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LA SOCIETA’ ROMANA ALLA FINE DEL II SECOLO A.C. - LA FINE DELLA REPUBBLICA, LA FORMAZIONE DELL’ IMPERO ROMANO

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LA SOCIETA’ ROMANA ALLA FINE DEL II SECOLO A.C.


Le grandi conquiste di Roma del III e II sec. a.C., ebbero profonde ripercussioni nella società romana. L’aspetto più evidente, fu la diffusione della cultura ellenistica. Questo implicava, sia una maggior conoscenza dell’arte, della religione e della filosofia greca, sia l’adozione di valori individualistici, come il gusto per la ricchezza e il lusso. Questo, suscitò anche una reazione di rifiuto da parte dei settori più tradizionali dell’aristocrazia romana.

I cambiamenti più radicali però, erano sul piano economico e sociale. Le conquiste di Roma, infatti, avvantaggiavano solo due tipi di classi sociali: la nobiltà e i cavalieri. La prima, riuscì ad impossessarsi di buona parte delle terre conquiste. Inoltre, l’aristocrazia accrebbe la propria influenza politica, grazie al senato che durante i periodi di guerra, aveva aumentato i propri poteri. I Cavalieri invece si arricchirono svolgendo due attività: il commercio, e la gestione degli appalti.

Chi invece ebbe la peggio, furono i piccoli proprietari terrieri, che furono ridotti a vendersi la terra dai grandi proprietari terrieri.


LA FINE DELLA REPUBBLICA




Il I sec. a.C., è caratterizzato dalle guerre civili tra “Mario e Silla, Cesare e Pompeo, Ottaviano e Antonio” poi dalla caduta della repubblica romana e dalla nascita dell’impero. Le cause principali, furono i cambiamenti avvenuti nel corso del secolo (la formazione del latifondo, la mancata riforma dello stato romano, l’impoverimento di vasti strati della popolazione ecc.). Mario, trasformò l’esercito che c’era cioè un esercito di coscritti in un esercito professionale, composto cioè da soldati ati. Ciò ebbe effetti devastanti: i soldati non erano più fedeli alla repubblica ma ai loro generali. Così quando questi ultimi li vollero utilizzare a fini personali essi li seguirono, e per la repubblica fu la fine.

Giugurta, era salito al trono in Nubidia, un regno confinante con Cartagine. Questo, era anche responsabile della morte di molti commercianti italici. Nel 112 a.C., il senato spinto dai cavalieri, dichiarò guerra a Giugurta come punizione per il massacro avvenuto. Le operazioni però si trascinavano da anni senza esito, perché i generali, si lasciavano corrompere e i soldati vendevano addirittura armi e beni al nemico. Nel 107 a.C. venne eletto come consolo Caio Mario. Questo riformò l’esercito, stabilì che chiunque poteva diventare soldato, non solo i romani che potevano permettersi di comprarsi le armi, ma anche italici, abitanti delle province, e nullatenenti. Stabilì anche che i soldati dopo il congedo avrebbero avuto un appezzamento agricolo. L’esercito, così si trasformò in una milizia professionale con soldati ati. Questo tipo di esercito anche se più efficiente, era anche un pericoloso strumento nelle mani dei generali ambiziosi che, forti dall’appoggio delle loro legioni, non sarebbero stati più disposti ad eseguire gli ordini dello stato.

Dopo la vittoria della guerra giugurtina, Mario rivestì il consolato per altri 5 anni durante il quale si rafforzò il partito dei popolari che egli giudicava. Fu anche proclamato salvatore della patria dopo aver sconfitto le popolazioni dei cimbri e dei teutoni. La nobiltà senatoria, non si rassegnava tuttavia alla limitazione del proprio potere. L’occasione per indebolire Mario, fu l’assegnazioni delle terre ai veterani che avevano servito nel suo esercito. Dopo il provvedimento, i popolari, risultarono sconfitti e Mario decise di ritirarsi momentaneamente dalla vita politica.

Mentre a Roma, continuavano le lotte tra nobiltà senatoria e popolari, gli alleati popolari, tornarono a chiedere la cittadinanza romana, una richiesta che era appoggiata dai popolari e rifiutata dalla maggior parte del senato. Verso il 91 a.C. proprio mentre un tribuno della plebe dei popolari Livio Druso stava proponendo la concessione della cittadinanza romana agli italici venne ucciso da un sicario mandato da parte del senato. Quando si seppe cosa era successo, scoppiò una guerra sociale in cui vi erano schierati contro Roma tutti i suoi alleati italici. Dopo circa due anni, l’esercito romano guidato da Lucio Cornelio Silla sconge l’esercito italico. Roma però aveva dovuto accettare anche se gradualmente le richieste degli italici. La concessione della cittadinanza, avviò un processo di profonda ristrutturazione dello stato romano; si parificarono anche gli italici e i cittadini romani.

La provincia romana d’Asia, era minacciata da Mitridate, re del Ponto, un territorio confinante. Il senato, nell’88 a.C. decise di iniziare la guerra e naturalmente affidò il comando a Silla, i popolari si opposero chiedendo che gli fosse revocato l’incarico, e a sua volta fosse assegnato a Mario che era tornato in politica dalla parte dei popolari. Silla, che gia si trovava in Campania, rifiutò il contrordine e marciando su Roma, costrinse a Mario a rifugiarsi in Africa. Subito dopo, Silla, espugnò Atene e dopo aver vinto per 2 volte Mitridate, lo costringe alla pace sottoponendogli il amento di duemila talenti e la consegna delle navi. Dopo che Silla fece ritorno a Roma, decise di usare il suo esercito per sbaragliare definitivamente i seguaci di Mario morto nell’86 a.C.. La guerra civile che ne scaturì, fu violentissima e durò circa due anni. Verso la fine dell’82 a.C. Silla si fece proclamare dittatore senza limiti di tempo e con la facoltà di legiferare. Egli, aveva gli stessi poteri di un re, e il suo scopo principale, era di reinstaurare la repubblica. Per prima cosa, dette ordine di sterminare tutti gli avversari. Tutti potevano farlo e chi lo faceva, aveva il diritto di appropriarsi dei loro beni. Poi diede quasi tutti i poteri, al senato. Nel 79 Silla fece un gesto che suscitò un grande stupore, si ritirò dalla vita privata, e l’anno dopo morì. Per vari motivi, la riforma di Silla, si rivelò un fallimento.

Dopo Mario e Silla, altri generali, si imposero come protagonisti; il primo fu Gneo Pompeo. Questo, fu un ufficiale di Silla, ma iniziò la sua affermazione quando ricevette dal senato l’incarico di reprimere la rivolta promossa in Sna da partigiani di Mario. La guerra durò 4 anni circa e terminò con la vittoria di Pompeo. Durante la guerra in Sna, era scoppiata in Italia una delle più terribili rivolte di schiavi. Il senato, decise allora di affidare il comando a Crasso altro ufficiale di Silla; questi, inflisse agli schiavi una pesantissima sconfitta. I pochi che riuscirono a salvarsi, furono annientati da Pompeo, che così divise il merito con Crasso.

Forte del suo prestigio di generale, Pompeo pose la candidatura al consolato e poiché il senato era contrario si alleò con Crasso e con i popolari. Una volta eletto console insieme a Crasso, fece abrogare le leggi di Silla: fu restituito ai tribuni il loro antico potere, mentre molti senatori, furono allontanati dal senato. Una tappa importante, per l’affermazione dl potere personale di Pompeo, fu la guerra contro i pirati dell’Asia minore. Per scongere i pirati, Pompeo ottenne poteri eccezionali, consistenti nel comando militare assoluto su tutte le coste del mediterraneo; riuscì a scongere i pirati e di conseguenza ottenne, l’anno successivo i pieni poteri per scongere Mitridate. Pompeo, intraprese quindi la nuova spedizione riuscendo a scongere Mitridate e ad estendere l’influenza romana in Oriente. La Siria e una parte della Giudea diventarono provincia romana; Pompeo, impose nei vari regni collocati lungo i confini sovrani a lui legati. Il controllo di quelle regioni, era esercitato da Pompeo in persona più che dal governo romano. Il prestigio, il potere militare, la ricchezza accumulati da Pompeo, costituivano una minaccia per lo stato romano che temevano un suo colpo di forza. Il conflitto tra Pompeo e il senato, scoppiò non appena questi tornò in Italia, e chiese al senato di riconoscere la validità dei provvedimenti da lui presi in oriente e di approvare la concessione di terre ai suoi veterani. Il senato si oppose. Nel dissidio sorto tra Pompeo e il senato si inserì, Cesare, parente di Mario. Cesare si era posto dalla parte dei popolari, e propose a Pompeo un’alleanza per avere il suo appoggio alla elezioni consolari, impegnandosi di ricambiare; l’accordo, fu allargato anche al ricchissimo Crasso, anch’egli contro il senato. Questa coalizione, fu chiamata primo “triumvirato”. Ottenuto il consolato, Cesare diede subito effetto agli accordi presi distribuendo le terre ai veterani di Pompeo; per favorire Crasso Cesare decise di ridurre di un terzo il canone di appalto delle imposte date. Per se allo scadere del consolato, Cesare volle il proconsolato della Gallia. Egli, consapevole che senza aver condotto una guerra vittoriosa, e senza un esercito fedele, era impossibile tenere al lungo il potere, e sperava di ottenere una serie di successi militari. Cesare era soprattutto interessato alla Gallia barbarica, che gli appariva come un vasto territorio di conquista. L’occasione per intervenire non gli mancò. Gli el, avanzavano verso il territorio delle tribù galliche confinanti. Cesare, non aspettò la necessaria autorizzazione dello stato e si propose come difensore dei galli costringendo gli el a rientrare nelle loro terre. Da questo momento, le sue legioni, conquistarono, tutto il territorio della Gallia, portando così a Cesare potere e prestigio perché il territorio di quelle regioni, offrivano ricchezze, schiavi e terre nuove. Spaventato dei successi di Cesare, il senato cercò il sostengo di Pompeo che si riavvicinò all’aristocrazia, cercando di contrastare l’ascesa di Cesare. Il triunvirato perciò, entrava in una crisi profonda per risolvere la quale Cesare incontrò a Lucca i due colleghi. Fu allora deciso di prorogare di altri cinque anni il proconsolato di Cesare in Gallia: Pompeo e Crasso avrebbero avuto il consolato e poi sarebbero andati come proconsoli. Il primo in Sna e il secondo in oriente. Crasso però, una volta in oriente fu ucciso durante una ritirata. Pompeo al contrario non rispettò gli accordi: egli decise di non allontanarsi da Roma; L’esperienza del triumvirato si era ormai conclusa: tra Cesare e Pompeo si apriva una lotta per il primato che avrebbe avuto esiti drammatici.



Pur impegnato in Gallia, Cesare riusciva a mantenere a Roma una forte presenza Politica, ma dopo lo scioglimento del triumvirato, la situazione nella città, era diventata insostenibile. Grazie a questa situazione, il senato, fece nominare console Pompeo; cioè gli fu affidato il governo assoluto dello stato. Si verificò uno scontro, quando Cesare si candidò come console. Il senato, gli ingiunse di sciogliere l’esercito e di rientrare a Roma come privato. Cesare, lo avrebbe fatto solo se avesse fatto così anche Pompeo. Il senato non accolse la sua condizione, e Cesare, iniziò a far marcia verso Roma. L’avvicinarsi di Cesare, fece rifugiare tutti i senatori, compreso Pompeo verso la Grecia. Dopo che cesare si era impadronito dell’Italia, marciò verso la Sna per uccidere gli ultimi pompeiani rimasti. Dopo la Sna, si recò in Grecia per uccidere Pompeo. Dopo una breve battaglia, Pompeo fuggì in Egitto dove il faraone Tolomeo, lo fece uccidere. A questo punto, Cesare venuto a sapere dell’uccisione di Pompeo da parte di Tolomeo, si alleò con Cleopatra, sorella di Tolomeo. Questo gesto, lo fece sia per far salire sul trono Cleopatra, e quindi avere un paese potente dalla sua parte sia come gesto di disprezzo nei confronti di Tolomeo. Tornato a Roma, Cesare venne nominato dittatore a tempo indeterminato. Con questa carica, esercitava anche il potere religioso in qualità di pontefice. Nessun Romano, aveva mai avuto un tale potere, tuttavia l’obbiettivo di Cesare, era quello di riformare lo stato.

Cesare aumentò il numero di pretori degli edili e dei questori; per evitare un eccessivo sfruttamento delle province, venne stabilita una precisa definizione dei tributi da versare allo stato; per quanto riguarda la plebe, si propose di disunire la disoccupazione; con l’aristocrazia senatoria, cercò di evitare ulteriori conflitti, e aumentò il numero degli stessi senatori. Malgrado gli sforzi di Cesare, questa riforma fallì; infatti parte del senato unitosi ad un gruppo di giovani repubblicani fra cui Bruto (liastro di Cesare) ordirono una congiura che portò all’assassinio di Cesare.

Con la morte di Cesare, i congiurati, speravano di ristabilire la libertà repubblicana e di avere dalla loro parte tutti i romani. Non andò così, infatti, la plebe e i soldati, non si schierarono dalla parte dei cesaricidi. L’ostilità della plebe, e dei legionari del dittatore, provocarono dei disordini. Cesare, nel testamento, lasciò la sua eredità a Gaio Ottavio: nipote di sua sorella Giulia. In più, lasciò 300 monete d’argento ad ogni plebeo e ai suoi legionari. Egli suscitò una grande emozione nel popolo e odio per i congiurati. Questa situazione, indusse Caio Cassio e Giunio Bruto, a rifugiarsi in oriente, dove Cesare aveva assegnato loro delle province.



Marco Antonio, era diventato l’uomo politico più importante di Roma, perché voleva continuare l’opera di Cesare. Però, Ottaviano (Gaio Ottavio) lo ostacolava, perché insieme all’eredità voleva anche il suo ruolo politico. Ottaviano, si recò subito a Roma e qui, si fece alleati buona parte dei senatori e dei legionari. All’inizio Ottaviano, appoggiò il senato contro Antonio, ma poi si riavvicinò al suo rivale. Dopo un breve periodo, si fece eleggere console e nel 43 a.C., si creò il secondo triumvirato (Ottaviano, Antonio e Lepido). A differenza del primo, che era stato un accordo privato tra Cesare, Pompeo e Crasso per la conquista di cariche pubbliche, il secondo triumvirato, fu una magistratura e venne rafforzata dai comizi. L’accordo, era della durata di cinque anni, e prevedeva una rigorosa divisione di poteri, eserciti e territori. Era finalizzato a dare una nuova costituzione allo stato e a combattere i comuni nemici. Scoppiarono rivolte e disordini dovunque. I proscritti, cercavano di far fronte ai triumviri, ma ogni tentativo, fu inutile; morirono non solo politici ma anche molti cittadini comuni. Proseguendo nel programma di eliminazione degli avversari politici, i triumviri, decisero una spedizione militare contro Cassio e Bruto. Lo scontro, lo vinse il triumvirato; Cassio e Bruto, si suicidarono.

Con l’eliminazione dei comuni nemici, venne meno la ragione principale dell’alleanza tra Antonio e Ottaviano, e rispuntò l’antica rivalità per il potere. Questi, dovettero occuparsi della pacificazione tra i territori di Roma, Oriente e Occidente; tolsero la Gallia a Lepido, che dovette accettare il governo dell’Africa. Antonio, si recò nelle province d’oltremare per raccogliere il denaro promesso alle truppe e alla riorganizzazione dell’amministrazione. Dopo aver imposto forti tasse, in tutto l’oriente, si fermò in Egitto dove si sposò con Cleopatra. Ottaviano, malato, ritornò in Italia con l’incarico di vendere i beni dei coscritti e distribuire tra i soldati suoi e di Antonio una gran quantità di terre. Ottaviano, incontrò la forte opposizione degli Italici, irritati per la distribuzione di terre. In Campania, scoppiò addirittura una rivolta. Per di più, i soldati, non si accontentavano delle terre loro assegnate, ma occuparono anche le terre confinanti. Ottaviano, gli perdonava per la loro indisciplina, perché punendoli, sapeva che non avrebbe più il suo appoggio.

Antonio, durante la sua permanenza in Egitto, assunse mentalità e abitudini diverse da quelle romane, e condusse nelle province d’Oriente una politica praticamente autonoma. L’organizzazione dell’Asia da lui attuata, oltre alla costituzione di un sistema di stati a lui fedeli, prevedeva che alcuni territori confinanti fossero riservati ai li avuti dalla regina egizia. Questa concezione dinastica del potere, del tutto naturale per l’Oriente era del tutto estranea alle tradizioni politiche di Roma. Ottaviano, ne approfittò per presentare all’opinione pubblica Antonio come uomo ormai estraneo agli interessi e ai costumi di Roma. Accusava Antonio di farsi influenzare da una donna ambiziosa, e di voler spezzare l’unità politica dei domini romani.

Mentre Antonio, preparava una grande spedizione contro i parti, Ottaviano in Italia, riportava una grande vittoria su sesto Pompeo. Aumentò notevolmente la popolarità di Ottaviano e verso di lui, si orientò il consenso dell’oligarchia senatoria. La guerra che di li a poco, venne decisa, non fu rivolta esplicitamente contro Antonio ma contro Cleopatra. Il conflitto, venne presentato come un’azione militare in difesa della romanità. Lo scontro, avvenne ad Azio nel 31 a.C.. Gli eserciti di Antonio e Cleopatra furono sconfitti, e i due si rifugiarono nella loro corte di Alessandria. Qui, l’anno successivo, vennero nuovamente attaccati da Ottaviano, e vedendosi ormai perduti si diedero la morte. L’Egitto, divenne così una provincia romana e Ottaviano, fu il padrone assoluto dell’impero.


LA FORMAZIONE DELL’ IMPERO ROMANO


Dopo le sanguinose guerre civili, il popolo romano era desideroso di un periodo di pace e ordine; per far ciò, dunque, si optò per il potere monarchico. Per Ottaviano dunque, il problema era quello di governare come un re ma senza eccedere di presunzione e potere, soprattutto cercando di vanificare il potere del senato, il quale sarebbe stato eliminato senza tanta fretta.


Ottaviano conquistò il consenso delle classi alte dei senatori e dei cavalieri, presentandosi come il restauratore della repubblica. Nel 28 a. c. fu eletto console e un anno dopo gli fu conferito il titolo di Augusto(venerabile, protetto dagli déi), con i quali assunse anche i titoli di comandante supremo dell’esercito e di primo del senato. A Ottaviano era anche stato conferito il comando proconsolare delle province non pacificate tramite i “legati”. In seguito divenne anche tribuno, censore e pontefice massimo.


Anche dopo queste prime riforme, il popolo romano rimase entusiasta e fiducioso per il futuro che presentava sì un monarca, ma presentava anche più ordine e sicurezza. Fu infatti solo per questo che riuscì a concentrare in se tutti questi poteri con l’appoggio del senato stesso.




Uno dei problemi che Augusto dovette affrontare fu quella di riorganizzare l’amministrazione dell’impero. A livello formale il senato mantenne il proprio potere, ma gradualmente, col passare del tempo fu soppresso; anche i consoli non avevano più poteri effettivi, mentre i tribuni erano condizionati dal monarca. A suo favore, costituì anche nuovi apparati con a capo soprattutto la classe dei cavalieri, classe a lui molto legata.


Anche per quanto riguarda l’amministrazione delle province, Augusto si mobilitò dividendo le stesse in senatorie ed imperiali. Le prime erano le più prestigiose ma strategicamente meno rilevanti e tuttavia meno esposte agli attacchi delle popolazioni confinanti(erano amministrate da proconsoli scelti dal senato); le seconde invece erano aree di importanza strategica ed economica, ma erano costantemente a rischio: per questo erano gestite dallo stesso Augusto.


Fin ora le ricchezze di Roma erano fondate sui “bottini di guerra”, ma vista la precaria situazione economica che si avvicinava, Augusto introdusse il sistema fiscale che consisteva appunto nell’ imposizione di tributi a tutte le province, mentre l’Italia era assolta da ogni amento. I tributi versati dalle province senatorie rifluivano nell’ erario, il tesoro statale; quelli delle province imperiali invece, andavano ad alimentare il tesoro dell’ imperatore, che a sua volta li utilizzava per are i soldati.

Augusto ripristinò anche l’uso dei censimenti, cioè dell’inventario della popolazione, che intanto aumentava a causa delle più frequenti concessioni di cittadinanza.


Pur presentandosi come garante della pace, Augusto considerò sempre molto importante mantenere l’appoggio dell’esercito. Riservò a se stesso ogni provvedimento di ricompensa dei soldati, evitando che i comandanti locali potessero avere troppe influenze sulle truppe: in questo modo si creò un legame personale di fedeltà tra l’imperatore e l’esercito. In seguito ridusse il numero delle legioni e l’esercito venne trasformato in forza permanente, formato appunto da legionari in carica per vent’anni, al termine dei quali ottenevano un appezzamento di terra.



Fu soprattutto in questo periodo che si rafforzò il concetto di pax romano, ossia la pace che poteva essere garantita solo da Roma, autorizzata anche a ricorrere alle armi nel caso estremo di bisogno. Augusto , deciso nel difendere il concetto di pax romana operò militarmente sia in occidente che in oriente: in oriente l’azione principale fu contro i parti, mentre in occidente le camne ebbero come obbiettivo principale garantire la sicurezza dell’Italia e delle province galliche ricorrendo anche ad azioni di conquista lungo tutto l’arco alpino.


Augusto, si propose di riconquistare i valori morali ormai assenti dalla caduta della Repubblica, e soprattutto di difendere l’importanza della famiglia. Anche in ambito religioso Augusto cercò di ripristinare le credenze tradizionali , ma fu d’altra parte lui che pose le premesse per il culto dell’imperatore , concezione prettamente orientale.


La pace sociale ritrovata e il tentativo di ogni recupero trovò la complicità di numerosi artisti e letterati i quali contribuirono a cantare le lodi del principe (tra costoro ricordiamo Virgilio e Orazio, che facevano parte del circolo di mecenate). Con il fine di conferire decoro alla città di Roma e magnificenza allo stesso principe, vennero fatti costruire nella capitale importanti monumenti tra i quali il Pantheon e il Foro di Augusto.









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