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Secondo periodo (1979-1991): la caduta del socialismo reale

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Secondo periodo (1979-l991): la caduta del socialismo reale

Il rilancio della guerra fredda nell’URSS di Breznev

Il processo di distensione si era avviato nei primi anni Settanta con il vertice sovietico-americano di Mosca nel 1972 con un accordo sugli armamenti strategici (SALT I). Nel 1973 questo processo di distensione si interruppe dando vita ad un nuovo periodo di crisi e di tensione tra le due superpotenze. In una situazione difficile per gli USA (grossi scandali finanziari e politici) l’URSS guidata da Breznev intraprese una politica d’intervento a sostegno dei governi rivoluzionari:

ØMedio Oriente: appoggio agli Arabi di Siria ed Egitto contro Israele

ØAngola: aiuto al governo di sinistra sorto dalla guerra anticoloniale



ØEtiopia: aiuto alla Repubblica democratica che avanzava un programma sociale e reprimeva i movimenti indipendenti dei Somali ed Eritrei.

ØIndocina: sostentamento dell’aggressione del Vietnam contro la Cambogia

Le conseguenze più drammatiche di questo espansionismo si ebbero con l’invasione dell’Afghanistan.

Nessuno credeva che vi sarebbero stati nuovi interventi diretti delle due potenze. La guerra fu molto feroce con largo uso di mine, molte delle quali realizzate in Italia. Un’armata sovietica si trovò impegnata nella repressione di un movimento popolare di guerriglia che ricordava la resistenza vietnamita, ma che era appoggiato militarmente ed economicamente dagli USA.

Il rilancio della guerra fredda negli USA di Reagan

La prima risposta degli USA, guidati da Carther, fu quella di boicottare le Olimpiadi di Mosca. A Carther seguì Reagan. In politica estera Reagan si rivolse all’orgoglio nazionale ferito dalla guerra del Vietnam e dai sequestri iraniani. Gli USA dovevano riacquistare l’egemonia mondiale, attraverso l’egemonia sul piano dei vettori nucleari tradizionali, sia realizzando il programma dello scudo spaziale.Proprio attraverso quest’ultima arma gli USA avrebbero deciso i conflitti atomici del futuro. L’URSS era considerato “l’impero del male”: soltanto dopo aver chiuso ogni spinta espansionistica sovietica e riaffermato l’egemonia politico-militare degli USA si sarebbe potuto tornare a parlare di coesistenza pacifica. Nel 1979 nel Nicaragua il movimento sandinista, dal nome del leader nicaraguese ucciso nel 1934, prese il potere facendo cadere la dittatura di Somoza. Gli USA appoggiarono i reazionari, senza mai un intervento diretto, ma furono condannati più volte, anche se vanamente, dall’Onu e dal tribunale internazionale dell’Aia. La lotta vide alla fine il movimento sandinista sconfitto a causa di errori sulla politica agraria e al crollo del fronte socialista.

Nel 1983 gli USA ripresero la politica di intervento diretto contro Granada, uno Stato di soli 100.000 abitanti. Nel ’89 Bush Senior invase Panama e nel ’91 ci fu la prima invasione dell’Iraq.

 

 

L’era Gorbaciov: le difficoltà dell’Unione sovietica

Negli anni dell’intervento nei conflitti regionali, in Unione sovietica, alle difficoltà economiche e al malcontento per la diffusa scarsità dei generi di consumo, si aggiunsero le inquietudini della società civile, le richieste di libertà politica, di più libera circolazione delle idee, la diffusa volontà di «cambiamento». Queste esigenze trovarono espressione nella politica di Michail Sergeeviè Gorbaciov, divenuto segretario generale del PCUS nel 1985, in seguito alla morte di Breznev (1982) e dopo un breve interregno che vide salire alla guida del partito e dello Stato gli anziani Yuri Andropov e Kostantin Cernienko. Da subito Gorbaciov, rappresentante di una generazione che non era stata direttamente coinvolta nello stalinismo, si mostrò deciso a introdurre una serie di radicali novità nel corso della politica sovietica, sia sul piano interno sia su quello internazionale.

Le riforme interne

In politica economica, il nuovo segretario propose con la perestrojka una serie di interventi nel segno della liberalizzazione, volti a introdurre nel sistema socialista elementi di economia di mercato. Sul terreno delle istituzioni si fece promotore, nel 1988, di una nuova costituzione che, senza intaccare il sistema del partito unico, lasciava spazio a un limitato pluralismo, distinguendo più chiaramente le strutture dello Stato da quelle del partito (comunque unite al vertice nel segretario-presidente). Alle elezioni del congresso dei Soviet tenutesi nel marzo ’89 fu istituito un sistema di candidature plurime (ma sempre su lista unica), che consentirono l’ingresso nel massimo organo rappresentativo di alcuni esponenti del dissenso. Nel maggio del ’90, il congresso elesse a larghissima maggioranza Gorbaciov presidente dell’URSS.

In realtà le riforme si dimostrarono per lo più inadeguate e furono scavalcate dalla crisi. Gorbaciov avviò un processo di liberalizzazione interna condotto all’insegna della glasnost («libertà d’espressione»), che generò un dibattito politico-culturale.

La ripresa del dialogo

Conseguenza delle aperture riformiste all’interno fu la ripresa del dialogo con l’Occidente, imposta anche dall’incapacità del sistema sovietico di rispondere alla sfida lanciata dall’America di Reagan e dalla necessità di frenare la corsa agli armamenti per poter destinare maggiori risorse ai consumi individuali. La disponibilità al negoziato di Gorbaciov permise di ottenere negli incontri con Reagan (Ginevra, novembre ’85; Reykjavik, ottobre ’86), pur non raggiungendo risultati conclusivi, la fine di una lunga stagione di incomunicabilità e l’inaugurazione di un clima più disteso nei rapporti tra le superpotenze. Un terzo vertice (Washington, dicembre ’87) portò ad uno storico accordo sulla riduzione degli armamenti missilistici in Europa, che aveva un alto valore simbolico poiché prevedeva la distruzione concordata di armi nucleari. Nell’aprile dell’88, l’URSS si impegnò a ritirare le sue truppe dall’Afghanistan. Nuovi incontri al vertice tra Gorbaciov e Bush (Malta, dicembre ’89 e Washington, giugno ’90) consentirono di porre le basi per ulteriori accordi sulla riduzione degli armamenti strategici.



Un nuovo sistema

La rinnovata collaborazione fece nascere molte speranze sulle prospettive di un nuovo ordine internazionale. Questo ebbe un inizio di attuazione in Europa, quando a Parigi, nel novembre 1990, nell’ambito di una riunione della Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa (dopo Helsinki nel ’75), i paesi della NATO e del Patto di Varsavia, con la partecipazione della Germania riunificata, firmarono un trattato di non aggressione e di riduzione degli armamenti convenzionali. Però anche questo ordine internazionale entrò presto in crisi a causa del collasso dell’URSS.

 

 

La crisi del comunismo

La crisi del comunismo provocò il crollo dei regimi comunisti imposti all’Europa dell’Est dopo il secondo conflitto mondiale e la conseguente perdita da parte dell’Unione Sovietica di quel dominio mantenuto con tutti i mezzi per oltre un quarantennio. Come nel ’56, i mutamenti in atto nell’URSS si ripercossero immediatamente nei paesi satelliti, ma stavolta i processi riformatori furono favoriti dall’atteggiamento della dirigenza sovietica, decisa a non ripercorrere le orme di Kruscev e di Breznev.

La Polonia

La Polonia aveva già conosciuto inattesi cambiamenti fra l’80 e l’81, quando era sorto e si era affermato un sindacato indipendente chiamato Solidarnosc, appoggiato e ispirato dal clero cattolico e guidato dall’operaio Lech Walesa. Il movimento, protagonista di una serie di imponenti scioperi, era stato in un primo tempo tollerato dalle autorità. Ma nel dicembre 1981, per bloccare un processo dagli esiti imprevedibili, il generale Jaruzelski, già segretario del Partito operaio polacco, attuò un colpo di stato militare, assumendo i pieni poteri e mettendo fuori legge Solidarnosc. In seguito, tuttavia, lo stesso generale aveva allentato le misure repressive e aveva riallacciato il dialogo con la Chiesa e con lo stesso sindacato indipendente. I fattori che portarono agli avvenimenti polacchi furono:

v      fattori specifici, come la grande influenza del clero cattolico reso più forte e più autorevole dall’ascesa di Karol Wojtyla al soglio pontificio;

v      il nuovo corso della politica sovietica.

Questi avvenimenti rappresentarono l’inizio di una reazione a catena che fra l’89 e il ’90, avrebbe rovesciato gli equilibri politici e strategici di tutta l’Europa dell’Est.

L’Ungheria e la Germania

La via delle riforme interne fu intrapresa anche dall’Ungheria, dove, all’inizio dell’89, era stato deposto il vecchio Kadar. La decisione più importante fra quelle assunte dai dirigenti ungheresi fu la rimozione dei controlli polizieschi e delle barriere di filo spinato al confine con l’Austria. A partire dall’estate dell’89, decine di migliaia di cittadini della Germania orientale abbandonarono il loro paese per raggiungere la Repubblica federale tedesca, attraverso l’Ungheria e l’Austria. La fuga in massa, accomnata da imponenti manifestazioni di protesta, mise in crisi il regime comunista, costringendo alle dimissioni il vecchio segretario del partito Erich Honecker. I nuovi dirigenti avviarono un processo di riforme interne e quindi liberalizzarono la concessione dei visti d’uscita e dei permessi d’espatrio. Il 9 novembre 1989, furono aperti i confini fra le due Germanie, compresi i passaggi attraverso il muro di Berlino; e grandi masse di cittadini tedesco-orientali si recarono in visita all’Ovest in un clima di festa e di riconciliazione.

Cecoslovacchia, Romania e Bulgaria

In Cecoslovacchia una serie di imponenti manifestazioni popolari (con gli stessi protagonisti della primavera di Praga) determinarono la caduta del gruppo dirigente comunista e l’apertura di un processo di democratizzazione. In Romania il mutamento di regime, che negli altri paesi si era svolta in forme pacifiche, ebbe sviluppi drammatici per la resistenza opposta dalla dittatura personale di Nicolae Ceausescu, abbattuta nel dicembre ’89 da un’insurrezione popolare dopo un sanguinoso tentativo di repressione. Ceausescu fu catturato e messo a morte insieme alla moglie Elena. Alla fine dell’89, anche in Bulgaria fu avviato un graduale processo di liberalizzazione. Un anno dopo, il vento delle riforme toccarono anche l’Albania.

La riunificazione della Germania

Il governo Kohl riuscì a preparare in pochi mesi l’assorbimento della Germania orientale nelle strutture istituzionali ed economiche della Repubblica federale tedesca e a fare accettare all’URSS e ai paesi dell’Est europeo la nuova realtà di una Germania unita e integrata nell’Alleanza atlantica. In maggio i due governi firmarono un trattato per l’unificazione economica e monetaria. Il 3 ottobre, dopo il consenso di Gorbaciov e dopo che la Polonia fu rassicurata circa l’inviolabilità delle frontiere designate dopo la seconda guerra mondiale, entrò in vigore il vero e proprio trattato di unificazione.




 

 

La fine dell’URSS: l’acutizzarsi della crisi

Riforme economiche e liberalizzazione interna evidenziarono e acutizzarono alcune contraddizioni insite nell’URSS. Particolarmente allarmante era l’emergere di movimenti autonomisti o addirittura indipendentisti fra le popolazioni non russe inglobate, spesso con mezzi coercitivi, entro i confini dell’Unione sovietica. La crisi si acutizzò fra il ’90 e il ’91, in concomitanza con l’aggravarsi della situazione economica. Gorbaciov cercò di reagire mediando fra le spinte liberalizzatrici e le pressioni dell’ala dura del partito e delle forze armate, e alternando le concessioni agli interventi repressivi.

Il golpe fallito

Questo fragile equilibrio si ruppe nell’agosto 1991, quando un gruppo di esponenti del Partito comunista, del governo e delle forze armate tentò un colpo di Stato, esautorando il presidente, sequestrato nella sua casa di vacanza in Crimea. I congiurati contavano di sfruttare il malcontento diffuso fra la popolazione e forse speravano, oltre che nel pieno appoggio delle forze armate, anche in un avallo di Gorbaciov. Ma il golpe fallì clamorosamente di fronte ad un’inattesa protesta popolare e al mancato sostegno dell’esercito: a Mosca, fra il 19 e il 20 agosto, una grande folla si raccolse a presidio delle libere istituzioni appena conquistate. Il fallimento del golpe da un lato valse a spezzare via quanto restava del Partito comunista (furono sospese le sue attività e requisiti i suoi averi), dall’altro accelerò la crisi dell’autorità centrale.

La caduta dell’Unione Sovietica

La riforma economica non riuscì a decollare, mentre il sistema degli scambi all’interno dell’Unione entrava in crisi aggravando i problemi di distribuzione delle merci. Il pluralismo politico non si tradusse in vera democratizzazione e lasciò spazio anche all’emergere di tendenze autoritarie e tradizionaliste. Le spinte separatiste si accentuarono. Dopo le tre repubbliche baltiche, anche la Georgia, l’Armenia e la Moldavia proclamarono la loro secessione dall’Unione Sovietica, come fece l’Ucraina. Gorbaciov tentò di bloccare questo processo proponendo un nuovo trattato di unione, meno rigido del precedente, ma tale da assicurare l’esistenza dell’URSS come Stato, come entità militare e come soggetto di politica internazionale. Ma i presidenti di Russia, Ucraina e Bielorussia, si accordarono sull’ipotesi di una comunità di Stati sovrani ottenendo il consenso delle altre repubbliche ex sovietiche. Il 21 dicembre 1991, ad Alma Ata, capitale del Kazakistan, i rappresentanti di undici repubbliche diedero vita alla nuova Comunità degli Stati indipendenti (Csi) e sancirono la fine dell’Unione sovietica. Il 25 dicembre Gorbaciov annunciò in un discorso televisivo le due dimissioni.

Le cause della caduta dei regimi comunisti

Da un’analisi sociologica si può determinare una serie di fattori contingenti che contribuirono alla caduta dei regimi comunisti:

1)      la ripresa della guerra fredda nel 1979 con l’invasione dell’Afghanistan in seguito ad un colpo di Stato che aveva abbattuto il legittimo governo comunista. A ciò seguì un irrigidimento sia da parte dell’Unione Sovietica di Breznev che da parte degli Stati Uniti di Reagan, che ripresero sia la politica degli interventi militari diretti (Nicaragua e Panama, fino alla Guerra del Golfo), che la corsa agli armamenti (il progetto dello scudo spaziale). Questi eventi determinarono nell’Unione Sovietica un’interruzione del progresso economico (da sottolineare che il consenso al regime sovietico era basato unicamente sul benessere offerto dallo Stato), mentre l’Occidente riprese lo sviluppo;

2)      l’ascesa alle massime cariche dello stato sovietico di Gorbaciov, che si dimostrò un politico morale ed illuminato, che riuscì a non far crollare il socialismo nel sangue. Però Gorbaciov fallì nella sua missione di democratizzazione poiché:

a)      fallirono le riforme economiche che intendevano liberalizzare il mercato;

b)      fallirono le riforme democratiche che aprirono la strada ai movimenti separatisti, che iniziarono a intaccare l’unità dell’Unione sovietica;



3)      il fallito tentativo di colpo di Stato nel 1991.

 

 

Il capitalismo nella Cina comunista: la demaoizzazione

Alla fine degli anni ’70 in Cina si verificò un processo di radicale revisione interna, definito di demaoizzazione, guidato da Deng Xiaoping, anziano esponente del gruppo dirigente storico del comunismo cinese, emarginato ai tempi della rivoluzione culturale. Nel giro di pochi anni, Deng capovolse la linea collettivista ed egualitaria di Mao e promosse una serie di profonde modifiche nella gestione dell’economia:

a)      furono reintrodotte le differenze salariali e aumentati gli incentivi per i lavoratori;

b)      la direzione delle aziende fu ricondotta a criteri di efficienza;

c)      fu incoraggiata l’importazione di tecnologia dai paesi più sviluppati;

d)      i contadini ebbero la possibilità di coltivare i propri fondi e di venderne i prodotti sul mercato libero;

e)      in generale, furono introdotti nel sistema elementi di economia di mercato, soprattutto in materia di formazione dei prezzi.

La trasformazione avviata da Deng provocò notevoli mutamenti nella stratificazione sociale e anche nella mentalità e nel costume, con la penetrazione di modelli di tipo consumistico.

La rivolta degli studenti

Il contrasto tra la modernizzazione economica e il mantenimento della struttura burocratico-autoritaria del potere generò, alla fine degli anni ’80, la protesta degli studenti dell’università di Pechino, che diedero vita, nella primavera dell’89, a una serie di imponenti e pacifiche manifestazioni di piazza per chiedere più libertà e più democrazia. Dopo qualche vano tentativo di dialogo, il gruppo dirigente comunista guidato da Deng Xiaoping e dal primo ministro Li Peng, rispose con:

a)                        una brutale repressione militare;

b)                        una serie di pesanti condanne;

c)                        l’epurazione degli elementi riformisti che facevano capo al segretario del partito Zhao Ziyang.

L’intervento dell’esercito nella piazza Tienanmen (giugno ‘89) si risolse in un massacro, che suscitò reazioni sdegnate in tutto il mondo democratico e si riflesse negativamente sui rapporti commerciali con l’Occidente.

La ripresa delle relazioni

Le relazioni economiche furono successivamente ristabilite, anche per l’interesse dei paesi industrializzati nei confronti di un mercato enorme e di un’economia che ha attraversato nel decennio ’80-’90 un vero e proprio boom. Così il regime cinese divenne teatro di un inedito esperimento di liberalizzazione economica all’interno di un regime che si proclamava ancora comunista e in cui il partito unico deteneva il monopolio del potere politico.






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