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Alessandro Manzoni - Il matrimonio e la conversione

Alessandro Manzoni - Il matrimonio e la conversione
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Alessandro Manzoni  

Alessandro Manzoni, uno dei più grandi scrittori non solo del XIX secolo, ma della letteratura europea dal Medioevo in poi, nasce a Milano il 7 marzo 1785, dal conte Pietro Manzoni, un benestante proprietario terriero originario di Barzio in Valsassina, e da Giulia Beccaria lia di Cesare Beccaria, il celebre illuminista autore dell'opera Dei delitti e delle pene, contro la tortura e la pena di morte.

         Quando Giulia sposa Pietro Manzoni ha vent'anni e lui quarantasei, due più del suocero. A sei anni il piccolo Alessandro entra nel collegio dei padri Somaschi, prima a Merate e poi, nel 1796, a Lugano. I genitori si interessano poco di lui; già dal 1792 Giulia Beccaria, che nel frattempo, abbandonando casa Verri, aveva conosciuto il nobile e ricco Carlo Imbonati, col quale si stabilisce prima a Londra e poi a Parigi, dove viene accolta favorevolmente anche grazie alla fama del padre, finché nel 1805 il nobile muore improvvisamente lasciandola erede di una cospicua fortuna.
Intanto nel 1798 Alessandro ritorna a Milano, che nel frattempo era diventata la capitale della repubblica Cisalpina, dopo il Trattato di Campoformio, col quale Venezia cade sotto l'Impero austriaco e Napoleone consolida il suo dominio sull'Italia settentrionale, nel collegio Longone dei Padri Barnabiti. Nel 1801 completa gli studi e ritorna in famiglia nel palazzo di via san Damiano, alternando i soggiorni nella villa estiva al Caleotto, presso Lecco; ma vive praticamente isolato da padre, insieme alla servitù, pur conoscendo ospiti abbastanza occasionali come Monti, Foscolo e Cuoco; dello stesso anno è la sua prima opera importante, il poemetto di stampo classicheggiante, secondo gusti montiani, Del trionfo della libertà, frutto anche della sua insofferenza al metodo educativo di Barnabiti e Somaschi, del suo distacco dal cattolicesimo e dell'entusiastico avvicinamento agli ideali illuministici e ai valori della Rivoluzione Francese, portati a Milano dall'armata Napoleonica.
         Alessandro, nella casa del conte Manzoni, respira un'atmosfera malinconica, accresciuta dalla tetraggine delle sette zie nubili, una delle quali ex monaca, e dallo zio monsignore che porta la natta all'occhio. La vocazione poetica del sedicenne Manzoni si manifesta con un sonetto autobiografico, Autoritratto, in cui si presenta: «Capel bruno; alta fronte; occhio loquace» È un adolescente in cerca della propria identità.
primo poemetto in quattro canti, intitolato Del trionfo della libertà (1801), in cui, imitando il suo 'maestro' Vincenzo Monti, e anche Dante, condanna ogni forma di tirannide.



         L'esordio poetico risale al 1802: Francesco Lomonaco (1772-l810), storico e saggista esule da Napoli dopo la fallita rivoluzione del 1799, inserisce il sonetto manzoniano Per la vita di Dante, in apertura delle sue Vite degli eccellenti italiani. In questi anni, incoraggiato dai consensi e dall'amicizia di poeti come Ugo Foscolo (1778-l827) ed Ermes Visconti (con la sorella del quale, l'angelica Luisina, vive l'emozione del primo amore, ma presto la famiglia scoraggia le assidue visite del tenero poeta), scrive l'ode Qual su le Cinzie cime (1802), in cui si sente l'influsso della poesia del Parini e del Foscolo, l'idillio Adda (1803), una sorta di invito al Monti perché sia suo ospite nella villa paterna del Caleotto, sul lago di Como, e i quattro Sermoni, in cui, alla maniera di Orazio, elabora una satira sferzante contro il malcostume del tempo. A diciott'anni, nel 1803, Alessandro Manzoni è già noto ai più grandi intellettuali del tempo, a cui chiede giudizi e valutazioni sulla sua produzione: sottopone le poesie al Monti, che ha per lui parole lusinghiere. Diviene amico di Vincenzo Cuoco( 1770-l823), esule a Milano come il Lomonaco, e autore del Saggio sulla rivoluzione napoletana del 1799 (1801), col quale inorridisce il poeta raccontando le sanguinose repressioni borboniche. Milano è una città stimolante e affascinante per il ragazzo che ha conosciuto, fino a sedici anni, i quieti paesaggi del lago di Como (contemplati dalla villa paterna del Caleotto, a Lecco) e gli austeri corridoi dei collegi. Non si sa che cosa induca Giulia a richiedere la presenza del lio. Alessandro riceve l'invito: chiede i soldi per il viaggio al padre, che subito glieli concede; ma mentre si accinge a partire, viene raggiunto dalla notizia della morte dello stesso Imbonati, lasciando erede Giulia dei suoi beni, tra cui la villa di Brusuglio, poco fuori Milano. Pare una sorta di decalogo morale al quale il Manzoni si atterrà per tutta la vita, in cui esprime i suoi ideali umani e letterari impregnati di coerenza etica e una analisi concreta e reale della storia dell'uomo e della sua evoluzione.
Il rigore morale di questi affiora nel disgusto manzoniano per gli adulatori dei potenti, che riducono la letteratura a «un vergognoso / Negli anni trascorsi a Parigi, fino al 1810, Manzoni ha la possibilità di allargare il proprio orizzonte culturale con amicizie che risulteranno decisive per la sua formazione artistica e letteraria. Claude Fauriel lo introduce nel gruppo degli Ideologi, intellettuali che si oppongono al regime napoleonico, perché ha soffocato le libertà propugnate durante la rivoluzione del 1789. Appartengono a questo movimento personaggi come il filosofo Antoine Destutt de Tracy (1754-l836), il medico-fisiologo-filosofo naturalista Pierre Jean Cabanis (1757-l808). Nasce da qui quell'atteggiamento mentale che indurrà Manzoni a ricostruire con molto scrupolo storiografico l'ambientazione delle opere tragiche e del romanzo.

         Ciò li avvicina al pensiero del Giansenisti. Sono, questi, seguaci del teologo olandese Cornelis Jansen (latinizzato Giansenio). Il Giansenismo era fiorito a Parigi nel Seicento, grazie ai filosofi e teologi dell'abbazia di Port-Royal, che, però, era stata distrutta nel 1710 da re Luigi XIV. In questi mesi Alessandro legge opere di grandi moralisti e filosofi del Seicento, come Jacques Bossuet (1627-l704) e Blaise Pascal (1623-l662), ma si appassiona anche alla lettura di Voltaire e, grazie a Fauriel , comincia ad accostare le idee romantiche, attraverso il pensiero del tedesco August Wilhelm Schlegel (1767-l845).
         Nel 1807 ecco la pubblicazione di un poemetto, Urania (forse dedicato a Sophie, che gli amici chiamavano Uranie) sulla funzione civilizzatrice della poesia. In quegli anni accomna la madre tre volte in Italia, a Torino nel 1806, a Genova nel febbraio 1807 per conoscere Luigina Visconti nell'ambito di una combinazione matrimoniale che non si realizzerà, e nel settembre dello stesso anno a Milano, dopo il fallimento di una nuova combinazione matrimoniale con la giovane lia dell'amico Destutt de Tracy. Sulle rive del lago di Como, sotto la guida della madre, conosce Enrichetta Blondel, lia di banchieri ginevrini stabilitisi in Italia: anche per il carattere dolce e sensibile della giovane Enrichetta (che aveva solo 16 anni, contro i 22 del Manzoni): ancora una volta Giulia dimostra di ben conoscere il cuore del lio e di saper indovinare la donna giusta per lui.

 Il matrimonio e la conversione

         Così la sedicenne Enrichetta Blondel entra nella vita di Manzoni per lasciare una traccia importante. I due si sposano con rito civile nel Municipio di Milano il 6 febbraio1808 e la sera stessa le nozze sono benedette con rito evangelico nella casa della sposa che pratica, infatti, la religione calvinista. Nel giugno del 1808 la famigliola Manzoni riparte per Parigi. Nella capitale francese nasce la primogenita, Giulia Claudia, nel dicembre 1809, che nell'agosto dell'anno seguente viene battezzata nella chiesa giansenista di Meulan con rito cattolico, così come prevedeva il contratto matrimoniale (che prevedeva che i li nati dalla loro unione sarebbero stati allevati nel culto della religione cattolica).



         Così si affidano all'abate giansenista Eustachio Dègola (1761-l826) le cui dotte conversazioni la guidano progressivamente all'abiura del calvinismo e all'adesione alla fede cattolica, il 22 maggio del 1810, nella chiesa di Saint Séverin, a Parigi. Già nel settembre 1809 i due coniugi avevano fatto istanza al Pontefice Pio VII affinché il loro matrimonio venisse nuovamente celebrato, ma con rito cattolico, che avviene nel febbraio 1810.

         A queste pacate riflessioni, in cui le domande di Enrichetta, testimoni di una sincera volontà di trovare il vero Dio, sono costantemente corroborate dalle sapienti risposte dell'abate (il cui rigore di giansenista ha una rispondenza profonda nell'austerità del calvinismo di Enrichetta), non è estraneo lo stesso Manzoni. Fino ad allora è stato indifferente alle questioni di fede, forse per un'intrinseca e giovanile polemica contro l'assillante educazione religiosa impartita nei collegi della sua infanzia e adolescenza. Molti amici e conoscenti chiederanno al Manzoni, lungo l'arco della sua esistenza, quale sia stato il momento della 'folgorazione', l'attimo decisivo in cui ha deciso di recuperare la fede. Il Manzoni non dà risposta, al massimo si lascia andare a frasi sibilline: «È stata la grazia di Dio, mio caro, è stata la grazia di Dio», confiderà molti anni più tardi a Stefano Stampa, lio della seconda moglie teresa Borri. Forse può essere d'aiuto un episodio della sua vita, capitato il 2 aprile 1810, a Parigi. Separati dalla folla, i due si perdono di vista e Manzoni si rifugia frastornato nella chiesa di san Rocco. Infatti, appena esce dalla chiesa, ritrova Enrichetta sana e salva.
Manzoni si riaccosta alla fede cattolica attraverso la mediazione giansenista: questo fatto lascia un'impronta abbastanza forte sulla sua visione dell'uomo, perché gli inocula quel pessimismo che poi si estende alla concezione della storia, come ammasso irrazionale di fatti, disciplinati solamente dalla Provvidenza di Dio e guidati, in tal modo, a un fine buono. Inoltre l'influsso giansenista rafforza il naturale rigore morale del Manzoni e conferma l'austerità del comportamento.
La famiglia Manzoni

         Nell'inverno del 1810 i Manzoni si stabiliscono definitivamente a Milano, ma alternano la vita in città con frequenti soggiorni a Brusuglio: sono gli anni più felici, vissuti all'insegna dell'accordo perfetto.
         Mentre Alessandro si diverte a piantare platani, abeti, robinie, cipressi, ortensie, rododendri, la Magnolia grandiflora, il cedro del Libano, vitigni del Tirolo, di Bordeaux e della Borgogna, nonché a sperimentare la piantagione del cotone, meditando fra sé le idee che tradurrà poi nei versi delle sue opere, Enrichetta genera li, li allatta e li educa: nel 1813 nasce Pietro, nel 1815 Cristina, nel 1817 Sofia, nel 1819 Enrico. Nel 1821 viene alla luce Clara, che muore prima ancora di compiere due anni, nel 1822 nasce Vittoria, nel 1826 Filippo, nel 1830 l'ultimogenita, Matilde. Di questi soltanto Vittoria ed Enrico sopravviveranno al padre.

         Gli amici non sono sicuri di conoscere Manzoni in ogni aspetto del suo carattere complesso: qualcuno fra loro lo definisce «un enigma». Da Parigi giunge in visita anche Claude Fauriel, al quale è affezionatissima la piccola Giulia, mentre, in casa di amici comuni, Alessandro conosce il filosofo Antonio Rosmini (1797-l855), che sarà uno dei suoi più cari amici e influenzerà la sua concezione religiosa e artistica. Nel settembre del 1819 i Manzoni partono per Parigi, dove sono ospiti per più d'un mese nella casa di Sophie de Condorcet, la Maisonnette: a muoversi, come dice lo stesso capofamiglia, è un'«arca di Noè» di undici persone: i genitori, cinque li, nonna Giulia e tre domestici.
         Negli stessi anni, di particolare rilievo sono le quattro odi civili:
- Aprile 1814, una delle opere indubbiamente meno felici, sia poeticamente che politicamente;
- Il proclama di Rimini, che a seguito della sconfitta del Murat a Tolentino rimane interrotta al 51° verso, ma è già rappresentativo delle idealità patriottiche del poeta;
- Marzo 1821, che rappresenta la vera dichiarazione politica e patriottica del Manzoni, con la sua aspirazione a un'Italia unita e libera dallo straniero;
- Il cinque maggio, scritto in occasione della notizia della morte di Napoleone Bonaparte.




         Il 15 gennaio 1816 il Manzoni dà avvio alla composizione della prima delle sue due tragedie, Il conte di Carmagnola, che occuperà molto del suo lavoro, come testimoniano le lettere scritte al Fauriel e la Prefazione alla tragedia stessa.
Il 14 settembre, dopo aver affidato il manoscritto della tragedia all'amico Ermes Visconti perché ne curi la stampa dopo averla sottoposta all'esame della censura (verrà pubblicata nel gennaio dell'anno seguente), il Manzoni parte per Parigi, dove soggiorna fino al luglio 1820. Al ritorno a Milano comincia un'intensa stagione creativa, che parte con la tragedia Adelchi, passa attraverso l'Inno sacro La Pentecoste e le due Odici civili maggiori del '21 e si concluderà nel 1827 con la prima edizione dei Promessi Sposi.

         Abbiamo a lungo parlato del Manzoni scrittore e intellettuale, ma come si presenta nella vita familiare e in veste di padre? Chi si aspettasse da lui l'atteggiamento calmo, rasserenante e sicuro del patriarca resterebbe deluso. Alessandro rivela tutte le caratteristiche del nevrotico. Scrive Pietro Citati: «Pochi anni dopo la conclusione dei Promessi Sposi, la linea della sua vita cominciò a discendere: il breve fervore creativo si spense, e a meno di quarantacinque anni Manzoni diventò il puntiglioso revisore, l'interminabile editore di sé stesso». Devozione è il termine che si addice maggiormente al comportamento di Teresa, che dedica la vita alla protezione della salute, creatività, fama del marito: gli amici la paragonano scherzosamente a una vestale, che custodisce qualcosa di sacro con vigile solerzia e passione, nonostante anche lei lamenti sempre qualche acciacco, reale o immaginario.

         Nel maggio del 1841 muore Cristina, moglie di CristoforoBaroggi, appena venticinquenne, seguita due mesi dopo da Giulia Beccaria. Nel marzo del 1845 è la volta di Sofia, di ventisette anni, sposata a Lodovico Trotti. Filippo morirà nel 1868, in miseria, lasciando quattro li.

Il Manzoni ripara a Lesa, sul lago Maggiore, dove Stefano Stampa lo ospita insieme con sua madre Teresa , per due anni, nella bella villa degli Stampa. Rosmini risiede nella vicina Stresa, una bella cittadina sulle rive del lago Maggiore. Frutto di questa amicizia è il dialogo Dell'invenzione (1850), in cui Manzoni sostiene che l'opera letteraria non deve lasciare spazio all'invenzione fantastica, ma deve farsi portavoce del vero, soprattutto del vero storico. Il Rosmini suggerisce anche i temi che sono enucleati nel trattato Del piacere (1851).
         Segue un decennio di riflessioni storiche e ricerche linguistiche, le quali convergono nel saggio Sulla rivoluzione francese del 1789 e la rivoluzione del 1859, composto nel 1860 (ma pubblicato postumo nel 1889).
         Nel 1860 Manzoni accetta la nomina a senatore del Regno d'Italia. A Torino partecipa alla seduta del Senato che conferisce a Vittorio Emanuele II il titolo di re d'Italia, il 26 febbraio 1861. Il disegno di legge passa alla Camera il 14 marzo e ne è relatore il genero dello scrittore, Giovan Battista Giorgini.
         Nell'agosto del 1861 muore anche la seconda moglie, Teresa Borri, mentre nel 1856 è sso Claude Fauriel e, l'anno prima, nel 1855, il Manzoni ha perso il conforto del grande amico Rosmini. Qual è l'influsso del filosofo nel pensiero del Manzoni? Egli ha definito, aderendo al pensiero dell'abate, il concetto di creatività come scintilla divina che si esprime attraverso il genio dell'uomo. Con il suo aiuto, inoltre, ha approfondito i concetti della morale cattolica, eliminando ogni traccia dell'antico giansenismo.

La fine

         Alessandro Manzoni resta lucidissimo sino alla fine della sua vita. Muore alle sei di sera del 22 maggio 1873, dopo penosa agonia, quasi un mese dopo la morte del lio Pietro. La sua decadenza è cominciata nel gennaio precedente, quando, uscendo dalla chiesa di San Fedele, a Milano, cade battendo la testa. I suoi funerali sono un momento solenne a cui partecipa tutta Milano. Il corteo funebre, attraverso corso Vittorio Emanuele, giunge sino al Cimitero Monumentale e, l'anno dopo, nel primo anniversario della morte, Giuseppe Verdi gli dedica la sua Messa di Requiem, che personalmente dirige la mattina nella chiesa di San Marco e la sera nel teatro alla Scala






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