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LA SECONDA GUERRA MONDIALE (vedi eventi chiave) - L’ITALIA DOPO IL FASCISMO - LA REPUBBLICA

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LA SECONDA GUERRA MONDIALE (vedi eventi chiave) - L’ITALIA DOPO IL FASCISMO - LA REPUBBLICA

Liberata ed unificata nel ‘45 dagli alleati e dall’insurrezione partigiana, l’Italia si trovò ad affrontare i problemi postbellici, in primis l’economia, quindi, nel Mezzogiorno, la malavita legata al contrabbando ed alla borsa nera.

Le forze politiche che si candidavano alla guida del Paese erano le stesse che erano state protagoniste della lotta politica tra la fine della Prima guerra mondiale e l’avvento della dittatura fascista. Era convinzione comune, comunque, che il dopoguerra avrebbe visto in primo piano i partiti di massa, soprattutto quelli della sinistra operaia.

Il Partito socialista, lo PSIUP era tutt’altro che compatto e si poneva in una posizione intermedia fra il PCI ed i partiti borghesi. Al contrario, il Partito Comunista traeva forza dal proprio contributo offerto alla lotta antifascista. Il nuovo partito che Togliatti aveva cercato di costruire dopo la svolta di Salerno era molto diverso dal piccolo ed intransigente partito lenista. Fra gli altri partiti, l’unico in grado di competere con comunisti e socialisti era la Democrazia cristiana. La DC si richiamava direttamente all’esperienza del Partito popolare di Sturzo: il gruppo dirigente, a cominciare dal segretario De Gasperi, veniva in buona parte da quel partito. Il partito liberale, che raccoglieva la classe dirigente prefascista, poteva contare sulla grande industria e sui proprietari terrieri. La destra vera e propria appariva politicamente fuori gioco nel clima del dopo liberazione.



Un ruolo importante fu svolto anche dalla Confederazione generale italiana del lavoro (CGIL). Le tre componenti - socialista, comunista e cattolica - erano rappresentate pariteticamente negli organi dirigenti, ma erano squilibrate come peso numerico - i comunisti erano i più numerosi.

La prima occasione di confronto fra i partiti si presentò al momento di scegliere il successore di Bonomi; i partiti si trovarono d’accordo sul nome di Parri, leader del giovane e piccolo Partito d’Azione, sorto nel ‘45.

Parri cercò di promuovere un processo di normalizzazione del Paese annunciando una serie di provvedimenti volti a colpire con forti tasse le grandi imprese. Ma in questo modo suscitò l’opposizione delle forze moderate, in particolare del PLI, che ritirò la fiducia al Governo determinandone la caduta.

La DC riuscì allora ad imporre De Gasperi, ma PCI e PSIUP volevano subito rompere il Governo perché speravano in un successo elettorale. Il Governo, infatti, aveva fissato al 2 giugno 1946 la data per le elezioni dell’Assemblea costituente, le prime in cui avevano diritto di voto anche le donne. I cittadini, quello stesso giorno sarebbero stati chiamati a decidere, mediante referendum, se mantenere la monarchia o passare alla Repubblica. Vittorio Emanuele III tentò di risollevare le sorti della dinastia sabauda, abdicando in favore del lio Umberto II, ma nelle votazioni la Repubblica si affermò con un margine abbastanza netto; Umberto II partì per l’esilio in Portogallo. La DC si affermò come il primo partito, seguita a notevole distanza dal PSIUP (socialisti) e dal PCI.

Dopo le elezioni, democristiani, socialisti e comunisti si accordarono sull’elezione del primo e provvisorio presidente della Repubblica, il liberale De Nicola, e diedero vita ad un secondo governo De Gasperi, basato sull’accordo fra i tre partiti di massa. Ma la coabitazione non eliminava i motivi di contrasto fra la DC e le sinistre. Mentre la DC tendeva sempre più ad assumere il ruolo di garante dell’ordine sociale e della collocazione del Paese nel campo occidentale, i comunisti si ponevano più risolutamente alla testa delle lotte operaie e contadine ed accentuavano il loro allineamento all’URSS. A fare le spese di questa radicalizzazione fu il Partito socialista : si erano delineati nel PSIUP due schieramenti contrapposti. Il primo, con a capo Nenni, era favorevole all’unità d’azione col PCI e puntava sull’impossibile alleanza fra l’URSS e le potenze occidentali. Il secondo, guidato da Saragat, si batteva per un allontanamento dei legami col PCI e non nascondeva la sua ostilità verso il comunismo sovietico. Nel ‘47 il gruppo di Saragat decisero di abbandonare il PSIUP, che intanto riassunse il nome PSI, e fondarono un nuovo partito, il PSli, che qualche anno dopo cambio il nome in Partito socialdemocratico italiano. Questa scissione, detta di Palazzo Barberini, provocò una crisi di Governo e la formazione di un nuovo gabinetto tripartito (DC, PSI, PCI) presieduto sempre da De Gasperi, il quale poco dopo diede le dimissioni a causa dei contrasti nella maggioranza e, ottenuto il reincarico, formò un Governo di soli democristiani che limitava così ai soli cattolici i potere, mandando anche la sinistra all’opposizione.

I contrasti politici culminati nell’esclusione delle sinistre dal Governo non impedirono di superare le prime due fasi vitali del Paese, ovvero la conclusione del trattato di pace ed il varo della Costituzione. L’Assemblea costituente cominciò i lavori il 24 giugno 1946 e li concluse il 22 dicembre 1947, presentando un testo costituzionale che entrò in vigore a partire dal 1 gennaio 1948. Tale Costituzione dava vita ad un sistema di tipo parlamentare, col Governo responsabile di fronte alle due Camere (Camera e Senato) titolari del potere legislativo, entrambe elette a suffragio universale ed incaricate di eleggere un Capo dello Stato con mandato settennale. Era inoltre previsto che una Corte costituzionale vigilasse sulla conformità delle leggi alla Costituzione.



La Costituzione repubblicana fu l’ultima manifestazione significativa della collaborazione fra le forze antifasciste. Dal ‘48 infatti, i partiti si impegnarono in una gara sempre più accanita per conquistarsi i voti dell’elettorato. Caratteristica di questa camna elettorale fu la polarizzazione fra due schieramenti contrapposti: quello di opposizione, egemonizzato dal PCI, e quello di Governo, guidato dalla DC e comprendente anche PSli e PRI. Nella sua camna elettorale la DC poté contare su due fattori chiave, ovvero la Chiesa e gli Stati Uniti, i quali avevano minacciato di sospendere gli aiuti del Piano Marshall in caso di vittoria della sinistra.

Il partito Cattolico stravinse ottenendo quasi il 50% dei voti e la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera. La delusione dei militanti di sinistra si espresse il 14 luglio del ‘48, quando Togliatti fu vittima di un attentato dal quale ne uscì gravemente ferito; in tutte le principali città i comunisti scesero in piazza scontrandosi con le forze dell’ordine. Un’altra conseguenza fu la rottura della convivenza fra le forze politiche all’interno del sindacato. La decisione della maggioranza socialcomunista di proclamare sciopero generale per protesta contro l’attentato a Togliatti diede alla componente cattolica l’occasione per staccarsi e dar vita ad una nuova confederazione, il CISL; seguì poi il distacco anche di repubblicani e socialdemocratici che fondarono la UIL.

Con le elezioni del ‘48 gli elettori italiani non solo scelsero il partito che avrebbe governato il Paese, ma anche un sistema economico e di una collocazione internazionale. Mentre le sinistre si impegnavano in un’impopolare battaglia contro il piano Marshall, Einaudi attuava una manovra economica che aveva come scopi principali la fine dell’inflazione, il ritorno alla stabilità monetaria ed il risanamento del bilancio statale. La manovra si attuò su tre distinti livelli: inasprimenti fiscali e tariffari, svalutazione della lira e restrizione del credito, che limitò la circolazione della moneta e costrinse imprenditori e commercianti a gettare sul mercato le scorte. Il trattato di pace fra l’Italia ed i Paesi alleati fu firmato a Parigi. L’Italia era considerata come Paese sconfitto e come tale doveva are le riparazioni di guerra, ridurre le forze armate e rinunciare a tutte le colonie; quest’ultimo punto fu doloroso solo sul versante orientale, occupato dagli jugoslavi nel ‘45, i quali avevano ‘preso’ parte della Venezia Giulia e che rivendicavano Trieste. L’Istria fu data alla Jugoslavia, mentre la fetta di terra di Capodistria e Trieste fu dichiarata Territorio libero, poi diviso in due parti ed occupato sempre dagli jugoslavi e dagli alleati. Solo nel 1975, col trattato di Osimo, l’Italia si riappropriò effettivamente di Trieste.

Per un Paese sconfitto il problema maggiore era quello della scelta di campo fra i due blocchi che si fronteggiavano ora a livello mondiale. La scelta italiana fu fortemente condizionata dall’essere stata zona di occupazione alleata e dall’accettazione del Piano Marshall: alla fine del ‘48 furono gettate le basi per l’ingresso italiano nel Patto Atlantico, nato nel ‘49 , e nella NATO.

I cinque anni della prima legislatura (1948-53) vide la DC puntare sull’alleanza coi partiti laici minori; associò ai suoi governi, sempre presieduti da De Gasperi, rappresentanti del PLI, del PRI e del PSDI. Fu questa la formula del centrismo che vedeva una DC molto forte occupare il centro dello schieramento politico, lasciando fuori della maggioranza sia la sinistra sia l’estrema destra. L’iniziativa più importante del periodo centrista fu la riforma agraria attuata nel ‘50, che fissava norme per l’esproprio ed il frazionamento di una parte delle grandi proprietà terriere. Se lo scopo della riforma era quello di rimuovere una causa di scontento e di protesta sociale l’obbiettivo più a lungo termine stava nell’incrementare la piccola impresa agraria. La riforma tuttavia non servì a bloccare quel fenomeno di migrazione dalle camne verso le città. Contemporaneamente alla riforma agraria, fu varata un’altra legge, quella della Cassa per il Mezzogiorno, un nuovo ente pubblico che aveva lo scopo di promuovere lo sviluppo economico e civile delle regioni meridionali attraverso il finanziamento statale per le industrie localizzate nelle aree depresse. Seguirono la legge Fanfani sul finanziamento alle case popolari e la Riforma Vanoni, ovvero l’obbligo della dichiarazione annuale dei redditi.



I partiti di sinistra e la CGIL reagirono mobilitando le masse operaie in una serie di scioperi e manifestazioni a cui il Governo rispose intensificando l’uso dei mezzi repressivi. Costretti a fronteggiare sia la destra che la sinistra, De Gasperi ed i suoi alleati tentarono nel ‘53 una modifica dei meccanismi elettorali in senso maggioritario. Il sistema scelto fu quello di assegnare il 65% dei seggi alla Camera a quel gruppo di partiti ‘apparentati’ che ottenesse la metà più uno dei voti. Dal momento che né la sinistra né la destra erano in grado di ottenere tale risultato, il sistema sembrava perfetto per la maggioranza tanto che fu coniata legge truffa. Ma nelle elezioni, la coalizione di governo fu sorprendentemente sconfitta: sia la DC sia i suoi alleati persero voti rispetto al ‘48 mancando l’obbiettivo del 50%..

Fallito, con le elezioni del ‘53, il tentativo di stabilizzare la coalizione centrista attraverso la legge truffa, il Paese cominciava a modernizzarsi e la ripresa economica si consolidava, anche grazie all’adesione al mercato comune europeo, nel 1957. Tuttavia questo fenomeno non si tradusse in una modifica degli equilibri di governo. Dimessosi De Gasperi nel ‘53 in seguito ad un voto contrario della Camera, i successivi governi a guida democristiana continuarono ad appoggiarsi sull’esigua maggioranza quadripartita, rafforzata, in qualche caso da monarchici e neofascisti.

Gli anni della seconda legislatura repubblicana (1953-58) portarono parecchi cambiamenti anche all’interno dei partiti più importanti. Nella DC le elezioni del ‘53 segnarono non solo la sconfitta di De Gasperi, ma anche la progressiva emarginazione del gruppo dirigente e l’emergere della nuova generazione che vedeva le sue ‘stelle’ in Aldo Moro, Taviani e Fanfani. Diventato nel ‘54 segretario della DC, Fanfani cercò di rafforzare il partito collegandolo all’emergente industria di Stato ed in particolare all’ENI di Mattei. Sul piano delle alleanza di governo, la DC non mutò la linea centrista di De Gasperi. Soprattutto, dopo le elezioni presidenziali del ‘55 che videro la vittoria di Gronchi, democristiano di sinistra sostenuto da parte della DC, dai socialisti e dai comunisti, si manifestò la consapevolezza della fragilità della coalizione quadripartita ed una nuova attenzione a quanto stava cambiando nella sinistra, in particolare nel Partito socialista. Già negli anni ‘54-55, il PSI aveva iniziato una cauta revisione della politica, aveva allentato i legami col PCI ed auspicato l’aprirsi di un dialogo con i cattolici. La denuncia dei crimini di Stalin al XX Congresso del Partito comunista e l’invasione sovietica in Ungheria costituirono un trauma per tutti i militanti di sinistra. Ma mentre il PCI si mantenne fedele al modello sovietico, il PSI se ne distacco. Fu lo stesso Nenni a guidare la svolta poi premiata dall’elettorato, dando il via alle premesse politiche per l’apertura a sinistra.



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