato nel tumulo di Montefortini a Comena, il tumulo c appare costituito da una tomba a camera cui si accede attraverso una ripida scala ed un breva vestibolo; le pareti della cella sono realizzate mediante grandi lastre di arenaria unite ad incastro, secondo un procedimento già attestato nella tomba dei Boschetti a Comeana; l’elemento della parete destra, probabilmente rovinatosi durante le ultime fasi della costruzione, sembra essere stato integrato mediante una struttura di lastre di arenaria di piccole dimensioni; al centro, un unico monolite -posto in verticale- funge da pilastro di sostegno della copertura, suddividendo nello stesso tempo gli spazi interni. I materiali del corredo suggeriscono per la sepoltura un arco cronologico compreso fra l’ultimo ventennio del VII e gli inizi del VI secolo a.C.


Il tumulo A

Il tumulo A, esplorato agli inizi degli anni 70 ed oggi assai evidente per la conformazione emisferica della montagnola artificiale, appare costituito da grandi ambienti, separati al centro da un’area ove si possono ipoteticamente identificare due cellette, e realizzate con tecniche costruttive diverse, utilizzando pietrame di piccola pezzatura per l’uno e lastre di grandi dimensioni per l’altro; in quest’ultimo sembra plausibile riconoscere la camera vera e propria (dall’area del monumento proviene un’anfora con coperchio, relativa ad una sepoltura ad incinerazione databile fra la fine del VI secolo e gli inizi del secolo successivo).


Il tumulo X

Il tumulo X, rapidamente indagato nel 1999, a seguito di un deprecabile intervento di “clandestini”, consta di una tomba a camera di piccole dimensioni, con pareti realizzate mediante grandi monoliti, ben connessi tra loro con accurati incastri (analoghe soluzioni nella tomba dei Boschetti a Comeana e nel tumulo C), presenti anche sulle due lastre poste ai lati della porta di ingresso; pressoché in corrispondenza della parte centrale della cella, un monolite, piantato verticalmente e quasi appoggiato alla parete di fondo, doveva servire a sorreggere la copertura della stanza, oltre che a creare una spartizione interna; il pavimento formato da lastre di varia forma e di spessore disomogeneo, non prive di asperità sulla superficie, tiene evidentemente conto della parziale suddivisione dell’ambiente. Più problematica appare invece la definizione della parte anteriore dell’edificio, dove l’azione degli ultimi violatori ha comportato l’asportazione del terreno, compromettendo la possibilità di lettura globale del complesso architettonico; sembra comunque di poter distinguere un’accurata sistemazione dei blocchi in corrispondenza della prima parte dei muri laterali, quasi ad identificare una sorta di vestibolo, cui si doveva accedere mediante un tratto fortemente ripido, rampa o gradini, come sembra deducibile osservando il dislivello esistente fra il pavimento della camera e le pietre conservate all’estremità opposta. I prototipi metallici ritrovati fanno ipotizzare che la tomba risalga alla prima metà del VII sec. a.C..[7] Il ritrovamento di un coltello, parte integrante dell’armamento di un guerriero, consente di riconoscere nel tumulo X una sepoltura maschile.




Il tumulo B

Il tumulo B, esplorato definitivamente nel 1991, sorge nelle immediate vicinanze del tumulo A ed è ad esso collegato mediante un’area basolata a larghe lastre irregolari, che raccorda le strutture proteggendo il terreno e valorizzando nello stesso tempo i complessi architettonici. Il tumulo, costituito da una consistente montagnola di terra, è circoscritto da un tamburo circolare a basse lastre di arenaria, disposte orizzontalmente su filari, sulla cui sommità aggetta l’ultima serie di lastre, a definire una sorta di grundarium di protezione per le strutture, secondo una tipologia particolarmente nota nel territorio populoniense, altrimenti troppo esposte al dilavamento della pioggia.

Il centro del tumulo è occupato da una tomba a camera a pianta rettangolare, preceduta da un ampio dromos, cui si accede mediante una breve e pertanto ripida gradinata, rivestita da pietrame piuttosto irregolare; i gradini sono cinque, tre dei quali ben conservati, ma comunque nel complesso identificabili, dal momento che è visibile, nella sezione sotto la parete sinistra dell’ingresso, l’inizio della corrispondente stratificazione argillosa del terreno, di forma scalettata. Il dromos, con pavimento in terra battuta, è costituito da pareti a blocchi di varie dimensioni, disposti su filari orizzontali e preceduti, in corrispondenza della parte inferiore, da grandi lastre sistemate verticalmente, che costituiscono una delle soluzioni architettoniche più ragguardevoli dell’intero complesso, mantenendo nello stesso tempo un forte collegamento con le costruzioni a blocchi monolitici, quali Boschetti ed i tumuli C,X, in parte, A; non disponiamo al momento di dati comprovanti l’esistenza di una ipotetica struttura di copertura del lungo corridoio, che andrà pertanto immaginato a cielo aperto. Un elemento litico, posto verticalmente poco prima della gradinata, ma spostato rispetto all’asse di collegamento, suggerisce l’ipotesi che anche qui, come nel tumulo C e come a Montefortini, esistesse una terrazza-altare, destinata alla prothesis del defunto e del suo corredo, durante lo svolgimento delle cerimonie funebri. La camera con pareti a blocchi disposti su filari orizzontali, ha il pavimento in terra battuta e conserva al centro un pilastro monolitico rettangolare, collocato a debita distanza rispetto alla parete di fondo, che divide idealmente l’ambiente, costituendo nello stesso tempo un fondamentale sostegno per il tetto a grandi lastre sovrapposte, in parte conservate in corrispondenza delle pareti lunghe, in parte recuperate durante i lavori di scavo, ormai divelte e allontanate dalla primitiva collocazione; nel corso degli scavi è stato identificato il taglio relativo alla breve fossa di fondazione realizzata per l’innalzamento del pilastro centrale, che risulta fratturato proprio in corrispondenza del punto di passaggio fra la parte interrata dell’alloggio originale ed il piano d’uso della tomba, identificato pertanto con certezza. La monumentalità della struttura ha attirato, nel corso dei secoli, più di un profanatore attraverso il grande varco aperto sulla parete di fondo della tomba, con probabilità responsabile della rovina quasi definitiva del tetto e della ssa dell’ipotetica terrazza-altare.

La tomba è riferibile alla seconda metà del VII sec. a.C.[10]

Durante la fase conclusiva degli scavi della tomba a Camera, ci si è interrogati sulla prsenza di alcuni esigui blocchi di pietra, seppure disomogenei e privi di interconnessione, sistemati quasi ad andamento circolare in prossimità della parete sinistra della cella, dove l’altezza del tumulo originario è maggiormente conservata.. Si è dato pertanto avvio allo scavo della tomba a pozzo del tumulo B.


La tomba a pozzo del tumulo B

Prima della costruzione della tomba a camera, l’area ove attualmente sorge il tumulo B veniva già utilizzata con funzione di necropoli.

Al centro di un forte rilievo artificiale del terreno, si apre una tomba a pozzo, costituita da una cavità circolare di forma pressochè cilindrica, del diametro e della profondità di circa tre metri (diametro superiore m3 e diametro inferiore m 2,70, quindi leggermente rastremata verso il basso), realizzata piuttosto regolarmente entro un alto e compatto riporto d’argilla di colore giallo-ocra, presente in natura in una zona non lontana ad ovest della necropoli .

La sommità del pozzo è delimitata da una struttura circolare a piccole lastre di arenaria unite a secco e fornite di regolare paramento esclusivamente in corrispondenza della superficie interna (all’esterno le lastre sembrano semplicemente infisse nello strato di argilla di riporto), quindi funzionali all’individuazione dello spazio compreso entro tale anello, con probabilità area di rispetto per la stessa sepoltura (realtà confrontabile nell’ambito del territorio bolognese[12]). La struttura circolare ed il pozzo sono stati parzialmente danneggiati in corrispondenza del settore meridionale, a seguito della realizzazione del taglio per la messa in opera della tomba a camera; durante lo scavo, l’identificazione di questo taglio, se da un lato ha accertato la maggiore antichità del pozzo, all’inizio ancora indefinito dal punto di vista cronologico e funzionale, ha posto vari quesiti interpretativi riguardo alla casualità o meno dell’azione di “intromissione” della struttura più tarda nei confronti di quella preesistente. Si può ipotizzare infatti che fosse un preciso intento quello di inglobare la tomba a pozzo nella costruzione del tumulo relativo alla tomba a camera, in un ambito “familiare” in qualche modo coerente, e che si sia verificato esclusivamente un errore nel calcolo degli ingombri della struttura esistente rispetto a quella in costruzione; oppure che si sia voluto il collegamento strutturale fra i due monumenti sepolcrali, al fine di creare una sorta di cordone ombelicale, come sembra in diversi casi. Non si può escludere la semplice utilizzazione di una montagnola esistente cui appoggiarsi con la parete sinistra della tomba a camera, con una notevole riduzione dell’entità del lavoro di realizzazione del grande tumulo.



L’interno del pozzo era riempito di una serie di stratificazioni di pietrame di vario tipo. Al di sotto, si apre un cassone quadrangolare a lastre verticali (circa 2m di lato), con i lati Nord ed Est accostati alla parete argillosa ed il lato ovest raccordato a quello nord con l’ausilio di una lastra posta in obliquo a smussare l’angolo, adattata nella parte superiore mediante due appositi incastri. Il pavimento è costituito da un monolite, con superficie piuttosto regolare fratturato a 2/3 circa della lunghezza, nel settore meridionale, con una zona lacunosa in corrispondenza dell’angolo nord-est, che si presume tale fin dalla messa in posa del lastrone.

Per quanto concerne la sequenza costruttiva, è evidente che, una volta collocati stabilmente pavimento e lati nord, est ed ovest, è stato posizionata la parete corrispondente al lato sud, la “porta”, semplicemente appoggiandola alla struttura ed incassandola nel terreno per pochi centimetri, ricavando quindi una porzione di spazio residuo fra cassone e parete del pozzo; tale spazio sembra poi essere stato riempito con grosse pietre, piuttosto informi, in parte scarti di lavorazione, sistemate come contrafforte a sostegno del lastrone e poi sigillate mediante un sottile strato argilloso, identificato in un piccolo settore. E’ addirittura molto probabile che proprio lo slittamento del monolite meridionale abbia determinato il cedimento generale della struttura, a cui deve avere contribuito sostanzialmente il taglio per la costruzione della parete di sinistra della successiva tomba a camera.

Il cassone è definitivamente coperto mediante un “tetto” formato da tre lastre sovrapposte (la centrale chiude, sovrapponendosi a quelle laterali), pressochè quadrangolare quella centrale e più piccole e con il limite esterno a profilo tendenzialmente convesso quelle laterali. Tale copertura, dato il diverso sviluppo in altezza dei muri perimetrali, era con ogni probabilità posta in obliquo, in modo da creare uno spiovente che consentisse anche un deflusso delle eventuali infiltrazioni di acqua piovana, fuori dall’area di sepoltura. I monoliti sono semplicemente appoggiati su tre delle pareti della struttura (est, ovest, sud), mentre, in corrispondenza del lato nord, sembrano piuttosto insistere su una piccola mensola inserita nell’argilla delle pareti del pozzo. La forte frammentazione delle lastre sembra imputabile ad un crollo avvenuto in età antica, con probabilità in concomitanza e comunque di conseguenza alla costruzione della tomba a camera, che ha tagliato, con la realizzazione della fossa di fondazione della parete sinistra, parte della struttura circolare esterna e parte della meridionale del pozzo, consentendo un maggiore e diversificato afflusso delle acque piovane ed avviando pertanto un pericoloso processo di squilibrio interno; a sostegno dell’ipotesi di un crollo avvenuto in un momento non troppo distante da quello della costruzione , si ricorda che i materiali del corredo poggiano direttamente sul livello pavimentale, dimostrando pertanto che non è trascorso tempo sufficiente a far penetrare, attraverso gli interstizi, infiltrazioni di terra in misura tale da produrre sul piano una sedimentazione stratificata.

Il corredo funebre indica, nel suo insieme, l’appartenenza del defunto al ceto egemone di quest’area territoriale. Del resto la stessa struttura architettonica della tomba, che implica la disponibilità di pietra, la capacità di estrarla e lavorarla correttamente, la collaborazione di chi era in grado di progettare una magnifica struttura come questa implica l’appartenenza del defunto al ceto sociale egemone.[14]






Confronta F. NICOSIA, La ricerca archeologica su Artimino, in M.C. BETTINI, F. NICOSIA, G.POGGESI, Il parco archeologico di Carmignano, Firenze 1997, p.25.

Confronta AA.VV., Artimino.Scavi 1974. L’area della geria medicea:relazione preliminare, Museo Archeologico di Artimino. Materiali per la ricerca sul territorio1 (a cura di G.CAPECCHI),Firenze 1987, pp. 27-33.


Confronta AA.VV., Artimino.Scavi 1974. L’area della geria medicea:relazione preliminare, Museo Archeologico di Artimino. Materiali per la ricerca sul territorio1 (a cura di G.CAPECCHI),Firenze 1987, p.59.


Confronta AA.VV., Artimino.Scavi 1974. L’area della geria medicea:relazione preliminare, Museo Archeologico di Artimino. Materiali per la ricerca sul territorio1 (a cura di G.CAPECCHI),Firenze 1987, pp. 69-70

Confronta G. POGGESI, La necropoli di Prato Rosello, in AA.VV., Artimino: il guerriero di Prato Rosello (a cura di GABRIELLA POGGESI), Firenze 1999, pp.17-l9




Confronta G. POGGESI, La necropoli di Prato Rosello, in AA.VV., Artimino: il guerriero di Prato Rosello (a cura di GABRIELLA POGGESI), Firenze 1999, pp.19-20



Confronta NICOSIA, L’Etruria mineraria, in Atti XII Convegno di studi Etruschi e Italici,1981, p.356.


Confronta G. POGGESI, La necropoli di Prato Rosello, in AA.VV., Artimino: il guerriero di Prato Rosello (a cura di GABRIELLA POGGESI), Firenze 1999, pp.19-23


Confronta ZAMARCHI GRASSI, La cortona dei Principes,1992, pp.130-l31.

Confronta G. POGGESI, La necropoli di Prato Rosello, in AA.VV., Artimino: il guerriero di Prato Rosello (a cura di GABRIELLA POGGESI), Firenze 1999, pp.23-28.


Confronta:GENTILI, Il dono delle Eliadi. Ambre ed oreficerie dei principi Etruschi di Verrucchio, 1994, pp.67 e 101: a Verrucchio, numerose tombe a pozzo, profonde fino a 3 metri dal piano di camna, seppure di minore diametro;

CATENI, La necropoli Villanoviana delle Ripaie a Volterra, in L’Etruria mineraria, 1981, p.193: a Volterra, necropoli delle Ripaie, i pozzetti più poveri sono a minore profondità dal piano di camna, rispetto ai pozzetti più ricchi, tanto da legittimare l’idea che, al di là delle finalità di tutela, la profondità della deposizione costituisse un segno di potere per il defunto e che, in sintesi, lo sforzo di energie utilizzato per costruire un monumento fosse proporzionale all’importanza del personaggio cui esso era destinato.


VON ELES-BOIARDI, Insediamenti della prima età del ferro, in La pianura bolognese nel Vilanoviano, 1994, p.101: Casteldebole, sepoltura 21 ed altre, caratterizzate da una forma a  pozzetto rivestito, con notevole quantità di ciottoli sovrapposti alla tomba, che sembra costituissero una vera e propria struttura segnacolo, formata da un piccolo tumulo di sassi sovrastato, in un solo caso, da un cippo alla sommità.


CATENI MAGGIANI, Volterra dalla prima età del ferro al V sec. a.C.: Appunti di topografia urbana in Aspetti della cultura di Volterra etrusca, 1995, p.43: a Volterra, settore settentrionale della necropoli della Guerruccia, numerosi casi di sovrapposizione di sepolture in aree con probabilità riservate a specifici gruppi familiari;

GIUNTOLI, Gli Etruschi a Massa Marittima. Testimonianze archeologiche del Lago dell’Accesa, 1993, p.10: necropoli del lago dell’Accesa, tombe 12 e 12bis, datate nell’ambito del VII sec., rispettivamente a fossa e a camera con tumulo, sovrapposte, ove, la struttura più antica sembra “intenzionalmente preservata”.

Confronta G. POGGESI, La necropoli di Prato Rosello, in AA.VV., Artimino: il guerriero di Prato Rosello (a cura di GABRIELLA POGGESI), Firenze 1999, pp. 30-40.

Confronta G. POGGESI, Artimino necropoli di Prato Rosello: la ricerca in corso, in AA.VV., Archeologia 2000 Un progetto per la Provincia di Prato, Atti della giornata di studio Carmignano, 29 aprile 1999, Firenze 2000, pp.21-24.







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