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MUSSOLINI E LA SUA LINEARITA’ DI PENSIERO

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MUSSOLINI

E LA SUA LINEARITA’ DI PENSIERO


Una volta sfumata l’ipotesi di entrare in guerra a fianco della Germania e dell’ Austria, nel governo italiano iniziò ad affacciarsi l’ipotesi di intervenire a fianco dell’Intesa. Fu per questo motivo che iniziarono le prime divisioni di pensiero sia all’interno del Parlamento che dei partiti stessi.

La scelta di Mussolini di approvare l’intervento militare italiano a fianco dell’Intesa , maturava dalla convinzione che la guerra avrebbe radicalizzato lo scontro sociale e scardinato l’ordine capitalista preparando così l’avvento della rivoluzione socialista, fu radicale.

Come direttore dell’ “Avanti!”, portò sulle colonne del giornale una camna belligerante radicalizzata soprattutto negli articoli del “Popolo d’Italia”, fondato da lui stesso dopo l’espulsione dal partito socialista.



Questo però non rappresentò il totale allontanamento di Mussolini dagli ideali socialisti che saranno presenti per molti anni all’interno della sua politica.

La disfatta di Caporetto segnò un momento di rilevare importanza politica per Mussolini: egli non si fece prendere, come altri interventisti, dalla frenesia di dover assolutamente agire il prima possibile, ma si dedicò ad una camna politica che lo portò in diverse località, nonostante fosse stato ferito da un lanciabombe nel 1915. Evitò così di legarsi con le organizzazioni che sostenevano la resistenza, che però sostenne attraverso il giornale.

Il Mussolini proandista e agitatore si trasforma in un “Mussolini politico” alla ricerca di nuove formule politiche e nuove alleanze, rifiutando anche le offerte di ruoli di primo piano in partiti già esistenti.

Anche se Mussolini considerava la classe operaia un ottimo soggetto rivoluzionario, riteneva però impossibile separare quest’ultima dal partito socialista. Decise quindi di doversi prodigare per realizzare una nuova massa eterogenea che andava accomunata sotto un unico ideale (l’esperienza della guerra e la rivincita di essa). Questa intuizione costituì, secondo lo storiografo De Felice, uno dei fattori che portarono il fascismo al successo; nonostante non potesse definirsi un vero e proprio partito, anzi, Prezzolino, critico e prosatore legato al nazionalismo, lo definì un “non-partito” per le idee confuse e contraddittorie che aveva, i fattori che  portarono il fascismo al successo furono più di uno:

Ø      La chiusura ideologica e la miopia del socialismo;

Ø      La volontà di rivincita della borghesia agraria e industriale che tramutarono il fascismo in uno strumento del loro potere di classe;

Ø      La duttilità di Mussolini che gli permise di accantonare e rinunciare ad una serie di idee, ma al tempo stesso, aveva intuito, al contrario di tutti gli altri politici, che la guerra aveva creato una nuova massa con proprie aspirazioni morali e sociali.  


Di primo impatto il fascismo può essere caratterizzato esclusivamente dalla sua anima rivoluzionaria e sovversiva che si rappresenta in particolar modo nello squadrismo, ma fondamentalmente le idee e le convinzioni dei fascisti, rendevano questo partito fondamentalmente conservatore e reazionario.

Mussolini oscillò costantemente fra queste due tendenze, utilizzando con molta astuzia il fascismo “sovversivo” per accreditare quello “legalitario”. Così, appena giunto in Parlamento, dopo le elezioni del ’21, Mussolini si incaricò di collocare il Partito nazionale fascista nel sistema politico italiano.

In un famoso articolo pubblicato nel ’22, dapprima sul mensile “Gerarchia” (la rivista teorica del fascismo), e in seguito sul “Popolo d’Italia”, Mussolini formulò la definitiva teoria fascista nei riguardi dello stato.

In primo luogo a Mussolini sta a cuore evidenziare il suo antianarchismo non credendo alla possibilità di convivenza umana che non si concretizzi in uno Stato, ma allo stesso tempo rifiuta la formula socialista di Stato, che vuole trasformare quest’ultimo in un “amministrazione delle cose” (abbattendo così il potere della classe dirigente),in quanto Mussolini afferma che “chi amministra governa, e chi governa è Stato”.



Con ciò però il fascismo non vuole dichiararsi contro lo Stato in senso assoluto, bensì nei confronti di quella particolare idea di Stato che era quello italiano.

A sostegno di questa tesi Mussolini, afferma che i fasci di combattimento non saranno ad oltranza difensori gratuiti di questo Stato, poiché ciò tramuterebbe il fascismo da “milizia volontaria a difesa della nazione” in “milizia ausiliaria” del Governo.

Mussolini arriva ad evidenziare così tre fattori fondamentali che non permettono al fascismo di identificarsi con lo Stato attuale:

  1. Il primo è di ordine economico: lo stato italiano, pur proclamandosi liberale,era in realtà uno stato “monopolista” e quindi secondo Mussolini fortemente antieconomico (tutte le gestioni statali in quel momento accusavano un forte deficit);
  2. Il secondo è di ordine politico: lo stato italiano è in contrasto con lo spirito del fascismo, poiché quest’ultimo ambiva a rivoluzionare in senso autoritario lo stato italiano;
  3. Il terzo è di ordine morale: il fascismo chiedeva allo stato un semplice riconoscimento morale che avrebbe impedito di mettere sullo stesso piano il Partito socialista che esalta la diserzione e quello fascista che esalta il sacrificio per la patria.

Per concludere la sua dichiarazione, Mussolini, astutamente, proclama la lotta del fascismo contro lo Stato italiano con l’utilizzo di metodi legali, ma se ciò non sarà permesso, si dichiara pronto ad utilizzare anche il metodo insurrezionale.


Ma logicamente, visto anche il periodo storico particolarmente delicato per un’Italia provata da una guerra mondiale e una ripresa non proprio esuberante, le azioni politiche di Mussolini non riusciranno ad essere le uniche a dare l’impronta della sua convinzione se non aiutata da gesti che rimarranno ingiustificati e pur sempre illeciti. Uno degli eventi più inquinanti per la politica fascista fu l’omicidio Matteotti, deputato socialista e segretario della PSU che venne rapito il 10 giugno 1924 sul Lungotevere mentre si recava alla biblioteca nazionale di Montecitorio per preparare il discorso che avrebbe dovuto tenere l’11 giugno alla riapertura della Camera.

Dopo essere stato violentemente percosso, fu rapito. L’operazione fu organizzata da due seguaci di Mussolini, Dumini e Volpi. L’uccisione avvenne nell’auto,poco dopo il rapimento. Il cadavere fu ritrovato il 16 agosto a 20 km da Roma. Gli assassini appartenevano alla Ceka fascista,un’ organizzazione di polizia segreta che Mussolini aveva creato da poco tempo.

I magistrati che si interessavano al caso, impostarono le loro indagini imputando direttamente all’omicidio un movente politico viste le violenti reazioni che i fascisti avevano avuto nei confronti del discorso pronunciato da Matteotti il 30 maggio, con il quale il politico denunciava il clima di intimidazione in cui si erano svolte le elezioni del 6 aprile. Lo stesso Matteotti si era dimostrato consapevole del pericolo al quale si era esposto.

Il giudizio degli storici sulla responsabilità morali del fascismo e di Mussolini sono unanime,ma a dividerli sono i dubbi sul movente:

Ø      Non convince la versione del delitto involontario, cioè che Mussolini avrebbe ordinato alla Ceka di dare a Matteotti una intimidazione, che però si sarebbe trasformata in una tragedia: con questa tesi contrasta il sequestro: se si fosse trattato solo di un azione squadristica, rapirlo non avrebbe avuto alcun senso.



Ø      Non convince neanche l’idea che Mussolini avesse eliminato Matteotti solo perché pericoloso per il fascismo, poiché Mussolini poteva ben prevedere i riscontri disastrosi di questo omicidio.

Ø      E’ più sensato, invece, ricercare il movente nel timore dell’imminente riapertura della Camera e del discorso che Matteotti avrebbe fatto su pratiche illecite presenti nella stipulazione della “Convenzione Sinclair” (un accordo tra il governo fascista e le comnie petrolifere americane “Sinclair Oil), che assegnava alla Sinclair il monopolio della ricerca petrolifera in Italia. Questo contratto secondo Matteotti era stato raggiunto a fronte di una cospicua tangente versata tramite Armaldo Mussolini nelle casse del “Popolo d’Italia” e grazie alla corruzione di alti esponenti del governo fascista. Di fatto i documenti che Matteotti portava con se il giorno del suo rapimento, vennero raccolti da terra da uno dei suoi rapitori e non furono mai ritrovati.


Il nome Matteotti, dopo la sua uccisione, non evocava più un semplice nome, ma un simbolo: l’antifascismo. Non ci furono insurrezioni, neanche scontri in piazza dopo la morte del socialista, ma ci fu una vera e propria battaglia simbolica (si imbrattano i manifesti di Mussolini, venne disegnata una croce sul parapetto del Lungotevere, ci furono numerosi fiori e candele nel luogo del ritrovamento del cadavere).

Il fascismo prese immediatamente contromisure anche esse simboliche, per abbattere e ridicolarizzare il “mito” della morte di Matteotti (con canzoni, manifesti, e con l’uso vezzeggiativo della foto del politico). L’atto più significativo fu la distruzione il sacrario che era stato eretto nel luogo in cui fu ritrovatoli corpo.

Ma frenare l’ anti-fascismo si rivelò molto più difficile di quanto ci si immaginava.


Il delitto Matteotti portò ad una definitiva rottura tra il fascismo e il sistema parlamentare. L’annuncio della svolta autoritaria venne data da Mussolini nel discorso tenutosi il 3 gennaio del 1925 nella Camere dei Deputati.

Mussolini valendosi dell’articolo 47 “La camera dei deputati ha il diritto riaccusare i ministri del re e di tradirli dinanzi all’Alta corte di giustizia”  dichiara che lo scopo di questo discorso non è quello di cercare un voto di fiducia parlamentare.

Immediatamente dopo dichiarato ciò, respinge ironicamente le accuse che gli erano state rivolte, ovvero di essere implicato nel delitto Matteotti e di essersi servito di un gruppo chiamato Ceka per compiere l’omicidio.

Dopo aver rivendicato i suoi sforzi normalizzatori pronti a reprimere l’illegalità, Mussolini si assume la responsabilità politica, morale storica dell’omicidio Matteotti. Mussolini conclude il discorso in modo minaccioso, dichiarando che il Governo fascista è pronto ad intervenire anche a costo di ricorrere alla forza per riportare in Italia la pace, la tranquillità e la calma laboriosa.

La svolta verso un regime autoritario era ormai compiuta.  






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