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GEOGRAFIA ECONOMICA

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GEOGRAFIA ECONOMICA


A   ALCUNI CONCETTI E DEFINIZIONI


LA GEOGRAFIA


La geografia studia il territorio intendendolo come una realtà organizzata, cioè come un insieme di elementi naturali ed umani organizzati tra loro e in rapporto reciproco che tendono ad un fine comune, cioè al soddisfacimento della domanda da parte dell’offerta (TEORIA SISTEMICA).

ES. organizzazione dei servizi che offre una città come Milano.

La geografia analizza i rapporti tra i diversi fenomeni che costituiscono il territorio. Essi non sono immutabili e fissi, ma variano nel tempo sia dal punto di vista quantitativo (es. n° della popolazione) che qualitativo (es. composizione della popolazione secondo il reddito).



Es.: mutamento della localizzazione dei vari elementi: decentramento industriale legato alla rilocalizzazione.

Possiamo intendere la geografia come una scienza di rapporti, di relazione di elementi e non di singole categorie di elementi. La singola categoria di elementi è studiata piuttosto da altre discipline che sono specializzate in quello studio. La demografia, ad esempio, studia la popolazione considerando le sue caratteristiche e introducendo degli indicatori come l’indice di natalità, di mortalità, etc . La geografia, invece, studia la popolazione in relazione ad altre categorie di fenomeni (es. spostamenti della popolazione in relazione alle condizioni economiche e sociali).


LE DISCIPLINE DELLA GEOGRAFIA

La geografia si può dividere in due grandi branchie molto distinte ma allo stesso tempo collegate tra loro che sono:

GEOGRAFIA FISICA: studia gli elementi di tipo naturalistico e si divide in altri settori più piccoli come la geomorfologia, la geografia astronomica e la geotesia.

GEOGRAFIA UMANA: studia gli aspetti antropici, cioè quegli aspetti legati all’uomo, alla sua storia, le origini, le razze, . Fa parte di questa branchia la GEOGRAFIA ECONOMICA che si occupa dell’analisi territoriale derivante dai fenomeni economici. La geografia economica studia le proiezioni territoriali dei fatti economici (inerenti produzioni, consumo, mercati, flussi) all’interno della geografia economica ci sono degli altri settori di studio come la geografia dell’agricoltura e dell’industria, la geografia dei trasporti e del turismo, .


TERRITORIO COME SISTEMA ORGANIZZATO MA ANCHE COME REALTÀ DINAMICA

I fattori esterni che incidono sull’organizzazione territoriale sono di due ordini:

NATURALI à sono le condizioni climatiche, l’assetto geologico (es. morfologia del territorio, pianure, . ).

ANTROPICI o UMANI à sono tutti quei fattori che imprimono un certo orientamento al sistema come le manifestazioni della cultura, i modelli economici seguiti, le istituzioni, la legislazione e la struttura della società.


IL PROBLEMA DELLA SCALA


Partiamo dalla cartografia. Negli atlanti e in generale nella cartografia è fissata una SCALA: numeri che in genere rappresentano un segmento e stanno ad indicare il rapporto tra la superficie effettiva e la superficie rapportata o la distanza sull’area effettiva e la distanza rapportata. Questo rapporto è composto da due numeri: numeratore 1, che indica la distanza di 1cm sulla carta (1 a . ), e il denominatore, che può essere qualsiasi numero più o meno grande e indica la distanza nella realtà.

Infatti, sulla carta dobbiamo rappresentare una superficie che è più estesa della carta stessa e quindi deve essere ridotta in proporzione. La misura della riduzione ce la fornisce la scala e possiamo avere tre tipi di scala:


PICCOLA SCALA à il rapporto è più basso. Il denominatore avrà un numero grande e quindi la distanza effettiva sarà molto grande. Su questa carta si riporta una superficie molto più estesa quindi si possono indicare solo alcuni elementi principali che si ritengono significativi per quella scala (es. in una carta dell’Europa non posso indicare un torrente).

1/n°alto = rapporto basso

Da 1/1milione in su

MEDIA SCALA à da 1/100.000 a 1/1milione

GRANDE SCALA à il rapporto è abbastanza elevato quindi la riduzione sarà abbastanza limitata. Questo tipo di riduzione risulta conveniente per rappresentare superfici piuttosto piccole e si possono indicare molti elementi e dettagli.

1/n°basso = rapporto alto

Da 1/10.000 a 1/100.000


Quando ci troviamo di fronte ad un’analisi territoriale, dobbiamo prima di tutto stabilire la scala, cioè stabilire in relazione al territorio esaminato ed ai problemi esaminati quale livello di scala bisogna seguire. Se dobbiamo affrontare un problema di tipo territoriale dobbiamo procedere con un’analisi dettagliata quindi useremo quella che chiamiamo grande scala. Quando dobbiamo affrontare un problema relativo ad un area più ampia e più estesa allora dobbiamo selezionare degli elementi maggiormente significativi e quella scala, che in questo caso chiameremo piccola scala

Quindi, scegliere la scala significa selezionare il livello di analisi e il livello di approfondimento che si vuole perseguire.

Es. esaminando il problema dei trasporti in città e in Europa, possiamo dedurre che ci basiamo sempre sullo stesso problema ma ci occorre una scala diversa e un livello di analisi diverso. Nel primo caso dobbiamo studiare un’area più ristretta e quindi ci soffermeremo su piccoli dettagli come i parcheggi, le ore di punta, gli autobus presenti e la loro frequenza, . Nel secondo caso consideriamo un’area decisamente più vasta e dovremo considerare solo i principali assi di comunicazione e successivamente analizzare i flussi che decorrono in questi assi, ma non potremo fare analisi dettagliate.

Lo stesso vale per il turismo: se dovremo determinare il turismo di una regione in particolare, dovremo considerare le risorse ambientali, le vie di comunicazione, la quantità di domanda e di offerta, . Invece, analizzando lo stesso problema su scala nazionale, è chiaro che ci baseremo soprattutto su quelli che sono i principali flussi turistici.


A   LA LOCALIZZAZIONE DELLE ATTIVITÀ ECONOMICHE


MODELLO PER L’AUTOSUFFICIENZA E L’AUTOCONSUMO

D à R à P



D = domanda di beni e servizi

P = produzione

R = risorse


Gli scambi non crearono l’economia fino alla rivoluzione industriale. Dal punto di vista territoriale ci sono comunità che producono per il loro consumo, il settore dominante era l’agricoltura. È un modello ancora vigente nei paesi in via di sviluppo.


MODELLO DI TIPO CIRCOLARE

produzione di beni e servizi à produzione di reddito à aumento della domanda



Gli elementi influiscono tra loro reciprocamente. La produzione di beni e servizi provoca la produzione di reddito e quindi anche l’aumento della domanda. È accentuato il sistema dei mass-media. In questo modello il sistema di comunicazione svolge un ruolo importante. Inserimento di fabbriche nel sistema produttivo e diffusione di beni e sevizi tra tutta la popolazione: inizia la produzione di massa per i consumi.


TAYLORISMO E FORDISMO


L’organizzazione produttiva dominante nel XX secolo viene definita come Ford-Taylorista.

Il nome Fordismo (da Henry Ford) fa riferimento alle modalità organizzative introdotte in aziende di grandi dimensioni che si fondavano sulla grande dimensione degli impianti, l’integrazione verticale del ciclo produttivo, elevati livelli di occupazione e di produzione di beni standardizzati.

Il nome Taylorismo (da Frederick Taylor) fa riferimento ad un modello organizzativo che riguardava i tempi di produzione al fine di massimizzare i risultati e permettere all’azienda di diventare un soggetto dominante nell’economia.

Entrambi erano modelli utilizzati per la produzione di massa e vennero favoriti da particolari condizioni tecniche (es. catena di montaggio) e da un sistema di regolazione sociale che prevedeva l’intervento dello Stato in economia con lo scopo di ottimizzare i sistemi produttivi, di mantenere alti i salari e di sostenere la domanda.

Nei nostri tempi si parla di Neofordismo.

L’emergere di nuovi concorrenti ha permesso di passare da un modello all’altro. Parallelamente, le crisi energetiche portano le piccole e medie imprese a riemergere. Così, già dagli anni ’70 la domanda viene differenziata e i prodotti vengono personalizzati. Con il Neofordismo abbiamo diversi tipi di domanda che hanno permesso alle piccole imprese di rinascere. Questo modello si collega alla globalizzazione.


LA GLOBALIZZAZIONE


Il processo produttivo è diventato ormai un processo globale.

MERCATO GLOBALE à investimenti e produzioni non fondati su base nazionale ma su scala etaria. Un prodotto non ha più un commercio nazionale ma su scala mondiale (v. McDonald). Chi opera in un ambiente economico si deve quindi confrontare su una superficie mondiale.

GLOBALIZZAZIONE caratteristiche:

si intende una rapida crescita del commercio internazionale tra paesi sviluppati ed economie in via di sviluppo. Essa non riguarda solo l’estensione geografica delle attività economiche (v. internazionalizzazione), ma soprattutto l’integrazione funzionale di queste attività distribuite a livello internazionale.

Moltiplicazioni dei rapporti tra paesi, formazione di aree di libero scambio e ruolo crescente esercitato dagli organismi economici mondiali (GATT, FMI, . ).

Crescita rapida dei flussi commerciali di servizi.

Gli investimenti internazionali coinvolgono pressoché tutti i paesi.

Imprese che operano sia in paesi sviluppati sia in quelli in via di sviluppo.

La provenienza della tecnologia è multinazionale.

Il ciclo di vita dei prodotti si riduce a causa delle innovazioni e della crescente competizione internazionale.

Si moltiplicano gli scambi, si sviluppano le risorse umane e le fonti di informazione tecnica e scientifica.

I semiprodotti e le materie prime provengono da una pluralità di fonti.


LOCALIZZAZIONE DELLE ATTIVITÀ ECONOMICHE

Le attività economiche sono state suddivise la prima volta nel ’40 da Colin Clark, che espone il primo modello strutturale dell’economia diviso in tre settori, esse vengono generalmente suddivise in:


PRIMARIO: agricoltura, caccia e pesca.

È la prima attività economica che si è sviluppata con tutte le risorse relative alla terra e al mare. Le attività estrattive vengono inserite nel primario quando si tratta solo di estrazione, se viene anche trasformato si parla di secondario.


SECONDARIO: industria, terziario implicito del secondario (nell’industria esistono dei settori e delle attività che vengono eseguite da persone che svolgono un’attività di servizi all’interno del settore industriale, parte di questi servizi viene inglobata nel secondario).

La seconda attività che si è sviluppata è l’attività industriale che si può dividere in:

Classificazione di tipo merceologico: industria manifatturiera, estrattiva, della costruzione e dell’installazione di impianti di luce, acqua e gas.

Classificazione di tipo funzionale: fa riferimento alla classificazione dei beni:

beni capitali (bene che serve a produrre altri beni);

beni intermedi (beni che non vengono utilizzati direttamente ma vengono prima trasformati e poi incorporati nella produzione di altri beni);

beni di consumo immediati (se esauriscono nel momento stesso in cui vengono utilizzati) o durevoli (destinati ad un consumo che si ripartisce nel tempo).


TERZIARIO: servizi, rappresenta tutto quello che non è racchiuso nei primi due settori.

Classificazione di tipo merceologico: trasporti e comunicazioni, commercio e crediti.

Classificazione di tipo funzionale:

servizi per le famiglie (attività commerciali al minuto);

servizi per la collettività (sono rivolti al singolo ma riguardano infrastrutture sociali che si rivolgono a tutti, es. scuole, trasporti, . );

servizi rivolti a tutte le imprese.


Nel settore dei servizi si introduce anche il QUATERNARIO che però non corrisponde a servizi propriamente detti ma riguarda funzioni decisionali e direzionali.


INDUSTRIA

LOCALIZZAZIONE INDUSTRIALE


L’attività industriale è costituita da tre fasi:

APPROVVIGIONAMENTO di materie prime, o semilavorati, ed energia. Essi vengono riuniti in un determinato luogo dove si procede alla loro trasformazione.

TRASFORMAZIONE (o produzione) delle materie prime e dei componenti nel prodotto finito. Più lunga e complessa è la trasformazione subita dai materiali, più ampio sarà il valore aggiunto (differenza tra valore iniziale del materiale e valore del prodotto finito).

DISTRIBUZIONE e collocazione dei beni sul mercato

Nella prima e terza fase sono implicati i costi di trasporto e quindi sono due fasi che influiscono sulla localizzazione.


CONDIZIONI GENERALI PER LA LOCALIZZAZIONE:

Ø    MATERIE PRIME à sono distribuite in modo irregolare sulla superficie e quindi dove non sono presenti è necessario sostenere costi di trasporto (vale anche per i semilavorati). Il ruolo delle materie prime nella localizzazione varia a seconda che le materie prime siano disponibili o no. Se sono disponibili la localizzazione avrà luogo in prossimità delle zone di estrazione. Se le materie prime hanno un basso valore unitario, cioè se non sono disponibili, il costo di trasporto incide molto sul valore totale.


Ø      ENERGIA à si può distinguere in due grandi categorie:

- capitali: non reintegrabili, non rinnovabili in tempi brevi (petrolio, carbone)

- reddituali rinnovabili e che sono a disposizione in tempi brevi (energia eolica,       idrica, . )


Le fonti energetiche sono mutate nel tempo e quindi è cambiata anche la localizzazione industriale.

Prima della metà del ‘700 venivano utilizzati l’acqua, il vento, la legna e quindi non c’era una vera e propria industria sviluppata che si localizzava vicino alle fonti energetiche.

Nell’ ‘800 acquista importanza il carbone e quindi i giacimenti carboniferi sono fondamentali per il nuovo insediamento delle industrie. L’industria è vincolata perché i costi di trasporto del carbone sono elevati.

Con la scoperta del petrolio ci sono stati grandi cambiamenti, infatti, è più pulito del carbone ed è più facilmente trasportabile quindi le industrie non sono più strettamente vincolate ai luoghi di estrazione.

All’inizio del ‘900 con l’elettricità (riscoperta dell’energia idrica) diventa ancora più semplice il trasporto quindi le industrie sono sempre meno vincolate.


Ø      Bacini di FORZA-LAVORO: viene considerata in base al costo che è rappresentato sia dai salari sia da tutti gli altri costi tra cui i contributi, la produttività dei lavoratori, la capacità imprenditoriale, .


Ø      MERCATO à luogo in cui commercializzare i prodotti. Può essere classificato secondo l’estensione. La distanza dal mercato è molto importante.


LE ECONOMIE DI SCALA E LE ECONOMIE ESTERNE


Nell’ultimo secolo, specialmente dal secondo dopoguerra, lo sviluppo industriale si diffuse in molte regioni e, i paesi che per primi si erano industrializzati (Gran Bretagna, Francia, Germania, USA) continuavano ad attrarre investimenti. Infatti, in queste aree si crearono un insieme di condizioni che favorirono l’instaurarsi di relazioni che l’impresa doveva necessariamente avere con l’ambiente esterno e che indussero a un’ulteriore concentrazione di nuove imprese. L’intensificazione di queste relazioni si realizzò sia all’interno sia all’esterno dell’impresa determinando profonde conseguenze sul piano dell’organizzazione territoriale.


Le ECONOMIE DI SCALA sono dei vantaggi conseguibili all’interno di un’azienda grazie ad una produzione su vasta scala. Infatti, questo tipo di produzione permette di diminuire i costi unitari, perché esistono i costi fissi che si possono ripartire su un vasto numero di prodotti (v. trasporti), e quindi di ampliare la dimensione degli impianti. Questo tipo di economia era presente soprattutto durante il Taylorismo. Vantaggi:

Riduzione dei costi di produzione

Crescente specializzazione a interdipendenza tra i reparti (causata dalla divisione del lavoro all’interno dell’impresa)

Concentrazione di capitale e di popolazione verso aree in via di industrializzazione

Formazione nei pressi delle imprese di un ampio mercato del lavoro


Le ECONOMIE ESTERNE (o di agglomerazione) sono invece dei vantaggi che sono esterni all’impresa, vantaggi che l’impresa consegue nell’ambiente in cui si trova. Sono vantaggi collettivi e si possono dividere in due grandi categorie:


ECONOMIE DI LOCALIZZAZIONE: sono economie esterne alla singola azienda ma interne al settore industriale. Vantaggi:

derivanti dalla vicinanza di altre imprese con le quali si stabiliscono dei rapporti che consentono una divisione del lavoro tra le diverse unità (es. di fornitura)

possibilità di utilizzare congiuntamente da parte di più imprese un unico sistema d infrastrutture e di servizi

la localizzazione di più imprese appartenenti alla stessa area favorisce un fitto scambio di personale, di informazioni e stimola l’innovazione e la formazione professionale della forza-lavoro residente in quella zona.


ECONOMIE DI URBANIZZAZIONE: sono economie esterne che però provengono da un contesto che è al di fuori del settore industriale. Ad esempio: complesso di servizi di cui può usufruire l’azienda. Si trovano solitamente nelle aree urbane e la vicinanza a questi servizi è un vantaggio per le imprese industriali. Più aumenta l’agglomerazione, più aumentano i vantaggi. Vantaggi:

mercato del lavoro maggiormente differenziato

mercato di sbocco dei prodotti più vasto

dotazione di strutture e servizi collettivi di livello superiore

servizi finanziari, commerciali, amministrativi, .


ECONOMIE DI VARIETÀ: sono conseguite da parte di imprese impegnate su più prodotti. I vantaggi sono rappresentati dalla diminuizione dei costi unitari all’aumentare della produzione complessiva e della sua composizione. Le condizioni perché si realizzino le economie di varietà si individuano sul fatto che un’impresa produce congiuntamente due o più prodotti ad un costo inferiore rispetto a quanto potrebbero farlo due o più imprese diverse specializzate ciascuna nella produzione di un solo di questi prodotti. Essi si raggiungeranno se l’impresa riesce a coordinare gli sforzi di innovazione e di promozione del prodotto.


FATTORI LOCALI e INTERVENTO PUBBLICO influiscono sulla scelta del sito in cui collocare l’azienda. L’intervento di operatori pubblici (regioni, province, comuni) può essere suddiviso in:

intervento diretto: l’operatore pubblico lo attua con la localizzazione di impianti a capitale pubblico;

politiche di localizzazione: non vengono attuate direttamente dall’operatore pubblico ma vengono promosse iniziative di finanziamento.

L’obiettivo è sempre quello di promuovere lo sviluppo di determinate regioni o per riequilibrare la diversità tra regioni.


All’inizio dell’industria manifatturiera, la presenza di risorse era alla base della localizzazione che ha permesso la formazione di agglomerati. Altre aree si sono sviluppate nei pressi delle città per la presenza di servizi. Negli ultimi 40 anni però l’industria è passata ad una fase di diffusione perché è possibile, grazie alle nuove tecnologie, dividere le fasi di produzione.


IL MODELLO DI WEBER (1909)


Postulati che costituiscono il modello di Weber:

comportamento dell’imprenditore à razionale à massimo profitto;

perfetta conoscenza dell’ambiente in cui si deve localizzare l’azienda da parte dell’imprenditore;

concorrenza perfetta;

presenza di uno spazio isotropico (che ha le stesse caratteristiche in ogni suo punto tranne che per quanto riguarda l’ubicazione delle materie prime e dei mercati);

unico mezzo di trasporto con costi uguali in tutte le direzioni;

i costi di trasporto sono una funzione diretta lineare della distanza (più sono grandi le distanze, maggiori sono i costi);

coefficiente fisso di produzione, dati gli input produttivi.


Dati questi postulati gli impianti produttivi si collocheranno nel punto in cui i costi totali di trasporto sono minimi. I costi di trasporto vengono misurati in base al peso delle materie prime e dei prodotti finiti e in base alla distanza. Mettendo insieme questi due elementi si ottiene un indice di costo totale definito tonnellate*kilometro (t*Km), quindi la localizzazione ottimale è dove la somma delle t*Km è minima.


C

10 Km

6 Km

MP

8 Km

M




MP = materia prima                 in luoghi distinti

C = fonte di combustione

Si ottiene un prodotto finito destinato ad un solo mercato (M).


C = 3t*1t di MP (3t per fare 1t di materia prima)

MP = 2t*1t di PF (prodotto finito)


se localizzazione sul mercato

energia: 3t * 6Km = 18 t*Km

MP = 2t * 8Km = 16t*Km

Mercato = 0

Indice di costo totale = 34 t*Km


se localizzazione su fonte energetica

energia = 0

MP = 2t * 10Km = 20t*Km

M = 1t * 6 Km = 6 t*Km

Costo totale = 26 Km


se localizzazione su materia prima

energia = 3t * 10Km = 30 t*Km

MP = 0

M = 1t * 8 Km = 8 t*Km

Costo totale = 38 t*Km


In generale, il modello di Weber ha dato come localizzazione migliore non uno dei vertici ma un baricentro.


C


MP


M


Il triangolo/modello di Weber è stato utilizzato anche per spiegare la localizzazione urbana di molte industrie (in città è migliore).

LIMITI à il modello parte dalla logica del singolo imprenditore che però non tiene anche conto di altre industrie o delle imprese multilocalizzate.


FORME DI CONCENTRAZIONE TERRITORIALE NELLE ATTIVITÀ ECONOMICHE:


I DISTRETTI INDUSTRIALI

Sono delle aree limitate in cui operano un grande numero di piccolissime, piccole, medie imprese impegnate in modi diversi nella produzione di un bene omogeneo (es. oro: Valenza Po) oppure di una fase della produzione.

Lo sviluppo dei distretti industriali è avvenuto intorno agli anni ‘70-’80. Il distretto è prima di tutto un sistema sociale più che economico basato soprattutto sulla famiglia. Questa coesione ha dimostrato una buona flessibilità nei confronti del mercato, infatti, esso ha meglio potuto adeguarsi alle richieste del mercato.


AREE SPECIALIZZATE à ci sono tante imprese che producono lo stesso bene

SISTEMA PRODUTTIVO-LOCALE à ci sono imprese che operano in diverse fasi

AREA-SISTEMA à vi sono relazioni tra imprese che operano anche in settori diversi (es. scarpe: macchinari per produzione scarpe)


POLO TECNOLOGICO

È un’area specializzata nelle funzioni di ricerca e di produzione di beni a elevato contenuto tecnologico dove interagiscono la ricerca scientifica e l’industria. Ci troviamo in presenza di tante imprese, localizzate generalmente nelle “aree centrali”, che si basano sui processi produttivi tecnologicamente più avanzati e utilizzano innovazione (introduzione con successo sul mercato di un nuovo prodotto o di un nuovo processo produttivo) che può essere:

innovazione radicale: si tratta di un prodotto o di una tecnica produttiva nuova che prima non esisteva, la cui introduzione modifica le precedenti condizioni di mercato o la precedente organizzazione produttiva;

innovazione incrementale: miglioramento o adattamento di un prodotto già esistente;

innovazione di prodotto: se è riferita all’introduzione o al miglioramento di un prodotto.

innovazione di processo: se è destinata a modificare l’organizzazione della produzione.

Fattori decisivi:

alta quota di investimenti destinati alle attività di ricerca tecnologica (capitale di ventura);

adozione di specifiche strategie nazionali di politica tecnologica;

presenza di particolari condizioni infrastrutturali, climatico-ambientali favorevoli ed eccellenti livelli di “qualità della vita”;

presenza di una base industriale differenziata con forte spirito imprenditoriale;

vicinanza a centri di ricerca di livello elevato che favorisca la diffusione della conoscenza, la capacità di attrarre altre imprese innovative e l’offerta di ricercatori e tecnici altamente qualificati.


MULTINAZIONALE


Dopo gli anni ’70 ci fu una rapida crescita del flusso di investimenti diretti che si è esteso a livello etario creando delle condizioni favorevoli come:

possibilità di scomporre il ciclo produttivo;

sviluppo delle infrastrutture di trasporto di comunicazione;

omogeneizzazione dei mercati;

progressiva eliminazione delle barriere commerciali.

Queste condizioni crearono il passaggio dal capitalismo concorrenziale di inizio secolo al capitalismo monopolistico attraverso la creazione di imprese multinazionali.

L’impresa multinazionale è un’impresa che espande le proprie sedi all’estero. Motivi possibili:

trovare manodopera a basso costo;

penetrazione commerciale in un mercato particolare;

assicurarsi quote di mercato di fronte a politiche nazionali protezionistiche.

Fasi di espansione di una multinazionale: v. schema . 7


GLOBALIZZAZIONE DELLA PRODUZIONE


I cambiamenti avvenuti negli ultimi decenni nell’economia hanno portato le imprese di fronte a nuove esigenze (es.: ampliamento dei settori di attività, differenziazione dei prodotti, accesso a molteplici mercati, ricerca tecnologica, . ). Tuttavia le nuove strategie dell’impresa non si sono più soltanto basate su crescenti investimenti esteri, ma anche sulla ricerca di alleanze e la stipulazione di accordi di cooperazione con altri soggetti (spesso concorrenti) di svariate parti del globo.

Negli ultimi anni i comportamenti delle imprese hanno portato alla creazione di:

acquisizioni: consentono al sistema nel suo complesso di raggiungere il miglior posizionamento sul mercato in quanto l’azienda entra a far parte di una più ampia rete d’imprese.

Join ventures e accordi di cooperazione: hanno lo scopo di ottenere una distribuzione dei rischi, la ricerca di sinergie nella produzione di conoscenza tecnologica e l’aggiramento di barriere politico-culturali.

Alleanze strategiche: sono le più diffuse e tendono a favorire la ricerca di complementarità strategiche fra imprese radicate in aree diverse.

L’impresa multinazionale appare quindi più flessibile e libera di muoversi a livello etario con l’obiettivo di ridurre i costi e di scomporre il ciclo produttivo tra molteplici paesi coprendo un ventaglio molto più ampio di settori produttivi, con un giro d’affari complessivo che può superare il prodotto lordo di intere economie nazionali. Si parla quindi di IMPRESA GLOBALE (cioè una multinazionale che attua strategie di standardizzazione e di specializzazione della produzione).


IL CICLO DI VITA DEL PRODOTTO


È una teoria applicata per analizzare il comportamento localizzativo delle multinazionali in funzione al grado di innovazione dei prodotti. È una teoria che mette insieme localizzazione industriale e aspetto tecnologico per vedere come varia la localizzazione al variare dei contenuti tecnologici.

Inizialmente è stata introdotta per analizzare i flussi commerciali internazionali.

Questa teoria parte dal concetto di innovazione e dal fatto che un prodotto viene immesso sul mercato con un certo tipo di tecnologia. L’evoluzione del prodotto è costituita da 4 fasi:


INTRODUZIONE di un prodotto sconosciuto sul mercato (ritmo di vendita contenuto);

CONOSCENZA, anche altre aziende cominciano a produrre lo stesso prodotto e quindi il prezzo si abbassa leggermente in quanto ci sono più acquirenti;

MATURITÀ, il prodotto è caratterizzato da un mercato di sostituzione (il mercato acquista per sostituire un bene già esistente) quindi non esistono più nuovi clienti;

DECLINO, il prodotto viene abbandonato perché non sussiste più il bisogno iniziale oppure esistono nuovi beni sostitutivi.


Ciascuna di queste fasi utilizza diversi fattori produttivi:

Prodotto ad alto contenuto tecnologico, quindi occorre manodopera qualificata, conoscenze di mercato indispensabili;

Capacità manageriali per l’organizzazione dell’attività produttiva, forza-lavoro di tipo generico e capitale;

Acquistano importanza forza-lavoro non specializzata e capitali per investire in grandi impianti.


Nella fase di introduzione, la localizzazione sarà nelle aree metropolitane (nelle regioni più avanzate o in generale nei paesi più avanzati) dove esistono questi fattori di produzione à AREE CENTRALI.

Nella fase di crescita aumenta il numero delle imprese e diminuiscono gli input specifici quindi le produzioni possono essere localizzate nelle parti più esterne (carene) delle aree metropolitane, nelle regioni meno industrializzate o nei paesi con un livello di sviluppo inferiore à AREE SEMIPERIFERICHE.

Nella fase di maturità la produzione viene completamente decentrata nei paesi in via di sviluppo à AREE PERIFERICHE.


LIMITI DI QUESTA TEORIA

Non si considerano i mercati.

La teoria non distingue tra innovazione radicale e incrementale durante la crescita del prodotto.

È stata applicata indistintamente a qualsiasi settore.

Non considera che parte della produzione può essere personalizzata e specializzata.


TERZIARIZZAZIONE DELL’ECONOMIA


Possiamo dire che nelle economie avanzate, ma anche in quelle meno avanzate, si assiste a quel processo chiamato TERZIARIZZAZIONE DELL’ECONOMIA, cioè a una progressiva crescita dei servizi che arrivano ad alternarsi sia sulle attività agricole che industriali (es.: circolazione di mezzi e di persone che ha dato luogo allo sviluppo dei trasporti; la circolazione del denaro ha sviluppato tutte quelle attività bancarie, assicurative e di pubblica amministrazione; . ).Ciò non significa che la produzione industriale si è ridotta, ma è mutata l’organizzazione del processo produttivo in quanto il terziario cresce in funzione della produzione industriale ed agricola.

Quali sono i fattori che hanno promosso questo processo?

Dobbiamo distinguere innanzitutto tra economie avanzate ed economie meno avanzate.


ECONOMIE AVANZATE à il terziario rappresenta un settore strategico e di fondamentale importanza per lo sviluppo economico, esso viene utilizzato come indicatore dello sviluppo economico e sociale.


DOMANDA DELLE FAMIGLIE = consumi.

Nel tempo si è avuto un incremento generalizzato del reddito che ha portato all’aumento dei consumi per il soddisfacimento di bisogni non solo primari.

Innalzamento dei livelli d’istruzione: un numero consistente di persone ha sentito la necessità di soddisfare bisogni connessi ad un livello culturale sempre più avanzato.

Dilatazione dei bisogni sociali: cioè quelli connessi alla collettività (sistemi sanitari, istruzione, tempo libero, . ).


DOMANDA DELLE IMPRESE = incremento nel tempo della domanda da parte delle imprese.

C’è tutta una serie di servizi che fanno da supporto alle imprese (anche quelle industriali) come i servizi bancari, informatici, pubblicitari, . servizi che possono trovarsi all’interno dell’impresa (terziario industriale implicito o terziario del secondario) o sono servizi esternalizzati.

Infatti, le imprese necessitano di certi servizi, questi sono sviluppati fino ad un certo punto nell’impresa, e quindi è l’impresa stessa che dispone al proprio interno e nella propria organizzazione certi servizi. Quando però la necessità di ricorrere a questi servizi raggiungere una dimensione notevole e l’impresa non è più in grado di organizzare questi servizi al proprio interno, essa deve esternalizzare, cioè sorgono altre imprese all’esterno della singola impresa con il singolo scopo di fornire un certo servizio (complessificazione del ciclo produttivo). Quindi, avremo tante imprese distinte che forniscono questi tipi di servizi.

Il mutamento più noto ed evidente è il progressivo sviluppo dell’automazione, sia nell’industria che nei servizi, come l’inserimento di tecniche informatiche che hanno portato come conseguenza:

dequalificazione/sovraqualificazione della manodopera (il lavoro di intermedi ed impiegati viene assorbito dalle macchine, mentre per i livelli superiori devono aumentare le capacità di pianificazione, ideazione, gestione e controllo dei processi produttivi).

Crescita di importanza del capitale finanziario (attraverso l’incremento di servizi forniti da società finanziarie, banche, assicurazioni, . )

Sviluppo delle infrastrutture (autostrade, telematica, aeroporti, ferrovie, università, centri di ricerca, . ) che rappresentano una condizione di competitività per le imprese.


ECONOMIE MENO AVANZATE E NON AVANZATE

In questo caso la terziarizzazione dell’economia è legata principalmente all’espulsione della manodopera dal settore primario (agricoltura). Cioè, in questi paesi meno avanzati, il settore primario conosce delle trasformazioni che consentono un risparmio di manodopera. Questa manodopera non può essere assorbita nel settore industriale in quanto è un settore gracile, quindi la manodopera viene assorbita in un settore terziario che comporta dei valori di scarsa professionalità (es.: servizi personali e piccolo commercio) quindi si tratta di un terziario debole e legato a delle prestazioni che non richiedono delle competenze professionali specifiche.


CLASSIFICAZIONE DELLE ATTIVITÀ TERZIARIE


Per la classificazione merceologica si dovrebbe fare riferimento alle attività specifiche come le attività di credito, assicurative, i servizi per le imprese e quelli collettivi, i servizi di trasporto e di comunicazione. Ma la classificazione più interessante è quella di tipo funzionale che fa riferimento alla funzione svolta da questi tipi di servizi.

Possiamo distinguere quattro grandi categorie di servizi destinati a quattro diversi scopi che sono:


SERVIZI PER LE FAMIGLIE e per i singoli individui a carattere privato. Sono servizi destinati alla vendita e rivolti al consumo finale. Es.: commercio al minuto, servizi paracommerciali, servizi turistici, servizi per la cura della persona, di riparazione manutenzione.

SERVIZI PER LA COLLETTIVITÀ: non hanno un singolo intento ma sono rivolti al soddisfacimento di bisogni della collettività:

infrastrutture sociali (pubblica amministrazione centrale, enti locali, sanità, giustizia, . ) sono prevalentemente organizzati e gestiti dallo Stato, dalle amministrazioni locali oppure dati in gestione ad imprese private o affidate al Terzo Settore. Non sono destinate alla vendita.

infrastrutture dei trasporti e delle comunicazioni (servono per il trasporto di persone, merci e comunicazioni) hanno un carattere strategico per lo Stato in quanto egli vi può intervenire direttamente o indirettamente.


SERVIZI RIVOLTE ALLE IMPRESE che possono essere:

tradizionali: presuppongono un basso livello di informazione tecnologica organizzativa (es.: servizi di pulizia);

avanzati: servizi che contengono innovazione (es.: consulenza finanziaria e ricerca applicata).


ATTIVITÀ QUATERNARIE: non sono veri e propri servizi sono più che altro delle funzioni di decisione, di pianificazione, di orientamento politico, sociale, economico e culturale (es.: sede di una grossa multinazionale o di un grosso partito politico nei quali vengono prese decisioni).


Si tratta di una classificazione rigida, infatti, nella realtà ci sono servizi che servono sia alle famiglie che alle imprese (comunicazione, servizi bancari ed assicurativi, . ).


LOGICA ORGANIZZATIVA DELL’ATTIVITÀ TERZIARIA


Considerando trasversalmente le varie categorie dell’attività terziaria, possiamo a sua volta suddividerle in livelli gerarchici, cioè in livelli che corrispondono alla frequenza di utilizzazione e quindi anche al raggio d’utenza:


SERVIZI COMUNI (o SERVIZI BANALI) à sono più diffusi e quindi si rivolgeranno ad un numero più elevato di persone (es.: scuole dell’obbligo). Sono servizi a cui si accede con frequenza giornaliera o settimanale e sono distribuiti sia nei paesi sviluppati (nel raggio di 10 Km o meno) sia in quelli meno sviluppati.

SERVIZI DI LIVELLO MEDIO à ai quali la maggior parte delle imprese e delle famiglie vi accede con frequenza minore (mensile o annuale) oppure vi accede solo una parte della popolazione, quindi si trovano in un numero più limitato di centri (es.: scuole medie superiori). Nei paesi meno sviluppati sono presenti solo in pochi centri principali.

SERVIZI RARI à a cui si ricorre eccezionalmente o in misura molto più limitata. Sono rivolti a specifiche categorie specializzate di utenti e sono presenti in modo più polverizzato sul territorio (es.: università, servizi avanzati per le imprese, . ).Nei paesi meno sviluppati si trovano di solito solo nelle città capitali e sono spesso incompleti o di qualità modesta.


Quindi possiamo dire che le attività terziarie tendono a distribuirsi sul territorio secondo una logica gerarchica in funzione delle frequenza di utilizzazione e del raggio d’utenza. E quindi a questa logica gerarchica corrisponde anche una gerarchia dei centri nel senso che i centri più importanti sono quelli in cui ci sono tutti i tipi di servizi, a mano a mano che diminuiscono i centri si trovano soltanto i servizi più banali.

La logica è diversa per le attività quaternarie perché sono attività altamente concentrate che presentano la polarizzazione più elevata, sono cioè concentrate in un numero limitatissimo di centri.

Il primo schema decisamente gerarchico ha caratterizzato soprattutto gli anni fino alla metà degli anni ’60. Negli anni a noi più vicini sono andate delineandosi, nelle regioni più sviluppate, delle tendenze nuove che comportarono una diffusione di certi servizi e si è passati da una struttura gerarchica polverizzata dei centri ad una struttura reticolare. Questo cambiamento è avvenuto perché si è notato che i servizi banali della popolazione e delle imprese hanno seguito le stesse tendenze ridistributive della popolazione e delle imprese, quindi si sono diffusi sul territorio.

Prima la popolazione era più concentrata nelle grandi città, negli ultimi trent’anni essa si è ridistribuita attorno alle città ed i centri minori sono cresciuti, quindi i servizi banali (quelli più correnti) si sono sviluppati su tutto il territorio.

Lo stesso è successo per le imprese: le industrie hanno lasciato le città e sono sorte ai loro margini. Questo significa che la domanda delle imprese non era più concentrata nelle città ma era diffusa e distribuita dove quelle imprese si erano stabilite. Quindi i servizi si sono ridistribuiti sul territorio seguendo le esigenze di imprese e famiglie.

Quindi quella logica gerarchica che caratterizzava i servizi è venuta sempre meno per quanto riguarda i servizi banali per la popolazione e per le imprese. Restano, invece, tuttora concentrati i servizi più avanzati come le attività quaternarie.

Ci troviamo di fronte a due tipi di strutture de centri. In precedenza sia i servizi che i centri erano ordinati per livelli gerarchici, adesso iniziano delle strutture reticolari o policentriche interconnesse che derivano dalla diffusione sul territorio di imprese e famiglie.


MODELLO DI CHRISTALLER


La disposizione territoriale dei servizi non è casuale, ma dipende da diversi fattori, come la distanza dal centro principale, i mezzi di trasporto, etc.. Nel centro di una città, solitamente, si localizza un maggior numero di servizi specializzati, in altre zone o in città più piccole vi è un numero minore di servizi e, in genere, meno specializzati. Quindi tra i diversi centri c’è una gerarchia legata al numero e alla qualità dei servizi che ciascun centro offre.

Il modello delle località centrali è stato ideato nel 1933 dal geografo tedesco Walter Christaller. Egli studiò la localizzazione dei servizi rivolti alle famiglie per spiegare la distribuzione geografica delle città in funzione all’offerta di servizi alla popolazione del territorio circostante.


PRESUPPOSTI: si parte da un improbabile territorio isomorfo e isotropo, cioè un territorio che ha in tutte le sue parti le stesse caratteristiche morfologiche, di densità, di distribuzione e che sia percorribile ugualmente in tutte le direzioni con lo stesso costo, che varia proporzionalmente alla distanza. Inoltre, deve esserci una situazione economica di mercato regolata da un sistema di concorrenza perfetta.

Possiamo introdurre alcuni concetti fondamentali:

centralità: basato sull’esistenza di luoghi “centrali” che offrono beni e servizi per il territorio circostante che ne è privo. Per Christaller l’importanza di una città non può essere determinata solo dalla quantità della popolazione residente, ma anche in base alla quantità e qualità di beni e servizi offerti.

Soglia: è la distanza corrispondente al numero di utenti minimo necessario perché i fornitori di beni o servizi operino in modo da coprire i costi di vendita o di produzione e ottenere un buon margine di profitto.

Portata: è la distanza minima che un utente è disposto a percorrere per accedere a un bene o servizio offerti da una località centrale.

Prezzo effettivo: è il prezzo stabilito al mercato più i costi di trasporto che consumatore e la marca" class="text">il consumatore deve sostenere per recarsi nel punto di vendita.


Nel modello i beni e i servizi sono ordinati gerarchicamente in base alla soglia: si definiscono funzioni centrali di ordine elevato quelle che presentano una soglia elevata e che quindi richiedono un’area di mercato estesa.

La domanda decresce man mano che ci si allontana dalla località centrale, fino ad annullarsi quando il prezzo effettivo diventa eccessivo (a causa del costo di trasporto).

Ne consegue che la distribuzione nello spazio delle località centrali e degli esercizi di vendita sarà estremamente regolare e coprirà l’intera superficie senza che vi siano consumatori non serviti.

Tutto il territorio viene così a essere diviso in reti di centri e di aree di gravitazione di diverso livello, che si inscatolano le une nelle altre. La gerarchia delle località centrali genera perciò una gerarchia di regioni funzionali corrispondente alle aree di gravitazione di esse.

Tale modello apportò importanti innovazioni alle analisi spaziali, soprattutto considerando che la distribuzione territoriale dei servizi e dei centri è determinata dalla convenienza economica delle famiglie e delle imprese e, soprattutto, che lo spazio e i centri tendono ad organizzarsi per livelli gerarchici.


LIMITI

non si prende in considerazione la differenziazione naturale e storica del territorio.

non è realistico dove presenta i centri distribuiti in modo geograficamente equilibrato in quanto, di regola, l’organizzazione gerarchica dello spazio è più o meno profondamente squilibrata.

non tiene conto dell’esistenza di economie di agglomerazione e di urbanizzazione (processi che hanno portato alla crescita solo alcuni centri).

non si tiene conto che i servizi di rango elevato potrebbero localizzarsi in centri non per forza inseriti nel massimo livello della scala gerarchica.



FATTORI DI LOCALIZZAZIONE DEI SERVIZI


L’analisi dei servizi per le imprese e delle loro dinamiche spaziali fornisce il contributo principale per la comprensione delle modalità di crescita del settore terziario in un’ottica geografica. I principali fattori determinanti della loro localizzazione sono:

livello del centro nella gerarchia urbana;

tipo di funzioni produttive svolte dal centro urbano;

economie esterne di agglomerazione e di urbanizzazione (quantità e specializzazione della forza-lavoro, spirito di imprenditorialità e presenza di capitali di rischio, presenza di infrastrutture per imprese e per gli occupati, rapporti di integrazione tra imprese)

valore del suolo;

intervento pubblico.



Il processo di crescita delle funzioni terziarie urbane è di tipo cumulativo e ciò contribuisce a creare la concentrazione della crescita in pochi centri. In essi la possibilità delle imprese di accedere a economie esterne è maggiore, la crescita della domanda determina la creazione di nuove funzioni terziarie, inoltre, la crescita della circolazione locale di informazione specializzata stimolano la crescita delle funzioni di livello più elevato, secondo un processo circolare che si autoalimenta.


MODELLO DI VON THÜNEN


A partire dalla rivoluzione agraria del XVI e del XVII secolo la produzione agricola ha teso a trasformarsi costantemente, allo scopo di fornire crescenti eccedenze alle masse di consumatori non agricoli, utilizzando le reti di trasporto e inaugurando un proprio sistema commerciale. Dall’altro lato, il mercato, sempre più esterno al mondo rurale, ha teso a influenzare sempre più prepotentemente le modalità di conduzione dei terreni e, più in generale, l’organizzazione complessiva dello spazio agricolo.

L’organizzazione territoriale della produzione agricola incide direttamente sui costi di produzione e quindi sulle scelte dell’imprenditore agricolo. Attraverso il modello di Von Thünen possiamo capire che la domanda, i costi di trasporto e il prezzo dei terreni, sono fattori che incidono sulle scelte dei produttori e quindi sull’organizzazione dello spazio agricolo.

Si tratta di un modello impiegato fino agli anni ‘50-’60 nella geografia urbana che si propone di esaminare la distribuzione delle culture in funzione della distanza dal mercato di sbocco delle produzioni (le città, il mercato urbano).

Si parte da un territorio uniforme, ad esempio una grande pianura, con al centro un mercato di sbocco. I concorrenti sono in economia perfetta e sono produttori indipendenti che non consumano i prodotti ma li smerciano sul mercato secondo i prezzi della legge di domanda ed offerta.

Sotto questi presupposti astratti, l’unica variabile significativa è rappresentata dal costo di trasporto, che cresce in proporzione alla distanza da coprire. Se consideriamo che i costi di produzione siano uguali sull’intera superficie, anche il profitto lordo non varierà. Tuttavia, data la necessità di trasportare il prodotto al mercato, più gli agricoltori saranno localizzati distanti da esso, maggiore sarà la quota di profitto lordo che verrà assorbita dal trasporto.


Costo di trasporto = 20t al Km/q


P

Patate

Grano

Lana


Q/ha (ettaro)





Costo trasporto/Km




I livelli di produzione per ettaro sono diversi a seconda del prodotto. Per trasportare le patate il costo al Km è più elevato.


guadagno/ha


patate

grano

lana


guadagno lordo

(resa-costi produzione <trasporto escluso>)

£. 400000

£. 250000

£.   10000



guadagno netto (resa-costo di produzione-costo di trasporto)

* 10 Km

patate

grano

lana


250000-l000*10= 240000

10000-l0*10= 99

Se localizziamo a 10 Km il guadagno netto è maggiore per le patate.


* 100 Km

patate

grano

lana


250000-l000*100= 150000

10000-l0*100= 900

Lontano dal mercato è meglio produrre il prodotto che assicura il maggior guadagno netto.


* 250 Km

patate

grano

lana


250000-l000*250= 0

10000-l0*250= 7500

Nella fascia più esterna conviene produrre lana.


R = P – Kt




R = guadagno netto h/a

P = guadagno lordo

t = costo trasporto al Km

K = distanza in Km dal mercato

R massimo quando R = P à K = 0

R minimo (= 0) quando P = Kt à K = P/t



P

t

R max K

R min K

Patate





Grano





lana






Guadagno * ha


400000


250000


10000


distanza          0













Grano

Patate

Lana


Patate – Grano

400000-K*4000 = 250000-K*1000

K=50

Le patate convengono tra 0 e 50

Grano – Lana

250000-K*1000 = 10000-K*10

K=242,5



+ vedi schemi .17


0/50

Km 50/242,5

Oltre 242,5 fino 1000




Patate

Grano               fasce di convenienza

Lana



In queste condizioni, la successione delle culture e il conseguente modello di uso del suolo agricolo sarebbero determinati dalla distanza dal centro di mercato, per cui gli agricoltori si dedicherebbero a una determinata coltura sin quando i costi di trasporto non annullano il profitto, spingendolo a dedicarsi a sistemi colturali più estensivi.

Il modello di Von Thünen costituì la prima esposizione formalizzata dell’organizzazione spaziale dell’agricoltura e della convenienza relativa di un sistema colturale su un altro, in conseguenza dell’operare del meccanismo della rendita di localizzazione. Il suo carattere astratto è tuttavia evidente, a partire dal presupposto della condizione di concorrenza perfetta in cui operano i produttori, del loro comportamento razionale e della non influenza di fattori esterni sul funzionamento del modello.


I TRASPORTI E LE COMUNICAZIONI


Lo sviluppo economico e in particolare la crescita dell’economia mercantile si sono fondati sullo scambio dei beni, reso possibile solo grazie al parallelo sviluppo dei trasporti. Il processo di globalizzazione economica ha prodotto un’intensificazione ulteriore delle relazioni spaziali su scala etaria e il ruolo dei trasporti è quindi divenuto ancor più strategico essendo, insieme alle telecomunicazioni, il mezzo per effettuare questi collegamenti. I recenti miglioramenti tecnologici nelle comunicazioni hanno ulteriormente ridotto le distanza (considerando tempi e costi di percorrenza) avvicinando molte aree del mondo, tuttavia molte regioni del Sud del mondo non hanno affatto ridotto la distanza e hanno subito un processo di marginalizzazione.

Le variabili che incidono sui tempi e sui costi non sono solo tecniche o economiche, ma anche politiche, naturali e anche la generale organizzazione economica e sociale di una regione può facilitare o no le relazioni tra luoghi. Le vie di trasporto sono quindi il tramite attraverso il quale si effettuano le relazioni tra località, soggetti e imprese insediati in aree diverse. In questo senso il trasporto è considerato un elemento essenziale dell’organizzazione del territorio.


La distribuzione delle strutture di trasporto sul territorio è di tipo particolare, infatti, è una localizzazione a rete in cui si inseriscono dei nodi; sulle rete circolano dei flussi di traffico di diversa intensità che determinano l’importanza del nodo insieme alla sua posizione geografica relativa. I nodi importanti possono occupare posizioni centrali me anche periferiche.

Tuttavia, l’intensificazione delle relazioni spaziali ha provocato un’elevata differenziazione economica tra le regioni dal momento che alcuni assi di trasporto acquistano importanza, valorizzano certe aree, ma altre diventano marginali.


Lo sviluppo del settore logistico, sia nelle imprese che nella rete dei trasporti, ha contribuito ad accrescere la fluidità del trasporto attraverso la creazione di piattaforme logistiche intermodali (aree in grado di ricevere, immagazzinare, eseguire alcune lavorazioni e smistare le merci) e, per quanto riguarda il trasporto di passeggeri, di piattaforme di interconnessione (centri che, grazie alla contemporanea presenza di terminal aerei, stradali e ferroviari e alla possibilità di rapidi spostamenti tra un mezzo all’altro, fungono da nodo per tutta la rete mondiale dei trasporti, es.: aeroporto di Francoforte e Zurigo).


LO SVILUPPO DEI TRASPORTI NEL XX SECOLO

Inizi del ‘900: rallentamento dello sviluppo delle ferrovie, che lasciano spazio agli autoveicoli, all’aereo e ai condotti. L’automobile si diffonde con un incremento formidabile fin dall’inizio del secolo diventando il simbolo della società industriale.

Dopo la seconda guerra mondiale:

miglioramento tecnico dei collegamenti marittimi e fluviali che determinano una vera e propria rivoluzione dei trasporti, caratterizzata da una forte riduzione dei costi e da un notevole incremento della velocità e dei traffici.

Sviluppo delle infrastrutture, incremento delle portate e dei mezzi specializzati per le merci. Superamento dei condizionamenti naturali negativi (es. canale di Suez, trafori alpini, . ) tranne nei paesi sottosviluppati dove mancano capitali e tecnologie.

Anni ‘60/’70: la terza rivoluzione industriale, fondata sull’elettronica e l’informatica, si baserà sulle telecomunicazioni che “trasportano” le informazioni su brevi e lunghe distanze.


LA SCELTA DEL MEZZO

La distanza incide notevolmente sulla scelta del mezzo di trasporto da utilizzare. In generale i costi di trasporto sono meno che proporzionali alla distanza, ma diversa è l’utilità relativi ai diversi tipi di mezzi.

Nel 1948 Hoover fece un’analisi sulla struttura dei costi di trasporto nella quale si distingueva una componente fissa (i costi fissi di investimento e di funzionamento, es.: infrastrutture, acquisto del mezzo, costruzione di impianti di carico/scarico, . ) e una componente variabile (es. costi del carburante, tariffe, . ) per la componente variabile, il costo è proporzionale alla distanza mentre i costi fissi unitari diminuiscono all’aumentare della distanza, perché vengono distribuiti su un maggior numero di kilometri.

Per quanto riguarda il mezzo impiegato, la convenienza varia in relazione alla distanza da percorrere (es. il trasporto stradale è conveniente per brevi distanze in quando ha elevati costi variabili).

Il modello di Hoover risultò importante per confrontare il costo delle diverse modalità di trasporto in relazione alla distanza, ma non tiene conto di altre variabili che possono condizionare il mezzo (es. velocità, sicurezza, congestionamento del traffico, . ).


IL MODO DI TRASPORTO

Dal punto di vista tecnologico-organizzativo, negli ultimi anni sono state introdotte importanti innovazioni sui modi di trasporto:


Trasporti intermodali: utilizzo di imballaggi standardizzati come il container, che ha permesso l’integrazione tra i mezzi di trasporto in quanto è possibile trasferire su treno, nave, autocarro, aereo, con costi e tempi ridotti di carico/scarico e con un impiego più contenuto di manodopera.

Trasporto combinato: consente di trasferire direttamente un mezzo di trasporto, con o senza motrice, su un altro per poi scaricarlo a destinazione. Vantaggi: risparmio di tempo. Svantaggi: occupa troppo spazio, ha costi superiori.


L’ANALISI DELLE RETI


L’analisi delle reti di comunicazione permette di leggere l’organizzazione del territorio di una regione: essa infatti ci fornisce indicazioni sul tipo e sul livello di sviluppo economico, individua le aree “forti” e quelle “deboli” e i centri fondamentali dell’economia.

L’analisi delle reti si può applicare per ogni singolo tipo di trasporto e può avvenire attraverso l’utilizzo di alcuni indicatori:

Densità della rete di trasporto: è il rapporto tra la superficie di un territorio e la lunghezza della rete considerata.

Uniformità: è il grado di omogeneità che la distribuzione della rete ha sul territorio considerato.

Complementarità tra le diverse reti di trasporti: indica se il territorio possiede un sistema viario diversificato e specializzato. La presenza di più tipi di trasporto consente di scegliere il mezzo da usare in relazione alla sua utilità, velocità ed economicità.

Continuità della rete, sia all’interno di uno Stato o di un territorio, sia rispetto l’esterno.

Forma delle reti: si ottengono informazioni sulle funzioni stesse.


L’analisi delle reti attraverso questi indicatori può quindi essere un mezzo per comprendere numerosi aspetti geoeconomici. Nell’economia globalizzata per le reti nazionali e locali è necessario collegarsi con le reti di trasporto internazionali. Si presenta quindi una specifica dinamica locale-globale nel sistema dei trasporti dove le reti locali hanno funzioni di intensificazione delle relazioni alla scala globale, mentre il raccordo con la scala nazionale avviene in pochi nodi adibiti a questo scopo. Spesso sono diversi anche i mezzi: più veloci e capienti quelli che agiscono sulle scale più vaste, mentre nella scala locale sono in genere meno efficienti e meno capienti.



TEORIA DEI GRAFI E DELLE MATRICI schemi . 26/27/28)

L’analisi delle reti avviene anche mediante i grafi. Il grafo è una conurazione formata da un insieme di punti (detti vertici) e di segmenti (detti lati) aventi per estremi due vertici. I vertici rappresentano il punto di origine o la destinazione delle connessioni che rappresentano il percorso.

I grafi possono essere:

PLANARI à i punti sono collocati sullo stesso piano e non hanno incroci diversi dai vertici;

NON PLANARI à i punti sono collocati su piani diversi, quindi ci sono incroci su piani diversi;

ORIENTATI à hanno spigoli con direzione (es.: sensi unici);

NON ORIENTATI à hanno spigoli senza direzione.


La rete viene analizzata attraverso due indicatori:

Ø      Connettività : si misura con un indice di connessione (indice ß=rapporto tra il n° di segmenti e il n° di nodi) che ha valori compresi tra 0 (assenza di connessioni) e 3 (massima connettività possibile).

Ø      Accessibilità: relativa a ciascun nodo di una rete. È data dal n° di segmenti esistenti tra i singoli nodi e tutti gli altri. Il nodo che ottiene il numero più basso è il più accessibile del grafo e assume posizione centrale.


Indice di dispersione: è la somma degli indici di accessibilità di tutti i nodi del grafo, permette di valutare le dimensioni della rete.

Lunghezza media del percorso: si ottiene dividendo le singole somme di accessibilità (escluso quello di riferimento) per il n° dei nodi presenti. Essa può essere utilizzata per confrontare due percorsi diversi o due diverse reti.


In una prospettiva operativa i grafi servono da supporto per la scelta tra interventi alternativi sulla rete considerata (es.: aggiunta di una nuova tratta e ricalcolo degli indici di accessibilità e dispersione).

Si valutano così gli effetti di vantaggio o svantaggio dei diversi nodi in termine di accessibilità e privilegiando l’intervento in grado di determinare una maggiore riduzione dell’indice di dispersione.


L’EVOLUZIONE DELLE RETI


L’evoluzione delle reti è stata determinata dalla necessità di aumentare l’interazione tra imprese e di predisporre infrastrutture per incentivare una crescita. Ne consegue uno sviluppo della rete di norma selettivo e gerarchico definito di tipo reticolare. È possibile individuare la gerarchia tra i centri attraverso l’analisi dell’intensità dei contatti tra un nodo e le altre località. Per definire “centrale” un nodo è anche necessario distinguere qualitativamente il tipo di flusso e di contatto, ad esempio selezionando i flussi più strategici (es. spostamento internazionale per affari) da quelli più comuni (es. flussi turistici).

La logica evolutiva delle reti è stata più volte spiegata attraverso modelli interpretativi che hanno tentato di dare spiegazioni teoriche a carattere generale. Infatti, lo sviluppo delle reti è difficilmente spiegabile attraverso un unico modello. Al contrario, per i paesi sottosviluppati possiamo generalizzare questa evoluzione basandoci su quattro fasi:

Dipendenza dall’esterno. Presenza di porti sparsi.

Penetrazione all’interno.

Interconnessione.

Formazione di assi privilegiati all’interno di una rete interurbana.


RETI INFRASTRUTTURALI



RETI DI COMUNICAZIONI




RETI DI DISTRIBUZIONE DI ENERGIA

RETI DI DISTRIBUZIONE DI ACQUA


RETI DI RETI DI

TRASPORTI   TELECOMUNICAZIONE



STRADALI     FERROVIARI AEREI CANALI

LE GRANDI DIRETTRICI DEL TRAFFICO E LE RETI DI TRASPORTO MONDIALI


Direttrice: asse più importante del traffico mondiale, caratterizzata da una forte integrazione tra i mezzi e i tramiti (presenza di nodi polifunzionali).

Le principali direttrici del traffico mondiale sono quelle che intercorrono tra paesi sviluppati, con alcune eccezioni:

Europa Occidentale America Settentrionale

(trasporto marittimo+trasporto terrestre. Grande importanza delle rotte aeree)

Paesi Asiatici che si affacciano sul Pacifico America Settentrionale

(trasporto marittimo+trasporto terrestre)

Europa Occidentale Medio Oriente Asia Meridionale Giappone

(trasporto marittimo+trasporto aereo)

Giappone Russia e Europa Orientale Europa Occidentale

(trasporto aereo+trasporto terrestre)

Questi sono i principali assi di trasporto mondiale, ma occorre tenere conto che nel mondo ci sono altre aree dove le reti di trasporto sono assenti o molto labili, specialmente se ci riferiamo a territori poco abitati o a molte aree del Sud del mondo.


LE TELECOMUNICAZIONI


Nella società dell’informazione l’intero ciclo di funzionamento dell’impresa è legato ad un complesso sistema di comunicazioni, quindi possiamo intendere l’informazione come un fattore della produzione. Inoltre, l’informazione può essere anche intesa come un prodotto finito da vendere sia alle imprese che alle famiglie (es. allacciamento domestico a reti telematiche, possibilità di accedere a servizi più disparati tramite terminale, . ). L’informazione ha quindi prodotto una vera e propria rivoluzione delle telecomunicazioni. Attualmente attorno alle telecomunicazioni si sta formando una filiera produttiva formata dai seguenti soggetti economici:

Costruttori di reti e apparecchi per telecomunicazioni;

Imprese che gestiscono i media;

Imprese che gestiscono le reti;

Imprese che offrono attività di servizio per l’utilizzo delle reti e delle telecomunicazioni.

Questi soggetti tendono a creare tra loro delle alleanze strategiche allo scopo di rafforzare la capacità di penetrare in un mercato globale in forte espansione.

In questo campo le differenze regionali tra paesi sviluppati e sottosviluppati appaiono molto forti. Accanto ad un grande sviluppo, emergono nuovi squilibri territoriali derivanti dal mancato o difficoltoso collegamento con la rete infrastrutturale specialmente nei territori dei paesi sottosviluppati. Tuttavia, questa rivoluzione non ha portato sono benefici a chi già ne aveva, infatti ha favorito l’emergere di nuove opportunità in ambiti locali più dinamici.

Su scala mondiale è interessante osservare la grande crescita della rete Internet, essa non è né pubblica né privata , m appartiene agli utilizzatori: ciò è possibile in quanto non è propriamente una rete ma un insieme di connessioni tra le reti stesse. Tutti gli utenti possono utilizzarla sia per uso personale che per scopi commerciali.

INTERNET


Per misurare la diffusione di Internet ci basiamo sul numero di provider (fornitore di accesso a Internet). Le linee dorsali sulle quali scorre il flusso della rete Internet Providers sono:

NETWORK SERVICE PROVIDER (NSP) à forniscono solo l’accesso alla rete (es. Infostrada, Telecom)

INTERNET SERVICE PROVIDER (ISP) à forniscono anche servizi quali la posta elettronica, ine Web, .

POP à punti di presenza dei vari provider sul territorio, anche nelle piccole località (Sondrio, Marche, etc . )

Esiste una relazione diretta tra il numero di provider e la dimensione territoriale di una certa località.

Milano ha il 62,6% di provider in più rispetto alla provincia, mentre concentra il 35,12% della popolazione. Quindi c’è un’esuberanza di provider rispetto alla popolazione.

Classifica dei capoluoghi italiani che occupano le prime 10 posizioni del numero assoluto di provider:

Milano

Roma

Firenze

Napoli

Torino

Bari

Salerno

Bologna

Catania

Genova, Udine, Palermo, Venezia, .

I provider sono molto legati al sesso, infatti, i maschi sono i maggiori utilizzatori di Internet. C’è una connessione diretta anche tra il numero di provider ed i soggetti maschili compresi tra i 25 e 44 anni.

Inoltre, c’è una stretta relazione tra il grado di istruzione e gli abbonamenti ad Internet. In particolare, la correlazione è forte con i diplomati e con i laureati.

L’Italia si è allacciata ad Internet n po’ in ritardo rispetto agli altri paesi europei, questo è in parte dovuto ad un certo disinteresse da parte della ricerca scientifica e particolarmente dalle università, a differenza dell’America.

A   I FLUSSI E LE RETI

FLUSSI COMMERCIALI E FLUSSI FINANZIARI


L’intensificazione delle relazioni internazionali dopo la Seconda Guerra Mondiale, in particolare dopo il 1970, ha portato ad un incremento degli scambi mondiali e alla progressiva crescita del commercio dovuto principalmente a questi fattori:


POLITICO:

maggiore distensione tra paesi occidentali e paesi comunisti che ha favorito i rapporti tra Stati improntati più sulla competizione economica che su contrasti geopolitici, tali rapporti hanno creato la premessa per un progressivo abbattimento dei dazi doganali;

ECONOMICO

imprese multinazionali ed investimenti all’estero che hanno portato ad un processo di decentramento produttivo e ad una nuova divisione internazionale del lavoro.

forte sviluppo dell’economia mondiale, in particolare dei paesi del Nord del mondo, che ha permesso di aumentare le produzioni, i tenori di vita e i redditi.

TECNOLOGICO

miglioramento dei trasporti e delle comunicazioni, abbattimento di costi e riduzione dei tempi di circolazione di beni, persone e informazioni.


Il commercio mondiale è tuttora piuttosto complesso a seconda dei beni scambiati. Dopo la Seconda Guerra Mondiale il commercio internazionale ha assunto sempre più una struttura tripolare:


EUROPA OCCIDENTALE: con il 44% di esportazioni, rappresenta il massimo polo commerciale del mondo. Dal 1957 ha registrato un notevole aumento anche negli scambi interni. Il ruolo di leader è svolto dalla Germania che è partner principale di quasi tutti paesi europei ed asiatici.

STATI UNITI e CANADA: 15% di esportazioni, ultimamente ha ridotto il peso degli scambi interni.






ASIA ORIENTALE (Giappone, Cina, Paesi NIC): ha registrato i maggiori progressi nelle esportazioni (22%).






Per quanto riguarda altre aree, la Russia ha ridotto il commercio estero (3,5%) a causa della crisi economica e politica da cui non si è ancora ripresa, mentre i paesi dell’OPEC (Medio Oriente) gestiscono un commercio di monoesportazione (3%).

La composizione merceologica degli scambi ha subito una notevole trasformazione negli ultimi trent’anni, attualmente le merci più commerciate sono grano, petrolio e mezzi di trasporto.


commercio mondiale dei cereali (grano, riso, miglio, mais, orzo)

Scambio diretto dai paesi sviluppati verso i paesi meno sviluppati. Gli istogrammi indicano le importazioni e le esportazioni. Sulla carta viene indicata anche la direzione dei flussi che sono alimentati da pochi paesi (USA, Canada, Francia, Australia, Nuova Zelanda) e che contribuiscono per il 50%. Le aree di destinazione sono principalmente le aree meno sviluppate che incrementano la loro alimentazione povera.

Una struttura completamente diversa è quella del petrolio in quanto l’offerta è concentrata nelle economie meno sviluppate. I flussi di petrolio sono indicati per direzioni ma anche per quantità. Negli anni ’80 i massimi esportatori di petrolio erano i paesi del Medio Oriente, poi il Venezuela, l’Africa Mediterranea (Libia, Nigeria, . ) ed ex Unione Sovietica.

I massimi esportatori sono USA, Europa Occidentale e Giappone.


A partire dagli anni ’90 (1997) sono diventati sempre più importanti i flussi di capitali (93%), mentre prima erano più importanti i flussi commerciali. L’incremento di flussi finanziari è dato da:

Incremento degli scambi mondiali;

Incremento degli investimenti diretti all’estero;

Incremento del turismo;

Incremento del capitale finanziario (serve per acquistare titoli, valute straniere, . )


Questi progressi sono stati favoriti dallo sviluppo della telematica e dalla progressiva liberalizzazione valutaria (libera circolazione di capitali).

I principali flussi di capitali avvengono tra paesi sviluppati (USA, Giappone, Europa) e si sono invece ridotto i flussi verso il Sud del mondo, ad eccezione della Cina, dei NIC asiatici e dei “paradisi fiscali” dove, al contrario, sono cresciuti.

Con la crescita dei mercati finanziari e dei flussi di capitali, è stata richiesta una regolamentazione per evitare l’insorgersi di gravi crisi attraverso l’azione più coordinata delle banche centrali e l’intervento di due organismi internazionali operanti su scala mondiale:

Fondo Monetario Internazionale (FMI) à sorveglia sulla salute economica e finanziaria degli Stati e interviene mettendo in atto politiche monetarie ed economiche volte al risanamento del paese.

Banca Mondale (BM) à ha un ruolo simile al FMI ma è più orientato alla concessione di prestiti per finanziare piani di sviluppo economico.

Obiettivo à considerare gli effetti socio-economici e socio-politici degli interventi in modo da portare il debito stesso ad un livello sostenibile e governabile.


I flussi finanziari sono difficili da quantificare ma il sistema finanziario si incentra su alcuni centri fondamentali che sono classificati in modo gerarchico secondo l’entità dei flussi e la tipologia dell’attività che svolgono:


I NODI GLOBALI della rete finanziaria sono i centri di riferimento di tutto il movimento internazionale di capitali e sono sostanzialmente tre: New York, Tokyo e Londra (triangolo d’oro). Questi centri sono sedi non solo della Borsa, ma anche di tutte le funzioni bancarie e assicurative.


Scendendo nella gerarchia ci sono i NODI CONTINENTALI che riguardano zone più ristrette (i continenti) ad esempio Francoforte (Europa), Chicago (USA), San Paolo (America Latina), Hong Kong (Oriente).


I centri OFF-SHORE (o paradisi fiscali) sono centri in cui la legislazione è sottratta ad alcuni vincoli stabiliti dai paesi di origine degli investitori che si avvalgono di vantaggi che nel paese d’origine non vengono concessi (es.: paradisi fiscali come la provincia di Monaco).


Piazze finanziarie di importanza nazionale, che generalmente nei paesi sottosviluppati sono controllate da istituti finanziari stranieri, e le nuove piazze dell’Europa Orientale.


Lo sviluppo della telematica consente lo spostamento di capitali senza che gli Stati possano controllare i flussi. Questo ha portato una grande importanza dei fusi orari che permettono contrattazioni 24 ore su 24. I centri sono distanziati l’uno dall’altro in modo che si sappiano sempre gli indici di chiusura delle Borse, infatti, quando Roma apre (alle h. 9:00) chiude Tokyo e quando a Roma sono le h. 15:00 chiude e apre New York.


A   SVILUPPO E AMBIENTE

PERIFERIA, SEMIPERIFERIA E CENTRO


La globalizzazione ha reso le relazioni economiche tra i vari stati del mondo sempre più intense e interdipendenti, tuttavia rimangono sempre profonde le differenze tra le aree economicamente forti (chiamate Nord del mondo perché sono localizzate prevalentemente nell’emisfero settentrionale) e quelle più deboli (chiamate Sud del mondo perché sono situate prevalentemente nell’emisfero meridionale); si tratta quindi di differenze tra centro e periferia.


AREA CENTRALE à ambiti territoriali maggiormente sviluppati dove operano processi che consentono il controllo dell’economia mondiale (tecnologia avanzata, produzione diversificata, redditi mediamente elevati).

PERIFERIA à complesso di ambiti territoriali dove ci sono tecnologie rudimentali, produzione poco diversificata, redditi mediamente bassi.

SEMIPERIFERIA à combinazione dei parametri sopra citati ma presenti con diversi livelli.


Si tratta di un concetto che non si riferisce alla posizione geografica ma a dei processi e a delle condizioni socioeconomiche precise. Questa definizione può variare, quindi non è immutabile.


PARAMETRI CONSIDERATI:

Viene considerato principalmente un paramento che è il PNL (prodotto Nazionale Lordo). Si tratta di un paramento di natura economica, è un valore assoluto che si riferisce ad un Paese (se è pro capite si riferisce al numero degli abitanti).


PNL

Ricchezza disponibile in un Paese quantificata in termini monetari. Dipende da ciò che viene prodotto come ricchezza in quel Paese, da ciò che viene prodotto all’estero (redditi provenienti da attività esercitate all’estero), meno i redditi prodotti sul mercato interno da imprese estere (es. multinazionali)

PIL

Valore monetario dei beni e dei servizi finali prodotti in un anno sul territorio nazionale (al lordo degli ammortamenti).Si tratta di un indicatore della ricchezza prodotta che valuta l’importanza dell’attività economica di un Paese.


Questo indicatore presenta molti limiti, ad esempio non tiene conto della distribuzione ineguale della ricchezza della popolazione, inoltre non prende in considerazione le attività economiche non censibili (es. lavoro nero).


LINEA DISCONTINUA o LINEA BRUNDT (Riferimento a . 22 . 35)

Prende il nome (Brundt) dallo statista Billy Brundt che era Presidente di una commissione indipendente sui problemi dello sviluppo internazionale negli anni 1980-l983. È una linea normalmente utilizzata per dividere il Nord ed il Sud del mondo. Il Nord rappresenta la parte più sviluppata del pianeta (Europa Occidentale, Giappone, Australia, Nuova Zelanda, USA). Il Sud rappresenta il resto del mondo (Cina, America Latina, una parte dell’Africa). Notiamo l’arretratezza dell’Africa rispetto ad altri continenti. Nel Sud del mondo appare ancora più drammatica la situazione del cosiddetto Quarto Mondo.


SVILUPPO ECONOMICO, SVILUPPO UMANO, SVILUPPO SOSTENIBILE

SVILUPPO ECONOMICO à è un concetto di ordine quantitativo (si riferisce a delle quantità) e fa riferimento ad un processo di crescita (incremento di quelle che sono le variabili del moderno modello economico: produzione, reddito, consumi) che viene misurato attraverso degli indicatori riferiti a queste variabili: occupazione, PNL (anche pro capite), PIL (anche pro capite).

Dal punto di vista territoriale gli effetti sono rappresentati soprattutto da una massiccia industrializzazione in modo particolare negli anni ‘50-‘60-’70 (incremento dei trasporti, espansione urbana).

Un esempio di sviluppo economico è quello legato alla politica dei poli industriali che erano aree nelle quali venivano concentrate attività industriali di economie avanzate che avrebbero dovuto migliorare le condizioni economiche e sociali dell’area circostante (soprattutto negli anni ’60).


INDICE DI SVILUPPO UMANO à HDI. Viene calcolato annualmente da parte di una commissione dell’ONU e misura il livello di sviluppo di un paese tenendo conto, oltre che del reddito (PIN, PIL), anche dei livelli di sanità, cultura e qualità della vita. È un indice che ha valori che vanno da 1 (massimo) e 0 (minimo) ed è il risultato dell’integrazione di tre dati:

speranza di vita alla nascita (riflette le condizioni sanitarie ed alimentari);

alfabetizzazione degli adulti (dato legato all’istruzione);

PIL reale per abitante (valutato in base al potere di acquisto locale).


SVILUPPO SOSTENIBILE à sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere le capacità delle generazioni future di soddisfare i propri.

OBIETTIVI

integrità dell’ecosistema: mantenere il geosistema e gli ecosistemi integri, occorre quindi limitare le emissioni inquinanti ed evitare alterazioni irreversibili che provocano squilibri ambientali:

efficienza economica: intesa in senso ecologico. È efficiente un sistema economico che garantisce il massimo della produzione e di consumi compatibili con gli squilibri economici, permettendo di mantenere costanti nel tempo le potenzialità dell’ambiente.

Equità sociale intragenerazionale, cioè all’interno di ogni comunità umana in un determinato periodo storico. Essa consiste nella possibilità di accedere alle risorse, come equa distribuzione dei redditi, ma anche come diritto di ogni persona alla propria religione, cultura e idea politica.

intergenerazionale, cioè riferita alle generazione future. Consiste nell’operare senza impedire alle generazioni future di servirsi dell’ecosistema e delle sue risorse almeno nella stessa misura e negli stessi termini con cui ne fruiscono le presenti generazioni.


TAPPE SIGNIFICATIVE:


1972 RAPPORTO M.I.T.


1972 CONFERENZA DI STOCCOLMA

Venne trattato il problema ambientale e, in particolare, l’inquinamento. I paesi industrializzati volevano limitare l’inquinamento e altri danni ambientali chiedendo ai paesi del Sud del mondo di adottare misure adeguate (es. limitare la deforestazione) ma senza rendersi conto che era stato proprio il loro sviluppo a provocare i danni maggiori. I paesi del Sud del mondo, che avevano contribuito in minima parte agli squilibri ambientali, erano preoccupati per i sacrifici che gli venivano richiesti.


1987 RAPPORTO BRUNDTLAND

dal nome del Presidente di una Commissione sui problemi dello sviluppo internazionale tenuta dall’ONU. In questa occasione venne definito per la prima volta il concetto di sviluppo sostenibile.


1992 CONFERENZA DI RIO DE JANEIRO

scopo: definire i comportamenti ed i compiti dei diversi paesi per raggiungere uno sviluppo sostenibile a livello etario.

Emersero profonde differenze tra i paesi sviluppati (preoccupati nell’evitare squilibri ambientali e inquinamenti) ed i paesi del Sud del mondo (che non volevano vedersi imporre i maggiori sacrifici ancora prima di aver raggiunto livelli economici e di vita soddisfacenti).Al termine della conferenza si decise che i paesi più ricchi avrebbero dovuto aiutare finanziariamente quelli più poveri per riuscire a adottare misure di protezione ambientale. Inoltre, venne stesa l’AGENDA 21, un documento contenente il programma d’azione del XX secolo nei riguardi dell’ambiente in cui viene illustrata la situazione attuale di ogni singolo problema ed il modo in cui affrontarli.






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