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IL GIACOBINISMO - I GIACOBINI IN EUROPA, ITALIA GIACOBINA E NAPOLEONICA

IL GIACOBINISMO - I GIACOBINI IN EUROPA, ITALIA GIACOBINA E NAPOLEONICA
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IL GIACOBINISMO

Nel nuovo fervore di attività risvegliato dalla rivoluzione francese, una notevole funzione venne svolta dai club che raccolsero e convogliarono le masse popolari e diedero ad esse un’adeguata e una grande influenza sull’opinione pubblica. I club agirono anche sulle assemblee, come già aveva fatto a Parigi fin dall’inizio il club bretone, che rappresentò il Terzo stato e in cui si è voluto vedere il nucleo originario del futuro club dei giacobini. In quei primi momenti il club bretone si accontentava di accomnare e di sorvegliare il faticoso cammino della rivoluzione, che doveva aprirsi la strada fra le mille difficoltà sollevate dai ceti privilegiati. Nel novembre del 1789 la società ebbe forma definitiva a Parigi dove si svolse la prima seduta del club giacobino. Riservata solo ai rappresentanti della nazione agli Stati Generali, si aprì alla fine dello stesso anno agli scrittori e a tutti i borghesi liberali che si mostrassero disposti a “difendere la causa degli interessi pubblici”. I membri della società erano soprattutto parlamentari, ai quali si aggregava un’èlite, definita in termini politici ed etici, “di uomini che nutrono amore per l’uguaglianza e un sentimento profondo dei diritti dell’uomo”; fu protagonista della riforma politica del regno e punto di aggregazione del movimento patriottico nazionale. Essa poteva quindi offrire alle società affiliate in tutte le province informazioni e interpretazioni dei decreti dell’Assemblea nazionale. I giacobini, quindi, si sentivano allo stesso tempo i portatori della volontà nazionale e gli educatori politici della nuova Francia. I giacobini si sentivano tenuti ad “illuminare” il popolo e a preservarlo dagli errori. Era il primo club della capitale anche perché vi coesistevano gruppi di persone diversi ma tutti di prestigio, e le domande di affiliazione crescevano a dismisura. In questa piccola struttura altamente organizzata, un elemento di grande rilievo fu l’abitudine del club giacobino a creare legami con altre organizzazioni sparse per tutto il territorio francese, che si stavano sviluppando e che ne divennero satelliti.  Accresciutasi rapidamente ebbe una completa e complessa gerarchia di cariche e di uffici, impose formalità rigorose e la prestazione di un giuramento agli aspiranti e una rigida disciplina ai suoi membri, sempre sotto la minaccia di essere épurés. E l’epurazione o espulsione, decretata dopo un vero e proprio processo politico contro quanti erano o apparivano contrari ai principi della rivoluzione, aprirà più tardi ai colpiti, in genere elementi moderati, la via della ghigliottina. Le sedute dei giacobini divennero pubbliche e quotidiane solo in un secondo tempo e l’ammissione del pubblico esercito grande influenza sulla società. Fino alla metà del 1790 i giacobini furono prevalentemente monarchici costituzionali, sia pure in grado diverso. Ma ben presto il timore della reazione, l’ostilità contro gli immigrati e i preti refrattari li spinsero a concezioni più radicali, che provocarono la secessione o l’espulsione dei moderati e favorirono l’influenza di uomini come Marat e Robespierre. Dalla primavera del 1790 i giacobini videro sorgere molti nuclei anche alla loro sinistra: piccoli, aperti anche alle donne, di reclutamento popolare, erano associazioni democratiche e preannunciavano quello che sarebbe stato il movimento sanculotto. Uno di questi raggruppamenti, i cordiglieri, promosse l’attivismo su tutti i fronti con la missione di sorveglianza e di denuncia degli abusi, un organo di intervento immediato nell’attività politica quotidiana.  A poco a poco la società assunse veste e carattere di grande organizzazione di controllo e di proanda rivoluzionaria ed estese per tutta la Francia associazioni similari. I successivi sviluppi della rivoluzione provocarono però una sempre più aperta spaccatura tra i moderati e la fazione più radicale. La crisi esplose nell’estate del 1791, dopo il fallito tentativo di fuga di Luigi XVI Robespierre comprese che occorreva combattere contro le tendenze al compromesso della stessa Assemblea e il 21 giugno pronunciò al club un famoso discorso che suscitò un immenso entusiasmo. Poco a poco avveniva l’episodio decisivo che dava al club la sua vera fisionomia rivoluzionaria. Il 17 luglio diverse migliaia di parigini si radunarono al Campo di Marte per presentare all’Assemblea una mozione con cui si chiedeva la sospensione del re: i soldati aprirono il fuoco su questa folla, uccidendo una cinquantina di persone. La reazione che seguì distaccò dal club dei giacobini la maggioranza moderata; questa costituì il club dei foglianti. La scissione dei foglianti parve minacciare la dissoluzione del club, ma Robespierre lo salvò e contribuì a dargli un impronta più radicale, allargandone le basi, accogliendo fautori aperti di repubblica e affidando alla Société fraternelle il compito di educare agli ideali giacobini gli operai e il popolo minuto. Ma con tutto questo i giacobini, troppo rigidi e formalisti, troppo legati dalla loro disciplina, non ebbero sulle masse popolari l’efficacia dei Cordeliers. Borghesi dottrinari, meno popolari e meno audaci dei colleghi dell’altro convento, ebbero nella perfetta organizzazione la base della loro potenza. Nel generale disordine essi erano i soli organizzati; nell’incertezza delle altre formazioni politiche essi apparvero sicuri, coerenti, infallibili. E il carattere inquisitoriale della società, alla cui sorveglianza non si sottrassero né uomini né istituzioni, giovò a rafforzarla, sebbene non infrequenti fossero le proteste e le ribellioni contro la dittatura e l’intolleranza giacobina. Intanto la guerra si avvicinava e con questa anche la necessità di imporre un regime più rigoroso di vigilanza repubblicana all’interno per meglio resistere ai nemici. Robespierre temeva che la guerra potesse rappresentare un diversivo e trascinando il popolo in uno slancio patriottico gli facesse dimenticare gli avversari interni. Nel nuovo clima di difesa nazionale il vecchio ceto dirigente della rivoluzione venne superato e a poco a poco eliminato; giunsero in primo piano elementi piccolo borghesi, animati da un profondo senso del bene pubblico, da un ardente amore per la patria minacciata, da un vivo desiderio di giustizia. Era il clima adatto al rigorismo morale e all’intransigenza di Robespierre, il quale, infatti, da questo momento acquista un ascendente sempre più forte. I giacobini ottennero una prima vittoria con l’insurrezione del 10 agosto 1792. Rappresentanti della piccola borghesia e dei sanculotti, i giacobini, per superare la difficilissima situazione della Francia che rischiava di soccombere agli eserciti nemici, sostennero la necessità di una rigorosa centralizzazione dell’amministrazione pubblica a tutti i livelli. Le lotte all’interno del gruppo dirigente rivoluzionario (eliminazione dei dantoniani e degli hebertisti), la stanchezza per gli eccessi del Terrore, le difficoltà economiche, il miglioramento della situazione bellica portarono il 9 Termidoro dell’anno II all’abbattimento di Robespierre e dei suoi principali seguaci, in seguito al quale il club dei giacobini perse la leadership politica. Sottoposto a persecuzioni e colpito dal “Terrore bianco” sotto il regime termidoriano, il club venne soppresso con decreto della Convenzione nel novembre 1794; nel 1795 Babeuf ne ritentò un rilancio, fondando la società degli amici della Repubblica, repressa dopo il fallimento della congiura babuista. Il termine giacobini fu anche usato fuori dai confini della Francia per indicare coloro che professavano idee simili a quelle dei membri del club francese.     



     

I GIACOBINI IN EUROPA

La diffusione del giacobinismo in Europa dimostra che fu un fenomeno di dimensione mondiale, il primo frutto della Rivoluzione Francese.

Vanno però distinti i tempi e i luoghi del giacobinismo europeo. In Belgio, a Liegi, a Magonza nei Paesi Bassi l’influenza francese fu molto profonda; in Italia, in Germania e in Olanda il contatto fu successivo e più immediato.

Possiamo individuare almeno due tipi di giacobinismo. Uno fu il giacobinismo individuale, fatto di sentimento, di entusiasmo rivoluzionario, immediata reazione all’annuncio della rivoluzione. I proandisti isolati di una rivoluzione geograficamente lontana venivano definiti giacobini dagli avversari politici. Il loro vivere ancora per maggior parte, in paesi in cui dominava l’ancient regime li obbligava spesso alla clandestinità e li spingeva verso la prassi della cospirazione. L’Europa centrale e meridionale conobbe una durissima repressione antigiacobina: i giacobini napoletani furono i più perseguitati; a Palermo la “cospirazione di De Blasi“ venne repressa con una violenza inaudita.

Il giacobinismo organizzato in club era possibile invece ove erano presenti forme di governo meno repressive.Ed è quello che ricorda più da vicino il giacobinismo francese. Ciò a quei tempi era possibile soprattutto in Olanda e Inghilterra.

ITALIA GIACOBINA E NAPOLEONICA

Il giacobinismo italiano, di tipo spontaneo e individuale, fu rapidamente represso già a partire dal 1794.

In Italia gli avvenimenti della Rivoluzione francese accesero entusiastiche speranze in quei settori dell’opinione pubblica interessati ad eliminare l’assolutismo: i gruppi dei rivoluzionari italiani che si costituirono in Liguria, in Lombardia, in Piemonte definendosi “giacobini”, al pari dei seguaci francesi di Robespierre, furono duramente avversati dalle autorità. Ma il clima politico cambio in modo decisivo nella primavera del 1796, quando il giovane generale Napoleone Bonaparte iniziò la sua “camna d’Italia” attaccando da sud il Piemonte. Queste nuove realtà istituzionali, chiamate impropriamente “repubbliche giacobine”, si diedero delle costituzioni modellate sull’esempio francese, non tutte ugualmente democratiche. Le decisioni adottate segnarono comunque una svolta decisiva rispetto al passato, perché vennero aboliti i privilegi della nobiltà, soppressi gli ordini religiosi, messi in vendita i beni nazionali allo scopo di are i debiti. Nel complesso le repubbliche giacobine ebbero vita travagliata: dovettero da una parte subire le pressioni Francesi, dall’altra le minacce d’insurrezioni anche a base popolare ispirate da monarchici e uomini di curia. In Italia, come nel resto dell’Europa, l’impero napoleonico crollò tra il 1814 e il 1815, ma nel nostro paese vi fu un ultimo disperato tentativo di salvare l’esperienza napoleonica trasformandola in una guerra nazionale di liberazione delle antiche monarchie ritornate al potere.




La conoscenza dell’Italia napoleonica non può prescindere dalla ricerca storiografica sui giacobini. Nel giacobinismo infatti sono già presenti le idee di unificazione, sia pure in una ovvia varietà di posizioni, più o meno moderate o radicali. Una particolare attenzione a questo tema è stata dedicata dallo storico Armando Saitta, che mostra la presenza di idee unitarie e di progetti federalisti. I giacobini italiani concepirono il loro programma politico-sociale,con esiti cosmopolitici ma pur sempre entro una cornice nazionale, in congiunzione con un vigoroso sentimento nazionale.                                                      

Interpretazioni storiche del fenomeno giacobino

I giacobini furono sempre identificati con la storia stessa della Rivoluzione francese nella sua fase ascendente (1789-l795). Ma, associati quasi sempre anche al terrore dell’autunno 1793-luglio 1794, hanno suscitato sempre controverse interpretazioni storiografiche e politiche: per alcuni erano l’avanguardia della rivoluzione, per altri l’anticamera del totalitarismo. Per molto tempo fu difficile separare il giudizio storico da quello politico: secondo gli storici francesi liberali dell’Ottocento (Michelet, Quinet, e altri) giacobinismo significava dittatura. Per gli storici neogiacobini di fine Ottocento (Albert Mathiez in particolare) il giacobinismo era invece lo strumento della salute pubblica e della tutela dello Stato. Tesi più recenti hanno tentato di separare i due giudizi: il giacobinismo, secondo lo storico Georges Lefèbvre, è una sorta di dispotismo illuminato. Seguendo le intuizioni di Antonio Grasmici, Claude Mazauriac vi ha visto invece l’espressione politica di una rivoluzione nata dall’alleanza di città e camna, riuscita proprio grazie alle capacità dei borghesi cittadini di coinvolgere la camna nella propria battaglia politica. Questo legame, secondo Lefèbvre, assicurò il dominio sociale e politico non solo del club giacobino, ma soprattutto della borghesia sul movimento rivoluzionario. Più scettico è lo storico Francois Furet, che non considera il giacobinismo un fenomeno o un concetto, ma un periodo, un avvenimento della storia francese: attorno a questa fase della storia francese si coagulano il culto dello Stato e quello della Nazione, attorno a valori egualitaristici e alla ricerca di un’etica pubblica. Il dibattito sul giacobinismo è strettamente legato a quello sull’attualità della Rivoluzione francese, e sulla specificità della società francese all’alba della Rivoluzione. Il giacobinismo fu anche il prodotto della non uniformità del Regno di Francia alla vigilia della rivoluzione: ogni città faceva riferimento ad una realtà diversa da quella della capitale e ogni club giacobino si riferiva alle specifiche diversità della zona in cui era sorto. E questa diversità creava mille piccoli centri e mille luoghi di discussione diversi fra loro, ma resi simili solo dall’intenzione rinnovatrice. Il giacobinismo è quindi anche il prodotto di una trasformazione, durante la Rivoluzione francese, del dibattito politico: cambiarono i protagonisti della scena politica, mutarono le opinioni, e per la prima volta si vede nascere, in Francia, una opinione pubblica di massa, che trasformò semplici sudditi in cittadini. Infine, su un piano storico-politico, il giacobinismo è il prodotto di un’effettiva esperienza di potere. Nel marzo 1792 si costituì il primo ministero giacobino attorno ai girondini. Per più di due anni, fino alla caduta di Robespierre, nel luglio 1794, il governo della Francia restò, sotto forme diverse, giacobino. A partire dall’eliminazione dei girondini, nel giugno 1793, i giacobini, che si identificavano ormai con la Montagna, esercitarono una vera e propria egemonia. 

Il giacobinismo fu quindi un modello di cultura politica da cui non si può prescindere quando si analizza la genesi dei partiti politici.






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