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SCHEDA BIBLIOGRAFICA DEL LIBRO “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni

SCHEDA BIBLIOGRAFICA DEL LIBRO “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni
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SCHEDA BIBLIOGRAFICA DEL LIBRO “I promessi sposi”   di Alessandro Manzoni


PRESENTAZIONE BIBLIOGRAFICA

Ø      Autore: Alessandro Manzoni.

La formazione e gli esordi

Era lio di Pietro Manzoni e di Giulia Beccaria, lia del grande giurista Cesare Beccaria, che nel 1792 lasciò il marito e il lio per stabilirsi a Parigi con Carlo Imbonati. Manzoni studiò in diverse scuole religiose e si avvicinò al pensiero degli illuministi. Le sue idee giacobine e anticlericali trovarono espressione in Il trionfo della libertà (1801), un poemetto che celebra la sconfitta del dispotismo e della superstizione per opera della libertà diffusa da Napoleone nella Repubblica cisalpina.                             Tra il 1800 e il 1804 Manzoni compose diversi sonetti, quattro Sermoni e l'idillio Adda (1803), dedicato a Vincenzo Monti. Nel 1805, poco dopo la morte di Carlo Imbonati, si recò anch'egli a Parigi, dove compose il carme In morte di Carlo Imbonati (1806) una composizione poetica non ancora riuscita, ma che lascia intravedere le qualità del futuro poeta. Rimase a Parigi fino al 1810, accostandosi al razionalismo e al sensismo e acquisendo abitudini mentali, quali la chiarezza e limpidezza del ragionamento, che sarebbero rimaste sue per tutta la vita, insieme all'attitudine all'indagine psicologica. L'ultima opera di questo periodo è Urania (1809), un poemetto neoclassico in versi sciolti sul modello delle Grazie del Foscolo.




La conversione

Nel 1808 Manzoni sposò Enrichetta Blondel, ginevrina e calvinista. Ma nel 1810, l'anno che segnò anche il loro rientro a Milano, la moglie si convertì al cattolicesimo, spinta soprattutto dall'amicizia con l'abate Degola. Al termine di una meditazione che durava da anni, Manzoni, fino a quel momento in materia di religione vicino a posizioni deiste, aderì pubblicamente alla religione cattolica.         La conversione religiosa segnò anche l'inizio della grande poesia manzoniana: sono di quegli anni gli Inni sacri (1812), che celebrano le principali feste dell'anno liturgico. Inizialmente dovevano essere dodici, ma ne furono composti solo cinque: La Resurrezione, Il Nome di Maria, Il Natale, La Passione e La Pentecoste. Il conte di Carmagnola (1820), la prima tragedia manzoniana, narra un episodio della guerra tra Milano e Venezia nel XV secolo e denuncia l'ingiustizia del mondo, dando voce al pessimismo senza speranza dell'autore. L'ode Il cinque maggio (1821) celebra il genio napoleonico e, riflettendo sulla fine solitaria di Napoleone a Sant'Elena, solleva l'interrogativo del significato della storia umana nel quadro della divina Provvidenza. Marzo 1821 si ispira ai moti patriottici di quell'anno (e poté essere pubblicata solo nel 1848). Nel 1822 scrisse una seconda tragedia, Adelchi (1822), che tratta della fine della dominazione dei longobardi in Italia e di come Carlo Magno sconfisse il loro re Desiderio. È opera soprattutto poetica, priva di una forte tensione drammatica, anche se in essa sono personaggi di grande rilievo poetico come il prode Adelchi, lio di Desiderio, e sua sorella Ermengarda, ripudiata da Carlo Magno. Entrambi vedono nella morte e nella salvezza eterna del paradiso l'unica consolazione alla triste condizione umana. La stesura dell'Adelchi fu accomnata da un'approfondita ricerca storico-documentaria sul periodo longobardo in Italia, pubblicata col titolo di Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia (1822). In precedenza Manzoni aveva affrontato il suo impegno drammaturgico forte di elaborate riflessioni teoriche sull'arte della rappresentazione teatrale: nella Lettre à M.Chauvet sur l'unité des temps et des lieu dans la tragédie (1819, ma pubblicata quattro anni dopo nel 1823) la poetica manzoniana, rifacendosi al modello di Shakespeare e alle riflessioni estetiche di A.W. Schlegel, rifiuta i vincoli classicisti delle unità di tempo e luogo nella tragedia e soprattutto formula il concetto della corrispondenza tra rispetto della veridicità storica e funzione morale della letteratura.


I promessi sposi

Nel 1821 Manzoni cominciò a scrivere I promessi sposi, che avrebbe terminato e pubblicato nel 1827, un romanzo storico ambientato negli anni tra il 1628 e il 1630 tra i dintorni di Lecco e Milano, che venne tradotto in molte lingue ed è un classico della letteratura mondiale. Dopo la prima edizione, pubblicata in tre volumi successivi, Manzoni sottopose il romanzo a un'accuratissima revisione, soprattutto linguistica, recandosi a Firenze nel 1827 con il preciso scopo di 'risciacquare i panni in Arno', cioè di ripulire il proprio linguaggio dei troppi lombardismi o francesismi, attraverso il filtro del dialetto fiorentino: il romanzo che oggi leggiamo è quello della seconda redazione, pubblicata tra il 1840 e il 1842.

I promessi sposi narra la storia di due giovani innamorati, Renzo e Lucia, che vedono il loro matrimonio ostacolato dalla tracotanza di don Rodrigo, un signorotto invaghitosi di Lucia, e dalla viltà di don Abbondio, un prete troppo timoroso di scontrarsi coi potenti. Le loro vicende personali si intrecciano con quelle della guerra dei Trent'anni e con la terribile peste del 1630, per finire con il tanto atteso matrimonio.                        Tra i personaggi memorabili sono don Abbondio, un ironico concentrato di tutte le debolezze umane; Gertrude o la monaca di Monza, tragica incarnazione delle contraddizioni della società secentesca; il combattivo fra Cristoforo, il frate cappuccino difensore degli oppressi; e l'Innominato, terribile bandito che si redimerà di fronte all'ultimo delitto che sta per compiere. Nel romanzo, ispirato a una poetica realista e permeato di sentimento religioso, è fortissimo il peso della Provvidenza. Le sventure dei due umili protagonisti rispecchiano le sventure della collettività travolta dagli eventi storici. La bontà alla fine svetta e prevale, solo se si ha fiducia nella divina Provvidenza e si sa sopportare cristianamente il dolore, attraverso il quale si può arrivare alla salvezza eterna. All'edizione dei Promessi sposi del 1842 venne pubblicata in appendice la Storia della colonna infame che, prendendo spunto dalle vicende della peste del 1630 narrate nel romanzo, ricostruisce documentariamente gli eventi di quel flagello analizzandone con acutezza da grande storico i dettagli psicologici e morali. Mentre l'interesse per le questioni storico-politiche e filosofico-morali, come pure quelle linguistiche, continueranno, anche dopo la lunga e laboriosissima stesura del romanzo, a caratterizzare l'attività e la produzione intellettuale di Manzoni (lo testimoniano le Osservazioni sulla morale cattolica, anch'esse elaborate lungo un esteso arco di anni, dal 1819 al 1855, anno dell'edizione definitiva; e il saggio sulla Rivoluzione francese del 1789 e la rivoluzione italiana del 1859, scritto tra il 1860 e il 1872, ma pubblicato postumo nel 1889), la sua posizione riguardo al rapporto tra invenzione letteraria e morale cambiò radicalmente giungendo paradossalmente a condannare proprio il genere letterario cui si era dedicato per più anni, vale a dire il romanzo, come si può vedere nel saggio Del romanzo e in genere de' componimenti misti di storia e invenzione (1845) e nel dialogo Dell'invenzione (1850).


La questione della lingua

Tra il 1830 e il 1859 Manzoni lavorò duramente al trattato Della lingua italiana, rimasto però incompiuto, che si poneva nel solco della ormai plurisecolare questione della lingua e si proponeva tre scopi: affrontare il problema della natura del linguaggio, definire quale fosse la vera lingua italiana e stabilire i fini letterari e civili della lingua nazionale unitaria.                                                           Altri scritti linguistici di Manzoni sono: Sulla lingua italiana (1845), Dell'unità della lingua e dei mezzi di diffonderla (1868), l'Appendice all'opera precedente (1869), Intorno al libro 'De vulgari eloquio' di Dante Alighieri (1868), la Lettera intorno al vocabolario (1868) e la Lettera al marchese Alfonso della Valle di Casanova (1871). In sostanza, Manzoni riconobbe a tutti i dialetti italiani la dignità di lingua ma, dovendo scegliere una lingua unitaria per tutta l'Italia, propose di adottare quella più ricca culturalmente, cioè il fiorentino. Non doveva essere però il fiorentino degli scrittori classici, ma quello parlato, in grado di adeguarsi alle esigenze della società. A questo modello si sarebbero dovuti attenere tutti gli italiani.


Il patriottismo e gli ultimi anni

Manzoni visse nel periodo storico del Risorgimento. Non prese personalmente parte ai moti patriottici, ma coltivò l'ideale dell'unità italiana e, fervente cattolico, fu un sostenitore di Roma capitale. Pur vivendo in un territorio sottomesso all'Austria, nel 1848, durante le cinque giornate di Milano, mandò i li a combattere sulle barricate. Nel 1861, nominato senatore, partecipò alla seduta del primo parlamento italiano a Torino. Pur godendo di grande fama tra i suoi contemporanei, visse sempre modestamente e nell'intimità della famiglia. La fede lo aiutò a sopportare la morte della prima moglie, della seconda, Teresa Borri Stampa, e di cinque li. Giuseppe Verdi gli dedicò la Messa da requiem.


Ø      Titolo: “I Promessi Sposi”

Ø      Prima Edizione:

Il romanzo non ebbe però una sola versione: infatti la prima stesura risale al 1823, con “Fermo e Lucia”, seguita subito dopo nel 1827 da “Sposi Promessi”.

Queste versioni erano però imperfette: troppi erano ancora i francesismi e i termini lombardi, per un romanzo che doveva diffondersi in tutta Italia, allora, nel 1827, durante il soggiorno a Firenze, il romanzo venne depurato e lo stile divenne meno “padano”.

Fu poi dato alle stampe con il titolo di “Promessi Sposi” tra il 1840 e il 1842 e venne anche illustrato dal pittore Gonin.


Ø      Casa editrice e data dell’ edizione considerata: casa editrice DEMETRA, prima edizione, ottobre 1995, Bussolengo (VR)


2) GENERE DELL’ OPERA: romanzo storico. Una definizione così scarna, però, non inquadra certo a dovere il capolavoro manzoniano; infatti si trovano anche notevoli spunti psicologici oltre che storici nel romanzo, in particolare, come riprenderò poi dopo, circa la reazione dell’ animo umano dinanzi al problema, alla difficoltà, fino alla tragedia. Notevoli sono anche gli spunti religiosi (la Provvidenza è il personaggio principale, se così si può dire).

Si tratta di un romanzo storico in quanto, se parte dei personaggi è comunque invantata (Renzo, Lucia, Agnese, Perpetua, forse anche Don Abbondio), buona parte degli altri è realmente esistita: Don Rodrigo, L’ Innominato (forse Bernardino Visconti), Gertrude (forse Anna Maria Leyva), Fra’ Cristoforo (forse Cristoforo Picenoral), oltre ai numerosi politici e personaggi di rilievo che si incontrano durante la narrazione.

Manzoni ebbe l’ ispirazione per la stesura del romanzo, probabilmente, dalla lettura della storia milanese di Ripamonti e da un saggio d’ economia e giurisprudenza di Melchiorre Gioia, che riportava, tra l’ altro, una grida del governatore di Milano contro coloro che intralciavano o proibivano i matrimoni.

Sempre dalle opere di Melchiorre Gioia ricavò, probabilmente i personaggi di Geltrude e dell’ Innominato, mentre Walter Scott, uno dei primi romanzieri del mondo, gli ispirò la forma del romanzo per il suo capolavoro.


3) RIASSUNTO BREVE DELL’ INTRECCIO

Il romanzo di Alessandro Manzoni può essere approssimativamente diviso in tre sequenze principali:


A) CAPITOLI 1 – 18: è il trionfo, iniziale e beffardo, del male.

La narrazione si apre il 7 novembre 1628 a Pescarenico, un paesino sul lago di Como, dove vivevano, in santa pace Renzo, Lucia, Agnese e Don Abbondio.

Proprio quest’ ultimo, dall’ animo incostante e codardo (fa pietà in contrasto con il ruolo che dovrebbe svolgere) viene minacciatola due bravi inviati da Don Rodrigo, che gli intimano di non celebrare per nessun motivo il matrimonio già fissato tra Lorenzo Tramaglino e Lucia Mondella.

Il povero curato non pensa nemmeno di contraddirli, corre a casa, vi si rinchiude e respinge, dicendo che non si sente molto bene, tutti coloro che lo cercassero.

Il motivo per non festeggiare le nozze risiedeva in una sciocca e arrogante scommessa che Don Rodrigo aveva fatta con il Conte Attilio, suo cugino: una volta notata Lucia, egli se ne era invaghito e aveva scommesso con il cugino che, in un modo o nell’ altro l’ avrebbe fatta sua.

Il giorno prefissato per le celebrazioni, il giovane si reca dal curato, ma questi, con parole latine e discorsi confusi, mira solo a disorientarlo e allontanarlo, dicendogli che, in sostanza, sono emersi impedimenti che è bene risolvere prima di celebrare le nozze.

Il ragazzo, però, non è ovviamente convinto; si reca allora da Perpetua, donna di buon cuore ma un po’ ingenua e pettegola, e riesce a farsi raccontare il vero motivo per cui il curato non può unirlo in nozze con Lucia.

Il giovane è allora, comprensibilmente, dilaniato dall’ ira e dalla rabbia tanto nei confronti di Don Abbondio, quanto e soprattutto nei confronti di Don Rodrigo, che vorrebbe uccidere pur di sposare la sua amata.

Renzo si reca allora dalle donne e preso dallo sconforto comunica loro la triste notizia.

Agnese, però, che non si lascia mai sopraffare dai problemi (ma che farebbe bene a riflettere un po’ di più prima di parlare) suggerisce di recarsi dal dottor Azzecca – Garbugli a Lecco.

Renzo va da lui, ma anch’esso è in realtà un servo di Don Rodrigo e a sentir pronunziare quel nome, ben conscio delle nefandezze compiute dal suo padrone, allontana sgarbatamente il giovane.

Ritornato dalle donne a sera, si decide comunque di tentare il matrimonio per poi trasferirsi in un luogo lontano: pur senza il consenso iniziale di Lucia, i due giovani sarebbero dovuti piombare all’ improvviso dinanzi al prete e dichiarare il loro amore e l’ intenzione di sposarsi; una volta che il curato avrebbe udito ciò, i due sarebbero stati marito e moglie.

Per entrare a casa del curato a tarda ora Renzo si avvale di Tonio e Gervaso, due suoi cugini, il primo dei quali aveva un debito da saldare con Don Abbondio.

Il piano sembra riuscire, sin quando Don Abbondio non scaglia un tappeto per soffocare le parole in gola a Lucia e i due, per il frastuono che causa il curato, non sono costretti ad andarsene.

Per fortuna, o per la Provvidenza, l’ ora decisa da Agnese per il “matrimonio” coincideva con quella decisa da Don Rodrigo per far rapire Lucia dalla sua casa.

Infatti il Griso, il più fidato dei suoi scagnozzi, era stato inviato a capo di un plotone di bravi, ma dovettero ritornare spaventati e delusi a mani vuote.

Intanto Fra’ Cristoforo aveva già organizzato a dovere per la fuga di Renzo, Lucia e Agnese.

Il giovane si sarebbe dovuto recare a Milano, presso il convento dei frati cappuccini a porta Orientale, Lucia e Agnese presso il convento di clausura a Monza, dove viveva anche Gertrude, la Monaca di Monza.

All’ arrivo di Renzo a Milano, il giovane rimane molto colpito dallo scenario della cità; essa non era ancora afflitta dalla peste, ma già la carestia seminava disordini e rivolte ovunque.

Già negli anni passati le messi erano state tutt’ altro che abbondanti, in più si aggiungeva un’ errata gestione di quelle dei precedenti raccolti (che sarebbero bastate per arrivare a fine anno), il risultato era che molte famiglie non avevano di che vivere.

Il pane, essendo in carestia, era ovviamente salito di prezzo, ma il Governatore Ferrer, per ottenere maggiore appoggio da parte del popolo e per coprire la sua pessima gestione della cosa pubblica, decise di ribassarlo a livelli da pre – carestia: ovviamente il popolo fu d’ accordo, ma non i fornai, che avevano problemi con le materie prime.

Scoppiarono così i primi assalti ai forni, nel romanzo viene descritto l’ assalto al forno delle grucce, con esiti ancor più disastrosi: i prezzi ribassati del pane e le ruberie che ovunque erano perpetrate, causavano un ulteriore spreco di viveri e ulteriore fame.



Renzo rimane molto colpito, e quasi affascinato, dal popolo in rivolta contro il governo: ritiene ingenuamente che i cittadini facciano bene a rubare il cibo per sostentarsi; aiuta allora Ferrer, che era sopraggiunto nel frattempo ad “arrestare” il vicario di provvisione (che invece fu salvato dal governatore), facendo chiasso ovunque, e finisce per spifferare a tutti la sua storia, il suo odio per la nobiltà e le ingiustizie subite.

Tuttavia il ragazzo, di buon cuore ma un po’ sempliciotto, non sa che nelle città, e soprattutto durante rivolte come quelle, sono sempre in giro agenti in borghese, che sentono ogni cosa e la riferiscono ai loro superiori, per portare a termine gli arresti il giorno successivo.

Renzo si lascia infatti guidare ad una locanda da una di queste spie, e li finisce per ubriacarsi e addormentarsi incosciente.

La mattina dopo ha un bruttissimo risveglio: viene condotto per le strade verso la questura, ma grazie ad un guizzo riesce ad impietosire il popolo accanto a lui, gia in subbuglio, e a scappare dai birri.

Si allontana a piedi via da Milano (in quanto non voleva rimanere rinchiuso in convento come in trappola) e giunge sino a traversare l’ Adda e a raggiungere il cugino Bortolo, filatore di seta, nel bergamasco.

Li si stabilisce, sotto falso nome, e aspetta pazientemente l’ occasione propizia per riunirsi con le sue donne.

Nel frattempo anche Lucia e Agnese erano occupate in faccende di ogni tipo presso il monastero di Gertrude: tuttavia questa monaca aveva alle spalle una triste storia, che aveva lasciato brutti strascichi anche nel comportamento attuale della poveretta, dilaniata tra dubbi, vizi e peccati, tra cui anche di quelli carnali.

Don Rodrigo e il Conte Attilio vedevano i loro progetti complicarsi: Lucia era in convento, luogo inespugnabile per il signorotto (questo dovrebbe fare riflettere sulla sua reale potenza); allora decisero, grazie all’ aiuto del Conte Zio (che viveva a Milano), di sbarazzarsi di Fra’ Cristoforo, che, all’ inizio della narrazione aveva osato recarsi sino al palazzotto di Don Rodrigo e sfidarlo a viso aperto, intimandogli di non intralciare le nozze dei due poveri cristiani.

Il Conte Zio parla allora con il Padre provinciale dei cappuccini, uomo anziano e suo amico, e si accordano per fare trasferire Fra’ Cristoforo a Rimini, in modo che non potesse più influire.


B) CAPITOLI 19 – 33: qui si nota l’ intervento della Provvidenza, è una fase ricca di difficoltà e contrasti.

Renzo, dopo le sue uscite abbastanza ingenue in Milano, è guardato come un bandito e un fuorilegge, ma, essendosi trasferito in territorio veneziano e avendo cambiato nome (ora è Antonio Rivolta), è praticamente al sicuro, anche se lontano dalla sua amata, della quale non immagina lontanamente quello che sta per accaderle.

Don Rodrigo, infatti, pur non potendo espugnare un monastero, decide di fare ricorso all’ Innominato, noto bandito, di grande potenza e prestigio, al quale era legato con legami di vassallaggio.

L’ Innominato non può rinunciare a una sfida (era il più potente bandito nei dintorni e aveva una reputazione da mantenere) e a sua volta si affida a Egidio,sciagurato amante di Gertrude e suo complice, per ordire una trappola contro Lucia.

Questa viene incaricata da Gertrude di un’ importante commissione fuori dal monastero e, seppur spaventata, non se la sente di disubbedire alla donna che le offriva protezione e conforto (la monaca si pentirà poi di questo, passando il resto della vita come una vera monaca, in penitenza e abnegazione).

Viene quindi rapita da un piccolo plotone di bravi guidati dal Nibbio (l’ uomo di fiducia dell’ Innominato), e portata al suo castello, tra svenimenti, preghiere e suppliche.

Quando l’ Innominato la vede e la sente parlare, ha però una crisi di coscienza gravissima, si sente in colpa per quello che sta facendo e che ha fatto per tanti anni a dei poveri innocenti come la ragazza; pensa quasi di farla finita con quella vita meschina che conduceva ormai da anni, quando gli viene in mente un’ idea scaturita da una frase di Lucia: “Dio perdona ogni male per un atto di misericordia”: decide per la strada della redenzione.

Importantissimo per fugare ogni dubbio è l’ incontro, il giorno seguente il rapimento della ragazza, con il cardinale Federigo Borromeo, vescovo di Milano, che era in visita presso la sua diocesi.

L’ Innominato vi si reca e riscuote la sua gioia più grande: un suo lio così importante e potente, un signore del male ha finalmente deciso di cambiare vita, è, per l’ arcivescovo, la gioia più grande.

L’ innominato libera la ragazza, manda a prendere la madre e le fa andare a casa del sarto del paese, dove trovano il primo alloggio e il primo conforto.

E’ l’ inizio di un evento straordinario: quello che prima era l’ emblema del male in quei luoghi è ora divenuto un emblema del bene (come Federigo, si può dire).

L’ arcivescovo, che desiderava vederci più chiaro in questa faccenda, manda anche a chiamare Don Abbondio, e mette a nudo le sue inadempienza, la sua codardia e il suo prostrasi al più forte: è una grande vergogna per il povero curato, che promette di non incappare più in simili errori.

Lucia viene allora ospitata a casa di Donna Prassede in Milano: si tratta di una nobildonna di buon cuore, ma un po’ troppo presuntuosa e petulante, che voleva sempre avere ragione.

Questa era convinta che la fissazione per Renzo non fosse motivata e cerca di convincere la ragazza a trovarsi un partito migliore di quel “brigante” che aveva “seminato lo scompiglio in tutta Milano”.

La ragazza non vuole sentire ragioni, ma è tutto inutile, infatti si era già promessa alla Madonna durante la terribile notte nel castello dell’ Innominato e aveva giurato di rinunciare a Renzo in cambio della sua libertà.

Si apre qui una parentesi nella narrazione principale, per introdurre l’ importante tematica della peste, che, ad un certo punto, diverrà il giudizio divino, spazzando via, verso la fine, i personaggi negativi del romanzo.

A seguito della grande carestia del 1629, si erano già avuti, soprattutto nelle camne i primi morti sospetti, vi era una povertà dilagante e la popolazione era troppo debole per resistere alle malattie; tuttavia questa prima e debole ondata non influì più di tanto in quanto nell’ estate ritornò l’ abbondanza di messi, ma era solo il preludio dell’ Inferno.

Infatti il Ducato di Milano era preso tra numerose guerre: da una parte assediava Casale Monferrato e dall’ altra era prossima la calata dei Lanzichenecchi, provenienti dalla Germania e così numerosi da rappresentare di per sé un rischio di contagio.

E infatti così fu: discendendo lungo l’ Adda per raggiungere la Bassa Padana disseminarono i primi casi di contagio: tuttavia erano molto isolati e quasi nessuno vi badò.

La situazione divenne molto più critica quando i primi soldati infetti giunsero in Milano: i morti si fecero molto più numerosi e, nonostante i continui richiami dell’ Organo di Sanità ad usare cautela contro questi fenomeni, il popolo e, in parte anche i dotti e gli scienziati, non vollero riconoscere, fino quasi alla fine che il contagio era avviato.

La situazione precipitò nel 1630: Milano fu quasi spopolata (morirono circa i 2/3 della popolazione), le autorità e il governo snolo erano troppo impegnati con le guerre per curarsi di quel problema, cosicché la situazione diveniva infernale.

Le autorità decisero superficialmente di rinchiudere nel Lazzaretto tutti gli accattoni e gli appestati, nel tentativo di limitare il contagio, ma invano: troppi erano i morti per le strade e nelle case e l’ epidemia sarebbe andata avanti ancora chissà quanto se la carità dei padri cappuccini e dei parroci della città non avesse aiutato a placarla: anche i nostri personaggi ne furono toccati: Renzo fu appestato ma, per la sua stazza robusta, ne uscì vivo; Lucia anche, e fu portata nel Lazzaretto.


C) CAPITOLI 34 – 38: è la conclusione del romanzo, con il trionfo del bene.

Questa sequenza si apre con Don Rodrigo che viene preso dalla peste in Milano: il birbante viene anche tradito dal Griso, che egli stimava come un fratello, ma che anch’ egli perirà dello stesso male, maneggiando i soldi e i panni del padrone infetto.

Don Rodrigo viene allora portato anch’ egli nel Lazzaretto.

Renzo decide allora, ormai guarito dal contagio, di tentare il ritorno a Milano per cercare Lucia, anche se conscio ormai del suo voto.

La trova nel Lazzaretto, dove incontra anche Don Rodrigo, e,a sorpresa, Fra’ Cristoforo, contagiato dalla peste e ormai spacciato, ma che comunque non lesinava il suo aiuto ai più bisognosi.

Il cappuccino gli fa vedere il suo antico oppressore, ormai moribondo, e invoca il perdono del ragazzo, in quanto tutti, anche i più meschini, sono degni di perdono.

Il giovane va quindi in cerca di Lucia ma non riesce a trovarla, è quasi rassegnato ad averla persa, quando sente la sua voce: la ragazza è sopravvissuta al contagio e aspetta solo la guarigione della sua amica, comna di letto.

Renzo tenta di persuaderla che aveva fatto il giuramento in momento delicato e che quindi esso non contava, ma la ragazza non vuole sentire motivazioni.
Il ragazzo, disperato, corre in cerca di Fra’ Cristoforo, il quale, una volta giunto lì, dice a Lucia che il suo giuramento, per un particolare potere conferitogli dalla Chiesa, può essere da lui sciolto.

La ragazza allora accetta.

Renzo corre allora a Pasturo, il paese natale di Agnese per riferirle queste liete notizie, e torna nel bergamasco da Bortolo, per vedere di trovare una casa per lui e la sua amata.

I due giovani potevano quasi dirsi ricchi, tra i doni dell’ Innominato, i risparmi di una vita, e i doni dell’ amica di Lucia.

Ritornati tutti a Pescarenico trovarono Don Abbondio, che stavolta accettò di celebrare le nozze e finalmente furono marito e moglie.

Allora si trasferirono nel bergamasco dove Renzo aveva messo su casa.

Tuttavia, il giovane non riuscì ad entrare in simpatia con le persone del posto; allora, con la collaborazione di Bortolo, riuscirono a rilevare un filatoio, andato in disuso per la peste, in un paese poco distante, qui, non trovando ostacoli di sorta, ebbero una vita felice e con numerosi li, accuditi dalla brava Agnese.


4) TEMATICHE PRINCIPALI

Ø         La provvidenza – la Redenzione: è la tematica fondamentale del romanzo, che riflette molto da vicino la mentalità del Manzoni e la sua fede religiosa.

L’ effetto della Provvidenza si può riscontrare un po’ ovunque: si tratta, secondo il Manzoni, dell’ intervento divino, che, alla fine, salva i suoi li che vivono nel bene o che scelgono il bene come modello di vita, e viceversa punisce coloro che perpetrano il male o l’ inganno, scegliendoli come canone della loro esistenza.

L’ esempio più lampante si ha con l’ Innominato: egli era dapprima il Signore del Male, al cui nome tutti, autorità compresa, si prostravano. poi, grazie all’ intervento redentorio di Lucia, diventa il migliore servo di Dio, il liol prodigo, il più importante, in quanto volontariamente, cambia radicalmente stile di vita per aiutare tutti i più bisognosi, senza lesinare energie e denaro.

Infatti egli dona 100 scudi ad Agnese, accoglie i poveri personaggi e tanti altri nel suo castello, zittisce implicitamente Don Rodrigo e gli altri prepotenti locali, aiuta i paesi vicino contro i Lanzichenecchi, fa andare via o converte come lui, molti dei suoi ex – bravi.

Un altro esempio di Provvidenza si ha in Federigo, uomo illibato dal Male: egli aveva edificato a sue spese una biblioteca immensa a disposizione di tutti, viveva secondo i precetti del Vangelo, nel rispetto e rifiutando l’ orgoglio personale.

Ancora, Fra’ Cristoforo, che, pur non disponendo di tutti i mezzi di Federigo, non lesina tutte le sue forze e la sua disponibilità per affrontare Don Rodrigo: da incorniciare è il suo tentativo di affrontarlo, solo e disarmato nel suo palazzotto, mentre tutti gli altri erano arretrati impauriti.

Infine anche la peste è, se si può dire un segno della Provvidenza divina: essa, infatti, spazza via i personaggi negativi, rendendo vane le loro cattiverie (ad es. Don Rodrigo e Griso), oppure glorifica ulteriormente la vita di coloro che si erano prodigati, per tutta la loro esistenza per i più bisognosi, come Fra’ Cristofofo e gli altri Cappuccini, che vengono esaltati molto in questo romanzo.


Ø     La violenza: è un altro filo conduttore del romanzo.

La violenza è sempre immotivata (se si pensa a come nasce la pretesa di Don Rodrigo su Lucia) e finisce per guastare o fare del male grave ai buoni personaggi del romanzo.

La violenza, inoltre è condannata dal Vangelo, ed è comunque presentata come perdente nel romanzo, spesso grazie all’ intervento della Provvidenza divina.

Quindi, nell’ ambito del conflitto tra Bene e Male, seppur con molte difficoltà, è il Bene che ha la meglio alla fine.

Esempi di violenza che non riescono ad avere successo sono quella di Don Rodrigo, che non è un signore molto potente, come si intuisce più volte durante la narrazione, che viene ucciso dalla peste (in funzione provvidenziale qui). Anche il Griso, il più violento dei suoi uomini, e anche il più meschino, ha la fine che si merita.

L’ Innominato, poi, che avrebbe potenza a sufficienza per sfidare chiunque, viene annullato da una fanciulla inerme e dall’ intervento di un religioso disarmato (Federigo), cosicché la violenza che aveva caratterizzata l’ intera sua esistenza, risulta fallimentare.

Anche Gertrude usava la violenza, forse non del tutto volontariamente e per influsso della sua educazione, contro le sue sorelle: famoso è l’ omicidio da lei commissionato contro la sua sorella che l’ aveva scoperta ad avere una relazione carnale con un uomo, ma anche la sua complicità nel rapimento di Lucia; tuttavia anche lei viene toccata dalla Provvidenza, e finisce per passare il resto della sua vita nell’ abnegazione e nel pentimento più totale.




Ø      La carità: è un’ altra tematica che si incontra spessissimo nel romanzo.

La carità, che si intreccia molto da vicino nel romanzo con la Provvidenza, rappresenta quell’ aiuto quasi insperato che salva i nostri buoni personaggi e, più ingenerale, gli innocenti dalle angherie del mondo.

L’ esempio più lampante di carità è offerto da Federigo, egli aveva sì moltissime rendite, ma le impiegò tutte e senza freni per i più deboli, oltre e fare edificare una biblioteca a sua spese, organizzò scuole e università, prese sotto la sua protezione tutti coloro che glielo chiedevano, fece redimere l’ Innominato e tanto ancora.

Altro bellissimo esempio di carità e Fra’ Cristoforo. In lui si vede, naturale, la vocazione religiosa; inoltre aiuta come può e con tutti i suoi sforzi Renzo e Lucia durante i loro guai con Don Rodrigo e lo ritroviamo alla fine del romanzo nel Lazzaretto di Milano, che, con le sue ultime forze, aiuta gli appestati, alleviando le loro sofferenze a raccomandandoli a Dio.

Ma carità è anche quella più piccola e occulta che molte se del Romanzo hanno nei confronti di Renzo e Lucia (ad es. il sarto del paese, l’ amica di Lucia, l’ antico amico di Renzo a Pescarenico); sono tutte ure secondarie, quasi aliene alle vicende principali, ma che non lesinano il loro impegno per aiutare i nostri poveretti ad uscire dai guai.

Secondo me questi sono esempi di un’ antica gentilezza, di un’ antica cortesia e umiltà che gli agi del giorno d’ oggi, le nostre comodità, hanno praticamente spazzato via.


Ø      Il coraggio:è un’ altra tematica fondamentale del romanzo: pochi sono i personaggi che mostrano vero coraggio, mentre sono, d’ altro canto, tanti coloro che vivono nella disonestà.

Un esempio di non coraggio, ad esempio, è dato da Don Abbondio: il curato di Pescarenico viene intimidito da due bravi armati che gli intimano di non unire in nozze Renzo e Lucia, cosa comprensibile di per sé. Tuttavia la reazione disonesta del curato, il suo nascondere agli altri l’ intimidazione subita lo mette in cattiva luce.

Federigo lo rimprovera duramente, quando ha occasione di parlargli con comodo; gli dice che avrebbe dovuto perseverare nei suoi doveri, gli dice che non avrebbe dovuto avere paura delle minacce, se esse andavano contro il suo compito su questa terra, anche a prezzo della sua stessa vita.

Coraggio è quello di Fra’ Cristoforo, l’ unico nel romanzo che sfida apertamente Don Rodrigo, conscio che quello era il suo compito, e che perdere la vita facendo del bene significava guadagnarne un’ altra, più nobile e giusta.

Ma coraggio è anche quello dell’ Innominato nel cambiare vita: colui che dapprima incuteva timore al solo nominarlo, si umilia pubblicamente, si mette spontaneamente sotto i piedi di chiunque, perdendo i suoi bravi e la sua capacità di fare del male.

Così ridotto, però, acquista maggior onore e maggior nobiltà, acquista un rispetto diverso da quello di prima, un rispetto vero e reale, e non imposto dalla forza soltanto.


Ø      L’ odio per il governo snolo:è, di riflesso, in Manzoni, l’ odio per il governo austriaco.

Il governo snolo regnava sulla parte più prospera del suo regno (Milano) con orrenda trascuratezza, noncurante degli enormi problemi della popolazione, interessato solo ai propri guadagni e alle cariche in palio.

Un esempio di ciò si ha nel Conte Zio, uno dei decurioni del Senato, interessato solo a difendere gli interessi negletti della propria famiglia e a procacciarsi un posto più rilevante.

Altro esempio di ciò si ha con la carestia e con la peste: due eventi tragici e dannosissimi, ma abbastanza comuni in ogni epoca storica: il governo era interessato solo alle guerre e delegava ai cittadini, ai privati e al fisco, la questione della vita o della morte di tanti innocenti.

Infine, ultimo segno della nullità degli snoli sta nelle numerosissime grida: riguardavano pressoché ogni cosa, ma non importava con quanta violenza esse venissero scritte o quanto dure fossero le punizioni promesse: non venivano applicate e di fatto ogni brigante, ogni prepotente, ogni violento poteva vivere a suo piacere, visto che mancava un corpo di polizia e una precisa volontà di fermarli.


Ø      La società ancora feudale:nel 1630, Milano, una delle città più progredite d’ Europa, è circondata, ovunque da un deserto chiamato feudalesimo.

Appena fuori dalle mura (e spesso anche dentro), l’ influsso del potere centrale si affievolisce, fino a sire non appena si entra nella “giurisdizione” di qualche signorotto locale.

Un esempio ne è Don Rodrigo: egli non era molto potente, era di fatto difeso da non molti bravi e non aveva mai portato a termine imprese degne di nota, ma fino a Lecco era impunito e poteva agire come gli pareva.

Altro esempio è l’ Innominato: qui si tratta di ben altra sorte di brigante. Egli aveva alle dipendenze moltissimi bravi e schiavi, aveva rendite incredibili, il suo nome incuteva timore fino a Milano ed anche oltre, ma nessun birro, nessuna autorità si faceva sentire nella sua vallata, sebbene tutti lo conoscessero.

L’ autorità era, in sostanza, conscia di quanto accadeva intorno a Milano, ma non aveva la forza e la volontà necessaria per togliere tutte quelle persone dal giogo dei loro “signori”.


Ø      L’ ignoranza: è il giogo a cui sono sottomessi tanti poveri cristiani, brave persone.

La mancanza di cultura e di furbizia (che in molti casi diventa disonestà e niente di più), segna già in partenza molti nostri personaggi.

Renzo non conosce il latino e gli affari del mondo, percui viene facilmente ingannato da Don Abbondio prima, e successivamente innumerevoli altre volte a Milano, ed è costretto a passare due anni d’ inferno.

Lucia è una ragazza gentile e rispettosa, che non sa opporsi quando Gertrude la manda al macello, nella mani dell’ Innominato.

Agnese crede che troverà appoggio nel dottor Azzecca – Garbugli a Lecco e nella legge, ma non sa che non esiste legge per i poveri e gli ignoranti, che sono solo bestie al servizio dei signorotti locali.

L’ unico risultato, alla fine del romanzo, è la fuga di tre poveri innocenti dal potere centrale dove erano nati: non avevano trovato altro che delusioni, dolori e sopraffazioni; il governo snolo perdeva quindi via via l’ appoggio della sua base sociale.

Interessante, sempre in tema di ignoranza, o, per meglio dire, di differenza di stili di vita, è la contrapposizione tra la città, Milano, e i dintorni: i cittadini avevano già nel loro DNA una buona dose di sfiducia nelle autorità, mancanza di sincerità ed egoismo che gli permetteva di vivere in un luogo dove tutti i provinciali, più ignoranti e sempliciotti, venivano guardati con sospetto, additati come selvaggi e stranieri (Renzo è dipinto addirittura per un terribile brigante a Milano).

Milano, in conclusione, sembra più una babele disordinata e corrotta che non una città: la peste sembra quasi la sua punizione ovvia, mentre saranno proprio i provinciali, i più giusti e sempliciotti, alla fine, a salvarsi in maggior numero.


5) PERSONAGGI PRINCIPALI

Nel romanzo i personaggi si possono dividere in personaggi inventati dal Manzoni e personaggi realmente esistiti (o presunti tali):


A)    Personaggi inventati dal Manzoni

Ø      Renzo: è il personaggio maschile principale del romanzo.

Manzoni lo descrive fisicamente come un ragazzo alto e robusto, dedito al lavoro.

Egli infatti filava seta da una parte, e dall’ altra era proprietario di un suo piccolo podere, che coltivava di persona: era quindi benestante, dato che non sperperava mai i suoi denari in vizi, e li conservava per le nozze con Lucia.

Era molto abile nel suo lavoro, ragion per cui trova subito impiego anche nel bergamasco presso ilo cugino Bortolo.

Moralmente è una bravissima persona: oltre ad essere esente completamente da vizi, era molto religioso e rispettoso, anche se, in certi tratti, come era comune un po’ ovunque nella gioventù del tempo, mostra un pizzico di “braveria” e di “sangue caldo”, soprattutto quando gli vengono fatti dei torti (ad es. quando Don Rodrigo ostacola le sue nozze e quando viene ingannato più volte durante la narrazione).

Alla fine però non si mostra mai vendicativo, e usa sempre il cervello, senza mai ribellarsi ai consigli che gli vengono dati (ad es. da Fra’ Cristoforo e da Agnese).

Il ragazzo si dimostra anche furbo, quando riesce ad evadere dalle mani dei birri a Milano, e quando riesce ripetutamente a scansare le domande sul suo conto; tuttavia mantiene un tratto un po’ “provinciale” e quasi ingenuo, che contribuisce a renderlo, comunque, molto simpatico ai lettori.

Nel complesso Renzo incarna la volontà, la religiosità e la perseveranza, dato che non si dà mai per spacciato sino alla fine, e viene, per questo, premiato dalla Provvidenza.


Ø      Lucia: è il personaggio femminile principale del romanzo.

Essa mantiene intatta, per tutta la narrazione la sua castità, la sua purezza, la sua religiosità, senza opporsi mai ai precetti che le sono stati impartiti da ragazza.

Fisicamente è una bella ragazza, e dalla narrazione si evince che i suoi tratti più affascinanti sono i capelli nerissimi e gli occhi, anch’ essi nerissimi.

Lucia viene definita più volte, malevolmente, come una “Madonnina infilzata”, per il suo rispetto, il suo  silenzio, che in molti scambiano per furbizia debitamente occultata.

Tuttavia non è così: Lucia è una ragazza semplice di camna, che non rifiuta mai il lavoro e no si oppone mai agli ordini della madre, e, soprattutto ai suoi precetti religiosi.

Non è assolutamente pratica del mondo: è impaurita quando deve mettere piede in città, e si terrorizza, fino a fare voto di castità in cambio della vita, quando viene rapita dal Nibbio e dai suoi scagnozzi.

Lucia, in conclusione, rappresenta la castità e la purezza, priva di vizi, di superbia e di orgoglio, virtù che si potrebbero ben difficilmente incontrare in una ragazza dei nostri tempi.


Ø      Agnese:è la madre di Lucia.

E’ una donna ormai abbastanza anziana, e molto più pratica del mondo che non sua lia.

E’ senza dubbio una brava donna, anche se mantiene certi tratti un po’ petulanti e pettegoli, che, secondo me, la rendono un personaggio simpaticissimo: infatti quando inganna Perpetua nel tentativo di far sposare in gran segreto Renzo e la lia, quando preferisce parlare lei in veci della lia, sempre impacciata di fronte agli estranei (e qui viene duramente rimproverata da Gertrude).

Nel complesso Agnese rappresenta la madre tipica descritta dal Manzoni, che vuole sempre avere ragione e proferire pareri su tutto e su tutti, anche se questi sono, per così dire, da prendere, molte volte, con “le pinze”.


Ø         Don Abbondio: è il curato di Pescarenico; un uomo ormai sulla settantina, dai capelli bianchi, la cui canizie, però, non rivela altrettanta saggezza.

Non è un uomo “cattivo”, di per sé, ma è estremamente codardo: infatti egli stesso dichiara di avere intrapreso la via della Chiesa più per “paura del mondo esterno” che non per reale vocazione religiosa. Con una bella metafora del Manzoni, viene descritto come un vaso di terracotta, costretto a viaggiare in comnia di molti vasi di ferro, e quindi a rischio di “rottura”.

La sua codardia è comprensibile: tutti si sarebbero spaventati dinanzi ad una minaccia da parte di due briganti; invece non è comprensibile il suo scappare, nascondersi, mentire in maniera subdola a due suoi lioli innocenti, che si fidavano di lui, che lui aveva battezzato.

La sua codardia risulta dannosissima: verrà rimproverato duramente anche da Federigo, che gli ripeterà che il suo dovere, per essere portato a termine, poteva richiedere anche la vita, e lui non si poteva tirare indietro ormai.



Nel complesso Don Abbondio rappresenta, nel romanzo, la codardia; questo non gli sottrae una buona dose di simpatia, che il personaggio mi ha comunque trasmesso, ma si tratta anche di una simpatia un po’ amara.


Ø      Don Rodrigo: è l’ emblema del Male, nel romanzo.

Egli non rappresenta un Male grandioso e invincibile (come l’ Innominato agli inizi), ma un Male senza speranza di redenzione, irrecuperabile

Fisicamente è bruno, robusto e dai tratti volgari, ha circa 35 anni, e il suo vigore e la sua presunzione causeranno numerosi guai ai nostri poveri personaggi.

Non era un signore molto potente: fuori Lecco il suo nome non era nemmeno conosciuto, e espugnare il monastero di Monza è impresa impossibile per lui (a confronto l’ Innominato, non batte nemmeno ciglio alla proposta di espugnarlo).

Morirà di peste nel 1630, alla conclusione del romanzo, con la giusta morte per un uomo come lui, ottenendo però il perdono di Renzo e Lucia, sotto raccomandazione di Fra’ Cristoforo.


Ø      Il Griso: è il servitore di fiducia di Don Rodrigo, quello al quale il padrone affidava i compiti più rischiosi e difficili.

E’ anch’ egli un personaggio Malvagio, senza speranza di Redenzione (infatti morirà di una morte infima, dopo avere tradito anche il suo padrone, sperperando i suoi averi, senza ottenere il rimpianto perdono di nessuno).


B) Personaggi realmente esistiti (o presunti tali):

Ø      L’ Innominato: è, forse, Bernardino Visconti.

E’, probabilmente, il personaggio più grandioso “creato” dal Manzoni.

L’ autore lo presenta come un uomo quasi sulla sessantina, molto alto e robusto, la cui stazza, il cui portamento, il cui sguardo e il cui tono di voce incutevano rispetto e soggezione: era, in sostanza, destinato a comandare e ad essere obbedito, senza se e senza ma.

Egli era un personaggio ricchissimo, con rendite altissime, dato che aveva controllo su un territorio molto vasto, e il suo nome incuteva rispetto anche molto al di là di esso.

La sua vita prima della conversione era stata caratterizzata dal crimine e dall’ abuso su tutti: innocenti e nobili prepotenti locali: essi erano legati a lui in rapporti di clientela, di vassallaggio: nessuno osava ribellarsi a lui e lui offriva loro protezione e collaborazione.

La sua vita viene cambiata da un sguardo di Lucia, dalle sua parole, e da quelle del cardinale Federigo: giunge a pentirsi di una vita ormai divenuta insopportabile e zeppa di contrasti e di odi; si redime e diventa il simbolo del potere di Dio sulla terra.

Dopo la sua conversione si “umilia” pubblicamente e da solo; si pone spontaneamente sotto chiunque, acquistando così maggior onore e maggior rispetto.

Anche il cardinale si congratulerà con lui, dicendogli che rappresenta la gioia più grande di tutta la sua vita.

Quindi, nel complesso l’ Innominato rappresenta la Redenzione e il riscatto, amplificati enormemente data l’ importanza del personaggio e dato ciò che poi egli fece per gli innocenti.


Ø      Il cardinale Federigo Borromeo: è, anch’ egli, un grandissimo personaggio; in lui si può vedere, intatta, l’ autentica vocazione cristiana.

Federigo aveva dedicato l’ intera sua vita per i più deboli, aveva speso per loro finanze incredibili, manteneva molte famiglie povere a sua spese, aiutò concretamente ,e dirigendo, molti poveri innocenti durante la peste.

Egli rappresenta, in conclusione, il Bene, la vocazione cristiana, lo strumento di recupero e di Redenzione, l’ Aiuto Divino.


Ø      Fra’ Cristoforo: è, forse, Cristoforo Picenoral, padre cappuccino di Cremona.

Fra’ Cristoforo è un bellissimo personaggio, dalla storia complessa.

Egli, infatti non aveva avuto sin dall’ inizio una vocazione religiosa: era ricchissimo e, sin da giovane, si mise a gareggiare in nobiltà con altri nobili locali, sino a che l’ odio comune per lui fu tale da coinvolgerlo in una rissa, nelle quale perse la vita il suo migliore amico Cristoforo: egli ne uscì distrutto, si umiliò per questo e donò tutti i suoi averi alla povera moglie dell’ amico morto per salvargli la vita.

Il suo pentimento fu tale che impressionò e commosse anche i parenti del nobile da lui ucciso: da allora intraprese la carriera di cappuccino, nell’ abnegazione e nel pentimento più totale; tuttavia , qualche volta (ad es. come nel “colloquio” con Don Rodrigo) riemergevano quei suoi antiche tratti di superbia e orgoglio, ora riconvertiti in astio contro i malvagi e i prepotenti.

Tuttavia Fra’ Cristoforo è l’ Uomo del Perdono: non serbò rancore per Don Rodrigo e gli altri prepotenti del romanzo, quanto invece pietà e compassione per coloro che avevano smarrito la retta via.

Fra’ Cristoforo rappresenta quindi la Fede cristiana, la vocazione ad essa, e la costanza necessaria, fino alla morte, per portare a termine i suoi delicati doveri.


Ø      Gertrude (o la Monaca di Monza): è uno dei tanti personaggi negativi del romanzo, forse ricalca Anna Maria Leyva.

La descrizione della monaca occupa diversi moduli, ed è la più lunga del romanzo.

Essa, nell’ infanzia era una bambina qualunque, lia di nobili, con l’ unico difetto di non essere nata primogenita.

Dovette quindi essere avviata alla carriera di monaca, contro la sua volontà; la poverina subì quindi una montagna di angherie da parte dei suoi parenti, soprattutto da parte del padre.

Entrata alla fine in convento, non si rassegnò mai ad una vita di rinunce e abnegazione; infatti si innamorò di Egidio, un ragazzo sciagurato, che non si curò più di tanto del fatto di avere una relazione con una monaca.

E poi le continue angherie contro le consorelle, il suo andare contro corrente e contro anche le più elementari regole, perfino nel vestirsi: nel complesso Gertrude rappresenta la contraddizione, la mancanza di volontà e perseveranza, è una donna, che, ormai matura, non conosce ancora sé stessa.


6) SPAZIO

Lo spazio in cui è ambientato il romanzo è la Lombardia, tra le odierne province di Lecco, Milano e Bergamo.

Pescarenico è il paese natale di Renzo e Lucia, la loro culla, dal cui distacco sentono un grande dolore e una mancanza, visto che non la rivedranno praticamente più.

Altro ambiente importante è la città di Milano, che nel romanzo non fa una bella impressione: al di là dei numerosi inganni che Renzo vi subisce, Milano è caratterizzata dal disordine, dal caos, dall’ immondizia, da masse di accattoni, e più avanti di appestati e cadaveri.

Nel complesso gli spazi del romanzo hanno anche un’ importanza simbolica, in quanto fanno da giusta cornice, ed integrano gli stati d’ animo dei protagonisti: ad esempio il Lazzaretto di Milano, con la sua desolazione, rappresenta meglio di mille parole la disperazione dei malati che vi si trovavano e di Renzo; poi il palazzotto di Don Rodrigo, nella sua descrizione, insieme con il villaggio ai suoi piedi, rende benissimo l’ idea di brigantaggio che il personaggio trasmette.




7) TEMPO:

Il romanzo è ambientato durante la dominazione snola in Italia, tra il 7 novembre 1628 e il 1630, circa, e ciò lo si può evincere direttamente dal testo in quanto il Manzoni esplicita più volte la data.


8) STRUTTURA NARRATIVA

Ø      Organizzazione della trama: l’ esordio del romanzo si ha a Pescarenico, con le minacce fatte dai bravi a Don Abbondio, poi, sino al modulo 18, si ha il trionfo iniziale del male.

I personaggi malvagi possono agire indisturbati, in quanto i poveri personaggi non possono ancora fare nulla per fermarli.

Poi, dal modulo 19, la Provvidenza comincia ad intervenire in maniera più massiccia, con gli interventi dell’ Innominato e di Federigo, fino al modulo 33, che si apre con la peste che prende anche Don Rodrigo, e segna l’ inizio della vittoria del bene.

Lo spannung si raggiunge quando Renzo, nel Lazzaretto, non sa ancora se Lucia è viva o morta, e lo scioglimento si ha quando la ragazza scioglie il suo voto di castità.


Ø      Scarto fabula – intreccio:lo scarto fabula – intreccio è nullo, in quanto i fatti sono riportati in ordine cronologico e non a posteriori.


Ø      Narratore e punto di vista: il narratore del romanzo, che è scritto in terza persona, è esterno e non onnisciente, in quanto non rivela mai i fatti prima del tempo e non si capisce come andrà a finire la vicenda.


Ø      Durata narrativa dei fatti raccontati: la durata narrativa del romanzo, è, generalmente, abbastanza lunga.

Infatti il Manzoni si dilunga molto in flash – back, descrizioni, analisi, dialoghi molto lunghi, cosa che contribuisce a dare grande realismo; d’ altra parte sono quasi assenti i sommari e le ellissi.



9) STILEMI

Nel complesso lo stile utilizzato dal Manzoni in questa terza e definitiva stesura dei “Promessi Sposi” risulta abbastanza elevato, anche se si mantiene molto scorrevole.

Non si incontrano quasi mai (se non volutamente e per fini ironici) termini dotti, settoriali o poco comprensibili (ad es. il discorso di Don Ferrante sulla peste).

Il tono del romanzo è pacato e familiare: soprattutto quando descrive Renzo, Lucia Agnese e Don Abbondio, il Manzoni dimostra di averli fatti propri, di trattarli quasi con affetto reale.

Dall’ ultime versione, sono esclusi i termini dialettali, cosa che toglie un po’ di realismo al romanzo (se si pensa all’ epoca), ma che rende tutto più comprensibile.

Numerose sono anche le ure retoriche, soprattutto metafore, paragoni e iperboli, tipiche del linguaggio anche dei meno dotti.






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