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INGHILTERRA

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INGHILTERRA

L’800 IN INGHILTERRA - PROSPERITA’ ECONOMICA E SOCIALE

Nel periodo successivo al 1848 l’Inghilterra visse una lunga stagione di stabilità politica e sociale e di notevole prosperità economica; era di gran lunga la più progredita fra le grandi potenze europee. Aveva la rete ferroviaria più sviluppata, le istituzioni politiche più liberali ed era il centro commerciale e finanziario del vecchio continente.

Il ventennio 1846 - ‘66 segnò un ulteriore consolidamento del sistema parlamentare, di quel sistema cioè, nato proprio in Inghilterra che subordinava la vita di un Governo alla fiducia del Parlamento. Alla corona era affidato un ruolo essenzialmente simbolico, ruolo che si manifestò nel regno della regina Vittoria (dal 1837 al 1901). Il sistema parlamentare non era però sinonimo di democrazia, poiché molti poteri spettavano ancora alla Camera alta, alla quale si accedeva per diritto ereditario o per nomina regia.

La riforma elettorale rappresentò il principale oggetto di dibattito nella vita politica britannica. Le cose cambiarono nel 1865 quando la guida dei liberali fu assunta da Gladstone. Questi presentò un progetto di legge che prevedeva una limitata estensione del diritto di voto. Il progetto incontrò la resistenza dell’ala moderata del partito, il che provocò nel 1866 la caduta del governo liberale ed il ritorno dei conservatori al potere.



Furono proprio i conservatori, sotto la spinta del nuovo leader Disraeli, ad assumersi l’iniziativa di varare una nuova riforma elettorale. La nuova legge, varata nel ‘67 col nome di Reform Act, ammetteva al voto anche i lavoratori con un reddito alto. Disraeli mostrava di riconoscere il peso che i lavoratori dell’industria avevano assunto nella società inglese e cercava di allargare in quella direzione la base di consenso del suo partito. Ma nelle elezioni del 1868 i conservatori furono sconfitti e Gladstone tornò al potere. Sotto questo governo, rimasto in carica fino al 1874 l’Inghilterra conobbe un periodo di incisive riforme: il sistema di istruzione pubblica fu incrementato e migliorato, fu ridimensionato il ruolo della Chiesa nella scuola, fu affermato il principio del reclutamento tramite concorsi per i lavori pubblici e fu proibita nell’esercito la compravendita dei gradi. Nel 1872 fu, infine, abolita la pratica del voto palese che aveva costituito una potente arma di condizionamento a favore dell’aristocrazia terriera.

Nonostante la concorrenza dei nuovi Stati industriali, Germania e Stati Uniti, l’Inghilterra rimase fino alla fine del secolo la prima potenza economica mondiale in quanto, all’immagine di prosperità economica contribuiva non poco la grande espansione coloniale.

Il periodo aureo dell’imperialismo britannico ebbe inizio dopo il 1874 col ritorno al potere dei conservatori di Disraeli. Questi mutò gli indirizzi e lo stile della politica estera e la rese più consona allo stile ‘bismarckiano’ allora dominante in Europa. Diede priorità assoluta alla conquista coloniale cercando anche il consenso popolare con riforme sociali: furono approvati la legge sulla salute pubblica e sulle case operaie, mentre le Trade Unions poterono giovarsi della caduta di numerose restrizioni al diritto di sciopero. L’esperimento di conservatorismo popolare fu però interrotto dalle elezioni del 1880 nelle quali i conservatori arono caro alcune difficoltà economiche e alcuni insuccessi coloniali. Tornato al potere, Gladstone corresse parzialmente le linee della politica estera britannica, pur senza mutarne l’indirizzo imperialistico. Una nuova legge elettorale, nell’84, allargò il corpo elettorale comprendendovi la maggioranza anche la maggioranza dei lavoratori agricoli. Il ministero liberale dovette inoltre dedicare buona parte delle sue energie alla questione irlandese; l’Irlanda, divisa da secoli dal resto del Regno, era rimasta esclusa dalla rivoluzione industriale ed era costretta ad affidarsi sull’agricoltura. La reazione del movimento nazionalista irlandese a questa condizione fu in un’esaltarsi delle azioni terroristiche. Per fronteggiare questa pressione Gladstone tentò dapprima la strada della riforma agraria, varando nel 1881 una legge, la Land Act, convincendosi però in fretta che l’unica vera soluzione stava nella concessione all’Irlanda di un’ampia autonomia politica. Quando però, nel 1886, presentò il suo progetto di Home Rule, autogoverno irlandese, Gladstone dovette affrontare l’opposizione dei conservatori e del suo stesso partito. Fra i ‘ribelli’ dell’ala moderata spunta la ura di Chamberlain, esponente della corrente di sinistra, che aveva cercato di dare al partito la struttura di un moderno partito di massa. La secessione degli unionisti, così chiamati in quanto contrari alla Home Rule, fece fallire il progetto di autogoverno e provocò la caduta del governo di Gladstone, seccamente battuto nelle elezioni del 1886.

IL COLONIALISMO (vedi eventi chiave)

I PRIMI DEL ‘900 - L’INGHILTERRA POST-VITTORIANA

Fra i due secoli, gli anni della fine dell’età vittoriana, l’Inghilterra fu governata dalla coalizione fra i conservatori ed i liberali ‘unionisti’ con Chamberlain ministro per le colonie. Fra il 1897 ed il 1905 furono varate leggi che stabilivano la responsabilità degli imprenditori in materia di infortuni sul lavoro, leggi che aumentavano i finanziamenti per le scuole ed altre che prendevano misure atte a favorire il collocamento dei disoccupati. A mettere in crisi l’egemonia conservatrice fu il progetto di Chamberlain di introdurre il protezionismo doganale, sconvolgendo così una tradizione liberoscambista che durava da mezzo secolo. Nelle elezioni del 1906 i liberali, opposti al progetto, conquistarono la maggioranza, mentre per la prima volta faceva il suo ingresso alla Camera il gruppo dei laburisti. I governi liberali si impegnarono in un’organica politica di riforme sociali: riduzione dell’orario di lavoro a otto ore per i minatori, istituzione di uffici di collocamento. Ma l’aspetto più nuovo fu il tentativo di sopperire alle spese per le riforme con una politica fiscale mirante a colpire i ceti alti; il tentativo si scontrò inevitabilmente con la Camera dei Lords. Quando nel 1909 questi ultimi respingono il bilancio preventivo presentato dal governo liberale, ne nacque un conflitto che opponeva la Camera alta, dominata dai conservatori, e la Camera bassa, a maggioranza liberale. Quest’ultima presentò allora un progetto di legge parlamentare, il Parliamentary Bill, che negava ai Lords il diritto di respingere leggi di bilancio. Nel 1911 i Lords, grazie alle pressioni del nuovo re Giorgio V, si piegarono ad accettare la legge che limitava i loro privilegi. Il progetto liberale fu così approvato nel 1914, ma la sua applicazione fu subito bloccata dallo scoppio del conflitto mondiale.



PRIMA GUERRA MONDIALE (vedi eventi chiave)

L’INGHILTERRA FRA LE DUE GUERRE

Lenta ed incerta fu la stabilizzazione economica in Inghilterra, il cui apparato produttivo si dimostrava sempre meno in grado di reggere il confronto con i Paesi di più recente industrializzazione. Furono le forze moderate a guidare il Paese negli anni critici del dopoguerra; fra il ‘18 ed il ‘29 i conservatori furono sempre al potere salvo nel 1924, che vide l’affermazione dei laburisti. La novità secca di questo periodo, in capo politico, fu la netta ssa dei liberali, che consentì ai laburisti di assumere il ruolo di principali antagonisti ai conservatori, ed al sistema politico inglese di riassumere la tradizionale forma bipartitica.

SECONDA GUERRA MONDIALE (vedi eventi chiave)

LA GUERRA FREDDA (vedi U.S.)

ISRAELE

Regione di grande importanza economico-strategica, il Medio Oriente aveva visto svilupparsi un movimento nazionale arabo indirizzato soprattutto contro le potenze europee. In questo movimento confluivano due diverse componenti: una tradizionalista, fautrice di una reislamizzazione della società mediante l’applicazione integrale dei precetti coranici - da qui il nome integralismo islamico -; ed un’altra laica e nazionalista, più attenta alle esigenza di modernizzazione economica. Questa seconda tendenza finì nel complesso col prevalere sulla componente tradizionalista. Anche in Medio Oriente la seconda guerra mondiale accelerò il processo di emancipazione; nel 1946 l’Inghilterra riconobbe l’indipendenza alla Transgiordania, mentre la Francia ritirò le truppe da Siria e Libano. L’Iraq aveva ottenuto l’indipendenza già nel ‘32. Insieme all’Egitto, all’Arabia Saudita ed allo Yemen, questi sette Paesi formarono nel 1945 la Lega degli Stati Arabi.

Restava però da sciogliere il nodo della Palestina. Negli anni della guerra la pressione per la creazione di uno Stato ebraico si fece sempre più forte, alimentata dall’immigrazione degli ebrei europei che fuggivano dal terrore nazista. La causa trovò un potente alleato negli Stati Uniti dove la comunità ebraica era influente, ma fu ostacolata dagli Inglesi, più preoccupati a non rovinare i rapporti coi Paesi Arabi. Le organizzazioni ebraiche in Palestina passarono così alla lotta armata non più solo contro gli Arabi, ma contro gli stessi Inglesi. Trovatasi l’impossibilità di formare uno Stato binazionale, l’Inghilterra si tirò fuori dal conflitto nel 1947, rimettendo alle Nazioni Unite il compito di trovare una soluzione al problema. L’ONU approvò un piano di spartizione in due Stati che venne però respinto dagli arabi. Nel ‘48 gli ebrei proclamarono la nascita dello Stato di Israele e gli Stati della Lega Araba reagirono subito attaccandolo militarmente. La prima guerra arabo-israeliana (maggio ‘48 - gennaio ‘49) si risolse con la sconfitta delle forze arabe e segnò l’affermazione definitiva del nuovo Stato ebraico, Stato moderno ispirato ai modelli delle democrazie occidentali, dotato di strutture sociali e civili molto avanzate e di un’organizzazione economica in cui il capitalismo industriale conviveva perfettamente con il cooperativismo delle comunità agricole ( i kibbutz). Israele rivelò fin dai primi anni di vita una forza insospettata rispetto alle sue piccole dimensioni, forza che gli derivava anche dalla preparazione e dall’intraprendenza dei suoi dirigenti, in particolare dei leader laburisti come Ben Gurion. Con la guerra del ‘48, lo Stato ebraico si ingrandì rispetto al piano di spartizione dell’ONU, occupando la parte occidentale di Gerusalemme, mentre la Transgiordania, ora nominata Giordania, approfittò della situazione per occupare parte dei territori destinati ai palestinesi. Un milione di profughi arabi fuggirono nei Paesi vicini, per lo più proprio in Giordania.



Il nazionalismo arabo trovò il suo centro e la sua guida nell’Egitto. In seguito ad un compromesso, sembrava ormai esaurita la presenza inglese nel Canale di Suez, compromesso stipulato fra il governo inglese e la monarchia egiziana. Ma una forte scossa venne dall’esercito: nel 1952 un Comitato di militari guidato da Nasser rovesciò la monarchia assumendo il potere del Paese. Il nuovo regime avviò una serie di riforme in senso socialista e tentò di promuovere un processo di industrializzazione. In politica estera, Nasser si mosse con decisione per affrancare il Paese da ogni condizionamento da parte delle potenze ex coloniali e rivelò subito l’ambizione di assumere la guida dei Paesi arabi nella lotta contro Israele: ottenne lo sgombero definitivo inglese dalla zona del Canale e stipulò accordi con l’URSS per aiuti economico-militari. Gli Statunitensi reagirono bloccando, nel ‘56, il finanziamento da parte della Banca mondiale, della grande diga di Assuan, necessaria per l’elettrificazione dell’Egitto. Si aprì a questo punto una crisi internazionale di vasta portata: sul finire del ‘56, d’intesa coi governi di Londra e Parigi, Israele attaccò l’Egitto e lo sconfisse, penetrando nella penisola del Sinai, mentre Francesi ed Inglesi occupavano la zona del Canale. L’URSS inviò un ultimatum ai tre Paesi aggressori. Prive dell’appoggio americano, le due potenze europee dovettero cedere, mentre Israele lasciò la zona del Sinai. L’effetto più immediato fu quello di rafforzare la posizione dell’Egitto e di Nasser: l’impatto del nasserismo sugli equilibri politici dell’area mediorientale fu dirompente. In generale, però, i sogli di un’unità panaraba si scontrarono ben presto con la realtà delle gelosie nazionali e delle divisioni ideologiche. Tuttavia, il richiamo del panarabismo rimase molto forte. Di ispirazione nasseriana fu la rivoluzione che nel ‘69 depose la monarchia in Libia e portò i militari al potere guidati da Gheddafi.

Dopo la crisi di Suez del ‘56, il Medio Oriente continuò a rappresentare un pericoloso focolaio di tensione a causa della permanente ostilità fra Israele e la Lega araba, ma anche terreno di scontro fra sovietici, protettori dell’Egitto, e Statunitensi, sostenitori di Israele. Nel ‘67 il presidente egiziano Nasser chiese il ritiro delle forze dell’ONU che presidiavano il confine del Sinai, proclamò la chiusura del Golfo di Aqaba, vitale per gli Israeliani e strinse un patto militare con la Giordania. Gli Israeliani risposero sferrando in giungo un attacco contemporaneamente contro Egitto, Giordania e Siria in quella che sarà ricordata come ‘guerra dei sei giorni’. Gli Israeliani travolsero i tre Paesi arabi sottraendo loro territori di posizione strategica fondamentale: l’Egitto perse la penisola del Sinai, la Giordania la striscia di Gaza e la parte orientale di Gerusalemme, mentre la Siria perse le alture del Golan. La disfatta della guerra dei sei giorni segnò il declino di Nasser e con lui della sua politica panaraba. Ma i Paesi arabi, riuniti nell’OLP guidata dal 1969 da Arafat, già leader del gruppo Al Fatah, posero le loro basi in Giordania, nei campi profughi, creandovi una specie di Stato nello Stato. Ma il re di Giordania Hussein, esposto così ai bombardamenti israeliani che rispondevano agli attentati terroristici dell’OLP, reagì con una sanguinosa repressione dei profughi palestinesi - settembre nero del 1970 -.Morto proprio nel 1970, Nasser lasciò la guida del Paese a Sadat, il quale procedette ad una revisione della politica egiziana. Deciso a recuperare il Sinai preparò il confronto con Israele. Il 6 ottobre del 1973, giornata della festa ebraica del Kippur, le truppe egiziane attaccarono di sorpresa le linee israeliane, dilagando nel Sinai. Ma Israele riuscì a capovolgere le sorti del conflitto grazie anche ai massicci aiuti americani. La guerra del Kippur non portò significativi cambiamenti territoriali, ma ebbe gravi ripercussioni sul piano politico mondiale: la chiusura del Canale di Suez ed il blocco petrolifero, decretato dagli stati arabi contro i Paesi occidentali ‘amici’ di Israele, portò ad una crisi economica mondiale. All’indomani di quest’ultima guerra, il presidente egiziano Sadat si convinse della necessità di trovare una soluzione politica al conflitto con Israele e dunque decise di avvicinarsi agli Stati Uniti. Nel ‘75, con un clamoroso rovesciamento di alleanze, espulse i tecnici sovietici dall’Egitto, congelò i rapporti con l’URSS ed impresse alla sua politica un segno filoccidentale. Nel 1977 formulò la sua offerta di pace che portò, nel ‘78 agli accordi di pace di Camp David, sotto la ‘sorveglianza’ di sectiuner, presidente statunitense. L’Egitto riottenne il Sinai e si impegnò a mantenere la pace con Israele. Gli accordi di Camp David prevedevano ulteriori negoziati, i quali non furono mai avviati. L’ostacolo principale, infatti, veniva ora dagli Stati Arabi e dell’OLP, traditi dall’Egitto ed indisposti a qualsiasi negoziato con i nemici. Ma a partire dalla meta degli anni ‘80, furono proprio i Paesi dell’OLP a dichiararsi disposti a trattare con Israele: Cisgiordania e Gaza in cambio del riconoscimento ufficiale di esistenza di Israele. Questa volta furono proprio gli Israeliani a rifiutare l’OLP di Arafat, considerandola un’offerta fatta da ‘terroristi’. La tensione crebbe ancora quando, a partire dall’87, i Palestinesi che vivevano nei territori occupati diedero vita ad una lunga rivolta conosciuta come ‘intifada’ (risveglio) contro gli occupanti israeliani, che reagirono con una forte repressione. I riflessi della situazione si fecero sentire anche in Libano, dove i leader dell’OLP avevano trasferito le loro basi dopo il settembre nero del ‘70. Dal ‘75 il Libano entrò in una sanguinosa guerra civile in cui tutte le fazioni combattevano contro queste milizie armate; la situazione degenerò nell’82 quando Israele inviò l’esercito spingendosi fino a Beirut per scacciare l’OLP. Lì fu inviata anche una forza multinazionale composta da U.S., Francia, Italia ed Inghilterra col compito di proteggere l’evacuazione dell’OLP, trasferitosi poi a Tunisi.



Una spinta al processo di pace, invece, venne ,nel giugno del ‘92, dalla vittoria del Partito laburista nelle elezioni politiche, dopo un ventennio di egemonia della destra nazionalista (il Likud). Il nuovo primo ministro, Rabin, bloccò i nuovi insediamenti ebraici nei territori occupati e si mostrò più propenso dei suoi predecessori a concessioni territoriali in cambio di pace con i Paesi arabi. Nel ‘93 Rabin prese la sofferta decisione di trattare direttamente con l’OLP, approfittando dall’indebolimento di Arafat, privato ora del supporto di Saddam Hussein. Un negoziato segreto portò ad un primo accordo fondato sul reciproco riconoscimento e su un avvio graduale dell’autogoverno palestinese nei territori occupati, a partire da Gerico, in Cisgiordania e dalla striscia di Gaza. Il 13 settembre del ‘93 l’accordo fu solennemente sottoscritto a Washington da Rabin ed Arafat sotto il ‘patrocinio’ del neo presidente americano Clinton. Ma su tale negoziato pesava un numero di quesiti senza risposta: forme e tempi dell’autogoverno, il destino degli insediamenti ebraici nei territori, la sorte di Gerusalemme proclamata capitale eterna ed indivisibile di Israele. L’attività terroristica dei gruppi integralisti israeliani si intensificò in seguito agli accordi di Washington e portò all’uccisione del premier Rabin, avvenuta a Tel Aviv il 4 novembre 1995. Privato del suo leader, il partito laburista perse di misura le elezioni del ‘96, vinte dal Likud di Netanyahu. La vittoria dei nazionalisti ha bruscamente arrestato il processo di pace, ma nel 1998, ancora sotto la supervisione di Clinton Netanyahu ‘spontaneamente’ firma con Arafat un nuovo accordo che prevede il ritiro israeliano da un’altra parte di territori occupati in cambio di un maggior impegno palestinese nella lotta contro il terrorismo.







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