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LA GRANDE GUERRA - ALLE ORIGINI DELLA GUERRA: ELEMENTI DI SFONDO, CONFLITTI EGEMONICI E CRISI DEGLI EQUILIBRI, TENSIONI FRA LE GRANDI POTENZE, LA MILI



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LA GRANDE GUERRA


ALLE ORIGINI DELLA GUERRA: ELEMENTI DI SFONDO


Le origini della prima guerra mondiale vanno ricercate in un complesso di fattori economici, politici, diplomatici e anche culturali.

Per circa un secolo, dopo il congresso di Vienna, l’Europa conobbe un periodo di sostanziale pace. Ma l’equilibrio che aveva caratterizzato i rapporti fra le potenze nel corso dell’Ottocento andò rapidamente incrinandosi con il nuovo secolo, fino a crollare nel 1914. i tre dati di fondo su cui maturò il conflitto furono: a) una condizione permanente di tensione tra due sistemi egemonici o blocchi plurinazionali organizzati in strette alleanze militari; b) l’instabilità di aree regionali o prossime ai due blocchi, con l’emergenza di fenomeni particolarmente difficili da trattare; c) livelli elevatissimi di armamento guidati da strategie e da tecnologie militari dall’affidabilità mai pienamente sperimentata e collocati in una disposizione fondamentalmente offensiva.


CONFLITTI EGEMONICI E CRISI DEGLI EQUILIBRI




Consideriamo innanzitutto la crescente conflittualità fra le grandi potenze sul terreno economico e coloniale. Lo spazio disponibile per l’espansione era stato in gran parte occupato, ma mentre la Gran Bretagna e, in minore misura, la Francia disponevano di enormi imperi coloniali, la Germania si trovava ad avere possedimenti assai più ridotti ed economicamente meno vantaggiosi. Questo squilibrio era in contraddizione con i nuovi rapporti di forza economici maturati negli ultimi decenni dell’Ottocento: la Germania aveva accresciuto enormemente la propria potenza industriale e mercantile e ormai minacciava il primato economico della Gran Bretagna. Dal punto di vista politico, l’impero guglielmino aveva abbandonato la politica di equilibrio dettata da Bismarck, orientandosi a svolgere una politica di potenza su scala mondiale.

Questa prospettiva, fortemente sostenuta dai vertici militari, implicava la penetrazione economica nell’Europa sud-orientale, l’espansione coloniale in Africa, ma soprattutto la volontà di costruire un’egemonia tedesca nell’Europa centrale e orientale, anche espandendosi ai danni della Russia in Polonia e nell’area baltica.


TENSIONI FRA LE GRANDI POTENZE


La collocazione della Germania al centro dello scenario europeo costituì un fatto nuovo, che delineava un contrasto di portata mondiale con la Gran Bretagna. Quest’ultima guardava con timore alla sempre più forte concorrenza economica e politica della Germania, una minaccia che si fece drammaticamente concreta quando i tedeschi, grazie alla costruzione accelerata di una potente flotta da guerra, si misero per la prima volta in condizione di insediare il secolare primato della marina britannica. D’altra parte la Francia coltivava dalla sconfitta del 1870 una forte ostilità antitedesca, che si appuntava in particolare sulla questione dell’Alsazia-Lorena, che i tedeschi si erano annessi dopo la vittoria di Sedan. Neppure il terreno coloniale serviva ormai come valvola di sfogo per le tensioni fra le grandi potenze europee: in due occasioni, durante le crisi marocchine del 1906 e del 1911, si fu sull’orlo della guerra, allorché la Germania tentò invano, con azioni di forza militari, di impedire alla Francia di stabilire la sua egemonia sul Marocco.

Al montante contrasto fra Germania da un lato, Gran Bretagna e Francia dall’altro, si sommava poi la tradizionale contrapposizione fra Austria e Russia, entrambe interessate all’area balcanica e ai territori dell’agonizzante impero ottomano. L’effetto di queste rivalità strategiche fu, nel primo decennio del Novecento, il collasso del fragile sistema di equilibri costruito dal barone Bismarck, cui sottentrò un sistema di alleanze politico-militari che diede vita a due blocchi contrapposti: uno austro-tedesco-italiano, la Triplice alleanza, stretta originariamente nel 1882 e più volte rinnovata , l’altro anglo-franco-russo, la Triplice intesa (1907).

LA MILITARIZZAZIONE DELLE ECONOMIE .


Accanto alle cause internazionali del conflitto, vanno considerate anche quelle relative alla politica interna e al clima ideologico prevalenti nei paesi europei. Il processo di sviluppo industriale legato alle forniture militari conobbe un balzo in avanti nel primo decennio dell’Ottocento. Mentre si esauriva la corsa alle colonie, si accendeva quella agli armamenti: la Gran Bretagna rispose colpo su colpo alla crescita della marina tedesca.

Ma tutta l’Europa si andava militarizzando e il legame fra il potere politico e i gruppi di pressione economica e militare si fece sempre più stretto. All’interno delle classi dirigenti dei diversi paesi presero forza i settori che guardavano con favore a un eventuale conflitto: soprattutto i grandi gruppi industriali, che vi scorgevano un gigantesco affare economico, e le gerarchie militari, desiderose di consolidare il prestigio conquistato nella fase dell’espansione coloniale.

Sotto tutti questi aspetti la Germania Guglielmina fu in prima fila: ma dappertutto in Europa il potere esecutivo guadagnò sempre maggiore spazio e autorità, riducendo il ruolo di controllo politico dei parlamenti e rendendo perciò difficile l’opposizione al conflitto di chi voleva esercitarla.


. E DELLE COSCIENZE


Quanto al clima ideologico, va detto che il consenso alla prospettiva e all’idea della guerra si andava diffondendo anche fra le popolazioni, non solo a opera dei gruppi nazionalisti più aggressivi, sovente appoggiati dalla grande stampa, ma anche all’interno della stessa classe operaia. Il richiamo del “patriottismo”, l’affiorare di rivalità secolari, il timore di venire soffocati economicamente e militarmente fecero presa su larghe masse, specialmente nelle città. È significativo il fatto che il movimento socialista internazionale si divise sull’atteggiamento da tenere di fronte alla guerra.



Ma allo scoppio del conflitto la maggior parte dei partiti socialisti si schierò con i rispettivi governi, votando a favore dei “crediti di guerra”. Si trattò di una scelta drammatica, che determinò tra l’altro la fine della Seconda internazionale: tutta la tradizione pacifista del movimento socialista ne usciva clamorosamente smentita, le ragioni della “solidarietà nazionale” prevalsero di fatto su quelle dell’internazionalismo. Influirono su tale orientamento il clima di violenza antipacifista, il timore di venire emarginati politicamente, di essere additati come “disfattisti” e di perdere contatto con la volontà popolare, o anche l’effettiva condivisione delle ragioni portate dai sostenitori del conflitto. Nell’Europa del 1914 era difficile pensare e schierarsi contro la guerra.


LA POLVERIERA BALCANICA


In realtà la Grande guerra fu il risultato delle tensioni che si accumularono in quegli anni e che infine esplosero trascinando i contendenti in uno scontro generalizzato che andò al di là delle aspettative e delle previsioni anche dei più accaniti sostenitori delle soluzioni di forza. Il terreno sul quale divampò il conflitto fu quello dell’annosa questione d’Oriente, e in particolare dei Balcani, vera “polveriera d’Europa”. Man mano che l’impero ottomano si indeboliva, perdendo capacità di controllo su un’area ancora in buona parte soggetta al suo dominio, si accentuava l’instabilità della regione balcanica, dove ai contrasti fra le grandi potenze si inspiravano le aspirazioni nazionalistiche locali.

La Germania e soprattutto l’Austria consideravano i Balcani loro sfera di influenza, mentre la Russia ne faceva il perno della propria strategia di espansione verso il Mediterraneo. Anche l’Italia puntava a inserirsi nell’inevitabile disfacimento dell’impero turco per affermare le propria egemonia sull’Adriatico, mentre la Gran Bretagna non poteva più sottrarsi alla necessità di giocare un ruolo in un’area vitale per i propri interessi nel Mediterraneo e per le comunicazioni con l’Oriente.

Fra le potenze locali, la Serbia mirava a costruire un’egemonia sulla regione, ponendosi alla testa delle rivendicazioni nazionalistiche antiturche dei popoli di lingua slava, appoggiata in questo dalla Russia e in contrasto con la Bulgaria.

Ma anche gli altri stati dei Balcani meridionale coltivavano l’aspirazione di espandersi a spese del grande e oppressivo impero ottomano.


LE GUERRE BALCANICHE DEL 1912-l3


La situazione si deteriorò ulteriormente a partire dal 1908, quando a Istanbul i Giovani turchi deposero il sultano. La solidità e la credibilità internazionale dello stato ottomano ricevettero così un altro duro colpo: l’Austria, nel timore che ciò andasse a vantaggio del programma espansionistico della Serbia, si annettè la Bosnia-Erzegovina, inasprendo l’ostilità della stessa Serbia, che mirava ad avere uno sbocco sul mare, e irritando l’Italia, interessata, come abbiamo detto, al controllo delle coste adriatiche della penisola balcanica. Sconfitto dall’Italia in occasione della guerra di Libia (1911-l2), l’impero turco era ormai agonizzante: Serbia, Montenegro, Bulgaria e Grecia si unirono allora nella Lega balcanica e mossero guerra alla Turchia (1912, prima guerra balcanica ) per strapparle la Macedonia; l’anno successivo, però, una seconda guerra balcanica contrappose gli alleati vincitori alla Bulgaria che risultò sconfitta.

La Serbia vittoriosa in entrambe le guerre balcaniche, emerse quale maggiore potenza regionale, insoddisfatta però per la presenza dell’Austria nella Bosnia-Erzegovina e per la mancanza di un accesso al mare; l’Austria subiva in sostanza una grave sconfitta politica, non essendo riuscita a contenere l’espansione della Serbia, che si poneva come punto di riferimento per le aspirazioni nazionalistiche delle popolazioni slave dell’impero.

Il conflitto fra Austria e Serbia divenne così decisivo per il controllo dei Balcani quando esplose trascinò in guerra, per il meccanismo delle alleanze, l’intera Europa.


LUGLIO 1914: LO SCOPPIO DEL CONFLITTO


Il 28 giugno 1914 Gavrilo Princip, uno studente bosniaco di nazionalità serba appartenente a un’associazione nazionalista, uccise a Sarajevo l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria. Vienna attribuì al governo serbo una corresponsabilità nell’attentato e, dopo essersi consultata a Berlino, il 23 luglio inviò alla Serbia un ultimatum assai pesante e lesivo della sovranità di quello stato. Il governo di Belgrado accettò l’ultimatum, salvo la clausola che prevedeva la partecipazione di funzionari austriaci alle indagini sull’attentato.



L’Austria allora, il 28 luglio, dichiarò guerra alla Serbia, con l’appoggio del kaiser Guglielmo II. Lo zar, tradizionale “protettore” della Serbia, ordinò la mobilitazione generale dell’esercito. In risposta in Germania, il 1° agosto, dichiarò guerra alla Russia, provocando la mobilitazione generale della Francia. Berlino dichiarò guerra alla Francia e l’esercito tedesco invase il Belgio: la Gran Bretagna, a sua volta, entrò allora in guerra con la Germania. Il Giappone aprì le ostilità contro la Germania, mirando ai possedimenti tedeschi in Estremo Oriente. L’Italia si mantenne neutrale. L’Impero ottomano, temendo di essere aggredito dalla Russia, si schierò a fianco di Germania e Austria (ottobre 1914). Sia la Germania sia la Francia disponevano da tempo di piani strategici offensivi. La condotta di guerra tedesca si ispirò al “ piano Schlieffen”, elaborato nel 1905, che prevedeva lo sfondamento a Occidente, attraverso il Belgio neutrale, per costringere la Francia alla resa e affrontare quindi da una posizione di forza il confronto a Oriente con la Russia, giudicata in ritardo dal punto di vista militare. A sua volta, lo stato maggiore francese seguì il “XVIII piano”, che prevedeva lo sfondamento nell’Alsazia-Lorena. Su entrambi i fronti, in realtà, si pensava a una guerra breve, di pochi mesi o un anno al massimo, poco più di una parentesi che non avrebbe alternato il normale svolgimento della vita economica: business as usual (“affari come al solito”), prometteva il governo britannico agli imprenditori timorosi dello sconvolgimento economico della guerra.

DALLA GUERRA BREVE ALLA GUERRA DI LOGORAMENTO


Questa previsione si rivelò drammaticamente errata: gli stati maggiori, legati ancora a una visione ottocentesca della guerra, non prevedevano che i nuovi armamenti via via perfezionati e impiegati nel corso del conflitto lo avrebbero reso non solo più distruttivo, ma anche più equilibrato, più difficile da risolvere secondo le tradizionali strategie offensive. Inoltre, tutti erano convinti che la guerra sarebbe durata poco perché il sistema economico mondiale non avrebbe potuto sopportare una lunga interruzione degli scambi internazionali: al contrario, la guerra mobilitò energie industriali e produttive impensate che resero possibile il suo prolungamento. Per la Germania, costretta a combattere su due fronti, la “guerra lampo” rappresentava una scelta in qualche modo obbligata, l’unica possibilità di vittoria.

Sembrò inizialmente che la strategia tedesca avesse successo: invaso il Belgio con un esercito di 1.6 milioni di uomini, le sette armate del generale von Moltke collezionarono una serie di successi e puntarono su Parigi, mentre il governo francese abbandonava la capitale.


LA SITUAZIONE SUI DUE FRONTI


Sanguinose e senza esito si rivelarono le offensive francesi in Lorena. Ma l’offensiva tedesca, che aveva incontrato una resistenza maggiore del previsto, perse progressivamente slancio, anche a causa della difficoltà di realizzare efficaci collegamenti tra la linea del fronte e le retrovie: all’inizio del settembre 1914, sul fiume Marna, i francesi, coadiuvati dagli inglesi, riuscirono a respingere, a prezzo di centinaia di migliaia di vite, l’attacco tedesco. La situazione sul fronte occidentale entrò in quel momento in una fase di stallo. Lo stesso accadeva sul fronte orientale, dove i tedeschi erano riusciti a bloccare l’avanzata russa con le battaglie di Tannenberg e dei leghi Masuri, nella Prussia orientale, mentre l’Austria non riusciva ad avere ragione della resistenza serba. Nel Mediterraneo, un’offensiva anglo-francese, con un forte contingente australiano e neozelandese, per conquistare i Dardanelli si risolse in una disfatta a opera dell’esercito turco a Gallipoli.

Gli eserciti si fronteggiavano lungo le trincee martellandosi con i mortai; venivano lanciate sanguinose quanto inutili offensive, senza che nessuno riuscisse a infliggere al nemico colpi decisivi o neppure significativi.

Migliaia, a volte anche decine di migliaia di uomini, cadevano per conquistare pochi chilometri di terreno, che sarebbero poi stati persi con sacrificio di altrettante vite umane. Gli alti comandi costruivano sulla carta strategie che alle prove dei fatti si rivelavano capaci di produrre solo nuove carneficine. La situazione rimase così bloccata per anni, con enormi costi umani e d economici: i soldati nelle trincee erano sottoposti a uno sfibrante logoramento fisico e morale.








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