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IL PROGRESSO TECNOLOGICO - L’ISTRUZIONE

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IL PROGRESSO TECNOLOGICO



La meccanizzazione e l’industrialismo furono resi possibili da una serie di innovazioni tecnologiche che trasformarono radicalmente le consuete modalità di lavorazione e di produzione.


Il processo di industrializzazione prese avvio nel settore tessile, in particolare nella lavorazione del cotone.

Il cotone venne importato in grandi quantità dall’India, per produrre tessuti resistenti e, al contempo, poco costosi.

L’industria tessile tradizionale, in Inghilterra, era quella della lana; ciò nonostante la meccanizzazione si generalizzò con la lavorazione del cotone,    una fibra più adatta alla lavorazione meccanica. Il cotone è infatti una fibra vegetale che, a differenza della lana, fibra animale mutevole, è maggiormente salda e resistente nel trattamento.

L’abbondanza del cotone, e la crescita della domanda di prodotti tessili (determinata quest’ultima dall’aumento demografico e del reddito medio), stimolarono la ricerca di mezzi tecnici migliori, in grado di perfezionare la lavorazione, rendendola sempre più veloce e regolare.



Le innovazioni, introdotte a opera di abili artigiani-tecnici, avvennero con una sequenza “a botta e risposta”. Ogni accelerazione introdotta in una fase del processo di fabbricazione infatti, sottoponeva a un enorme sforzo i fattori di produzione delle altre fasi, favorendo in tal modo ulteriori trasformazioni per riparare lo squilibrio.

Per comprendere questo, è utile distinguere le varie fasi di produzione tessile:


PREPARAZIONE DELLA MATERIA PRIMA

FILATURA

TESSITURA

FINITURA


John Kay, nel 1733, brevettò la “navetta volante”.

Questo nuovo strumento permetteva di migliorare la fase di tessitura, riducendone i tempi di lavorazione. Proprio il miglioramento di una fase però, ebbe l’effetto di aumentare uno squilibrio già grave.

Ancora prima dell’introduzione della navetta di Kay infatti, la fase di filatura era molto più lenta della tessitura.

I tempi di filatura dovevano necessariamente essere abbreviati.


E’ evidente quindi, che un’innovazione ne causa altre, che a loro volta rendono necessarie altre trasformazioni tecniche, in una catena che sembra non avere mai fine.

Il problema dello squilibrio fra i tempi di tessitura e filatura furono risolti da una serie di congegni per filatura: le macchine cardatrici di Lewis Paul e di John Wyatt, il filatoio meccanico, detto jenny, di James Hargreaves, il filatoio idraulico a lavoro continuo (il water-frame) di Richard Arkwright e il filatoio di Samuel Crompton, chiamato anche mula, perché combinava alcune caratteristiche della jenny e del filatoio idraulico.

La jenny     Questo macchinario permetteva a un solo lavoratore  di filare più fili contemporaneamente ma, purtroppo il filo prodotto era troppo debole.


Il water- frame Funzionava, come dice il suo nome, a energia idraulica.


La mula prodotta dall’incrocio delle due precedenti consentiva di tessere un filo sottile e al contempo robusto.


Il filato ottenuto a macchina era migliore di quello fatta mano, poichè quest’ultimo è spesso ineguale per spessore e robustezza.

Il formidabile aumento dell’offerta di filati risultante da queste invenzioni, rese indispensabile il miglioramento della tessitura: ora infatti, erano i telai che non tenevano il ritmo di produzione del filatoio, causando uno squilibrio nella fabbricazione dei tessuti. Si ebbe una risposta con il telaio meccanico brevettato nel 1785 da Edmund Cartwright. Questo nuovo strumentosi diffuse solo nei primi decenni dell’800, ma i risultati che portò tale invenzione non tardarono a manifestarsi. Intorno al 1820 infatti, un solo ragazzo, lavorando a due telai, riusciva a produrre fino a 15 volte più di un artigiano casalingo.


La preminenza delle innovazioni nel campo della filatura e della tessitura non devono però nascondere l’importanza dello sviluppo tecnico che subirono anche le altre fasi.

Non si potrebbe pensare a una meccanizzazione della filatura senza una corrispondente accelerazione dei processi di PREPARAZIONE della materia prima e di FINITURA del prodotto.

Il secolo XVIII vide quindi lo sviluppo di tutto un complesso di strumenti che, perfezionando ogni fase della lavorazione tessile, contribuirono a migliorare sempre più la produzione.


Motore della meccanizzazione inizialmente fu la fonte di energia idrica, impiegata nei mulini. A poco a poco però, l’energia dell’acqua venne sostituita con quella, inesauribile e attivabile ovunque, del vapore.

L’acqua e il vento infatti, sono fonti non controllabili: l’acqua può prosciugarsi, o gelare, mentre il vento può non esserci; il vapore invece, è disponibile sempre.

Con l’utilizzo del vapore, finalmente si concretizzava la possibilità di avere un’energia motrice potente, costante e utilizzabile in ogni luogo.

Per quanto gli effetti e la forza del vapore fossero già conosciuti nel primo secolo a.C., solo nel Seicento si cominciò a studiare e sperimentare il modo di utilizzarlo praticamente.

Il primo tentativo riuscito fu quello del francese Denis Papin, il quale aveva costruito una macchina simile a una moderna pentola a pressione: in una robusta caldaia il vapore poteva essere compresso finchè raggiungeva temperature e pressioni elevate. In uno stato di pressione elevata, si stabilivano le condizioni per ottenere uno sprigionamento di forza molto intensa.

Già nel corso del XVII secolo perciò, ci si domandava come utilizzare questa forza, soprattutto per risolvere un grave problema: quello delle infiltrazioni d’acqua nelle miniere.

L’estrazione di sostanze minerali causava infatti dei problemi: uno di essi era determinato proprio dalla necessità di tenere le miniere sgombre dalla penetrazione dell’acqua.

Al fine di produrre il vuoto necessario per risucchiare l’acqua, si cercò quindi, mediante l’utilizzo del vapore, di fabbricare delle pompe in grado di svolgere tale lavoro.

Il primo a tentare di usare una macchina a vapore per estrarre l’acqua dai cunicoli delle miniere fu un inglese, il marchese di Worcester, che costruì una pompa nel 1663. Il suo modello venne poi ripreso e perfezionato dall’ingegnere Thomas Savery, verso la fine del secolo.

Entrambi i modelli di pompa, tuttavia, avevano un difetto: se si voleva sollevare l’acqua a grandi altezze, non veniva generata una pressione del vapore sufficiente.

Questa difficoltà venne risolta dall’inglese Thomas Newcomen, un geniale artigiano che, nel 1715, costruì una nuova macchina a vapore, più efficiente delle precedenti.

Nel suo modello, il cilindro destinato a contenere il vapore era posto sopra la caldaia.

In questo cilindro era inserito uno stantuffo (o pistone), ossia un organo meccanico che scorre avanti e indietro.

Quando dal basso il vapore entrava nel cilindro, sollevava lo stantuffo. A questo punto, bisognava immettere acqua fredda nel cilindro: così il vapore si condensava e, diminuendo di volume, provocava un vuoto parziale.

La pressione atmosferica, ora, agiva sopra lo stantuffo e lo spingeva in giù. Il sollevamento e l’abbassamento dello stantuffo erano trasmessi alle aste della pompa da un bilanciere; il moto su e giù si trasmetteva così alla pompa, che aspirava, sollevava ed espelleva l’acqua dal fondo della miniera.

Le macchine di Newcomen ebbero una notevole diffusione per tutto il XVIII secolo, sebbene consumassero enormi quantità di carbone e richiedessero un costante controllo. Le valvole, ad esempio, dovevano venire aperte e chiuse a mano ogni volta. Questo lavoro veniva affidato a ragazzini, chiamati “ragazzi dei tappi”.

Uno di questi, Henry Potter, trovò il modo di alleggerire il suo monotono lavoro con una brillante invenzione.

Collegò i manici delle valvole al pistone della macchina: quando il pistone saliva, le valvole si aprivano, e viceversa. In questo modo il funzionamento veniva quasi automatizzato.

Restava però aperto il problema dell’enorme consumo di combustibile: 13 tonnellate di carbone al giorno.

Fu James Watt a trovare la soluzione.

Intorno al 1763, un modello della pompa di Newcomen capitò nelle mani di del giovane scozzese Watt, il quale esaminò con cura la pompa; capì che tale macchina non sarebbe mai stata in grado di utilizzare totalmente l’energia del vapore, perché era necessario raffreddare ogni volta il cilindro.

Poteva esserci, si chiese, un modo diverso per far muovere il pistone?

Per due anni cercò di trovare una soluzione al problema; la trovò pensando che, poiché il vapore è elastico, può espandersi ed entrare in un recipiente in cui prima sia stato fatto il vuoto.

Il risultato fu un risparmio del 75% del combustibile che la macchina di Newcomen richiedeva.

Dopo aver apportato altre modifiche e miglioramenti alla sua macchina, Watt si mise in società con un fabbricante di Birmingham, Matthew Boulton, per fondare la prima fabbrica di macchine a vapore del mondo.

La ditta Boulton&Watt era basata sulla ripartizione degli utili. Determinante, per rendere operative le invenzioni, era la disponibilità di cospicui capitali e quindi “l’alleanza” con un finanziatore, unione di ingegno e denaro.


Da una lettera di Matthew Boulton a James Watt:


“Due sono i motivi che mi hanno spinto a offrirvi il mio appoggio: l’affetto verso di Voi e quello verso un progetto così redditizio e geniale. Ho pensato che la Vostra macchina, per produrre nel modo più vantaggioso, avrebbe richiesto denaro, abili maestranze e la più larga pubblicità, e che il modo migliore perché la Vostra invenzione sia tenuta nella dovuta considerazione, sarebbe quello di sottrarre la parte esecutiva del progetto alle mani di quella moltitudine di ingegneri empirici che, per ignoranza, mancanza di esperienza e della necessaria incentivazione, si renderebbero responsabili di un lavoro cattivo e trascurato: tutte mancanze che nuocerebbero alla reputazione dell’invenzione. Per ovviare a ciò e ricavare il massimo profitto, la mia idea era di piazzare una manifattura vicino alla mia, dove potrei apprestare tutto il necessario all’allestimento delle macchine. Da questa manifattura noi potremmo rifornire tutto il mondo di macchine di ogni misura.

Con questi mezzi e con la Vostra assistenza potremmo assumere e addestrare qualche eccellente operaio ( . ), e potremmo mettere in atto la Vostra invenzione a un costo inferiore del 20% a quello di qualsiasi altro sistema e con una differenza di precisione pari a quella di un costruttore di strumenti matematici.

A questo punto non varrebbe più la pena di produrre solo per tre contee, ma converrebbe assai più produrre per il mondo intero.”




L’ISTRUZIONE



Chi furono i primi inventori e qual era la loro cultura di riferimento ?

Perché in Inghilterra si ebbero più invenzioni che nelle altre nazioni ?


I motivi sono diversi.

Innanzitutto è bene considerare, come primo fattore, il grande dinamismo della società inglese, sempre aperta alle novità e alle sperimentazioni, capace di stimolare l’iniziativa di ogni singolo individuo, incentivando le persone di talento a tentare la via degli affari e il rischio dell’impresa.

Secondo fattore: la pratica della primogenitura. I li minori, non potendo godere dell’eredità, erano costretti a guadagnarsi da vivere in maniera competitiva, tramite gli affari.

Terzo fattore: la presenza di gruppi anticonformisti e dissenzienti.

Questi gruppi, occupando una posizione marginale nella società inglese, cercavano di migliorare le loro condizioni attraverso le imprese commerciali e produttive.

Quarto fattore: la DIFFUSIONE DELL’ ISTRUZIONE.


Nell’Inghilterra del Seicento, le istituzioni educative fondamentali erano le scuole classiche secondarie. Le uniche due università erano riservate quasi esclusivamente a una minoranza privilegiata.

A partire dal 1700 invece, il numero delle istituzioni scolastiche cominciò gradualmente ad aumentare finchè, con la diffusione dell’industrializzazione, si registrò un vero e proprio “boom dell’istruzione”.

Durante il XVIII secolo, la struttura scolastica inglese si arricchì infatti di nuove istituzioni, fra cui le accademie private.

Il predominio ecclesiastico che caratterizzava le scuole classiche del Seicento fu a poco a poco sostituito dall’insegnamento di maestri privati che desideravano realizzare i loro progetti commerciali e riformatori attraverso un miglioramento del livello delle scuole secondarie e l’istituzione di scuole che funzionassero come vere e proprie imprese.

Le scuole secondarie private erano spesso piccole istituzioni a carattere locale che, essendo più vicine alle residenze dei loro studenti ed essendo inoltre meno costose delle scuole precedenti, cominciarono ad essere frequentate dagli strati meno abbienti del ceto medio.

Benchè fossero finanziariamente indipendenti, queste scuole rimanevano all’interno della tradizione religiosa, proponendo un programma di studi classico-umanistico.



Nacquero in questo periodo anche le cosiddette “accademie private” che, ispirandosi alle analoghe istituzioni progressiste italiane e francesi, cercarono di impartire una formazione di tipo commerciale per i ceti mercantili.

Col progredire della rivoluzione industriale, verso la metà del Settecento, esistevano ormai programmi ben definiti riguardo gli studi letterari, matematici e tecnico-professionali; questi ultimi coprivano una vasta gamma di attività, fra cui i princìpi e le pratiche commerciali, la contabilità e la navigazione.

Dopo aver conquistato Londra e molte delle più importanti città inglesi, le accademie private si diffusero anche nelle colonie americane.

Il processo delle “enclosures”, nonché la creazione e lo sviluppo delle colonie americane, avevano creato la necessità di disporre di agrimensori competenti: anche in questo caso le accademie private si incaricarono di soddisfare le nuove esigenze.

Oltre alle accademie private, erano notevolmente diffuse le “accademie non-conformiste”. Queste istituzioni, presenti soprattutto in Scozia, dove i gruppi dissenzienti erano più numerosi, ebbero un ruolo rilevante nello sviluppo dell’industria. L’industrializzazione infatti, fu storicamente legata alla nascita di gruppi che dissentivano dalla Chiesa ufficiale d’Inghilterra: basti pensare ai puritani, che fondarono grandi stabilimenti industriali in diverse regioni del Paese . oppure al movimento battista, che nel settore dell’industria meccanica ebbe come principale rappresentante nientemeno che Thomas Newcomen.

Lo stretto legame tra industria e dissenso religioso viene spiegato dagli studiosi in modo diverso. Probabilmente, l’interpretazione migliore è questa: i non-conformisti costituivano il settore più istruito delle classi medie.

Tale spiegazione può essere confermata dall’altissimo numero di inventori e imprenditori provenienti dalla Scozia presbiteriana; da Glasgow e da Edimburgo (città scozzesi) infatti, più che da altre città, venne l’impulso alla ricerca scientifica e alla sua applicazione pratica.

Aperte a tutti, senza discriminazioni di fede, queste accademie non-conformiste furono vivai di pensiero scientifico, offrirono la possibilità di fare esperimenti e da esse uscì una serie di futuri industriali, fra cui Matthew Boulton, socio del geniale James Watt.

In molte città infine, c’erano delle istituzioni che miravano a promuovere il miglioramento della produzione (una di queste era la “Society Arts” nazionale, un circolo in cui si riunivano scienziati e imprenditori a discutere liberamente).


Credo che questo breve riassunto dei cambiamenti verificatisi nell’ambito dell’istruzione durante il processo di industrializzazione, possa esprimere come la rivoluzione inglese fu innanzitutto una rivoluzione di idee . una rivoluzione che non solo registrò un progresso nell’ambito scientifico e tecnologico, ma vide anche la nascita di un nuovo atteggiamento verso i problemi della società umana.











modulo 11:

LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE E L’AFFERMAZIONE DEL PENSIERO SOCIALISTA:


Nella seconda metà del 700’ in Inghilterra (nazione più ricca all’epoca) si verificò un grande PROGRESSO INDUSTRIALE ed ECONOMICO; e nel corso della prima metà dell’800’ (nonostante i divieti delle autorità Britanniche all’esportazione dei macchinari e all’emigrazione di personale specializzato) si diffuse anche nel resto dell’Europa ; soprattutto in BELGIO,FRANCIA e GERMANIA.

Nell’800’ si assiste dunque ad una PROFONDA TRASFORMAZIONE DELL’ECONOMIA a cui corrispose sul piano sociale la definitiva affermazione della classe BORGHESE.

? Cosa determinò lo sviluppo industro/economico ?

Una delle premesse che dette il via a questo processo di industrializzazione fu lo SVILUPPO DEMOGRAFICO , incremento che iniziò nel 700’ e si consolidò nell’800’ rendendo necessaria una maggiore produzione agricola (potenziata dalla vendita dei beni ecclesiastici durante la rivoluzione Francese) che aprì la prospettiva ad un rilevante aumento della produttività della terra .

Di qui uno stimolo all’intensificazione del processo di TRASFORMAZIONE CAPITALISTICA dell’agricoltura, anche se in alcune zone continuerà a persistere la piccola proprietà contadina (Francia) e la grande proprietà nobiliare (Prussia).

Per raggiungere una più alta produttività della terra vennero utilizzati diversi metodi:

Dissodando terreni incolti e paludosi

Vendendo i terreni da pascolo poiché poco produttivi

Recintando le proprietà private e sfruttando la rotazione delle colture

Incrementando e potenziando le coltivazioni più produttive (es. grano, mais ecc..)

Utilizzando nuove TECNICHE e MEZZI (canali per l’irrigazione, aratri, macchine per la semina e concimi chimici)

L’aumento del reddito agricolo grazie alle innovazioni determinò a sua volta un’intensa circolazione di denaro

Migliora il tenore di vita e vi è una più consistente richiesta di prodotti industriali che nel frattempo si esponevano, spingendo il settore agricolo a un’apertura verso mercati sempre più vasti.

Il crescente benessere della classe borghese e dei ricchi proprietari terrieri costrinse però i piccoli proprietari a migrare verso la città cedendo a basso costo le terre ai latifondisti per trovarsi un impiego come mano d’opera in città in qualche fabbrica.

Lo sviluppo agricolo dunque ebbe un ruolo DETERMINANTE nello sviluppo industriale grazie all’ESTENSIONE DEL MERCATO e la CRESCITA DI MANO D’OPERA nelle città.

Vi fu un diverso sviluppo nell’industria tra l’Inghilterra e glia altri paesi Europei, ritmi diversi per via delle diverse proporzioni qualitative e quantitative , la forze delle borghesia a seconda del paese e dell’introduzione di elementi liberisti nella politica economica.

A queste e ad altre circostanze si devono il rapido sviluppo industriale di Belgio, Germania, e Francia e l’enorme ritardo di paesi come la Russia, Austria, Sna e Italia che solo tra la metà e la fine dell’800’ avrebbero avuto un solido settore industriale.


RIVOLUZIONE INDUSTRIALE abbandono dei campi

Profonda trasformazione dell’economia ¿

Affermazione della classe borghese


PREMESSE DI AVVIO PER L’INDUSTRIALIZZAZIONE:

Aumento demografico ¿

L’Inghilterra fu il primo paese poiché il più ricco

richiesta di maggior produzione    



Il 19° secolo fu inoltre caratterizzato da nuove INENZIONI e SCOPERTE che contribuirono ulteriormente a migliorare lo sviluppo e la produttività dell’industria.

scoperta del CLORO Scheele

11 anni dopo Berthollet dimostra che il cloro può essere utilizzato come candeggina nelle industrie tessili

Il rapporto tra scienza e tecnica però non era ancora molto stretto, finche nel 1801 Franz Achartd ebbe l’idea di applicare un procedimento chimico per l’estrazione dello zucchero.

L’inglese Gorge Stephenson costruì la prima locomotiva veramente efficace e la prima linea ferroviaria (1823) che determinò un ammodernamento delle vie di comunicazione , poiché rendeva più facile lo scambio di merci.

La diffusione delle ferrovie fu sicuramente uno degli elementi che favorirono il decollo e lo sviluppo della industria moderna. Anche la navigazione ebbe un sensibile sviluppo grazie allo sfruttamento del vapore e all’uso di un sistema di ruote a pale messo a punto nel 1807 dall’Americano Robert Fulton.

Una finzione di rilievo non minoro nel processo di sviluppo industriale era quella esercitata dai centri finanziari .All inizio infatti il limitato uso delle macchine e il loro costo non eccessivo non richiedeva un grande uso di capitali, ma successivamente con il rapito aumento di richieste e manufatti si rese necessario l’ampliamento delle fabbriche e l’alleanza delle industrie con i CENTRI FINANZIARI capaci di prestare elevate somme di denaro liquido a lungo termine   


EFFETTI SOCIALI DELL’INDUSTRIALIZZAZIONE:

Nella prima metà dell’800’ l’industria assunse proporzioni sempre maggiori impegnando nelle fabbriche migliaia di operai. Essi finirono per costituire una nuova classe sociale chiamata il PROLETARIATO ( coloro che dispongono di braccia per lavorare e una prole da sfamare)

Dall’altro lato vi erano invece i proprietari delle grandi fabbriche o i potenti banchieri, essi costituivano la BORGHESIA (classe di cui la potenza economica andava aumentando)

Nascita di due nuove classi sociali BORGHESI e PROLETARI

Lo sviluppo del Proletariato determinò inoltre la progressiva ssa del lavoro artigianale che non riuscì a reggere la concorrenza con le macchine che permettevano un notevole risparmio di tempo e un prezzo minore per i prodotti.

Conseguenze dell’evoluzione industriale:

Creazione di grandi fabbriche nelle periferie delle città o vicino ai luoghi di estrazione delle materie prime

URBANESIMO (afflusso dei lavoratori dalle camne nelle città in cerca di lavoro)

La formazione del CAPITALISMO ( concentrato di capitale nelle mani di un numero ristretto di imprenditori favoriti dalla politica bancaria dei prezzi a basso costo delle macchine e dallo sviluppo delle comunicazioni marittime che permisero di stringere rapporti commerciali anche con i paesi più lontani)

L’origine della QUESTIONE SOCIALE ( contrasti e lotte tra capitalisti e proletari)



Inoltre la classe della BORGHESIA CAPITALISTICA esercitava oltre ad un predominio economico anche un predominio politico a difese dei propri interessi e a danno della classe operaia costretta a sopportare orari di lavoro massacranti e ad accettare salari bassissimi. Inoltra spesso gli imprenditori ricorrevano al lavoro di donne e bambini a cui era versato un salario bassissimo e influivano sulla disoccupazione degli uomini.









Vennero poi introdotte più macchine nel processo produttivo e questo trasformò l’organizzazione del lavoro:

LA MECCANIZZAZIONE:

(uso maggiore delle macchine nelle fabbriche)


richiese COMPETENZE DIVERSE per ciascuna

parte del processo di lavorazione


Ogni operaio fu costretto così a specializzarsi in

Una sola mansione senza aver più il controllo dell’

Intero ciclo produttivo.


Questa meccanizzazione legata all’industria dunque determinò una DIVISIONE DEL LAVORO , cosa che non accadeva con il lavoro artigianale dove l’artigiano curava da solo tutti i passaggi che portavano alla finalizzazione di un prodotto.

Questa divisione però non fù vista di buon occhio dagli operai che si sentivano ancor di più frustrati a dover ripetere sempre le stesse operazioni mentre era vista bene dagli industriali che la vedevano utile x risparmiare tempo.

LA CONDIZIONE DI VITA DEI CETI OPERAI:

Le condizioni di vita degli operai e delle loro famiglie non erano delle migliori, infatti donne e bambini oltre ad essere sfruttati e a dover sostenere massacranti ritmi di lavoro, conducevano una vita tremenda nelle periferie dei centri urbani, dove vivevano in mezzo alla malattia e alla sporcizia, poiché tutti i lavoratori erano ammassati in un quartiere sovraffollato e malsano.

La vita peggiore la si conduceva nei quartieri operai di Londra dove il tasso di mortalità infantile era enormemente superiore a quello che si registrava nelle camne.

PRESA DI POTERE DEI LIBERALI IN INHILTERRA:

Nemmeno con al salita al potere dei liberali la situazione della classe operaia progredì, infatti essi non dettero vita ad un regime democratico in base al quale tutti i cittadini hanno il diritto di votare i propri rappresentanti in parlamento, bensì la NUOVA LEGGE ELETTORALE rispecchiava esclusivamente gli interessi della BORGHESIA poiché ESCLUDEVA dal voto coloro che non disponevano di un determinato reddito; quindi erano esclusi gli OPERAI che non avevano così possibilità di ottener eleggi che migliorassero la propria condizione di vita.

Essi tuttavia non tardarono a rendersi conto della loro condizione e tentarono di organizzarsi per migliorare la propria situazione economica e sociale.

Il periodo di maggiore difficoltà per la classe operai fu quello tra il 1790 e il 1830 nel corso del quale vi fu un notevole AUMENTO DELLA DISOCCUPAZIONE e una diminuzione dei salari dato che l’offerta di mano d’opera era superiore alle esigenze di mercato.

Il periodo successivo invece: quello tra il 1830 e il 1850 vide un miglioramento della condizione degli operai favorito dal calo del prezzo dei cerali e un interessamento politico volto al risanamento dei centri urbani.

Così nella seconda metà dell’800’ quando ormai il movimento operaio aveva raggiunto una certa consapevolezza e aveva dato prova di saper organizzare e condurre le proprie lotte, la classe capitalistico/borghese fu costretta a prendere atto della QUESTIONE SOCIALE ; accettando limitazioni nell’individualismo liberista e riconoscendo alle organizzazioni dei lavoratori il diritto di CONTRATTARE sui salari e sugli orari di lavoro.






PRESA DI COSCIENZA OPERAIA


1790-l830 AUMENTO DELLA DISOCCUPAZIONE


1830-l850 miglioramento e organizzazione condizione operaia


800’ (seconda metà) LA borghesia è costretta a riconoscere alle

organizzazioni operaie il diritto di contrattare su salari e orari.


LA PRESA DI COSCIENZA DEL PROLETARIATO e LE PRIME ORGANIZZAZIONI OPERAIE:

(conflitti di classe nella società industriale)

In questa società che si stava trasformando sotto il capitalismo industriale si delineò un quadro di CONTRASTI DI CLASSE di estrema asprezza , infatti gli operai si sentivano vessati dal lavoro e la tensione li spingeva alla protesta e alla rivolta . Tutto il lavoro era regolato esclusivamente dagli imprenditori che decidevano regole e disposizioni a cui i lavoratori doveva sottostare passivamente , poiché gli operai non avevano organizzazioni che li rappresentassero.

Gli operai avevano effettivamente solo due punti di forza:

Il loro numero crescente

Il fatto di non essere distribuiti in tante piccole unità ma di essere concentrati in tanti nelle grandi fabbriche.

Alla base del fenomeno di rivendicazione operaia vi era la maturazione di una forte COSCIENZA DI CLASSE ( la scoperta di avere in comune bisogni, interessi, e richieste e obbiettivi da raggiungere,nonché la FORZA che veniva dalla solidarietà e dalla consistenza numerica)

LA QUESTIONE SOCIALE dei lavoratori cominciò a farsi sentire in Inghilterra all’inizio dell 800’ ed esplose in forme violente con una serie di AGITAZIONI e di MOTI OPERAI provocati da un movimento detto LUDDISMO ( dal nome di Ned Lud che aveva infranto nel 1779 un telaio)

LUDDISTI:

Organizzati in società clandestine

Si battevano per la riduzione degli orari di lavoro

Rivendicavano il diritto di sciopero

Puntavano alla costituzione di associazioni operaie

Sostenevano che le macchine svolgendo il lavoro degli uomini avrebbero provocato una crescente disoccupazione.

Essi praticavano dunque un’azione di SABOTAGGIO sistematico e DISTRUZIONE delle innovazioni, vi erano da parte loro azioni violente contro le fabbriche e i borghesi (forze conservatrici) , che consolidavano l’idea che le classi lavoratrici fossero pericolose, infatti secondo loro concedere libertà di associazione agli operai avrebbe significato gettare la società nel caos.

Agli inizi degli anni 20’ visto il numero crescente di agitazioni operaie nell’ambito del PARTITO CONSERVATORE prevalse un ala più MODERATA e disponibile a cambiamenti della nuova realtà industriale.

Si cominciò ad affermare il DIRITTO DI INTERVENTO dello STATO in campo sociale.


RIFORME A FAVORE DEGLI OPERAI:

Robert Peel riconosce il diritto ad unirsi in associazioni di lavoratori (nascono le TRADE UNIONS =libere organizzazioni)

legge che fissava l’orario del lavoro dei minorenni

Venne varata una legge che assegnava precisi compiti di pubblica assistenza alle ISTITUZIONI LOCALI.

Contemporaneamente a queste riforme si venne sviluppando un altro movimento operaio che puntava a superare l’esclusione dei lavoratori dalla rappresentanza parlamentare.

Infatti dopo la riforma elettorale del 1832 che aveva escluso la classe operaia dalla camera dei comuni nacque a Londra nel 1836 l’ASSOCIAZIONE DEI LAVORATORI (working men’s association) che nel 1838 pubblicò la CARTA DEL POPOLO. ( il movimento si chiamò poi CARTISMO proprio per questo) con la quale i lavoratori pienamente consapevoli dei loro diritti rivendicavano:

1) elezioni annuali

2) il suffragio universale

3) l’abolizione del censo come criterio discriminatorio in politica

4)il voto segreto

5)un’indennità per i parlamentari in modo che anche chi non aveva le possibilità poteva esercitare il mandato

L’esclusione da ogni forma di collaborazione con la borghesia finì però per condannare il cartismo all’isolamento così nella seconda metà degli anni 40’ il movimento cominciò a declinare.


IL SOCIALISMO E LE SUE DIVERSE IDEOLOGIE:

Dunque in Inghilterra nei primi decenni dell’ 800’ avvenivano i primi cambiamenti per quanto riguarda una LEGISLAZIONE più SOCIALE , mentre nel resto dell’Europa la questione del proletariato non era nemmeno stata sollevata.

Tra gli intellettuali in Francia , Inghilterra e Germania cominciò a diffondersi la convinzione della necessità di un MUTAMENTO PROFONDO per costruire una società che eliminasse per SEMPRE lo SFRUTTAMENTO e la MISERIA.


Questa corrente di pensiero non fu la sola , infatti ben presto si avanzarono altre ipotesi , ma I DUE MOTIVI DI FONDO di tutte queste ideologie erano sempre :

1- Esigenza del cambiamento

2- L’aspirazione a forme di egualitarismo e di comunione dei beni .

Questi due elementi delinearono la nascita di un nuovo pensiero politico e sociale detto SOCIALISMO O COMUNISMO.

Queste due parole sono sinonimi di un movimento teso ala trasformazione radicale della società , all’abolizione della proprietà privata e al passaggio alla gestione sociale o comunitaria nell’economia.



(Una vera e propria distinzione tra le due parole fu introdotta da Marx e Engles come precisazione delle due categorie in via teorica) il socialismo era una tappa di avvicinamento alla mente finale , la società comunista senza classe e senza stato.

· Quando le idee del SOCIALISMO cominciarono a diffondersi nella società le  componenti del movimento divennero essenzialmente due:

RIFORMISMO :Coloro che credevano si potesse trasformare la società PACIFICAMENTE attraverso riforme parziali. ( essi infatti tentavano di costruire organizzazioni operaie politico/sindacali che riuscissero a condizionare la gestione della politica)

RIVOLUZIONE: Dall’altro lato invece i TEORICI DELLA RIVOLUZIONE che erano convinti che lo scontro fosse inevitabile e che solo con la CONQUISTA del potere politico ( collegato con il giacobinismo) avrebbe consentito di agire e che per cambiare la società essa andava rovesciata con una rivoluzione.

FILOSOFI DEL SOCIALISMO

socialismo utopista: (utopia del futuro)

I primi teorici socialisti non compresero l’importanza di un analisi della società già esistente, e non seppero cogliere la novità storica della sa sulla scena sociale del proletariato, ma si limitarono a constatare le ingiustizie e lo sfruttamento, pianificando allo stesso tempo modelli ideali e perfetti di nuove generazioni sociali.

MORELLY: ( abate e filosofo Francese) Nel 700’ si erano gia delineate le utopie socialiste di questo filosofo il quale prospetta nel “codice della natura” una società comunista fondata sull’eliminazione della proprietà privata, la comunanza dei beni e l’obbligatorietà del lavoro da assegnare ad ogni cittadino a seconda delle capacità fisiche.

FRANCOIS-NOEL BABEUF: Tentò di rilanciare in Francia la tradizione Giacobina. Il suo progetto di abolizione della proprietà privata fu fondato sulla consapevolezza della divisione della società in due classi antagoniste.Altro suo progetto fu un tentativo concreto di trasferire l’UTOPIA da un terreno unicamente IDEALE e INTELLETTUALE a quello POLITICO (per la prima volta)

Esso dette vita anche ad una corrente rivoluzionaria e tentò di passare così all’azione con la “congiura degli EGUALI” che venne però scoperta e repressa, e lui finì impiccato.

All’inizio del 800’ però nelle società segrete si sentiva ancora parlare di lui poiché le sue idee continuavano a essere diffuse da uno dei congiuranti che era sfuggito , Filippo Buonarroti.

ROBERT OWEN : uno dei primi in Inghilterra a usare il termine “socialismo” e fare un’ipotesi di una pacifica rivoluzione sociale . Dopo esser diventato un grande industriale tradusse le sue Convinzioni filantropiche in realtà aumentando i salari e riducendo l’orario di lavoro ai suoi operai ;

quando però tentò di attuare su più larga scala questo progetto incontrò alcune difficoltà . Così si impegnò a far approvare leggi destinate alla protezione degli operai . 1825 emigra negli Stati Uniti e nel 1826 organizza una COMUNITà SOCIALISTA a NEW HARMONY basata sulla proprietà comune dei mezzi di produzione e la sostituzione della MONETA ( per lui la causa di tutti i mali sociali ) con dei BUONI LAVORO , questo sistema però fallì e OWEN tornò in patria .

LOUIS BLANC : sosteneva che per ottenere risultati reali bisognava che lo stato intervenisse per eliminare la concorrenza per dare vita a una società diretta dall’alto e senza concorrenza ; che avrebbe potuto concedere forti prestiti a COOPERATIVE DI OPERAI organizzati che egli chiamava “ateliers sociaux” ( primo gradino di una socializzazione dei mezzi di produzione )

Gli “ateliers” così avrebbe aver potuto acquistare autonomamente i macchinari e le materie prime come industriali privati e avrebbero avuto grandi profitti in modo da aumentare i salari sulla PARTECIPAZIONE agli UTILI . Gli operai sarebbero così stati stimolati sul lavoro e le loro condizioni di vita sarebbero migliorate .

PIERRE-JOSEPH PROUDHOU : ( socialismo anarchico ) convinto della necessità di eliminare la proprietà privata e lo stato . Secondo lui si poteva cambiare la società seguendo una via pacifica .

Sulla base di un presupposto romantico infatti proudeau era convinto che lanatura fosse buona e che la storia seguisse un cammino sostanzialmente preordinato. Di qui la sua ferma convinzione che fosse possibile il cambiamento per la via pacifica. Per la sua visione negativa dello stato , Proudhon venne definito socialista anarchico .

IL SOCIALISMO SCIENTIFICO DI ENGLES E MARX: (Utopia del passato)

Una svolta nel pensiero socialista con l’abbandono dell’Utopia si ebbe con due intellettuali tedeschi, Marx e Engles la cui formazione e percorsi culturali furono simili.

Essi erano approdati alla stessa convinzione: nella società dell’industria, della borghesia e della classe operaia l’impegno degli intellettuali doveva cambiare. Studiare e comprendere la realtà non bastava più, bisognava LOTTARE per trasformarla.

Nel manifesto del partito comunista pubblicato a Londra la descrizione della società futura e perfetta pensata dai filosofi e dagli intellettuali precedenti non c’era più, l’intellettuale utopista aveva lasciato il posto ad una sintesi della storia dell’umanità.

Secondo Marx e Engles da sempre l’organizzazione e i rapporti economici tra le classi costituivano il vero fondamento della società e ne determinavano l’aspetto politico. La storia era in realtà la storia della lotta tra classi antagoniste.








Rivoluzione Industriale


Il termine 'rivoluzione industriale' venne coniato dal filosofo tedesco Karl Marx, ma per ragioni ideologiche venne bandito per decenni dai circoli accademici in tutta Europa. Come il termine stesso indica, si tratta di una rivoluzione, un cambiamento repentino dovuto all'accumularsi di elementi propizi. Tuttavia, storici come Rostow preferiscono parlare di 'decollo', inteso come un processo che si autosostiene ed autogenera. Fondamentalmente, le definizioni di Rivoluzione industriale sono due: quella marxista prima analizzata e quella di Hobsbawm, che considera l'innovazione come la svolta verso l'alto di tutti gli indici economici. Ma il problema di maggior rilievo consiste nel capire perchè il fenomeno ebbe origine in Inghilterra proprio in quei anni.

La prima Rivoluzione industriale si verificò in Gran Bretagna alla fine del XVIII secolo e modificò profondamente l’economia e la società. I cambiamenti più immediati furono quelli riguardanti la natura della produzione, ossia che cosa, come e dove si produce. La manodopera venne trasferita dalla produzione di materie prime a quella di manufatti e servizi. Le quantità prodotte aumentarono considerevolmente e l’efficienza tecnologica fece registrare progressi eccezionali, pur se fra grandi contraddizioni sociali. Dobbiamo a Thompson la più esauriente ricostruzione a noi pervenuta delle condizioni sociali che stavano caratterizzando la nuova classe proletaria. La crescita della produttività si ottenne in parte attraverso l’applicazione sistematica delle conoscenze scientifiche e tecniche ai processi produttivi. L’efficenza crebbe anche grazie al fatto che grandi agglomerati di fabbriche vennero concentrati all’interno di determinate aree. In questo modo la Rivoluzione industriale coinvolse anche i processi di urbanizzazione, ovvero il processo di migrazione della forza lavoro dalle comunità rurali a quelle urbane.

I cambiamenti più importanti avvennero probabilmente all’interno dell’organizzazione del lavoro. Le piccole imprese si espansero e acquisirono nuove caratteristiche. Inoltre, la produzione si svolgeva all’interno delle fabbriche anziché a domicilio dei lavoratori o nei borghi rurali, come avveniva un tempo. Il lavoro diventava sempre più meccanizzato e specializzato. La produzione industriale dipese sempre più dalle possibilità di utilizzo intensivo del capitale, di impianti e attrezzature costruiti espressamente per aumentare l’efficienza. La familiarizzazione con gli strumenti e i macchinari utilizzati permetteva ai singoli lavoratori di produrre più di prima, e il vantaggio di acquisire esperienza di un particolare ruolo, strumento o attrezzatura incrementava la tendenza alla specializzazione.

L’aumento della specializzazione e l’applicazione del capitale alla produzione industriale determinarono la formazione della classe sociale dei capitalisti, che possedeva o controllava i mezzi di produzione.

La Gran Bretagna fu la culla della Rivoluzione industriale: dall’ultimo quarto del XVIII secolo a tutto il XIX Londra fu non a caso al centro di una complessa rete commerciale mondiale che diventò la base per il crescente mercato di esportazione associato ai processi di industrializzazione. L’esportazione fornì un fondamentale sbocco ai prodotti dell’industria tessile e di altre industrie, sbocco reso necessario dalla rapida espansione della produzione indotta dall’introduzione di nuove tecniche. I dati disponibili indicano un palese e forte accelerazione delle esportazioni britanniche a partire dal 1780. L’orientamento all’esportazione favorì ulteriormente la crescita dell’economia britannica in quanto i produttori inglesi potevano investire i ricavi delle esportazioni nell'importazione di materie prime utilizzate nei vari processi produttivi.

I tentativi di datare con precisione l’inizio della Rivoluzione industriale negli altri paesi sono controversi. Ciò nonostante, gli studiosi concordano sul fatto che la Rivoluzione industriale si verificò in Francia, Belgio, Olanda, Germania e Stati Uniti verso la metà del XIX secolo, in Sa e Giappone verso la fine del secolo; in Russia e Canada subito dopo l’inizio del XX secolo; e in alcune zone dell’America latina, Medio Oriente, Asia centrale e meridionale e Africa, attorno o subito dopo la metà del XX secolo. In Italia, dove non si ebbe una vera Rivoluzione industriale, s’assistette a un fenomeno analogo ma di dimensioni molto minori verso la fine dell’Ottocento.

Ogni Rivoluzione industriale si è sviluppata secondo processi differenti in relazione al periodo e al paese in cui si è verificata. Agli inizi l’industria britannica non aveva concorrenti che utilizzassero gli stessi metodi ed esportassero su larga scala. Quando le altre nazioni avviarono il processo di industrializzazione dovettero confrontarsi con il vantaggio della Gran Bretagna, ma poterono d’altro canto imparare dal suo esempio. L’intervento dello stato per promuovere l’industrializzazione fu praticamente nullo nel caso britannico, ma fu invece considerevole in Germania, Russia, Giappone e in quasi tutte le altre nazioni industrializzatesi nel XX secolo.

Per definizione l’industrializzazione porta a una crescita del reddito pro capite, nonché a cambiamenti nella distribuzione del reddito, nelle condizioni di vita e di lavoro e nei rapporti sociali.

La Rivoluzione industriale all’inizio portò ovunque dapprima a fenomeni di disoccupazione favoriti sulla meccanizzazione dei processi produttivi, poi a una caduta del potere d’acquisto dei lavoratori e a un deterioramento delle loro condizioni di vita. Oggi tali problemi sono oggetto di ricerca e di ampi dibattiti.





































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