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Il mondo bipolare - Il contesto internazionale

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Il mondo bipolare

Il contesto internazionale

1 L’Europa dei blocchi

Alla fine del secondo conflitto mondiale l'Europa e il mondo si trovarono divisi in due 'blocchi' contrapposti: quello occidentale, con a capo gli USA, e quello orientale, controllato dall'URSS. Fu l'ex premier inglese Winston Churchill a descrivere per pri­mo il clima di ten­sione creatosi in Europa dopo la guerra. Egli parlò di una 'cortina di ferro' che separava l’Oriente europeo dal mon­do libero ed espresse la necessità di combattere contro l'avanzata del comunismo.

Le due superpotenze proponevano modelli di società, di economia e di cultura an­titetici. Gli USA e i Paesi loro alleati erano retti da democrazie parlamentari; l’URSS e i Pae­si comunisti erano Repubbliche popolari a partito unico.



La contrapposizione tra i due blocchi assunse la denominazione di 'guerra fredda': uno scontro indiretto, in cui i due contendenti ricorrevano ai mezzi più sottili dello spionaggio, della proanda, della diplomazia; l’arma forse più micidiale in questa fase fu la minaccia di una guerra nucleare.

L’elemento distintivo del periodo fu la cosiddetta 'corsa agli armamenti'. Le due grandi potenze tesero ad ampliare in ma­niera esponenziale i loro arsenali militari a scopo offensivo e difensivo.

Nel 1949 l’URSS fece esplodere la sua prima bomba atomica, cosa che ebbe un drammatico contraccolpo psicologico negli USA.

La linea di demarcazione tra i due blocchi era in Europa abbastanza netta e spacca­va in due il continente.

Le crisi diplomatiche furono frequenti e spesso ci si avvicinò a un conflitto aperto. Il problema del destino politico della Germania rappresentava per l'Europa un nodo cruciale. Dal 1947 la parte ovest di Berlino, sotto l’amministrazione di Francia, Gran Bretagna e USA, era stata integrata nel sistema politico-economico occidentale.

Nel 1948 i sovietici reagirono a tale politica con il blocco di Berlino, impedendo ogni comunicazione fra la zona ovest della città e i Paesi occidentali. Il blocco fu tolto solo nel 1949, dopo il suo fallimento provocato dal ponte aereo di rifornimento organizzato dagli USA.

Nel 1949, a seguito degli accordi di Washington, gli occidentali concessero l'autonomia ai tedeschi, costituendo la Repubblica Federale Tedesca. I so­vietici risposero con la creazione della Repubblica Democratica Tedesca. La città di Berlino rimase divisa in due settori, quello occidentale e quello orientale. Per impedire le frequenti fughe dei tedeschi orientali in Oc­cidente, nell’agosto del 1961 venne eretto il cosiddetto muro di Berlino, che divenne da allora il simbolo della 'guerra fredda'.

La situazione europea, nonostante le lacerazioni, appariva stabile. Alcune aree pro­blematiche rappresentavano un pericolo facilmente controllabile e nelle zone in cui si sviluppavano movimenti di opposizione all'ordinamento politi­co imposto, i due schieramenti cercavano di reagire con diplomazia, evitando l'uso diretto della forza.

Gli USA avvertivano l'esigenza di limitare l'espansionismo sovietico e contenerne la minaccia entro i confini orientali d'Europa. Secondo questa prospettiva si sviluppò la dottrina Truman con la richiesta di aiuti militari a favore delle forze anti­comuniste. Più diffuso e robusto doveva essere il sostegno economico per quei Paesi che volevano difendere le istituzioni li­beral-democratiche dalla minaccia comunista. Nel 1947 gli USA organizzarono il Piano Marshall che prevedeva l'intervento economico americano a sostegno dei Paesi europei devastati dalla guerra, allo scopo di avviarne la ricostruzione.

Il legame tra gli USA e gli alleati europei si concretizzò, nell'aprile del 1949, con la firma del Patto atlantico, con cui si costituiva un'alleanza militate offensiva e di­fensiva antisovietica (NATO).

L'URSS reagì dando vita al Patto di Varsavia, un'alleanza militate tra i Paesi comunisti.

I due blocchi finirono comunque per realizzare una sorta di 'coesistenza paci­fica'. I primi segni del 'disgelo' fra le due superpotenze furono rappresentati dal trattato di Vienna del 1955, con cui le truppe sovietiche lasciarono l'Austria, e la conferenza di Ginevra.

Nel 1959 la conferenza di Parigi affrontò per la prima volta il tema del disarmo nucleare.

2 L’Unione Sovietica

L'Unione Sovietica era uscita vittoriosa dal terribile conflitto con la Germania. Tuttavia, al termine del conflitto, il Paese era devastato. La ricostruzio­ne richiedeva uno sforzo titanico.

Il Partito comunista dell'Unione Sovietica (PCUS), era ormai ridotto a un apparato rigido e fortemente gerarchizzato. La cosiddetta nomenklatura, cioè l'insieme dei funzionari di partito, controllava il Paese eseguendo le direttive dei vertici, senza nessuna flessibilità. Dal punto di vista economico, un tale appesantirsi della burocrazia centralizzata aveva costi ingenti e produceva una notevole mancanza di iniziativa, oltre che una radicata inefficienza.

Con il varo del quarto piano quinquennale (1946-l950), l'economia sovietica fece progressi significativi. Vennero privilegiate l'industria pesante e la ricerca nel settore militare, mentre la produzione agricola puntava più sulla quantità che sulla qualità. La produzione nel settore agricolo crebbe, e aumentò di nove volte in quello industriale. Lo  svilup­po produttivo non corrispose tuttavia a un miglioramento degli standard di vita della popolazione. Nel settore agricolo vigeva la prassi dell'acquisto delle derrate ali­mentari da parte dello Stato, che imponeva prezzi fissi. Lo scopo era naturalmen­te quello di assicurare prezzi di vendita alla portata delle masse, ma nei fatti ciò pe­nalizzava la ricerca della qualità. Restava insoddisfatto l'enorme fabbisogno interno, compensato in parte da una politica di importazione a prezzi bassi dai Paesi amici.

Un notevole svi­luppo aveva interessato l'industria di ricerca e tecnologia spaziale. Questo orientamento accentuava le contraddizioni dell'economia sovietica: l'URSS poteva realiz­zare tecnologie sofisticatissime, in grado di competere con quelle americane, ma non sapeva fornire ai suoi cittadini i generi di primissima necessità.

3 L'Europa centro-orientale

Tra il 1945 e il 1955 i Paesi europei soggetti all'egemonia dell'URSS subirono un processo di sovietizzazione forzata.

In Polonia, nel giugno del 1947, si svolsero le prime elezioni libere, che videro il successo del Partito operaio.

La Bulgaria era stata guidata da un governo antifascista fin dal 1944. Le elezioni del 1945 diedero la maggioranza al Fronte patriot­tico, in gran parte costituito da comunisti. La monarchia venne abolita con un refe­rendum. Progressivamente il Partito comunista si liberò delle altre forze della coalizione e im­pose un regime a partito unico.

In Ungheria aveva ottenuto una forte maggioranza il Parti­to dei piccoli proprietari, che aveva costituito un Fronte nazionale ungherese insie­me a comunisti e socialisti. Si istituì dunque un governo di coalizione e venne così proclamata la repubblica. Nel 1953 Mosca decise di interve­nire per moderare gli eccessi ungheresi, ponendo a capo del governo il moderato Imre Nagy che intraprese una politica di riforme tese a smussare gli eccessi delle collettivizzazioni, restituendo parte delle terre confiscate ai contadini e garantendo una certa libertà di espressione politica e religiosa.

In Romania e in Albania il processo di 'sovietizzazione' politica fu più lineare.

In Romania, infatti, si svolsero nel novembre del 1946 le elezioni dell'Assemblea costituente.

In Albania nel 1946 venne proclama­ta la Repubblica popolare.

In Cecoslovacchia nel 1946 i governi socialisti e comunisti avviarono una politica di riforme economiche indirizzate verso la nazionalizzazione della produzione. Il governo a maggioranza comunista en­trò in crisi nel 1948, in seguito alla discussione sull'accettazione del Piano Marshall. Si andò a nuo­ve elezioni in un clima avvelenato e con un'unica lista predisposta dal Partito co­munista. La scontata vittoria dei comunisti consentì la trasformazione del Paese in una democrazia popolare imponendo un rigido regime stalinista.

In Jugoslavia i comunisti del maresciallo Tito inaugurarono una politica definita dai russi 'deviazio­nista', tentando l'esperimento di una 'via nazionale al comunismo' e mantenen­dosi su posizioni non allineate a quelle sovietiche ed equidistanti rispetto alle due grandi potenze che egemonizzavano la politica mondiale.

4 La svolta di Kruscev in Unione Sovietica e le conseguenze nei Paesi dell’Est  europeo

A partire dalla metà degli anni Cinquanta, la tensione internazionale sembrò co­noscere una sensibile attenuazione. Truman e Stalin, erano usciti di scena. Truman non era più presidente dal gennaio 1953. Stalin era morto nel marzo del 1953.

In URSS la lotta per  la successione era stata aspra e senza esclusione di colpi. Dopo un periodo di interregno, assunse la guida del Paese Nikita Sergeevic Kruscev. Egli appariva come una ura nuova, più aperta al mondo esterno, buon comunicatore e attento ai delicati equilibri sia interni sia internazionali. Alcune sue decisioni furono senz'altro deter­minanti per un miglioramento delle relazioni internazionali. Egli riconobbe l'indipendenza e la neutralità dell'Austria e giunse allo scioglimento, nell'aprile del 1956, del Cominform, uno dei sim­boli della 'guerra fredda'.



In altri casi tuttavia, le scelte del premier sovietico portarono a un acuirsi delle tensioni internazionali. All'interno del Paese, Kruscev decretò la fine del sistema delle 'grandi purghe'  e pronunciò un'inequivocabile condanna dei crimini staliniani.

Il leader sovietico esponeva la teo­ria della 'coesistenza pacifica' e cioè il progetto di una competizione pacifica fra i due modelli, liberaldemocratico e socialista, sen­za il ricorso a strategie militari.

Le dichiarazioni di Kruscev non portarono a significative trasformazioni del sistema politico ed economico sovietico. Sul piano economico, qualche effetto positi­ve si ebbe con la concessione di una maggiore autonomia e responsabilità gestiona­le alle aziende agricole. Analogamente, nei settori industriali si procedette a una timida modernizzazione degli impianti. L’idea di soddisfare le esigenze primarie consentì un discreto miglioramento delle condizioni di vita in URSS.

Nel giugno del 1956, in Polonia, uno sciopero di massa assunse ben presto il carattere di una violenta rivolta antisovietica.

In Ungheria, durante lo stesso anno, si susseguirono agitazioni studente­sche e operaie. Veniva richiesta la piena concessione delle libertà civili e l'in­dipendenza dall'URSS. A questo punto i membri del Partito comunista chiesero l'intervento dell'Armata rossa. Il 24 ottobre i carri armati sovietici entravano a Budapest, mentre la protesta di­lagava in tutto il Paese. Le truppe sovietiche furono costrette il 29 ad abbando­nare Budapest. L’Ungheria sembrava avere raggiunto finalmente l'indipendenza. Tuttavia il governo arrivò al punto di proclamare l'uscita dal Patto di Varsavia. Il 3 novembre l'Armata Rossa stringeva d'assedio la capitale. La resistenza ungherese venne sanguinosamente stroncata.

Il processo di destalinizzazione avviato da Kruscev non comportò affatto un allenta­mento del controllo sui Paesi satelliti dell’est europeo.

Anche i tentativi di distensione verso l'Occidente furono spesso deludenti. Un viaggio in USA di Kru­scev sembrò inaugurare una fase di dialo­go fra le due superpotenze, ma il contatto non produsse alcun reale cambiamento. Anzi, proprio a seguito di un incontro con il nuovo presidente John F. Kennedy , fu lo stesso Kruscev a provocare un inasprimento della situazione in Germania. Un'altra causa di forte tensione era la questione relativa alle instal­lazioni missilistiche sovietiche sull'isola di Cuba.

A partire dalla fine degli anni Cinquanta anche i rapporti tra URSS e Cina andarono deterio­randosi, fino alla rottura politica e diplomatica fra i due Paesi. I sovietici accusavano i cinesi di scarso rispetto del loro modello nella co­struzione del socialismo reale. Di contro il presidente Mao Zedong accusava l’URSS di aver imbrigliato e dissolto le spinte ri­voluzionarie della società sovietica. A dividere i due Paesi, tuttavia, erano anche questioni territoriali.

5 Gli Stati Uniti fra la fine della guerra e gli anni Cinquanta

Gli Stati Uniti uscivano dal conflitto mondiale pienamente consapevoli di esercita­re un predominio sul mondo occidentale. Le forti spese che i governi di guerra avevano dovuto sostenere non erano però ricompensate da un adeguato prelievo fiscale. Le elezioni del 1948 avevano portato alla conferma della presidenza di Truman.

La stabilità economica del Paese era una priorità nella politica del presidente. Egli riteneva necessario mantenersi fedele alle linee del New Deal roose­veltiano.

In politica estera il presidente Truman manifestò un aperto atteggiamento di ostilità contro l’ex alleato sovietico e la rottura diplomatica fra i due blocchi contrapposti si realizzò di fatto a partire dal 1947. Truman sviluppò una strategia finalizzata a ostacolare ovunque la diffusione dei regimi comunisti (la cosiddetta dottrina Truman).

Gli USA vivevano, nell'immediato dopoguerra, in un clima di mobilitazione anti­comunista. Per iniziati­va del senatore Joseph McCarthy, venne istituita una Commissione con po­teri speciali per indagare sui sospetti di attività antiamericane.

II maccartismo divenne una vera e propria 'caccia alle streghe', che emarginò dalla vita sociale i pochi aderenti al Partito comunista statunitense.

La Commissione divenne inoltre uno strumento persecutorio. Si giunse anche a limitare la libera espressione delle opinioni. Molti scienziati e intellettuali furono sottoposti a inchie­sta. Il caso più dolorosamente emblematico fu quello della condanna a morte, nel 1953, dei coniugi Rosenberg, accusati di spionaggio filosovietico.

L’opera della Commissione venne interrotta due anni dopo. Intanto, a seguito delle elezioni del 1952, era di venuto presidente il generale Ei­senhower. Con la sua presidenza, le imprese furono age­volate dal punto di vista fiscale. Si ebbe un’ulteriore crescita della spesa pubblica, e anche un forte incremento dei consumi. Nella seconda metà degli an­ni Cinquanta gli USA erano un Paese prospero.

Durante il secondo mandato presidenziale di Eisenhower emersero una serie di pro­blemi fino ad allora trascurati. Anzitutto la questione dei neri americani, spesso co­stretti a vivere in un clima di forte segregazione. Essi non potevano godere del nuo­vo benessere sperimentato dal resto della società americana. I conflitti razziali divennero un elemento determinante di instabilità politico-sociale nel passaggio fra gli anni Cin­quanta e gli anni Sessanta. La parte fino ad allora emarginata della società statunitense cominciò dunque a organizzarsi in movimenti di protesta. Fra i leader più popolari e amati emerse la ura di Martin Luther King. L'apice della tensione razziale venne toccato nella cittadina di Lit­tle Rock, in Alabama, quando il governo americano dovette inviare l'esercito affinché i neri potessero accedere alle scuole pubbliche.

6 La guerra di Corea

La 'guerra fredda' conobbe una fase particolarmente aspra con la guerra di Corea. La penisola coreana era stata divisa, lungo il 38° parallelo, in due Stati: la Corea del Nord, dove si era costituito un si­sterna comunista, e la Corea del Sud, dove vigeva un regime nazionalista a conservatore. La tensione fra i due Paesi si era manifestata lungo la frontiera fin dal 1948.

Il 25 giugno 1950 le forze armate nordcoreane varcarono il 38° pa­rallelo e penetrarono nella Corea del Sud. Il presi­dente americano Tru­man inviò forze armate americane a difesa del Paese amico. L'esercito americano respinse l'offensiva nordcoreana e si spinse fino al confine cinese. Ciò provocò l'intervento dell'esercito cinese. L'armistizio, firmato nel 1953, riconfermò la divisione lungo il confine del 38° parallelo.

7 La corsa allo spazio

Negli anni Cinquanta e Sessanta la ricerca scientifica e tecnologica compì enormi progressi. In quest’ottica va senz’altro considerata la conquista dello spazio.

La gara spaziale era stata avviata durante gli anni Cinquanta per dimostrare forza e superiorità tecnologica rispetto all'avversario.

L’URSS dimostrò una straordinaria capacità di sviluppo delle tecnologie. Nel 1957 i sovietici inviarono nello spazio lo Sputnik, il primo satellite artificiale. La medesima cosa fecero l'anno successivo gli Stati Uniti.

Nel 1961 il sovietico Jurij Gagarin fu il primo astronauta a navigare in orbita intor­no alla Terra a bordo della navicella Vostok.

Gli USA cercarono di colmare lo svantaggio intensificando gli sforzi e aumentando i finanziamenti all'agenzia governativa di ricerche spaziali, la NASA. Gli Usa vinsero la “gara spaziale” il 21 luglio del 1969, quando gli astronauti Neil Armstrong ed Edwin Aldrin, a bordo della navicella spaziale Apollo 11, raggiunsero la Luna e vi posero piede per la prima volta.

L’Europa occidentale

1 Le vicende politiche in Francia e Inghilterra

Le vicende politiche francesi vennero profondamente influenzate dal pro­cesso di decolonizzazione che ormai si avviava in tutto il mondo. Per iniziativa del ministro degli Esteri la Francia si ritirò dall'Indocina, a seguito degli accordi della Conferenza di Ginevra del 1954, e pose le basi per la concessione dell'indipendenza alla Tunisia. Sul problema algerino il governo perse la fiducia in Parlamento. L’ipotesi di abbandonare l'Algeria scatenò la ribellione dei generali là distaccati. Coloni francesi ed eser­cito effettuarono, nel maggio del 1958, un colpo di stato militare in Algeria, minacciando di estenderlo alla Francia. Il governo fu affidato a De Gaulle, che pareva l'unico in grado di controllare il Paese.




Il 1° giugno 1958 De Gaulle accettò l'incarico di governo dall'Assemblea nazionale. Egli si affrettò a redigere una nuova Costituzione.

Meno travagliato fu il dopoguerra per la Gran Bretagna. Poco prima della conclusione della guerra Winston Churchill abbandonò temporaneamente la scena politica, e Attlee ebbe il difficile compito di avviare il processo di trasformazione dell’Impero britannico. In politica interna egli promosse riforme sociali tese a garantire assistenza ai ceti meno abbienti. La politica del welfare State aveva come obiettivo la tutela sociale delle classi più deboli e la piena occupazione. Inoltre questa politica provocò un forte processo inflazionistico che ebbe come conseguenza il controllo sui salari; non si faceva altro che peggiorare le condizioni di vita dei lavoratori.

Negli anni '50, sul piano interno, la Gran Bretagna visse una situazione di crescente benessere a cui però non si associò un rinnovamento degli impianti industriali e delle tecnologie produttive. Inoltre la politica del welfare aveva indubbi costi in termini di bilancio dello Stato. Intanto era in corso il processo di decolonizzazione. Le istituzioni rimasero salde nonostante il progressivo smantellamento dell'Impero, e la regina Elisabetta II mantenne un ruolo prestigioso, po­tendo contare su un consenso forte da parte dei sudditi.

2 Turchia, Grecia, Sna e Portogallo nel dopoguerra

Ben diversa era la situazione nell'area dell'Egeo e nella penisola iberica.

La Turchia entrò a far parte della NATO nel 1951; i turchi ebbero, in questo modo, il sostegno dei nuovi alleati.

In Grecia, gli USA si impegnarono a fronteggiare il pericolo della guerriglia comu­nista. Una guerra civile deva­stò il Paese fra il 1945 e il 1949. I comunisti furono sconfitti e dichiarati fuorilegge. Nel 1950 la Grecia entrò dunque nella NATO.

In Sna il regime di Francisco Franco si mantenne saldo. Una dichiarazione dell'ONU faceva espresso divieto ai Paesi membri di intrattenere relazioni diplomatiche con il governo madri­leno.

Franco represse comunque ogni tentativo di apertura verso l'Europa occidentale.

Anche la dittatura di Salazar in Portogallo continuò dopo la guerra. Il Paese entrò a far parte della NATO nel 1949 e il dittatore rimase al potere fino al 1968.

3 L’Italia dal primo governo De Gasperi alla Costituzione (1945-l946)

In Italia, dopo il fallimento del governo Parri prese il via il pri­mo governo De Gasperi. Il programma di De Gasperi puntava alla stabilità attraver­so il compromesso tra tutti i partiti. Il primo atto del nuovo governo fu quello di nor­malizzare l’amministrazione dello Stato. La situazione era infatti molto confusa.

Nel marzo-aprile del 1946 si tennero le prime elezioni amministrative. Il Partito li­berale ne uscì clamorosamente sconfitto. Il panorama Italiano si può così descrivere: nel Nord-est la maggio­ranza era democristiana, il Nord-ovest era controllato dalle sinistre, il Centro era appannaggio di socialisti e comunisti; nel Sud, invece, emergeva una maggiore incertezza, anche a causa del notevole successo delle liste del Partito dell'uomo qualunque.

Dopo l'abdicazione di Vittorio Emanuele III si tennero, il 2 giugno, sia il referendum istituzionale (monarchia o repubblica) sia le prime elezioni a suffragio universale con cui venne eletta un’Assemblea costituente. Il referendum istituzionale mostrò esplicitamente la netta spaccatura fra Meridione con le isole, a prevalenza monarchica, e il Centro-nord, nettamente re­pubblicano. Gli esiti del referendum furono dunque molto incerti e la vittoria dei repubblicani non fu schiacciante.

Significativi furono anche i dati dell’elezione dei deputati all'Assemblea costituente:

·      il risultato elettorale evidenziò il prevalere dei tre grandi partiti di massa (de­mocristiani, socialisti e comunisti);

·      i risultati del Partito dell’uomo qualunque non furono molto significativi.

La stesura della Costituzione fu il terreno di confronto tra forze e posizioni molto differenti accomunate tuttavia da alcuni elementi:

·      la scelta repubblicana;

·      l'antifascismo;

·      il desiderio di stabilire regole certe per il futuro.

La Costituzione entrò in vigore il 1° gennaio del 1948 e fu il risul­tato di un compromesso fra i tre maggiori partiti. Il testo nel suo complesso costituiva un'avanzata formulazione dei principi liberal­democratici e definiva esplicitamente la matrice antifascista nello Stato nascente. La Costituzione diede alla Repubblica una forma parlamentare.

4 1947-l948: la rottura fra sinistra e Democrazia cristiana

Durante i lavori della Costituente il liberate Enrico De Nicola era stato nominato capo provvisorio dello Stato. Nel luglio del 1946 De Gasperi aveva formato un secondo governo. Egli aveva posto all'attenzione americana la difficile situazione sociale ed economica italiana e la ne­cessità di aiuti.

De Gasperi si schierò con decisione su posizioni filo­statunitensi, ottenendo così i finanziamenti previsti dal Piano Marshall. Le scelte del governo furono efficaci ma inasprirono i conflitti sociali; d'altra parte il contenimento dell'inflazio­ne aveva lo scopo di difendere le capacità di acquisto dei ceti medi.

Il lavoro salariato continuava a essere poco ato rispetto agli standard europei e il tasso di disoccupazione nel 1948 era ancora molto alto. In un clima di scontro aperto tra classe lavoratrice e governo si giunse alle ele­zioni politiche del 18 aprile 1948.

La paura del comunismo e i primi risultati positivi del governo De Gasperi contribuirono alla schiacciante vittoria elettorale della DC.

Dopo il voto, De Gasperi fu in grado di formare un nuovo governo democristiano e di inaugu­rare il cosiddetto 'periodo del centrismo', che sarebbe durato fino all'inizio degli anni Sessanta.

La tensione fra le forze politiche italiane crebbe quando, il 14 luglio 1948, Togliat­ti subì un attentato: si stava per sfiorare la guerra civile. Ma appena Togliatti, pur ferito gravemente, poté parlare dal suo letto d'ospedale, invitò alla pacificazione ed espresse fedeltà alle istituzioni; il suo intervento fece rientrare la protesta.



5 L’Italia del centrismo

In Italia la vittoria democristiana del 1948 diede inizio a un lungo periodo di governo della coalizione centrista, che univa democristiani, liberali, socialdemocra­tici e repubblicani. Il liberale Luigi Einaudi ven­ne eletto presidente della Repubblica. In politica estera l’Italia si schierò con il blocco statunitense, aderendo alla NATO.

In politica interna  si sviluppò un piano di ricostruzione, sfruttando gli aiuti economici americani.

Sul fronte sociale Alcide De Gasperi ebbe l'arduo compito di elaborare contemporaneamen­te un programma di sviluppo della libera iniziativa imprenditoriale e di tutela dei lavoratori.

De Gasperi varò la riforma agraria.

La riforma era attesa dai contadini meridionali, che dalla fine della guerra aspetta­vano la realizzazione delle promesse elettorali. Dal 1948 la situazione sociale nel Sud era divenuta sempre più esplosiva. La riforma agraria era costituita da tanti provvedimenti a carattere locale. La mancanza di organicità fu causata dalla for­te opposizione dei grandi agrari meridionali.

De Gasperi favorì la creazione di strutture previdenziali e assistenziali e istituì enti deputati all'intervento dello Stato in materia di economia:

·       realizzò la Cassa del Mezzogiorno, che gestiva i finanziamenti pubblici per lo svi­luppo di infrastrutture nel Sud;

·       introdusse la riforma Vanoni del fisco che prevedeva la tassazione proporzionale sul reddito;

·       costituì l'Ente Nazionale Idrocarburi (Eni).

Nonostante queste importanti iniziative, il disagio sociale ed economico dei ceti meno abbienti si accrebbe nei primi anni Cinquanta.

Le nuove elezioni si svolsero ancora in un clima di accesa lotta politica.

La DC non ripeté il miracolo del 1948. De Gasperi non ottenne la fiducia per il suo governo e uscì dalla scena politica.

La seconda legislatura repubblicana manifestò cedi­menti nella strategia del centrismo. Non mancarono comunque importanti successi in politica estera e interna. Nell'ottobre del 1954 all'Italia fu riconosciuta la sovranità indiscussa sulla zona A di Trieste e, nel 1955, il Paese entrò nell'ONU.

Sul piano interno vi fu un'importante riduzione della disoccupazione.

Nel 1956 eventi internazionali di grande portata ebbero profonde ripercussioni nel panorama politico italiano. Le denunce del se­gretario Nikita Kruscev, e la rivolta di Ungheria produssero un vero e proprio terre­moto nella sinistra italiana, segnando un allontanamento dalle posizioni filosovietiche del PCI.

6 Il boom economico

A partire dal 1958 e fino al 1963, in Italia si assistette al cosiddetto boom eco­nomico, una fase cioè di dirompente sviluppo economico a produttivo. La crescita della produzione fu un fenomeno incontrollato e in gran parte inaspettato.

Allo sviluppo produttivo corrispose un incremento significativo del tenore di vita del Paese. Il boom economico trasformò l'Italia da Paese prevalentemente agricolo a società industriale.

L'espansione economi­ca produsse:

·     l’aumento  medio annuo del 10% nella produzione manifatturiera;

·     un significativo incremento del Prodotto interno lordo (PIL);

·     l'aumento del 13,8% degli investimenti medi annui.

L'area compresa nel cosiddetto “triangolo industriale” Milano-Torino-Genova fu la prima a essere interessata dalla nuova fase di incremento produttivo. La nuova situazione non ebbe però solo risvolti positivi, poiché provocò anche profondi scompensi: si aggravò il divario tra città e camna e tra il Nord e il Sud del Paese. Dal Meridione e dalle camne la popolazione emigrò verso i centri industriali del Nord in cerca di lavoro.

Inoltre il boom economico accentuò la crescita dei consumi dei generi di lusso, sen­za che a essa corrispondesse un adeguato sviluppo di quelli di prima necessità. Ai progressi del settore produttivo non corrispose affatto un miglioramento paragonabile nell'ambi­to dell’erogazione di servizi pubblici. Si parla a questo proposito di 'distorsione dei consumi'. Scuole, ospedali, case, trasporti, insomma tutto ciò che rappresentava la presenza irrinunciabile di servizi nell'economia di un Paese progredito, non crebbe adeguatamente a fronte dell'impetuoso 'miracolo economi­co', e molto spesso tali servizi restavano a livelli sicu­ramente inaccettabili.

7 Verso l’integrazione europea

Il progetto di un'Unione Europea venne formulate per la prima volta nel 1941. Si auspicava una federazione europea fondata sull'antifascismo, sulla di­fesa dei valori della democrazia e della liberta.

Su iniziativa di Gran Bretagna e Francia nacque il Consiglio d'Europa . Nel 1950, a Roma, il Consiglio d'Europa stilò una prima 'Convenzione europea per i diritti dell'uomo'.

Nel 1950 il premier francese Robert Schuman dichiarò che l'unico modo per evitare i conflitti in Europa sarebbe stato quello di creare una federazione tra gli Stati del continente. Tale di­chiarazione sembrò a molti il primo passo concreto verso l’integrazione

Nel 1951, Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo, Italia, Francia, Germania Fede­rale diedero vita alla Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio (CECA) le cui finalità consistevano nel favorire la ricostruzione postbellica. Il cammino verso l’integrazione europea non era però facile. Nel 1952 Francia, Germania Federale, Italia, Belgio, Olanda e Lussemburgo firmavano un trattato che istituiva la Comunità per la Difesa Europea (CED). L’idea della costituzione di una forza militare sovranazionale creava forti perplessità. Il fallimento della CED nel 1954 portò alla rinuncia definitiva a ogni progetto di un sistema di difesa comune europea.

Nel 1957 gli stessi Paesi sottoscrissero il trattato di Roma, dando vita alla Co­munità Economica Europea (CEE), con lo scopo di abbattere le barriere doganali fra i Paesi membri e di adottare strategie produttive comuni, e all'Euratom (Ente per lo sfruttamento dell'ener­gia atomica), un organismo teso al coordinamento e allo sviluppo di tutte le attività di sfruttamento pacifico dell'energia nucleare.

8 La Comunità Europea

La CEE assunse un ruolo importante in ambito internazionale. La formazione di una comunità di Stati in Euro­pa occidentale sconvolse gli equilibri politico-economici di un mondo bipolare. Le questioni principali erano essenzialmente:

      la definizione di un ruolo internazionale della Comunità. La CEE, non poteva e non voleva essere politicamente equidistante tra le due superpo­tenze, ma nasceva con il dichia­rato intento di proporsi come 'terzo polo', almeno sul piano economico;

      l'iniziativa di altri Paesi europei che cercarono di contrapporre alleanze commerciali e politiche che riequilibrassero l'assetto interno al continente. Nacque così nel 1960 l'Asso­ciazione europea di libero scambio (EFTA) tra Austria, Danimarca, Gran Breta­gna, Portogallo, Norvegia, Sa e Svizzera. Ciò rallentò il processo d'integrazione e mise in luce il carattere meramente economico della Comunità: l'Europa rischiava di dividersi in una serie di confederazioni doganali contrapposte.






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