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Sulle orme dei Longobardi e dei Carolingi in Valtellina

Sulle orme dei Longobardi e dei Carolingi in Valtellina


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Sulle orme dei Longobardi e dei Carolingi in Valtellina


Poco si sa dei Longobardi e dei Franchi in Valtellina, soprattutto dei primi. I nostri storici -- mancando le fonti dirette -- quasi sorvolano sull'argomento. Del resto, secondo un'impostazione rigorosamente scientifica, è impossibile -- in assenza di documenti scritti -- fare una storia che sia degna di tale nome.
Nel nostro caso mancano perfino i documenti indiretti: nessun reperto archeologico per i Longobardi, solo qualche vaga traccia per i Carolingi, destinata fortunatamente -- pare -- a diventare più consistente col procedere delle indagini.
Eppure ne siamo certi: Longobardi e Franchi furono nella nostra Valle.
Ne abbiamo la prova. Unico documento inconfutabile è l'atto di donazione di parte dei diritti regi di Carlo Magno all'Abbazia di St. Dénis di Parigi del 14 marzo 775, in seguito alla conquista del regno dei Longobardi dell'anno precedente.
Non ci resta, pertanto, che metterci sulle orme, cercando di individuare indicatori di presenza, talora piccole spie attestanti soltanto una presenza: l'esserci, altre volte un tassello meno evasivo e più eloquente che ci permette di delineare quale presenza (il come).
Accostati gli uni agli altri, se non a descrizione storica vera e propria, si può almeno approdare ad un quadro d'insieme sulla natura di questa presenza, che è, in fondo, conoscenza storica.
La ricerca sul campo è appassionante e richiede ben altri spazi che il breve arco di una serata.
Prima di entrare nel vivo del discorso -- che non vuole essere conferenza nel senso reale del termine, ma semplice dépistage per individuare i filoni (le piste) da percorrere ed esplorare -- è indispensabile ricordare, sinteticamente --, alcuni dati storici generali.
*** ***
I Longobardi erano delle tribù di origine germanica ben note ai Romani, annoverate spesso tra i confederati, in quanto diversi Longobardi militavano come legionari nelle truppe imperiali.
Nel 568 irruppero dalle Alpi Orientali in Italia, avanzando dal Friuli verso il Veneto e la Padania per stanziarsi nel cuore di questa, la terra che prese il loro nome Longobardia.
Nel 569 giunsero a Milano, nel 572 a Pavia, poi a Como, città sottratte ai Bizantini e incorporate nel loro nuovo regno.
Nel 588 cadde anche l'isola Comacina (Crisopoli), baluardo bizantino sul Lario presieduto da Francilione, che per 20 anni aveva resistito all'assalto longobardo.
Verso la fine del VI secolo raggiunsero parte della Valtellina, ancora nominalmente bizantina, di fatto sotto l'influenza dei Franchi, saldamente attestati nella Rezia curiense e alleati di Costantinopoli, nel contrastare l'avanzata dei Longobardi.
Se ancora non conquistarono con le armi la Valle, vi penetrarono piano piano con una serie di colpi di mano, insinuandosi nei punti strategici.
Fino al 602 la Valtellina fu sicuramente di Bisanzio; anzi, forse restò nella mani imperiali e franche fino al 728, allorché Liutprando portò i confini del suo regno allo spartiacque alpino approfittando della debolezza dei Franchi travagliati dalla decadenza dinastica dei Merovingi e dagli attacchi degli Arabi nel meridione della Francia.
Ricordo il 602, perché in quell'anno (la data è deduzione degli storici) si arrese ai Longobardi il Castrum Vulturina; in seguito tutta l'alta Italia fu strappata al dominio di Bisanzio.
Riferisce ciò Paolo Diacono nella sua Historia Longobardorum.
Passo lapidario, diversamente interpretato dagli studiosi (dal Muratori in poi) che, nel castello espugnato, ora videro il Castello della Valtellina, ora altri baluardi lombardo-emiliani; nei pressi di Mantova, di Cremona, di Reggio Emilia, ipotesi quest'ultima poco probabile secondo molti, tra cui G.P. Bognetti, uno dei massimi studiosi del Medioevo italiano.
Pare, infatti, assai probabile che Paolo Diacono alludesse al Castello di Valle della Valtellina che egli chiamò nel termine volgare di Vulturina evolutosi poi in Voltolina, lo stesso -- sostengono in molti -- che diede il nome alla Valle.
Il Castrum Vulturina costituisce tuttora un enigma insoluto: chi vi vede il castello d'Olonio, chi quello di Teglio, chi quello di Bormio.
Con grande probabilità -- affermò Bognetti -- si tratta di quello di Teglio il Castrum Tellii da cui derivò la denominazione Tellina Vallis.
Solo nel 728, dunque, la Valtellina, che forse era stata teatro delle lotte del feroce Ariperto contro Ansprando (Ariperto non aveva esitato a mozzare orecchie e naso alla moglie e alla lia di questi e a cavare gli occhi a Sigsprando, lio del fuggiasco Ansprando), divenne longobarda, non senza traumi, anche cruenti, vista la ferocia dei personaggi. Liutprando estese infatti i confini del suo regno fino alle Alpi, al di là delle quali premevano sull'Italia settentrionale i Franchi, gli Alemanni e i Bavari.
Nei punti chiave della Valle dell'Adda -- già muniti di fortificazioni gotico-bizantine -- posti in corrispondenza dello sbocco delle valli o in posizione dominante sul fondo valle, si stanziarono gli arimanni, nobili guerrieri scelti o semplici uomini d'arme, a presidio dei confini del regno.
Ad imitazione dei presidi militari romano-bizantini, nacquero le arimannie, sedi degli arimanni, nucleo attorno al quale spesso si formò una Kastellsiedlung, un insediamento stabile di coloni alle dipendenze del castello e di servi della gleba (gli antichi residenti) che diede vita al us, il villaggio-il paese.
*** ***
Otto sono le orme -- o meglio i campi -- da esplorare che ho individuato e che propongo all'attenzione.
1) Le arimannie
La Valtellina -- terra di confine -- ebbe varie arimannie.
Seguiamo questa prima pista che copre pressoché tutta la Valle.
Lungo il corso dell'Adda si formarono, difese da milites limitanei alle dirette dipendenze degli arimanni, le seguenti arimannie:
Olonio, alle porte della Valle, con il suo castello sul dosso roccioso in prossimità del lago, lo stesso su cui verrà edificato all'inizio del XVII secolo il Forte di Fuentes;
Berbenno, con il castello di Roccascissa dominante il tratto centrale della Valle da Sondrio alla Colma di Dazio;
Sondrio, con il castello di San Giorgio (poi San Lorenzo) in posizione altamente strategica allo sbocco della Valmalenco;
Tresivio, che, sullo sperone roccioso del Calvario, possiede uno dei castelli più agguerriti;
Teglio, sede del castrum Tellii, probabile castello di Valle data la sua posizione centrale nella Valle e il suo territorio ricco di colture le più svariate;
Tirano, col castello del Dosso e, probabilmente, uno minore a Piattamala a controllo dei transiti della Valle di Poschiavo;
Mazzo, con il castello di Pedenale;
Grosio, sede del castello dei Santi Giovita e Faustino allo sbocco della Valle del Roasco;
Sondalo, con il castello di Boffalora correlato alla Torre di Serravalle, sul confine della Tellina Vallis.
Fortificazioni queste che risalivano -- se non a fondazione più antica -- ai primi decenni del V secolo, allorché gli imperatori Onorio e Costanzo III ordinarono di munire di castelli e torri i confini dell'impero, sui quali premevano i Barbari. Anche i nostri castelli costituirono parte del tractus Italiae circa Alpes.
Bormio con le sue valli, molto probabilmente, restò nelle mani dei Franchi, scesi dalla Rezia attraverso i passi. In effetti le tracce della presenza longobarda si disperdono in quella che fu per secoli la Magnifica Terra di Bormio.
Al castello, sede dell'arimannia, fanno corona torri (talora situate anche in alta montagna, benché i Longobardi non amassero le alte quote), case-torri, case-maniero, fortificazioni, posti di vedetta e di controllo delle vie di comunicazione, costruzioni già esistenti, poiché i Longobardi non erano abili costruttori e preferivano occupare ciò che trovavano.
A titolo di esempio, ricordiamo le antiche strutture difensive della zona di Ardenno (castellieri), la Torre del Demignone (Val Belviso), la Torre di Sernio, di Lovero e il Castrum Alundi di Sondalo.
Ma potremmo elencarne molte altre.
2) Le curtes
Non abili navigatori (per questo -- oltre ad altri motivi -- approdarono tardi in Valtellina, dovendo superare la barriera del Lario) nè montanari, i Longobardi amavano la camna, le terre coltivabili, già dissodate.
Molti numericamente (Longobardos paucitas nobilitat scrisse di loro Tacito) presero possesso come proprietari terrieri del terzo dei fondi espropriati. La confisca della terra coltivata fu il loro primo obiettivo: i capi longobardi furono i nuovi padroni, mentre quelli precedenti ridotti ad aldi (semiliberi) divennero massari tributari se non veri e propri servi della gleba al pari degli schiavi preesistenti.
Le farae longobarde si scelsero i possedimenti migliori, ora veri e propri latifondi, ora semplici mansa, poderi con abitazioni, stalle, fienili e locali per custodire attrezzi e prodotti (il mansum è la terra che una famiglia di coloni è in grado di coltivare con un paio di buoi e un solo aratro). La fara -- è bene precisarlo -- era la famiglia (Sippe nel termine germanico) nel senso di ceppo-clan familiare, il cui nome deriva dal germanico faran (spostarsi-viaggiare) che nel tedesco moderno è fahren.
In effetti esse si erano messe in viaggio al seguito degli arimanni in cerca di nuove terre ospitali e -- soprattutto -- produttive.
Troviamo infatti traccia della loro presenza nelle curtes e nei mansa sotto la protezione delle arimannie.
Due curtes in Valtellina dovettero essere molto estese ed importanti se costituirono uno Staatsgut, bene della corona. Quali fossero è impossibile dire. Di molte altre si hanno notizie in documenti del periodo carolingio-ottoniano e degli ultimi secoli medievali.
Talora le curtes, da centro di un podere, diventarono veri e propri paesi che col tempo si staccarono dal us cui erano in origine unite.
il caso di Delebio-Dubino che si staccarono da Olonio; del Masino -- di Buglio-Morbegno e Talamona che si resero autonome da Ardenno; di Andevenno e di Caiolo che lasciarono i legami con Berbenno, di Bianzone che abbandonò Villa.
Altre volte diventarono viciniae -- frazioni -- piccole contrade che mantennero col us d'origine stretto e formale legame: Aprica unita a Teglio; Nigola (S.Giacomo di Grania) e Boalzo pure unite a Teglio: Cologna con Tirano, tanto per citare alcuni esempi.
Al di là della documentazione diretta, nei casi più fortunati, possiamo trovare traccia della presenza longobarda nelle curtes e nei mansa nella toponomastica e nella dedicazione della chiesa.
3) La toponomastica
Costituisce una delle piste più sicure.
I toponimi sono indicatori infallibili.
-- I vari Gaggio (località boschive e talora centri abitati): Gaggio di Ardenno, Gaggio di Piateda, Gaggio di Faedo, derivano sicuramente da Gahagium (bosco bandito -- una specie di riserva del padrone -- dove erano proibite la caccia, l'uccellagione, la raccolta di legna);
-- Faedo-Faido (Talamona)-Alfaedo (Forcola) da Fiwaida (bosco di faggi?); -- le località con radice Guald (wald): Gualdera (Campodolcino), Gualdi (Gordona), El Gualt (Valdisotto), ma anche Gualdigo (Teglio), Gualtieri (Sondrio), tutti appunto da Wald-Gualt (bosco-selva);
-- Brione (Teglio)-Breitina (Sernio)-Braitin (Sondalo)-Braita (fra Tovo e Mazzo) dal germanico Braida (fondo-luogo pianeggiante);
-- Sondrio-Sondi (Castello dell'Acqua)-Sondalo da sunder/sonder-speciale/particolare -- ricordano le terre sundriali (particolari-speciali perché lavorate in proprio dal padrone);
-- Lovero da lower-terra bassa;
-- Ponte in Valtellina da biunte(?) (ma qualcuno lo attribuisce ad un romano Pontus)-terreno coltivato e cintato-cfr. Piunt e Piuntl in Alto Adige;
-- i vari garbisc e gherbisc da garb terra incolta-improduttiva (Garbela-Brusio) -- probabilmente il cognome Garbellini!
Nè mancano località con suffisso:
-- aldo/a: fonte Grimalda (Teglio)
-- ardo/a: Stodegarda (Montagna)-Lunstarda (Bianzone)
-- engo/a: Casengo (Morbegno)
che con paziente ricerca si possono riscontrare in tutta la Valle, accanto ad altri toponimi curiosi d'evidente matrice germanico-longobarda, quali, ad esempio, Luniga (Talamona)da lun-riscatto; Gun (Caspano) da gönnen-concedere; Sirta, Serta (Morbegno)-Serterio (Talamona) da serta (luogo cintato); sectiuneria (Teglio) da cart-luogo coltivato (garten), ecc.ecc
4) I Loca Sanctorum
Le dedicazioni ai santi della varie chiese ed oratori sono preziosa spia di una presenza, poiché ogni popolo, ogni nazione ha i propri santi, le proprie simpatie devozionali. il caso dei Longobardi. Di origine guerriera, essi amavano anzitutto i Santi guerrieri per eccellenza.
San Michele era il patrono della monarchia ariana la cui efie urava sullo scudo del re Alachis sconfitto alle Coronate nel 688 da Cuniperto -- cattolico -- il quale invece aveva per protettore San Giorgio.
Nella nostra Valle diversi sono gli oratori e le chiese dedicate a San Michele: a Berbenno (oratorio del castello di Roccascissa), a Sondrio (oratorio del castello), a Sazzo (oratorio del castello), a Castello dell'Acqua (oratorio del castello), a Tresenda (oratorio del ponte), a Grosio (oratorio d'antica fondazione ricostruito dalla famiglia Negri).
Probabilmente -- a più accurata indagine -- ne troveremmo altri sempre nelle vicinanze di castelli-torri-luoghi strategici (ponti).
Né mancano chiese dedicate a San Giorgio: a Postalesio-Cedrasco (al piano), a Sondrio (contitolo con San Michele -- poi divenuto San Lorenzo), a Montagna (chiesa parrocchiale), a Grania (Teglio) -- oratorio distrutto --, a Grosio (antica parrocchiale).
San Giovanni Battista, patrono della gens longobarda, ebbe particolare venerazione anche tra noi: a Teglio, a Caprinale (Teglio), a Mazzo (battistero), a Vernuga (Grosio), a Mondadizza (Sondalo).
Dai Longobardi venne introdotto il culto della Santissima Maria Annunciata, che riscontriamo ad esempio a Teglio (S.ta Maria di Ligone), e a Sondalo (divenuta poi Santa Maria Maggiore).
Legato alla presenza dei Longobardi è il culto dei santi introdotto dai missionari all'inizio del VII secolo, i quali miravano alla conversione al cattolicesimo dei Longobardi ariani (Ario affermò -- ereticamente -- che il lio era solo simile al Padre, ma non della stessa sostanza divina: fede alla quale i Longobardi abiurarono solo nel 698 col Sinodo di Pavia).
Agrippino -- vescovo di Como -- a questo scopo fondò all'inizio del VII secolo ad Olgiasca (Piona) l'oratorio di Santa Giustina, come attesta la lapide dedicatoria. Per lo stesso motivo -- convertire alla fede dell'ortodossia cattolica -- Agrippino aveva fondato la chiesa di Santa Eufemia dell'Isola Comacina e -- forse anche quella di Teglio --, dedicata alla stessa Santa patrona dell'ortodossia cattolica.
Nello stesso periodo furono inviati dal papa i diaconi Barrionas e Tommaso a convertire i Longobardi. Essi percorsero gli aspri sentieri innevati dè monti e fondarono molte chiese ed oratori, lasciando indelebile orma del loro passaggio.
I santi diffusi dai missionari furono: Cosma e Damiano (a Sernio), Agata (a Tovo), Eusebio (a Grosotto) e Ilario (a Vervio, ma anche a Sondrio).
significativo il raggruppamento del culto dei santi dei missionari nel tratto di Valle a est da Tirano, che probabilmente era sede di Longobardi ariani, come pare attestare il culto a Lovero di San Alessandro (altro santo missionario).
Nei primi anni del VII secolo percorreva la Valle dell'Adda, diretto a Bobbio e proveniente da San Gallo (CH), il monaco irlandese Colombano, animato dal medesimo scopo: quello di portare i popoli alla vera fede.
A segnare il suo passaggio restano le chiese e le cappelle montane a lui dedicate in Valdidentro, in Val Grosina (ad esempio) e la chiesa di san Gallo di Premadio.
5) I termini dialettali
Costituiscono un filone inesauribile, ma da percorrere con cautela.
Certamente molti sono nella lingua italiana i longobardismi (termini legati alla cura dei cavalli groppa-maniscalco-sperone-staffa, alle armi: alabarda-elmo-strale, al legno: banca-bara-palco-scaffale).
Nei dialetti valtellinesi troviamo delle voci del tutto particolari di matrice germanico-longobarda che sarebbe bello poter individuare, elencare e catalogare, ma che, per ragioni di tempo, siamo costretti solo a citare rapidamente.
Ricordiamo le voci più comuni, a tutte note, quali: güdaz (padrino)-slendenaa (ozioso)-menegold (coste)-trincà (bere)-sluz/sloz (bagnato)-sgranà (rubare)-snizà (iniziare a mangiare)-grignà (ridere)-scoss (grembo)-lifrocc (ozioso)-ròzz (brutto cavallo)-stracc (stanco)-gram (cattivo)-balòs (furfante)-maròs (cespuglio)-scherp (contenitore)-stachèta (chiodo per scarpe)-burnìs (brace)-biott (nudo)-rüt (sporco)-brudeg (sporco)- ghei (soldi)-gnecc (di cattivo umore) ecc.ecc
6) cognomi valtellinesi
Alcuni sono indubbiamente una spia di matrice longobarda.
A titolo esemplificativo ricordiamo: Scarioni (Cercino)-Lindorghi-Tedoldi (Talamona)- Mingardi (Civo-Teglio-Chiuro)-Piombardi (Teglio)- Gadaldi (Teglio-Bianzone)- Garbellini(?) (Sernio)-Margolfi (Delebio)- Rainoldi (Ponte-Chiuro)-Segoldi (Caiolo)- Richelda (Bormio).
7) Il campo giuridico-amministrativo-criminale
ulteriore elemento utile per l'indagine.
Documenti del secolo XI-XII attestano che nella nostra Valle esistevano persone che dichiaravano di seguire la legge longobarda, al posto di quella romana o salica, dimostrazione evidente del profondo segno lasciato dai Longobardi nel tessuto sociale.
La Valtellina, aggregata con Como a Milano, retta da un comes (duca), probabilmente non ebbe un gastaldo (diretto rappresentante del re) (gestellen-preposto), ma alcuni Schuldhaiss (sculdasci) (centurioni in latino) nelle castellanze più importanti e diversi scarioni, giudici minori e capi di qualche schiera, nei centri minori e talora semplici fattori di un fondo privato.
Più che nei documenti, per altro assai rari, potremmo trovare un'orma longobarda in taluni statuti della Valtellina, ad esempio in quelli di Teglio.
Ben lontano è lo spirito della lex romana negli Statuti criminali di quella comunità che affonda le sue origini in età preromana.
Accanto alle pene dettate dall'istintivo occhio per occhio -- dente per dente, troviamo punizioni tremende: amputazione degli arti, estirpazione degli occhi, perforazione delle narici di sicura matrice preromana, ma anche il concetto base -- di origine longobarda -- che il denaro possa riscattare la pena, lo stesso che ispira l'Editto di Rotari del 643.
8) I tratti somatici
naturalmente la più labile delle piste, considerato che gli incroci di popolazioni diverse, attraverso il matrimonio, nel corso di un arco di tempo plurisecolare, furono frequenti e i caratteri tipici si stemperarono in mille altri. Sopravvivono dunque nella nostra Valle che pur fu oggetto di molte incursioni di popoli diversi e quindi -- come dicevo -- di incroci?
Proviamo a guardarci con occhi indagatori. Scopriamo in noi i caratteri tipici dei Longobardi?
A differenza del Ligures locali, tarchiati robusti, poco alti, occhi scuri, infaticabili lavoratori dalle poche parole, i Longobardi erano in genere alti, prestanti ma snelli, avevano capelli biondo-rossicci e occhi azzurri ed erano bevitori e rissosi. Pare inoltre che le loro donne fossero molto belle e molto apprezzate e ricercate
A questo punto forse ci stiamo allontanando dal compito è bene riprendere con tono serio l'argomento. I Carolingi ci attendono.
I Carolingi o, meglio, i Franchi
1) Documenti
Come accennato in apertura, la loro presenza nelle nostre valli è documentata dall'atto di donazione all'Abbazia parigina di St. Dénis del 14 marzo 775.
L'anno precedente Carlo, re dei Franchi, si era impadronito del regno dei Longobardi, conquistando Pavia (loro capitale), dopo aver fatto prigioniero il re Desiderio e aver sconfitto Adelchi a Verona.
La donazione della Valtellina al remoto monastero di Parigi fu un atto di gratitudine di Carlo verso l'Onnipotente per la vittoria sui Longobardi (la Valcamonica per lo stesso motivo era stata donata all'Abbazia di San Martino di Tours) -- atto che papa Adriano I ratificò, imponendo alle chiese della Valle legami fiscali con St. Dénis.
Prima di affrontare l'argomento centrale, è bene chiarire -- per evitare equivoci come spesso è accaduto -- la natura di questa donazione.
Non si deve pensare che Carlo avesse rinunciato al suo potere sulla Valle, che giuridicamente restò al re dei Franchi. Al Monastero fu concessa solo la percezione dei redditi fiscali.
In termini giuridici la iurisdictio, il potere sovrano vero e proprio, restò al re (es. diritto di amministrare la giustizia); passò al Monastero di St. Dénis la districtio, il diritto della riscossione di un insieme di tributi sulle proprietà e sulle attività: corvé (lavoro di servitù) e regalie (tasse sulle merci-dazi-tasse sui ponti-strade-uso delle acque-macinazione-pesca-caccia-sale ecc. ecc.). I diritti concessi all'abate parigino vennero rinnovati e riconfermati -- pur con talune varianti -- dai vari sovrani; ancora verso la fine del XII secolo sono attestati in alcuni documenti.
L'occupazione carolingia della Valle dell'Adda non è accostabile a quella dei Longobardi. Questa volta non è un popolo in marcia in cerca di terre, ma un sovrano con il suo esercito.
sintomatico che Carlo si proclami re dei Longobardi. Tutto resta pressoché invariato nell'amministrazione dello stato e nella vita sociale.
Genti di origine franca (francese) si stanziarono solo sulla sponda retica della Bassa Valle, quella che ancor oggi si chiama zona dei Céck, naturalmente militi franchi occuparono i castelli più importanti, tuttavia l'impronta generale in campo sociale e giuridico-amministrativo restò quella longobarda (restò in vigore la lex longobardica).
Rari sono pertanto i toponimi d'origine carolingia e pressoché nulle le tracce della loro lingua nei nostri dialetti.
2) La tradizione
La tradizione vuole che Carlo Magno sia stato in Valtellina. Il mito ben presto si impadronì di questa leggendaria ura.
Si vuole che avesse fondato la chiesa di S. Pietro all'Aprica e quella di Santa Agnese di Sondalo, alla quale avrebbe donato reliquie e suppellettili (un piatto di peltro con la sua efe) e che al Mortirolo, sopra Mazzo, avesse sbaragliato gli ultimi manipoli longobardi.
Gli storici non sono di questo parere, tuttavia anche la tradizione merita rispetto e credibilità.
3) I Loca Sanctorum
Anche i Franchi ebbero le loro preferenze tra i santi.
Le loro chiese furono dedicate, per la maggior parte, a San Martino, patrono della loro nazione, presente lungo tutta la valle dell'Adda a: Cosio-Morbegno-Caspano-Masino-Postalesio-Teglio-Bianzone-Tirano-Grosotto-Serravalle-Bagni di Bormio e in val Chiavenna: a Aurogo e a Gordona, a San Pietro -- forse in omaggio alla Santa sede romana, anche se fu del periodo ottoniano il boom della dedicazione al principe degli apostoli -- che troviamo a Berbenno, al Passo Settimo, a Teglio e all'Aprica e a San Bartolomeo riscontrabile a: Bema-Gerola-Caspano-Val Venina-Castionetto di Chiuro-Valdisotto.
4) Gli Xenodochi
Grande impulso ebbero con la fondazione dell'impero carolingio i transiti attraverso le Alpi, che univano -- ora -- terre di una stessa entità statale, non più paesi tra loro ostili.
Ancora non si è a fondo indagato questo campo. Conosciamo gli itinerari più importanti, ma sicuramente esistettero dei cammini alternativi capillarmente diffusi attraverso le valli e i passi anche quelli che a noi oggi appaiono fuori mano.
Mai come nel periodo carolingio -- e poi in quello ottoniano -- le Alpi unirono, anziché dividere.
Su queste piste montane, con le merci, gli animali -- le ricchezze del tempo -- transitavano la civiltà, la cultura e le idee, spesso anche gli eserciti e la mano d'opera a poco prezzo, fenomeno che si perpetuerà fino alla soglia dei nostri tempi.
Sarebbe da esplorare anche il fenomeno della transumanza che, nel portare attraverso i sentieri e mulattiere -- spesso in località remote -- mandrie numerose in cerca di pascoli, instaurò di fatto un'osmosi tra i versanti al di qua e al di là dello spartiacque alpino.
Lungo questi cammini sorsero torri, fortificazioni e soprattutto ospizi (xenodochi) e chiese; in genere ogni ospizio aveva un suo oratorio, per essere più precisi, anzi lo xenodochio era emanazione della chiesa, solitamente piccolo monastero.
Dalla Rezia curiense verso la Valtellina e la Valchiavenna e le valli ticinesi lungo le direttrici principali ne troviamo diversi, in una catena che ha inizio dai grandi monasteri di Reichenau (Germania) e San Gallo, entrambi benedettini, che nell'Alto Medioevo ebbero un ruolo straordinario, non solo in campo religioso. Esse attraverso Disentis (alle sorgenti dell'Hinterrhein -- importante nodo stradale), Phäfers, Domat-Ems, Mistail, Müstair, tutti nella Rezia grigionese, prosegue oltre lo spartiacque toccando San Martino di Serravalle, San Remigio e Santa Perpetua, San Pietro d'Aprica, San Pietro al Passo Settimo, San Gaudenzio in Val Bregaglia e molti altri xenodochi minori ancora da identificare dei quali resta oggi una piccola cappella sperduta (pensiamo a San Giacomo di Stazzona, ma anche a San Giacomo della Selvetta e a San Paolo in Val Belviso).
5) I reperti
Non sono molti, ma di grande interesse, destinati ad aumentare man mano che l'indagine diventerà più diffusa e più accurata.
Forse alcune piccole chiese dimenticate potrebbero serbare sorprese in proposito.
Purtroppo la frana disastrosa del 1987 ci ha privato di parte della documentazione più pregevole: gli affreschi di San Martino di Serravalle, frammenti venuti alla luce sulle pareti della navata con volti dal segno marcato, i grandi occhi spalancati, la tonalità accesa dei colori e un nome: Wal da completare in Waldone: abate di St. Dénis o in Waldone, vescovo di Como; tra il 945-967 molto più probabilmente Waldone, vescovo di Coira, al quale Ottone I il Grande donò in feudo le terre dell'Alta Valle. Si tratta di un affresco del periodo ottoniano, l'erede diretto dell'età carolingia.
A San Martino di Serravalle furono rinvenuti, durante gli scavi archeologici tra il 1978 e il 1983 (che hanno attestato l'esistenza della chiesa in epoca carolingia anche se il documento più antico è solo del secolo XI), pezzi d'intonaco dipinto con la testa di un leone ed altri particolari decorativi di sicura età carolingia dai tipici colori tenui sottotono, una lamina bronzea sbalzata e monete di Carlo Magno e di diversi altri sovrani carolingi ed ottoniani, a conferma -- quest'ultime -- del passaggio ininterrotto di persone nello xenodochio su una delle vie obbligate che da Bormio collegavano da un lato con la Rezia Transalpina e dall'altro col bacino dell'Adige e dell'Adda.
Ma è in un altro xenodochio che troviamo le testimonianze più convincenti.
A Santa Perpetua di Tirano, antichissima chiesa cui era annesso un ospizio con un piccolo convento di fratelli conversi -- come ampiamente documentato dal secolo XI in poi -- nel 1987 vennero alla luce casualmente, grazie al distacco di uno strato d'intonaco reso fatiscente, le antiche pitture dell'abside, che proprio in questi giorni si stanno restaurando.
Il ritrovamento documenta che la chiesa di Santa Perpetua -- nominata espressamente solo nel 1184 -- è di origine molto più antica e che in epoca carolingia -- al tempo della ripresa dei traffici alpini -- era in efficienza, probabilmente già anche come xenodochio. Si tratta di pittura su intonaco a secco dal disegno marcato, le ure proporzionate accennanti lievi movimenti del busto e del capo caratterizzate da sguardo penetrante, grandi aureole cerchiate, tocchi di comportamento raffinato, (il porgere il volumen o le chiavi -- nel caso di San Pietro -- con la mano avvolta nel mantello), da cui emana evidente il segno della vetustà che richiama subito alla mente particolari iconografici bizantini e paleocristiani in auge nel periodo carolingio.
La ura di santa Perpetua orante, venuta alla luce pochi giorni or sono, tra le due monofore, conferma il carattere arcaico di questa pittura che si pone in stretta relazione nella sua originalità -- che trova immediato riscontro -- con i documenti pittorici della Rezia e dell'Alto Adige dei secoli IX/X (Müstair-Mistail-Naturno-Malles), del Comasco e della Brianza (Civate-Valle dell'Oro San Pietro-Galliano San Vincenzo) attribuiti ai primi anni del secolo XI.
Le scritte in verticale col nome degli apostoli documentano i caratteri paleografici dell'VIII/IX secolo.
Pertanto, in attesa di uno studio approfondito da parte degli esperti -- per prudenza -- si possono attribuire le pitture absidali di Santa Perpetua ad un arco di tempo che ha i suoi estremi tra l'VIII e l'XI secolo, anche se pare, non senza valida motivazione, di propendere per il IX secolo, cuore del periodo carolingio.
Iconografia e contenuto del ciclo pittorico ci invitano ad indagare tra i codici miniati dei grandi monasteri d'oltralpe di San Gallo, Reichenau e Fulda, fonte inesauribile di ispirazione per gli artisti medievali.
Dagli scriptoria di questi monaci dotti uscirono i testi che inondarono tutta Europa, conferendole unità culturale sulle basi dell'unica fede cristiana.
A conclusione, possiamo affermare che nel periodo carolingio (e in seguito ottoniano) la nostra Valle, rotto l'isolamento secolare, venne a trovarsi nel cuore di un vasto impero quale terra di raccordo, importante crocicchio di vie transalpine e luogo di incontro di regioni -- diverse per tradizione -- ma complementari soprattutto in campo economico e affratellate dalla stessa comune civiltà cristiana.








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