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La libertà e i suoi paradossi

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La libertà e i suoi paradossi








Indice:


Premessa




Storia dell’arte:

Eugène Delacroix e Juan Mirò                          



Letteratura tedesca:

Heinrich Heine, Gerhart Hauptmann e Georg B chner  


Letteratura italiana:

Giovanni Verga e Luigi Pirandello                 


Storia:

“Le origini del totalitarismo” di Hannah Arendt  


Letteratura inglese:

George Orwell e Samuel Beckett           


Filosofia:

Jean-Paul Sartre, Henri Bergson, Sigmund Freud e Schopenauer


Letteratura francese:

Jean-Paul Sartre e Albert Camus


Bibliografia                                                                                 




Ho scelto di affrontare il tema della libertà, in quanto credo sia diritto fondamentale dell’uomo essere libero: libero di dire la propria opinione, libero di dire di no, libero di scegliere .

Nonostante nel corso dei secoli questo ideale si sia progressivamente affermato, da sempre gli uomini hanno combattuto e stanno ancora lottando, per dichiararsi liberi ed esserlo realmente.

Al suono di questa parola nascono sentimenti di felicità, di gioia, ma anche di ribellione e di sofferenza che scrittori, filosofi e pittori hanno espresso nelle loro opere.


Premessa


Il concetto di libertà si è affermato a partire dalla Rivoluzione francese e per tutto il XIX° secolo è stato l’ideale che ha guidato le lotte politiche e sociali; in particolare è stato al centro dei programmi dei partiti liberali, democratici, socialisti e comunisti. Nel mio percorso ho analizzato la libertà individuale, tema forte nella letteratura italiana, francese ed inglese del ‘900 e la libertà della massa, principio che ha guidato le rivolte dell’ ‘800, eventi storici rappresentati da autori quali Heine, Büchner, Verga e Delacroix.

A partire dalla lettura di un testo tratto dal saggio Due concetti di libertà, scritto dal filosofo Isaiah Berlin, è possibile distinguere tra libertà positiva e libertà negativa. La libertà intesa in senso negativo è la libertà da, cioè la libertà dell’individuo di agire senza interferenze dall’esterno: è quindi limitazione del potere dello Stato e tutela della libertà individuale. È questo il senso della teoria del liberalismo, elaborata da Locke, Tocqueville e Mill. La libertà intesa invece in senso positivo é libertà di, cioè possibilità di fare, di essere in condizione di: si tratta dell’area entro cui all’individuo è consentito di partecipare attivamente alla vita della società e di essere responsabile di se stesso. Berlin, infine, afferma che il potere politico non può sovrastare l’individuo imponendogli ciò che ritiene essere un bene per lui. Infatti, se esiste una pluralità di valori, allora il pluralismo è condizione favorevole per l’individuo, perché gli offre la possibilità di scegliere e di decidere il proprio modo di vivere.

Nel mio percorso ho analizzato testi in cui la libertà viene negata, come ad esempio, nel romanzo di Orwell, testimone dell’orrore dei regimi totalitari; in altri, invece, il popolo lotta per la conquista di questo diritto, come nella poesia di Heine e nel pamphlet di Büchner.


In storia dell’arte ho analizzato il quadro di Delacroix intitolato La libertà che guida il popolo. Il celebre pittore francese attraverso questa tela vuole commemorare la rivoluzione del luglio del 1830 ed esaltare la libertà. L’opera nasce in relazione ad un evento contemporaneo all’autore che, invece di evadere dalla realtà come gli altri pittori romantici, vive appassionatamente la sua età. Il 25 luglio del 1830 il re francese Carlo X decide di firmare le ordinanze che sospendono la libertà di stampa e sciolgono la camera dei deputati. A Parigi si scatena così l’insurrezione popolare.

Delacroix, osservando i volti pieni di rabbia dei rivoltosi, pensa di rappresentare in una tela le “tre gloriose giornate di luglio”, facendosi così testimone di questa terribile vicenda storica. Per l’artista francese, come per tutti i romantici, la libertà è indipendenza nazionale: la donna, che rappresenta la libertà, stringe il tricolore, simbolo della patria e della repubblica che si instaurerà in seguito a queste tre giornate e in seguito all’unione del popolo e della borghesia.

Per il tema scelto l’opera di Delacroix viene considerata come il “primo quadro politico nella storia della pittura moderna “ e come un’anticipazione del realismo di Courbet.

Un gruppo di insorti avanza su una barricata guidato dalla ura simbolica della Patria-Libertà. Tra un bambino armato, il futuro Gavroche de I miserabili di Victor Hugo, e un uomo borghese, il cui volto è forse quello di Delacroix, domina la Libertà con il petto nudo, i vestiti popolani e i capelli bruni e svolazzanti. Essa costituisce la linea divisoria del quadro, in quanto dietro di lei, alla sua destra, si trova la schiera di uomini armati, mentre alla sua sinistra la città con le torri di Notre-Dame. La costruzione e la disposizione dei personaggi è piramidale e caratterizzata dal crescendo piramidale: alla base si trovano i cadaveri, motivo per cui il quadro suscitò molto scalpore, il lato sinistro è tracciato dal fucile tenuto in mano dall’insorto borghese e infine il lato destro costituito dalla gamba del bambino e dal braccio destra della Libertà che si trova al vertice della piramide.

Tutto questo è accomnato da un’evoluzione del colore: il grigio assieme al verde dei volti dei morti domina alla base, salendo si trovano il blu della camicia e il rosso della fascia del ferito, che vengono ripresi nella bandiera tricolore. Oltre ad uno slancio verticale, si può notare che la folla sembra uscire dallo sfondo polveroso e avanzare verso l’osservatore.

Dopo aver analizzato l’opera del romantico Delacroix, la mia attenzione si è spostata su Juan Mirò, un artista snolo appartenente al surrealismo, movimento sviluppatosi dopo la prima guerra mondiale.

Nel corso del secolo che separa il Romanticismo e il Surrealismo si sono verificati avvenimenti storici che hanno cambiato profondamente la società, la cultura, il modo di pensare, la posizione dell’uomo.

Tra questi è necessario ricordare lo sviluppo tecnologico ed industriale dell’ ‘800, la prima guerra mondiale e soprattutto l’affermazione di governi e ideologie autoritarie e di massa che hanno utilizzato come strumenti di proanda i mass media, i manifesti, il teatro, la fotografia, il cinema. Per questo motivo l’arte stessa subì profondi cambiamenti, poiché venne ad assumere un ruolo politico molto importante.

Il surrealismo è caratterizzato dalla capacità di rappresentare tematiche “surreali” e dalla concezione dell’arte come metodo per far emergere i contenuti dell’inconscio e liberare l’immaginazione dal controllo logico. Non va inoltre dimenticato l’impegno politico dei pittori surrealisti, in particolare la loro denuncia alla società borghese e l’appello alla rivoluzione come salvaguardia dell’individuo contro          l’oppressione del potere. Dal punto di vista stilistico, il surrealismo, oltre a riprendere la spontaneità dadaista, recupera tecniche tradizionali, quali la pittura, e utilizza procedimenti cinematografici e fotografici.

La pittura di Mirò è caratterizzata dall’assoluta mancanza di censure: egli, infatti, evita di attribuire alle immagini significati simbolici perché la giustificherebbero e la giustificazione stessa è censura. La mancanza di censura non significa mancanza di motivazione. Se, infatti, alcune immagini di Mirò assomigliano a stelle, lune o fiori vi è certamente una motivazione inconscia. Le immagini dei suoi quadri sono “piene di energia” e suggeriscono un vitalismo continuo che fa nascere emozioni impreviste. Mirò esprime il suo bisogno di raggiungere la massima intensità con forme e colori semplici, in equilibrio tra loro. Le sue opere, infatti, sono caratterizzate da un movimento di segni che si estendono liberamente per tutto il quadro. Tra le sue più grandi opere ho preso in considerazione il quadro intitolato Donne circondate dal volo di un uccello, una delle 23 Costellazioni eseguite nel periodo dell’esilio, lontano dalla patria, mentre la Francia subiva l’invasione delle forze naziste, e mentre tutto il mondo era afflitto dalla seconda guerra mondiale. Mirò decide di reagire a questo clima di tristezza e disperazione dipingendo una serie di guazzi, carichi di poesia. Con la fantasia e la sua gioia di vivere l’artista vuole scongere la violenza e le barbarie del suo tempo. In questa composizione, egli riesce a condensare le esperienze dell’infanzia e

della giovinezza, a comunicare il suo amore per la natura, per i cieli sereni, per il sole, le stelle, ma anche per le donne e per la loro sensualità. Questa rappresentazione può essere paragonata ad una scala che sale verso il cielo, che porta in un mondo dove la libertà individuale è garantita e dove l’uomo può finalmente evadere da una realtà cruda e insopportabile.


Analizzando il tema della libertà nella letteratura tedesca, ho potuto rilevare che questa è spesso considerata come lo scopo da raggiungere in seguito ad una rivolta di massa. Quindi non si può parlare di libertà individuale come nelle altre letterature, bensì di un sentimento che coinvolge un’intera classe sociale.

Heinrich Heine è stato il primo autore che ho analizzato. Egli faceva parte del movimento letterario “das junge Deutschland”, che nacque in seguito alla rivoluzione parigina del 1830 e che prese il nome dalla “Giovine Italia”di Giuseppe Mazzini. I rappresentanti del movimento erano in contrasto con la cosiddetta “alte Deutschland”, della quale criticavano in particolare il governo assolutistico, l’ingiustizia sociale, la negazione di alcuni diritti come la libertà di stampa e di pensiero. Tutto questo veniva espresso attraverso saggi, feuilleton, pamphlet che erano spesso pubblicati nei giornali. Heine scrisse una poesia intitolata Die schlesischen Weber, la quale nacque in seguito all’insurrezione dei tessitori nel 1844 e con lo scopo di denunciare il tragico destino dei rivoltosi. I sentimenti di rabbia e di delusione dei protagonisti sono espressi dal narratore nei primi versi della poesia: “Im dϋstern Auge keine Träne” (v.1) e ancora “sie fletschen die Zähne”(v.2). Inoltre dal “ritornello”, “wir weben dein Leichentuch” (v.3), che viene ripetuto più volte dagli stessi tessitori, si comprende che i sentimenti dei protagonisti sono talmente forti al punto di desiderare la morte della patria. Nella seconda, nella terza e nella quarta strofa i Weber maledicono rispettivamnente Dio, il re e la patria.



Essi odiono e rivolgono a Dio sentimenti forti di rabbia in quanto, secondo la loro opinione il Dio che hanno sempre pregato, si è preso gioco di loro e li ha ingannati. Nella terza strofa l’oggetto della loro maledizione è il re che è definito “König der reichen” (v.11), il quale lascia il popolo nella povertà e aun passo dalla morte. L’ultima “Fluch” è indirizzata alla “falschen Vaterlande” (v.16) dove regnano soltanto vergogna e umiliazione e dove ogni fiore viene schiacciato. Nell’ultima strofa infine viene ripetuto il “ritornello” che e nella prima e che esprime nuovamente la loro rabbia e il dolore dei protagonisti. La poesia presenta una tipica “Kreisenentwicklung” (struttura circolare), la quale contribuisce a sottolineare e ad esprimere i sentimenti dei Weber. Le ripetizioni (es. Wir weben), la presenza di parole con lo stesso significato (es. Schmach e Schande = vergogna; geafft, gefoppt, genarrt = preso in giro), la ripetizione della stessa struttura e la “paarreim” (rima baciata) sono le caratteristiche stilistiche della poesia che assumono un significato più profondo, in quanto permettono al lettore di comprender la situazione dei protagonisti.


La poesia presenta una forte denuncia da parte dei Weber. Essi, stanchi di essere sfruttati e presi in giro persino da Dio, decidono di ribellarsi per rivendicare diritti, come quello della libertà, che spetta ad ogni uomo.

Anche Gerhart Hauptmann, scrittore appartente alla corrente letteraria del naturalismo, scrive nel 1892 un dramma intitolato Die Weber, ispirandosi alla rivolta dei tessitori del 1844.

Il fine di Hauptmann è lo stesso di Heine: egli, infatti, presenta i tessitori che, sfruttati e mal ati dal loro padrone, vivono in una situazione di estrema povertà. Per questo motivo decidono di andare da Dreißiger, il loro padrone, e distruggere la sua casa. I soldati fermano i rivoltosi, i quali non ottengono niente tranne la morte di alcuni comni.

Tra gli autori del realismo Georg Büchner mostra più di tutti un carattere rivoluzonario. Egli, infatti, oltre ad essere uno scrittore, fu sostenitore delle idee democratiche di giustizia e libertà.

Nel marzo del 1834 fondò a Gieβen, nella regione dell’Assia, “Die Gesellschaft der Meschenrechte” (la società dei diritti dell’uomo), il cui scopo era la produzione di volantini rivoluzionari. Tra questi il più importante è Der hessischen Landbote, la cui diffusione nel luglio del ’34 provocò l’arresto di alcuni collaboratori di Büchner, insieme a un forte consenso della maggior parte dei contadini. Il fine dell’autore è render consapevole il popolo del fatto che appartiene ad uno stato ingiusto che porta ricchezza e benessere alle classi dirigenti a discapito delle classi sottomesse: “Dieses Blatt soll dem hessischen Land die Wahrheit melden” (r.1).

Attraverso una serie di dati statistici, l’autore mostra ai contadini come il denaro che versano ogni anno allo stato venga utilizzato dai ricchi per soddisfare i propri desideri: “ Dies Geld ist der Blutzehnte, der vom Lieb des Volks genomemmen wird” (rr.37, 38) che significa “ questo denaro è la decima di sangue che viene prelevato dal corpo del popolo. Per tutto questo “das ganze deutsche Volk muss sich die Freiheit erringen” come fecero i francesi che con la forza si impossessarono del potere.

In letteratura italiana il primo autore che ho considerato è stato Giovanni Verga, autore della novella intitolata Libertà. Il titolo è decisamente ironico, in quanto, per tutta la novella, Verga descrive le scene crude e sanguinose della rivolta che mira alla conquista della libertà, che tuttavia, alla fine non viene raggiunta, come sottolinea la conclusiva affermazione amara di uno dei rivoltosi:


“ Dove mi conducete! In galera? O perché? Non mi è toccato neppure un palmo di terra! Se avevano detto che c’era la libertà! . ”

(rr. 162-64).


Si parla della rivolta di Bronte, un paese della Sicilia, avvenuta nell’agosto del 1860: Verga descrive quei giorni come “un carnevale furibondo del mese di luglio” (r.72).La rivolta scoppiò contro i cosiddetti “cappelli”, nobili proprietari terrieri, provocando la morte di molti di questi: il sacerdote, il notaio, il geometra, i li della baronessa . I rivoltosi si sentivano felici, perché avevano conquistato le terre in cui erano costretti a lavorare. Arrivò il momento di spartirsi ciò che avevano ottenuto, senza dimenticare che “ libertà voleva dire che doveva essercene per tutti!” (r. 92): non era più possibile fare una divisione equa e giusta senza l’aiuto di un notaio, di un geometra ma, questi erano stati uccisi e così la situazione divenne impossibile da gestire. Arrivò il generale Nino Bixio, mandato da Garibaldi, a riportare l’ordine, uccidendo alcuni dei rivoltosi. Tutto si concluse con un processo terribile che durò tre anni e che sancì per sempre la fine della libertà della folla, che tanto aveva combattuto per ottenerla.

Anche nell’opera di Pirandello Il fu Mattia Pascal si può ritrovare il tema della libertà, inteso però in ambito strettamente personale. Il protagonista, Mattia Pascal, vive in un piccolo paese in Liguria, “intrappolato” tra la misera condizione sociale e una famiglia che non ama. Per fuggire da tutto questo, Mattia lascia il paese di nascosto, ma una clamorosa vincita alla roulette di Montecarlo e la notizia della sua morte cambiano il corso della sua vita: egli è finalmente libero da quella orribile trappola che lo imprigionava.

La gioia della possibilità di una nuova vita è evidenziata nel modulo intitolato Cambio treno:


il salto che spiccai dal vagone mi salvò ( . ) la mia liberazione, la libertà di una vita nuova! ( . ) Ero morto, ero morto: non avevo più debiti, non avevo più moglie, non avevo più suocera: nessuno! Libero! Libero! Libero! ( . ) Avrò cura della mia libertà: me la condurrò a spasso per vie piane e sempre nuove ( . ) andrò in cerca di belle vedute, di ameni luoghi tranquilli”. (cap.VII)


Nonostante inizialmente si senta “leggero come se avesse un paio d’ali”, il protagonista prova ben presto un senso di solitudine e di precarietà, in quanto gli mancano quelle certezze che prima disprezzava: la casa, la moglie, il piccolo paese. Essere libero, infatti, significava essere estraniato completamente, essere “forestiere della vita”.

Mattia, non più libero interiormente, decide allora di crearsi una nuova identità, diventando Adriano Meis. In questo modo deve mutare il suo aspetto, costruirsi una maschera ed essere così nuovamente dentro una trappola. Questo senso di smarrimento è espresso chiaramente alla fine del VІІІ modulo che si conclude con la seguente frase:


“per la prima volta, che era bella, sì senza dubbio, quella mia libertà così sconfinata, ma anche un tantino tiranna, ecco, se non mi consentiva nemmeno di comperarmi un cagnolino”.


Non riuscendo a sopportare i limiti di questa falsa libertà, decide di tornare alla “sua prima trappola”, cioè al suo paese, da sua moglie, e di far risuscitare Mattia Pascal; ma una volta a casa scoprirà di non poter più rientrare nella sua vecchia “forma”.

L’errore del protagonista, secondo Pirandello non consiste dunque nell’aver scelto la libertà, ma nel non essere stato capace di viverla pienamente e di essersi creato una nuova identità falsa, e, quindi, ancora più costrittiva e limitante.


In storia ho preso in considerazione uno dei sistemi totalitari che si sono affermati nella prima    metà del XX° secolo, e che di certo non ha favorito la libertà individuale: il nazismo.

Negli anni ’30 del XX° secolo si verificò una forte crisi delle istituzioni democratiche in Europa, a favore dei regimi totalitari. I casi più eclatanti furono il nazismo in Germania e il fascismo in Italia, anche se il caso italiano non fu certamente alla portata di quello tedesco, in quanto il fascismo non riuscì a creare un’ideologia così forte e “originale”, come invece fu il mito della razza ariana in Germania. Questa condizione che, insieme alla presenza di un potente capo carismatico, sta alla base dei regimi totalitari, non fu possibili in Italia, in quanto si presentarono due ostacoli: uno rappresentato dalla Chiesa e l’altro dal re, al quale l’esercito restava fedele. Nel resto d’Europa solo pochi paesi riuscirono a mantenere le tradizionali istituzioni parlamentari e democratiche: è il caso della Gran Bretagna e della Francia. La maggior parte degli altri stati, come la Bulgaria, la Sna, l’Ungheria, la Grecia e il Giappone, preferì invece seguire l’esempio tedesco e italiano. Gli anni Trenta furono caratterizzati anche dall’ascesa di un totalitarismo di sinistra, quello comunista dell’Unione Sovietica di Stalin.Nel libro Le origini del totalitarismo la filosofa tedesca Hannah Arendt ha cercato di individuare le cause e le caratteristiche di questa particolare forma di governo.

L’autrice afferma che “i movimenti totalitari trovano terreno fertile per il loro sviluppo dovunque ci sono masse che per una ragione o per un’altra si sentono spinte all’organizzazione politica pur non essendo tenute unite da un interesse comune”. Con il termine massa la Arendt intende “una folta schiera di persone politicamente neutrali che non aderiscono mai ad un partito” (pp.431, 432). Mentre le altre forme di governo ignorano i membri di questa massa, il totalitarismo fa di essi il suo punto di forza e allo stesso tempo essi trovano nel capo carismatico, un modo per soddisfare i loro bisogni. Hitler salì al potere in un clima di forte crisi economica e sociale, causata dalla crisi del ’29 e dal malcontento generale dei disoccupati. Il partito da lui fondato, il Partito nazionalsocialista, salì al potere alle elezioni del ‘32 e l’anno dopo fu nominato cancelliere dal presidente Hindenburg. Accanto alla debolezza delle istituzioni democratiche di Weimar e alla crisi economica, ciò che favorì l’ascesa al potere di Hitler fu la sua ideologia, diffusa tra il popolo tedesco attraverso l’uso delle moderne tecniche di comunicazione. Essa si fondava sul nazionalismo, che faceva leva sull’umiliazione inflitta dai trattati di Versailles e che riproponeva il ritorno della Germania come potenza mondiale, e su una particolare forma del socialismo: antimarxista, antiliberale e razzista, fondata sui valori tedeschi del “Blut und Boten” (sangue e suolo) e garante del benessere degli “ariani”.


Per quanto riguarda la letteratura inglese ho scelto di leggere ed analizzare il romanzo 1984.

L’autore, George Orwell, immaginando come sarebbe stato il mondo futuro, fece nel 1948 una forte critica ai regimi totalitari del ‘900 che hanno oppresso la libertà individuale.

Il mondo è diviso in tre superstati: l’Oceania, l’Estasia e l’Eurasia che sono in perenne conflitto tra di loro. La storia inizia a Londra, capitale dell’Oceania che comprende l’attuale Nord America, il Sud Africa e l’Australia e la cui società è governata dal partito del Socing e dal Big Brother che tutto vede, ma che nessuno ha mai in visto, e che tutto sa. I suoi occhi sono le telecamere che spiano continuamente nelle case, il suo braccio è la psicopolizia. Tutto apparentemente è permesso in quanto non c’è nessuna legge, in realtà tutto è proibito. Non si può pensare diversamente da ciò che dice il Socing, al punto da inventare una nuova lingua, la così detta Newspeak. Essa è legata all’ideologia che deve esprimere, quindi qualsiasi parola in contrasto con i principi del Socing viene considerata eresia e come tale deve essere eliminata, per cui ogni altra forma di pensiero è impossibile. La parola “libero”, ad esempio, nella Neolingua esiste ancora, ma viene utilizzata in frasi come “questo cane è libero dalle pulci”, quindi non comprende più il significato tradizionale di libertà politica o dell’individuo. Il fine della Neolingua è quindi quello di dogmatizzare la cultura, in quanto se qualcuno volesse andare contro le idee del partito, non avrebbe la possibilità per esprimerlo perché non ha a sua disposizione le parole.

Il protagonista del romanzo, Winston Smith, considerato “l’ultimo uomo in Europa”, insieme alla sua comna Julia, fa di tutto per salvaguardare la sua libertà, tanto da violare le regole del Socing.

Il suo lavoro consiste nel cambiare, in base all’evoluzione della storia, qualsiasi documento che può provare la contrarietà del Grande Fratello. Ciò che stupisce maggiormente è che Winston per agire in modo “normale” e per godere dei semplici piaceri della vita, deve fare di tutto: nascondersi, stare attento a quello che dice.. Egli, ad esempio, non può tenere un diario in cui scrivere liberamente ciò che pensa e ciò che sente, senza fare attenzione alle telecamere, non può nemmeno incontrarsi con Julia senza farsi vedere da nessuno, perché amare per il puro sentimento e piacere dell’amore è proibito. Tutto questo non permette a Winston e agli altri uomini di essere liberi, tanto che egli arriva ad affermare che


“freedom is to say that two and two makes four”.

(parte I, cap.7)


Nonostante la volontà di Winston di andare “contro corrente” e salvaguardare la sua libertà, egli viene scoperto dalla psicopolizia e accusato nemico del Socing. Egli inizia così una sorta di terapia o meglio di “lavaggio del cervello”, dalla quale esce completamente cambiato, tanto che dopo essere stato sottoposto a una violenta tortura, arriva ad affermare che “two and two makes five “. Il romanzo si chiude con una frase che sancisce per sempre la negazione della libertà, per la quale il protagonista aveva lottato tutta la vita: “He loved the Big Brother”. (parte III, cap. 6).



Credo sia molto interessante provare ad interpretare questo romanzo, confrontando il passato con il presente per scoprire le intuizioni di Orwell. Sicuramente si può affermare che noi, uomini e donne del nuovo secolo, possediamo una libertà apparente, in quanto spesso diventiamo, senza rendercene conto, schiavi di oggetti che sono il frutto delle nuove scoperte tecnologiche.

In questo Orwell ci ha preceduto, individuando nella tecnologia un mezzo per controllare la società.

La seconda opera che ho analizzato è Waiting for Godot, scritto da Samuel Beckett nel 1948 in francese e tradotto due anni dopo in inglese.

L’opera fa parte del cosiddetto “teatro dell’assurdo” in quanto nel corso dei due atti sembra non succedere niente. La vicenda narra di due mendicanti, Vladimir e Estragon, che aspettano in aperta camna un certo Godot, dal quale sperano di ottenere una sistemazione. I due, non solo non hanno mai visto Godot, ma non sono sicuri né del luogo, né del giorno dell’appuntamento. Dopo una lunga attesa arriva il ricco Pozzo che porta con sé a guinzaglio il suo servo Lucky, il quale poi se ne andrà dopo poco.

L’attesa continua fino all’arrivo di un ragazzo che porta un messaggio di Godot e che assicura ai due mendicanti l’arrivo dello “sconosciuto” il giorno seguente. Comincia così il secondo atto che è quasi identico al primo Tutto si conclude con l’arrivo di un ragazzo che porta un messaggio di Godot, uguale al precedente, il sipario poi cala su Vladimir ed Estragon che immobili aspettano ancora. I due personaggi principali rappresentano le due parti della personalità umana: Estragon, l’istinto e Vladimir, la razionalità. Essi sono complementari tra loro e allo stesso tempo diversi, tuttavia sono accomunati dal fatto di non essere liberi: 1) anche se entrambi vorrebbero separasi, si rendono conto che l’uno dipende dall’altro,tanto che Estragon arriva ad affermare che vorrebbe essere “nothing more than a little heap of bones” senza Vladimir; 2) non sono liberi di scegliere. Entrambi infatti sono costretti a rimanere sotto quell’albero, in balia di una persona che non conoscono e delle poche informazioni che ricevono dal ragazzo. Non possono pensare a nient’altro al di fuori di Godot, perché lui è diventato l’oggetto dei loro pensieri e dei loro discorsi.

Simbolo della negazione della libertà individuale è sicuramente Lucky, il servo del ricco Pozzo, il cui nome è in contraddizione con la sua condizione reale. Egli, infatti, è costretto a seguire il suo padrone al guinzaglio, come se fosse un animale, e privato così anche della sua identità di uomo.

L’opera si ispira alla filosofia dell’esistenzialismo e in particolare esprime la condizione dell’umanitàdopo la seconda guerra mondiale. Come afferma il critico Richard Coe, analizzando l’opera di Beckett : “Human existence seemed an intolerable imprisonment between the compulsion of birth and the worse compulsion of death”. Così anche la libertà non è altro che un’illusione ed egli la definisce “the freedom of the slave to crawl east along the deck of a boat travelling west”.


In filosofia ho preso in considerazione vari filosofi che hanno definito il concetto di libertà.

Per Sartre, l’uomo scopre di essere nulla in quanto sa chi è per sé e per gli altri, ma non sa chi è in sé. L’essenza è smarrita perché al fondo del nostro essere c’è il nulla, un continuo rinvio ad altro da sè. Dobbiamo quindi accettare che la nostra essenza è il mondo fuori di noi, i nostri desideri e i nostri progetti. Per questo l’immaginazione assume un valore molto importante: essa permette all’uomo di vivere il presente come anticipazione e consente così di pensare, di desiderare, di progettare. Tuttavia come riferimento all’agire non c’è alcun modello, alcun valore nel mondo e dentro di noi, per questo Sartre afferma che la condanna dell’uomo è la libertà di creare ex novo. 


“Non vi è determinismo: l’uomo è libero, l’uomo è libertà. Se d’altro canto Dio non esiste, non troviamo davanti a noi dei valori o degli ordini che possano legittimare la nostra condotta. (..) Siamo soli, senza scuse. Situazione che mi pare di poter caratterizzare dicendo che l’uomo è condannato a essere libero”.

(L’esistenzialismo è un umanismo, rr. 197-201)


Libertà non significa soltanto che siamo liberi di scegliere i progetti che vogliamo e che le nostre scelte non sono determinate da valori oggettivi. Questa parola racchiude, infatti, dentro di sé un altro significato: noi siamo liberi perché diamo senso alle cose ed è per questo che l’uomo viene definito come l’essere attraverso il quale il senso delle cose viene al mondo, perché l’uomo stesso lo crea.

Per spiegare questo nuovo concetto è stata utilizzata una bellissima immagine: il momento del tramonto. Questo momento può passare inosservato, oppure può diventare importante e suscitare profonde emozioni, in questo modo il tramonto diviene bello. Insomma è l’uomo che decide di dare senso alle cose oppure no.

Tuttavia non siamo liberi di essere liberi, bensì siamo condannati alla libertà. Siccome la nostra essenza consiste nel fare progetti, non creare valori sarebbe come essere nulla. Così come non abbiamo scelto di essere, allo stesso modo non abbiamo scelto di essere liberi.  


“L’uomo è condannato a essere libero. Condannato perché non si è creato da solo, e ciò non di meno libero perché, una volta gettato nel mondo, è responsabile di tutto quanto fa”. (L’esistenzialismo è un umanismo, rr. 201-203)


“ La libertà è scegliere, ma non la libertà di non scegliere. Non scegliere infatti significa scegliere di non scegliere”.

(L’Essere e il Nulla)


Sartre, oltre a sottolineare la condanna dell’uomo, afferma che l’uomo ha il dovere di scegliere ovvero di prendere una decisione, in quanto non può rimanere indifferente e deve “s’engager”.

Il mio percorso è proseguito con l’analisi del concetto di libertà del filosofo francese Bergson.

Nel 1907 Bergson scrisse un saggio intitolato L’Evoluzione creatrice nel quale afferma che esiste un unico principio che spiega la contrapposizione tra materia e spirito, cioè tra mondo e coscienza: la forza vitale. Questo non è mai uguale, ma è in continua evoluzione e soprattutto è lo slancio vitale che anima tutte le cose.

L’evoluzione secondo Bergson appartiene all’essere stesso e quindi è possibile intuirla solo in noi e nelle

cose nella loro specificità.

A questo proposito possiamo dire che la vita non segue schemi, non si ripete mai, insomma è creatrice ex novo.

Lo slancio vitale ha prodotto la vita variando le sue forme. L’evoluzione è cominciata nelle piante, dove si è sviluppata lentamente perché tende ad arrestarsi a ripetizione, e negli animali dove è progredita nella

coscienza, sino ad arrivare all’uomo dove ha raggiunto la forma superiore.

Ciò che differenzia l’uomo dalla materia è che quest’ultima è ripetizione, è abitudine, al contrario l’individuo con la sua coscienza è la manifestazione di questo slancio vitale. L’uomo, infatti, è protagonista di questa evoluzione e può andare verso la libertà creativa.

Tuttavia Bergson si chiede perché, se l’uomo è libero, non si è giunti ad una società libera. A questo proposito egli ripercorrendo la storia dell’evoluzione sociale, distingue due tipi di società:

le società chiuse del mondo antico opprimevano la libertà dell’uomo, mentre le società aperte hanno incominciato a rispettare la dignità e la libertà dell’uomo.

Tuttavia accanto a questo passaggio si sono sviluppati parecchi aspetti negativi e in particolare un’evoluzione in campo tecnologico. Tutto questo ha portato l’uomo a compiere delle scelte in quanto l’evoluzione ha messo nelle sue mani la libertà creativa e la forza del pensiero. Il compito dell’uomo è quello di realizzare la libertà di tutti dal bisogno materiale, dalle guerre, dai conflitti sociali . Per raggiungere questo fine la cultura e la filosofia sono molto importanti perché possono guidare l’uomo. Accanto a queste l’individuo può ispirarsi all’amore che è la parola chiave per costruire un mondo dove regna la libertà, e in questo amore la religione occupa un posto fondamentale. Essa deve guidare la società anche se non deve essere dogmatica e limitare il libero slancio creativo.

Bergson nel 1889 scrisse Saggio sui dati immediati della coscienza in cui sostenne la tesi della indefinibilità della libertà. Introducendo il problema della libertà, distingue due correnti di pensiero opposte: il dinamismo interpreta la natura come un insieme di forze libere e materia, in cui il fatto domina sulla legge, al contrario il meccanicismo interpreta la natura come materia regolata da leggi necessarie, dove la legge predomina sul fatto.Questi due modi di pensare ipotizzano l’esistenza dell’uomo ma possono anche metterne in discussione la libertà. Si può, infatti, parlare di determinismo psicologico che fa dipendere il comportamento dal carattere, quindi dalla “struttura psicologica” dell’uomo, e di determinismo fisico che presuppone la libertà come necessità di ogni uomo. Ma entrambe queste interpretazioni vengono negate da Bergson affermando che la libertà è


“il rapporto tra l’io concreto e l’atto che compie”. (r.93)


Inoltre aggiunge:

  1. E’ libero quell’atto che avrebbe potuto essere compiuto diversamente da come è stato compiuto;
  2. è libero quell’atto “che non può essere previsto neppure quando ne siano note in anticipo tutte le condizioni” (rr.109,110);
  3. è libero quell’atto “che non è necessariamente determinato dalla sua causa” (rr.119,120

Si può quindi affermare che l’atto libero si produce nel tempo che scorre, nel tempo vissuto, e siccome di questo non si può dare alcuna rappresentazione, egli afferma nuovamente che la libertà è indefinibile.

Freud nel saggio Il disagio della civiltà afferma che ”la libertà non è frutto della civiltà. Era massima prima di qualsiasi civiltà (..) subisce delle limitazioni ad opera dell’incivilimento e la giustizia (..) ”. La teoria del piacere che afferma la necessità dell’io di soddisfare i propri desideri, non tiene conto dell’incompatibilità tra le pulsioni interiori dell’io e delle esigenze naturali degli altri uomini che ci sono all’esterno. Insomma Freud definisce la società come conflitto di tutti contro tutti, e queste contraddizioni devono essere sottoposte a delle leggi. La società limita fortemente la libera realizzazione della vita psichica ed è proprio questa limitazione che caratterizza la civiltà.

Freud pensa che a causa di queste restrizioni nasca nell’uomo il desiderio di libertà, che “può essere ribellione contro qualche ingiustizia” oppure “può scaturire dal residuo della personalità arcaica, non ancora domata dalla civiltà”. Si è comunque sicuri che l’uomo difenderà sempre la sua esigenza di libertà individuale contro il volere della massa.

Il concetto di libertà in Schopenhauer è inteso in senso negativo in quanto significa semplicemente “negazione della necessità, negazione della relazione di causa ed effetto”. Così come Kant anche Schopenhauer parla di libero arbitrio della volontà. In Kant la volontà è libera ed autonoma in quanto coincide con la ragione ed obbedisce alla sua legge, che si esprime nella forma del dovere. In Schopenhauer, invece, la libertà è concepita come qualcosa di a-razionale, quindi non può essere definita positivamente, ma solo negativamente come assenza di necessità.

Riguardo la concezione della libertà individuale, si può dire che, secondo Schopenhauer, l’uomo non è libero, ma si può liberare superando i condizionamenti del mondo fenomenico e approfondendo il senso della propria identità con la volontà metafisica. L’arte è intesa come liberazione, in quanto essa viene considerata come una forma di conoscenza capace di cogliere l’oggetto in sé, fuori dalle sue relazioni col resto del mondo fenomenico, e capace di superere il principio di ragion sufficiente. Anche il ruolo del soggetto cambia in quanto, da una coscienza empirica, si eleva a soggetto puro ed universale; non è più sottomesso alla volontà. L’arte quindi rivela la possibilità di una emancipazione, almeno momentanea, dell’intelletto dal servizio della volontà. L’uomo grazie all’arte contempla la vita, e si eleva in tal modo al di sopra della volontà, del dolore e del tempo. Il rapporto tra volontà e intelletto appare rinnovato nell’etica. Questa seconda “tappa” non implica, come l’estetica, l’estraniamento momentaneo dalla realtà, bensì l’impegno nel mondo a favore del prossimo. Alla base dell’etica sta il concetto di pietà, un sentimento attraverso cui sentiamo nostre le sofferenze degli altri; e che non nasce quindi da un ragionamento o da una conoscenza, ma dal profondo del nostro essere. Ai suoi massimi livelli, la pietà consiste nel far propria la sofferenza di tutti gli esseri passati e presenti e nell’assumere su di sé il dolore cosmico. Con questa seconda “tappa” Schopenhauer raggiunge così la liberazione dall’egoismo e dall’ingiustizia. L’ascetismo è considerato la meta finale e l’abolizione di ogni distinzione tra l’io e l’altro. Il termine ascesi viene definito in senso negativo con il termine noluntas, che indica la condizione della volontà liberata, quindi non più come volontà di vivere, ma come “non volontà”.




In letteratura francese ho analizzato due scrittori, Jean-Paul Sartre e Albert Camus, che fanno parte del cosìddetto “esistenzialismo”, corrente filosofico-letteraria che si sviluppò dopo la seconda guerra mondiale.

La gente dopo aver vissuto per la seconda volta l’orrore della guerra, ha voglia di divertirsi, di danzare, di ascoltare la musica: ha voglia di “esistere”. All’origine di questo movimento c’è, infatti, l’influenza dei filosofi tedeschi, in particolare di Kierkergaard, Husserl e Heidegger. Questi si opposero alla filosofia hegeliana, secondo la quale l’uomo era compreso all’interno di una totalità, misero in risalto il concetto di esistenza e diedero importanza ai sentimenti dell’individuo, in particolare all’angoscia e alla tragicità della vita.

Sartre e Camus hanno una concezione negativa dell’esistenza e in particolare manifestano nelle loro opere, una forte solidarietà umana che ha permesso loro di opporsi al nazismo, a favore del marxismo

dal quale sono stati, anche se in maniera diversa, attratti.

Sartre nella sua opera L’Etre et le Néant afferma : 'L’homme est condamné à être libre'  e continua dando la definizione di libertà:


“La liberté est de choisir, mais pas la liberté de ne pas choisir. Ne pas choisir en effet c’est choisir de ne pas choisir'.


La libertà consiste nella scelta, l’uomo è quindi condannato a scegliere, non può rimanere indifferente e deve “s’engager”.

Anche i personaggi di Sartre e di Camus sono “condannati a essere liberi”. Essi, infatti, sono costretti a prendere una posizione e a scegliere tra la fedeltà alle leggi morali oppure alle leggi politiche. Le posizioni dei due autori sono divergenti e sono espresse chiaramente nelle due opere Les mains sales di Sartre e L’hôte di Camus.  

Nella sua opera Sartre tratta il problema del rapporto tra i fini e i mezzi nella prassi politica, tema che gli fu suggerito dall’assassinio del rivoluzionario russo Trotskij. Il dramma, che si svolge in un paese immaginario dei Balcani durante la seconda guerra mondiale, vede come protagonista un giovane borghese: Hugo. Egli, per odio della sua classe, decide di entrare nel partito comunista, dove gli viene affidata la missione di uccidere Hoederer, la cui linea politica sembra non essere più conforme alle idee del partito. Hugo si stabilisce con la moglie Jessica nella casa di Hoederer come suo segretario. I punti di vista dei due si oppongono: Hugo è un idealista, vuole rimanere fedele ai suoi comni e alle sue idee, mentre Hoederer afferma la necessità di “ sporcarsi le mani” se i fini lo richiedono. Per questo motivo, Hugo e Hoederer rappresentano rispettivamente la filosofia di Camus e Sartre: Hoederer e così anche Sartre condividono la politica dell’italiano Machiavelli, la cui idea politica si può riassumere nella celebre frase “il fine giustifica i mezzi”. Allo stesso modo, infatti, Hoederer afferma che se la situazione lo richiede è giusto andare contro persino ai comni che fanno parte dello stesso partito: “Je mentirai quand il faudra et je ne méprise personne (..) j’ai les mains sales” (quadro V, scena 3).

Hugo incarna la filosofia di Camus, il quale sostiene l’orrore per il crimine politico e promuove la fedeltà alle idee morali.

La novella di Camus, L’hôte, contenuta nella raccolta L’exil et le Royaume e pubblicata nel 1957, vede come protagonista Daru, l’”instituteur” di una scuola di un piccolo paese. Un giorno riceve visite dal Cavalier Balducci, un carabiniere, che affida a Daru “l’Arabe”, un prigioniero accusato di aver ucciso il proprio cugino e gli ordina di consegnarlo alla giustizia il giorno dopo a Tinguit. Il protagonista si trova a dover decidere se consegnare l’Arabe alla polizia, e quindi condurlo alla morte, oppure se lasciarlo libero e trasgredire gli ordini. Daru, fedele ai suoi   principi morali, decide di non condurlo a Tinguit, ma lascierà il prigioniero decidere se cosegnarsi volontariamente oppure scappare. Colpito dall’atteggiamento umano di Daru, l’Arabe s’incaminnerà sulla strada che porta alla polizia. Al contrario di Sartre, nella novella di Camus chi vince è la giustizia, insieme alla morale.


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