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Rivoluzione francese - Cause storiche della rivoluzione, La rivolta, La costituzione, La crescita del radicalismo nel governo, La lotta per la libert&

Rivoluzione francese - Cause storiche della rivoluzione, La rivolta, La costituzione, La crescita del radicalismo nel governo, La lotta per la libert&
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Rivoluzione francese

Avvenne dal 1789 al 1799, e fu una successione di avvenimenti politici e sociali che ebbero come conseguenze principali la caduta della monarchia, il crollo dell'Ancien Régime e l'istituzione della repubblica in Francia. Le cause fondamentali furono l'incapacità delle classi dominanti di affrontare i problemi di stato, l'indecisione del re, l'esagerata tassazione della popolazione rurale, l'impoverimento del proletariato, il fermento intellettuale dovuto all'Illuminismo (vedi 'L'Illuminismo' a fine del paragrafo) e l'eco della guerra d'Indipendenza americana.

Cause storiche della rivoluzione

Per più di un secolo prima che Luigi XVI salisse al trono (1774) la Francia aveva vissuto periodiche crisi economiche dovute alle lunghe guerre sostenute durante il regno di Luigi XIV, alla cattiva gestione degli affari nazionali da parte di Luigi XV, alle perdite subite nella guerra coloniale anglo-francese (1754-l763) e all'indebitamento per i prestiti alle colonie americane in guerra per l'indipendenza (1775-l783). Poiché era sempre più insistente la richiesta di una riforma fiscale, sociale e amministrativa, nell'agosto 1774 il nuovo re nominò controllore generale Anne-Robert-Jacques Turgot, che impose severe economie di spesa. Quasi tutte le riforme furono tuttavia boicottate dai membri più reazionari del clero e della nobiltà che, appoggiati dalla regina Maria Antonietta, imposero le dimissioni di Turgot e si opposero anche al suo successore, il finanziere e statista Jacques Necker. Questi dovette a sua volta lasciare l'incarico, ma si guadagnò il favore popolare pubblicando un resoconto delle finanze reali, che rivelava l'altissimo costo del sistema dei privilegi e dei favoritismi.



Negli anni successivi la crisi peggiorò e la richiesta di convocazione degli Stati generali (assemblea formata da rappresentanti del clero, della nobiltà e del terzo stato), che non si riunivano dal 1614, costrinse Luigi XVI ad autorizzare le elezioni nazionali nel 1788. Durante la camna elettorale, la censura fu sospesa e la Francia fu invasa da opuscoli che diffondevano idee illuministe. Necker, nuovamente nominato controllore generale, chiese di attribuire al terzo stato, cioè alla borghesia, tanti rappresentanti agli Stati generali quanti erano quelli attribuiti al primo e al secondo stato insieme.

Gli stati generali si riunirono a Versailles il 5 maggio 1789. Le delegazioni delle classi privilegiate si opposero immediatamente alle proposte di procedura elettorale avanzate dal terzo stato, che, essendo il gruppo più numeroso, con il sistema del voto individuale si sarebbe assicurato la maggioranza. Dopo sei settimane di impasse i rappresentanti del terzo stato, guidati da Emmanuel-Joseph-Sieyès e dal conte Honoré-Gabriel de Mirabeau e in aperta sfida alla monarchia che sosteneva clero e nobiltà, si proclamarono Assemblea nazionale, attribuendosi il potere esclusivo di legiferare in materia fiscale. Privata dal re della sala di riunione, l'Assemblea per tutta risposta si trasferì nella sala attigua (20 giugno), giurando che non si sarebbe sciolta senza aver redatto una costituzione (giuramento della pallacorda). Divisioni interne fecero sì che anche molti rappresentanti del clero inferiore e alcuni nobili liberali si unissero al nuovo organo.

La rivolta

Di fronte alle continue sfide ai suoi decreti e alla sedizione serpeggiante nell'esercito, il re modulò e il 27 giugno ordinò a nobiltà e clero di unirsi ai rivoluzionari, che si proclamarono Assemblea costituente. Allo stesso tempo, cedendo alle pressioni della regina e del conte di Artois (il futuro Carlo X), Luigi XVI radunò alcuni reggimenti stranieri attorno a Parigi e a Versailles e licenziò nuovamente Necker. Il popolo parigino reagì con l'insurrezione aperta e dopo due giorni di tumulti prese d'assalto la Bastiglia, il carcere simbolo del dispotismo reale (14 luglio 1789).

Già in precedenza sporadici disordini e sollevamenti contadini in diverse zone della Francia avevano allarmato i piccoli proprietari terrieri non meno dei seguaci del re. Spaventati dagli eventi, il conte di Artois e altri reazionari lasciarono il paese, dando inizio alla migrazione dei nobili (réfugiés). Per timore che il popolo approfittasse ulteriormente del crollo del vecchio apparato amministrativo e passasse nuovamente all'azione, la borghesia parigina si affrettò a istituire un governo locale provvisorio e una milizia popolare (guardia nazionale), comandata dal marchese di Lafayette, eroe della guerra d'Indipendenza americana. Un tricolore rosso, bianco e blu sostituì lo stendardo bianco dei Borbone, mentre anche nelle province si formavano municipalità borghesi e rurali e unità della guardia nazionale. Luigi XVI, non potendo contenere la crescente rivolta, ritirò le truppe, richiamò Necker e legittimò le misure prese dalle autorità provvisorie.

La costituzione

I disordini in provincia e nelle camne spronarono la Costituente: il 4 agosto 1789 clero e nobiltà rinunciarono ai propri privilegi e, qualche giorno dopo, fu approvata una legge che aboliva i privilegi feudali, pur con alcune eccezioni. Furono proibite la vendita delle cariche pubbliche e l'esenzione dalle tasse, mentre alla Chiesa cattolica fu tolto il diritto di prelevare le decime. L'Assemblea si dedicò quindi alla redazione della costituzione. Nel preambolo, noto come Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, i delegati formularono gli ideali rivoluzionari condensati poi nell'espressione 'liberté, égalité, fraternité'. Nel frattempo il popolo, affamato e in fermento per le voci di una cospirazione monarchica, assediò inferocito il palazzo di Versailles (5-6 ottobre), costringendo la famiglia reale a riparare a Parigi con l'aiuto di Lafayette. L'episodio spinse alcuni conservatori, membri della Costituente, a seguire il re e a dare le dimissioni. L'obiettivo iniziale di una monarchia costituzionale venne mantenuto, anche se tra i membri dell'Assemblea cominciò a prevalere un certo radicalismo.

La prima stesura della costituzione fu approvata dal sovrano il 14 luglio 1790, presenti delegazioni di ogni parte del paese. Le province furono abolite e sostituite da dipartimenti dotati di organi amministrativi elettivi locali; i titoli nobiliari furono soppressi; si istituì il processo davanti alla giuria per atti criminali e si prospettarono fondamentali modifiche alle leggi. Basando il diritto di suffragio sulla proprietà, la costituzione limitò l'elettorato alla borghesia e alle classi più elevate. Il potere legislativo fu conferito a un'assemblea composta da 745 membri da eleggere in modo indiretto. Sebbene il re detenesse il potere esecutivo, gli furono imposte rigide limitazioni: il suo veto aveva esclusivamente effetto sospensivo e all'Assemblea spettava il controllo sulla sua condotta negli affari esteri. La costituzione civile del clero limitò notevolmente il potere della Chiesa cattolica; i suoi beni confiscati servirono a garantire i nuovi titoli (assignats) emessi per risolvere la crisi finanziaria; preti e vescovi sarebbero stati eletti da particolari assemblee e retribuiti dallo stato, al quale essi dovevano giurare fedeltà, mentre quasi tutti gli ordini monastici dovevano essere soppressi.

Nei quindici mesi tra l'accettazione della prima stesura della costituzione e il suo completamento mutarono gli equilibri di forze all'interno del movimento rivoluzionario, soprattutto a causa del clima di scontento e di sospetto diffuso tra le classi prive del diritto di voto, sempre più portate a soluzioni radicali. Questa tendenza, stimolata in tutta la Francia dai giacobini e a Parigi dai cordiglieri, si acuì alla notizia dei contatti tra Maria Antonietta e il fratello, l'imperatore Leopoldo II d'Asburgo che, come quasi tutti i regnanti d'Europa, aveva accolto i réfugiés e non nascondeva la propria ostilità di fronte agli avvenimenti francesi. Il sospetto popolare sulle attività della regina e sulla complicità del re trovò conferma il 21 giugno, quando la famiglia reale tentò di lasciare la Francia e fu catturata a Varennes.

La crescita del radicalismo nel governo

Il 17 luglio 1791 i repubblicani di Parigi si riunirono al Campo di Marte chiedendo la deposizione del sovrano. All'ordine di Lafayette, politicamente affiliato ai foglianti (monarchici moderati), la guardia nazionale aprì il fuoco disperdendo i dimostranti. Lo spargimento di sangue acuì la frattura tra repubblicani e borghesia. Dopo aver sospeso Luigi XVI dalle sue funzioni, la maggioranza moderata della Costituente, temendo ulteriori disordini, reintegrò il re nella speranza di contenere le spinte radicali ed evitare l'intervento straniero. Il 14 settembre Luigi XVI giurò di appoggiare la costituzione emendata. Due settimane dopo, con l'elezione della nuova legislatura autorizzata dalla costituzione, l'Assemblea costituente fu sciolta. Nel frattempo, Leopoldo II e Federico Guglielmo II, re di Prussia, avevano emanato una dichiarazione congiunta contenente minacce di intervento armato contro la rivoluzione (27 agosto 1791).

L'Assemblea legislativa, riunitasi il 1° ottobre, era composta da 745 nuovi membri (poiché i costituenti si erano dichiarati ineleggibili alla legislatura successiva) ed era divisa in fazioni le cui idee politiche erano ampiamente divergenti. La più moderata era quella dei foglianti, sostenitori della monarchia costituzionale prevista nella costituzione del 1791; al centro si collocava la maggioranza (detta 'pianura'), senza un programma preciso, ma compatta nell'opposizione ai repubblicani, seduti a sinistra, distinti in girondini, che chiedevano la trasformazione della monarchia costituzionale in repubblica federale, e montagnardi (giacobini e cordiglieri), che propugnavano una repubblica fortemente centralizzata. Prima che queste differenze provocassero una grave frattura interna, i repubblicani riuscirono a far approvare alcune leggi importanti e severe misure contro gli ecclesiastici che rifiutavano il giuramento di fedeltà.

Il veto del re a tali proposte creò una crisi che portò al potere i girondini, i quali, nonostante l'opposizione dei montagnardi, adottarono un atteggiamento ostile verso Federico Guglielmo II e Francesco II d'Asburgo (succeduto al padre sul trono imperiale il 1° marzo 1792), principali protettori dei réfugiés e sostenitori della ribellione dei signori feudali alsaziani contro il governo rivoluzionario. La volontà di guerra si diffuse rapidamente sia tra i monarchici, che speravano di restaurare l'Ancien Régime, sia tra i girondini, che volevano un trionfo decisivo sulle forze reazionarie nazionali ed estere. Il 20 aprile 1792 l'Assemblea legislativa dichiarò guerra all'Austria.

La lotta per la libertà

A causa degli errori commessi dagli alti comandi francesi, perlopiù monarchici, l'Austria riportò numerose vittorie nei Paesi Bassi austriaci. La conseguente invasione della Francia fece cadere il ministero Roland il 13 giugno e nella capitale scoppiarono disordini culminati nell'attacco alle Tuileries, la residenza reale. L'11 luglio Sardegna e Prussia entrarono in guerra contro la Francia e scattò l'emergenza nazionale; furono inviati rinforzi agli eserciti e a Parigi si raccolsero volontari da tutto il paese, tra cui il contingente di Marsiglia che arrivò cantando la Marseillaise. Lo scontento popolare nei confronti dei girondini, raccoltisi intorno al monarca, aumentò la tensione, che degenerò in insurrezione aperta quando il duca di Brunswick minacciò di distruggere la capitale in caso di attentati contro la famiglia reale. Gli insorti assaltarono le Tuileries, massacrando le guardie del re, che si rifugiò nella sala dell'Assemblea legislativa; il re fu sospeso e imprigionato, il governo parigino deposto e sostituito da un consiglio esecutivo provvisorio dominato dai montagnardi di Georges Danton, che ben presto assunsero il controllo dell'Assemblea legislativa e indissero elezioni a suffragio universale maschile per una nuova Convenzione costituente.



Tra il 2 e il 7 settembre oltre 1000 sospetti traditori furono processati sommariamente e giustiziati nei cosiddetti 'massacri di settembre', dettati dalla paura di presunti complotti per rovesciare il governo rivoluzionario. Il 20 settembre l'avanzata prussiana fu bloccata a Walmy. Il giorno seguente si riunì la nuova Convenzione nazionale, che proclamò l'abolizione della monarchia e la nascita della Prima Repubblica. Sebbene le principali fazioni, montagnardi e girondini, non avessero altri programmi comuni, non si sviluppò alcuna opposizione al decreto della Gironda che prometteva l'aiuto francese a tutti i popoli oppressi d'Europa, principio che di fatto avrebbe dato luogo a future annessioni. Mentre le truppe conseguivano nuove vittorie, conquistando Magonza, Francoforte sul Meno, Nizza, la Savoia e i Paesi Bassi austriaci, cresceva il conflitto all'interno della Convenzione, con la Pianura che oscillava tra i girondini conservatori e i montagnardi radicali, capeggiati da Robespierre, Marat e Danton. Fu approvata la proposta della Montagna di processare Luigi XVI per tradimento: il 15 gennaio 1793 il re fu dichiarato colpevole e il 21 gennaio ghigliottinato, provocando la reazione immediata delle corti europee.

La mancanza di unità dei girondini durante il processo al re danneggiò il loro prestigio e la loro influenza alla Convenzione diminuì, anche in conseguenza delle sconfitte francesi contro l'Inghilterra e le Province Unite (1° febbraio 1793) e contro la Sna (7 marzo), quest'ultima entrata con alcuni stati minori nella coalizione controrivoluzionaria. All'inizio di marzo, la Convenzione approvò la coscrizione di 300.000 uomini, arruolati nei vari dipartimenti. Sfruttando la resistenza opposta dai contadini della Vandea, i monarchici e il clero li spinsero alla rivolta, dando inizio alla guerra civile che si diffuse rapidamente nei dipartimenti vicini. La sconfitta francese a Neerwinden, la guerra civile e l'avanzata delle forze straniere in Francia portarono a una crisi tra i girondini e i montagnardi, che sostenevano la necessità di un'azione radicale in difesa della rivoluzione.

Il Terrore

Il 6 aprile la Convenzione istituì un nuovo organo esecutivo della repubblica, il Comitato di salute pubblica, e riorganizzò il Comitato di sicurezza generale e il tribunale rivoluzionario, inviando inoltre funzionari nei singoli dipartimenti per sorvegliare l'applicazione della legge e requisire uomini e armi. Il conflitto tra girondini e montagnardi si acuì; nuovi tumulti scoppiati a Parigi, organizzati da estremisti radicali, costrinsero la Convenzione a ordinare l'arresto di 29 delegati e due ministri girondini, così che da quel momento prevalse la fazione radicale del governo parigino. Il 24 giugno l'Assemblea promulgò una nuova costituzione ancora più democratica; tale documento non entrò mai in vigore perché fu completamente riformulato dai giacobini, passati il 10 luglio alla direzione del Comitato di salute pubblica. Tre giorni dopo, il radicale giacobino Jean-Paul Marat fu assassinato da Carlotta Corday, simpatizzante girondina; l'indignazione pubblica accrebbe notevolmente l'influenza giacobina. Il 27 luglio il giacobino Maximilien Robespierre entrò nel Comitato e ben presto ne assunse la guida. Aiutato da Louis Saint-Just, Lazare Carnot, Georges Couthon e altri, Robespierre ricorse a misure estreme per schiacciare qualunque tendenza controrivoluzionaria. I poteri del Comitato vennero rinnovati mensilmente dall'Assemblea nel periodo noto come il Terrore (aprile 1793 - luglio 1794).

In campo militare, la repubblica dovette affrontare le potenze nemiche che avevano ripreso l'offensiva su tutti i fronti: Magonza era stata riconquistata dai prussiani, numerose città francesi erano cadute o sotto assedio, gli insorti cattolici o monarchici controllavano buona parte della Vandea e della Bretagna, mentre Caen, Lione, Marsiglia e Bordeaux erano nelle mani dei girondini. Una nuova coscrizione chiamò alle armi tutta la popolazione maschile abile, 750.000 uomini che vennero divisi in quattordici eserciti. All'interno, l'opposizione veniva repressa duramente dal Comitato: il 16 ottobre fu giustiziata Maria Antonietta e, due settimane dopo, ventuno girondini; migliaia di monarchici, ecclesiastici, girondini e altri, accusati di attività o simpatie controrivoluzionarie, furono processati e mandati al patibolo, per un totale di 2639 esecuzioni, di cui più della metà tra giugno e luglio 1794. Il tribunale di Nantes condannò a morte oltre 8000 persone in tre mesi e in tutta la Francia si eseguirono quasi 17.000 pene capitali che, sommate ai morti nelle prigioni sovraffollate e malsane e ai rivoltosi uccisi sul campo, portarono le vittime del Terrore a circa 40.000. Non si fecero distinzioni: nobili, ecclesiastici, borghesi e soprattutto contadini e operai furono condannati come renitenti alla leva, disertori, ribelli o responsabili di altri crimini. Al clero, il gruppo proporzionalmente più colpito, fu imposta l'abolizione del calendario giuliano, sostituito da quello repubblicano.

Il Comitato di salute pubblica di Robespierre tentò di riformare la Francia secondo i concetti di umanitarismo, idealismo sociale e patriottismo; nello sforzo di istituire una 'repubblica della virtù', si enfatizzò la devozione alla nazione e alla vittoria, combattendo corruzione e ribellione. Il 23 novembre 1793, la Comune di Parigi (la prima, detta anche Comune rivoluzionaria), presto seguita in tutta la Francia, chiuse le chiese, iniziando la predicazione della religione rivoluzionaria nota come 'culto della Dea Ragione'. Ciò accrebbe le differenze tra i giacobini, guidati da Robespierre, e i seguaci dell'estremista Jacques-René Hébert, che costituivano una forza notevole alla Convenzione e nel governo parigino.

Frattanto, la camna contro la coalizione antifrancese raccoglieva vittorie e respingeva gli invasori; contemporaneamente il Comitato di salute pubblica schiacciava le insurrezioni di monarchici e girondini.

La lotta per il potere

Il conflitto tra il Comitato e gli estremisti si risolse con l'esecuzione di Hébert e dei suoi collaboratori (24 marzo 1794); pochi giorni dopo (6 aprile) Robespierre fece giustiziare Danton e i suoi seguaci, che cominciavano a chiedere la pace e la fine del Terrore. A causa di tali rappresaglie Robespierre perse l'appoggio di molti giacobini; si diffuse il rifiuto delle eccessive misure di sicurezza imposte dal Comitato e lo scontento generale si trasformò presto in una vera cospirazione: Robespierre, Saint-Just, Couthon e altri 98 seguaci furono arrestati il 27 luglio (corrispondente al 9 termidoro II) e giustiziati il giorno seguente.

Sino alla fine del 1794 l'Assemblea fu dominata dal gruppo che aveva rovesciato Robespierre ponendo fine al Terrore: i club giacobini furono chiusi in tutta la Francia, vennero aboliti i tribunali rivoluzionari e abrogati alcuni decreti, tra cui quello che fissava il tetto massimo di prezzi e salari. Richiamati i girondini e altri delegati di destra espulsi, i termidoriani divennero fortemente reazionari, sicché nella primavera del 1795 ripresero tumulti e manifestazioni di protesta, duramente represse e seguite da rappresaglie contro i montagnardi.

Nell'inverno 1794 l'esercito invase i Paesi Bassi austriaci e le Province Unite, poi riorganizzate nella Repubblica batava. La coalizione antifrancese si sgretolò: con il trattato di Basilea (5 aprile 1795) la Prussia e altri stati tedeschi stipularono la pace con la Francia; il 22 luglio anche la Sna uscì dalla guerra; solo Gran Bretagna, Sardegna e Austria rimasero in guerra con la Francia. Per quasi un anno però si ebbe una situazione di tregua. La fase successiva aprì le guerre napoleoniche.

La Convenzione nazionale redasse rapidamente una nuova costituzione che, approvata il 22 agosto 1795, conferiva il potere esecutivo a un Direttorio composto di cinque membri e quello legislativo a due camere, il Consiglio degli Anziani (250 membri) e il Consiglio dei Cinquecento. Il mandato di un membro del Direttorio e di un terzo del corpo legislativo doveva essere rinnovato annualmente a partire dal maggio 1797 e il voto era limitato ai contribuenti residenti da almeno un anno nel proprio distretto elettorale. La nuova costituzione si allontanava dalla democrazia giacobina e, non indicando mezzi per risolvere i conflitti tra potere esecutivo e legislativo, pose le premesse per rivalità interne, colpi di stato e un'inefficace gestione degli affari interni. La Convenzione, sempre anticlericale e antimonarchica nonostante l'opposizione ai giacobini, creò una serie di garanzie contro la restaurazione della monarchia; decretò infatti che il Direttorio e due terzi del corpo legislativo fossero scelti tra i propri membri, suscitando così la violenta insurrezione dei monarchici (5 ottobre 1795). I disordini furono sedati dai soldati guidati dal generale Napoleone Bonaparte (il futuro Napoleone I). Il 26 ottobre cessarono i poteri della Convenzione, sostituita il 2 novembre dal governo previsto nella nuova costituzione.

Nonostante il contributo di abili statisti quali Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord e Joseph Fouché, il Direttorio dovette fronteggiare subito numerose difficoltà: sul fronte interno l'eredità di un'acuta crisi finanziaria aggravata da una disastrosa svalutazione (99% circa) degli assignats, lo spirito giacobino ancora vivo tra le classi più povere, il proliferare tra i benestanti di agitatori monarchici che propugnavano la restaurazione; sul fronte internazionale la questione aperta con il Sacro romano impero e l'assolutismo, costante minaccia alla rivoluzione, che ancora dominava quasi tutta l'Europa. I raggruppamenti politici borghesi, decisi a conservare il potere conquistato, presto scoprirono i vantaggi derivanti dal dirottare le energie della massa in canali militari.




L'ascesa di Napoleone

A circa cinque mesi dall'insediamento, il Direttorio aprì la prima fase (marzo 1796 - ottobre 1797) delle guerre napoleoniche. Tre colpi di stato, sconfitte militari nell'estate 1799, difficoltà economiche e fermento sociale misero in grave pericolo la supremazia politica borghese. Gli attacchi della sinistra culminarono in un complotto del riformatore radicale François-Noël Babeuf, che chiedeva la distribuzione di terre e ricchezze. Il tradimento di un complice fece fallire l'insurrezione e Babeuf fu giustiziato il 28 maggio 1797. Un colpo di stato rovesciò il Direttorio (9-l0 novembre 1799) e Napoleone Bonaparte, idolo popolare grazie a recenti vittoriose camne, salì al potere come Primo console, chiudendo il periodo 'rivoluzionario'. Il parziale fallimento della rivoluzione fu compensato dal suo dilagare in quasi tutta Europa.

Cambiamenti portati dalla rivoluzione

Il risultato immediato della rivoluzione fu l'abolizione della monarchia assoluta e dei privilegi feudali. Si eliminarono la servitù, i tributi e le decime; i grandi possedimenti vennero frazionati e si introdusse un principio equo di tassazione; con la redistribuzione delle ricchezze e dei terreni, la Francia divenne il paese europeo con il maggior numero di piccoli proprietari terrieri indipendenti. A livello sociale ed economico, si abolirono l'incarceramento per debiti e il diritto di primogenitura nell'eredità terriera, e fu introdotto il sistema metrico decimale.

Napoleone portò a compimento alcune riforme avviate durante la rivoluzione: istituì la Banca di Francia, che era banca nazionale semi-indipendente e agente governativo in materia di valuta, prestiti e depositi pubblici; instaurò l'attuale sistema scolastico, centralizzato e laico; organizzò l'università e l'Institut de France; stabilì l'assegnazione delle cattedre in base a esami aperti a tutti, senza distinzioni di nascita o reddito.

La riforma delle leggi provinciali e locali fu accolta nel Codice napoleonico, che rispecchiava molti principi introdotti dalla rivoluzione: uguaglianza dei cittadini davanti alla legge; proibizione della detenzione arbitraria oltre il terzo giorno dall'arresto; regolarità processuale, che prevedeva un consiglio di giudici e una giuria, la presupposizione di innocenza dell'accusato fino a prova contraria e il diritto alla difesa. In tema di religione i principi di libertà di culto e di stampa, enunciati nella Dichiarazione dei diritti dell'uomo, portarono a una maggiore libertà di coscienza e al godimento dei diritti civili per protestanti ed ebrei. Furono gettate le basi per la separazione tra stato e Chiesa.

Gli esiti teorici della rivoluzione si ritrovano nelle parole 'liberté, égalité, fraternité', che diventarono il vessillo per le riforme liberali in Francia e in Europa nel XIX secolo; tuttora sono parole-chiave della democrazia. Storici revisionisti, tuttavia, attribuiscono alla rivoluzione gli effetti meno positivi dell'ascesa di un sistema altamente centralizzato e spesso totalitario, e della guerra applicata su larga scala a coinvolgere intere nazioni. Altri tendono a sminuire la lotta di classe come elemento motore della rivoluzione, e a sottolineare l'importanza di fattori politici, culturali e ideologici.

Illuminismo

Movimento filosofico e letterario diffusosi in Europa e in America dall'inizio del XVIII secolo fino alla rivoluzione francese. L'espressione veniva usata frequentemente dagli scrittori del tempo, convinti di emergere da un'epoca di oscurità e ignoranza e di dirigersi verso una nuova era illuminata dalla ragione, dalla scienza e dal rispetto per l'umanità.

Precursori

Possono essere definiti precursori dell'illuminismo René Dessectiunes e Baruch Spinoza, Thomas Hobbes e John Locke, oltre ai pensatori scettici francesi come Pierre Bayle. Di pari importanza, tuttavia, fu la sicurezza generata sia dalle scoperte scientifiche di Nicolò Copernico e Galileo, sia dal relativismo culturale dovuto alle esplorazioni geografiche.

Uno degli assunti fondamentali dei filosofi illuministi fu la diffusione di una fede incrollabile nel potere della ragione umana, destato per la prima volta dalla scoperta della gravitazione universale da parte di Isaac Newton: se l'umanità poteva schiudere le leggi dell'universo – leggi sovrannaturali – si sarebbero potute scoprire anche le leggi regolatrici del corpo sociale e del mondo naturale. Si pensò allora che, usando saggiamente la ragione, sarebbe stato possibile un progresso indefinito della conoscenza, della tecnica e dei valori morali.

Affermazione del pensiero illuministico

Per mezzo di un'educazione appropriata, l'umanità stessa poteva mutare la sua natura e migliorarla indefinitamente: la scoperta della verità sarebbe avvenuta osservando la natura, piuttosto che consultando autorità come Aristotele e la Bibbia; sebbene la Chiesa cattolica fosse vista come la principale responsabile della sottomissione della ragione umana nel passato, molti pensatori illuministi non rinunciarono totalmente alla religione, optando piuttosto per una forma di deismo che rifiutava comunque la teologia cristiana: le aspirazioni umane dovevano mirare al miglioramento della vita terrena, non di quella post mortem. Nulla fu attaccato più ferocemente della Chiesa: per la sua ricchezza, il potere temporale e il divieto del libero esercizio della ragione.

Più che un pensiero sistematico, l'illuminismo contrassegnò uno stile intellettuale e un metodo argomentativo. Secondo Immanuel Kant, il motto dell'epoca era 'osare per sapere'; nacque un desiderio di porre in discussione concetti e valori acquisiti, di indagare nuove idee in direzioni molteplici: di qui le incongruenze e le contraddizioni di molti scritti del XVIII secolo. Molti illuministi non furono filosofi nel comune senso del termine, bensì divulgatori impegnati in un consapevole tentativo di persuasione. Autodefinendosi 'partito dell'umanità', essi tentarono di guadagnare il favore dell'opinione pubblica pubblicando opuscoli, trattatelli anonimi e un gran numero di giornali e riviste. Dal momento che erano pubblicisti quanto veri filosofi, gli storici li definiscono spesso con il termine francese philosophes.

Per molti versi, la patria dei philosophes fu la Francia. Il filosofo della politica e giurista Charles de Montesquieu, uno dei primi esponenti del movimento, esordì pubblicando scritti satirici contro le istituzioni contemporaneamente al suo monumentale studio sulle istituzioni politiche, Lo spirito delle leggi (1748). A Parigi Denis Diderot, autore di numerosi trattati filosofici, incominciò la pubblicazione dell'Encyclopédie nel 1751-l772. Quest'opera, a cui collaborarono diversi philosophes, fu tanto un compendio di conoscenze quanto un veicolo di promozione delle posizioni illuministe e di critica degli oppositori.

Il più rappresentativo tra gli scrittori illuministi francesi fu indubbiamente Voltaire, che iniziò la sua carriera come drammaturgo e poeta e fu autore di pamphlets, saggi, satire e racconti brevi nei quali divulgò la scienza e la filosofia della sua epoca; intrattenne inoltre una voluminosa corrispondenza con scrittori e monarchi europei. Gli scritti di Jean-Jacques Rousseau, come Il Contratto sociale (1762), Emilio (1762) e le Confessioni (1782), esercitarono una profonda influenza sulle teorie politiche e pedagogiche del secolo seguente e a dare impulso al romanticismo ottocentesco.

L'illuminismo fu anche un movimento profondamente cosmopolita e contrario al nazionalismo, radicato nei diversi paesi europei. Kant in Germania, David Hume in Scozia, Cesare Beccaria in Italia, Benjamin Franklin e Thomas Jefferson nelle colonie americane mantennero tutti stretti contatti con i philosophes francesi, e contribuirono in grande misura essi stessi al movimento.

Durante la prima metà del XVIII secolo, molti tra i principali esponenti dell'illuminismo vennero incarcerati per i loro scritti o furono messi a tacere dalla censura governativa e dagli attacchi della Chiesa. Gli ultimi decenni del secolo segnarono invece il trionfo del movimento in Europa e in America. Dal 1770 in poi l'incremento della pubblicazione di riviste e libri assicurò un'ampia diffusione delle idee illuministe; gli esperimenti scientifici e gli scritti filosofici inaugurarono una moda diffusa persino tra i nobili e il clero, e alcuni sovrani europei adottarono le idee e il linguaggio dell'illuminismo. Voltaire e altri philosophes, che erano attratti dal concetto di filosofo-re che illuminava il popolo dall'alto, guardarono con favore alla politica dei cosiddetti despoti illuminati, come Federico II di Prussia, Caterina di Russia e Giuseppe II d'Austria.



Termine dell'Età dei Lumi

Si è soliti far terminare l'epoca illuminista con la rivoluzione francese del 1789. Alcuni storici imputano proprio alla tensione politica e sociale del periodo la responsabilità della rivoluzione. Pur avendo assimilato molti degli ideali dei philosophes, la rivoluzione, nei suoi episodi più sanguinosi tra il 1792 e il 1794, gettò per un certo periodo discredito su queste idee agli occhi di molti europei del tempo. L'illuminismo lasciò invece la sua eredità ideale al XIX e al XX secolo, sottolineando il declino della Chiesa e la nascita della secolarizzazione moderna, fungendo da modello per la politica e l'economia del liberalismo e per la svolta filantropica del mondo occidentale nell'Ottocento. Fu lo spartiacque dell'inversione di tendenza subita dalla convinzione nella possibilità e nella necessità del progresso; convinzione che sopravvisse, anche se in misura minore, nel XX secolo.

Voltaire

Pseudonimo di François-Marie Arouet (Parigi 1694-l778), scrittore e filosofo francese, uno dei massimi esponenti dell'illuminismo. lio di un notaio, studiò presso i gesuiti del collegio Louis-le-Grand.

Il giovane intellettuale

Voltaire scelse ben presto di dedicarsi alla carriera letteraria. Cominciò a frequentare i circoli aristocratici e in breve tempo la fama della sua intelligenza brillante e sarcastica si diffuse nei salon parigini. A causa di alcuni suoi scritti, in particolare di una satira all'indirizzo di Filippo II duca d'Orléans, fu rinchiuso nella prigione della Bastiglia per undici mesi, durante i quali completò la sua prima tragedia, Edipo, ispirata all'Edipo re di Sofocle, e iniziò un poema epico su Enrico IV di Francia, La lega, o Enrico il Grande, che nel 1728 fu ampliato e ribattezzato Henriade. L'Edipo fu rappresentato per la prima volta nel 1718 con grande successo. Nel suo primo poema filosofico, Il pro e il contro, Voltaire diede eloquente espressione alle proprie convinzioni anticlericali e al proprio credo razionalista e deista.

Nell'aprile 1726, una lite con un membro di un'illustre famiglia francese, il cavaliere di Rohan, costò al filosofo una seconda incarcerazione, cui poté porre termine due settimane più tardi con l'impegno a lasciare la Francia e stabilirsi in Inghilterra. A Londra trascorse quasi tre anni, impadronendosi con straordinaria rapidità della lingua inglese, nella quale scrisse due trattati di notevole pregio, uno sulla poesia epica e l'altro sulla storia delle guerre civili in Francia. Stampata a Londra nel 1728, l'edizione ampliata del poema giovanile su Enrico IV, Henriade, brillante difesa della tolleranza religiosa, ottenne un successo senza precedenti non solo in Francia ma nell'intero continente europeo.

La popolarità a corte

Nel 1729 Voltaire tornò in Francia, e durante i quattro anni successivi risiedette a Parigi. Una serie di fortunate speculazioni economiche gli consentì di dedicare la maggior parte del tempo all'attività letteraria. Grande fu il successo teatrale di Zaira (1732), ma l'opera più significativa di questo periodo, ispirata dalla frequentazione di Alexander Pope, Jonathan Swift, William Congreve e Horace Walpole durante la parentesi inglese, è Lettere filosofiche o Lettere sugli inglesi (pubblicate in inglese nel 1733 e in francese nel 1734), manifesto dell'illuminismo e pertanto motivato e a tratti violento attacco alle istituzioni politiche ed ecclesiastiche francesi. Lo scandalo fu enorme, almeno quanto il successo, e di nuovo pose Voltaire in conflitto con le autorità, costringendolo ad abbandonare Parigi e a rifugiarsi nel castello di Cirey nel ducato indipendente della Lorena.

Questo periodo coincise con una febbrile attività letteraria. Oltre a un ingente numero di lavori teatrali, Voltaire scrisse parecchi testi di divulgazione scientifica, come gli Elementi della filosofia di Newton (1738), oltre a romanzi, racconti, satire e versi nei quali la forza polemica e la vivacità del dibattito intellettuale sopraffanno ogni intento artistico.

Il soggiorno a Cirey fu spesso interrotto da viaggi a Parigi e Versailles, dove, grazie all'influenza della marchesa di Pompadour, amante di Luigi XV, Voltaire divenne uno dei favoriti di corte. Dapprima fu nominato storiografo di Francia e nel 1746 fu eletto all'Académie Française. Da questo sodalizio con la corte di Luigi XV nacquero opere come il Poema di Fontenoy (1745) e il Secolo di Luigi XV, oltre ai drammi La principessa di Navarra e Il trionfo di Traiano. Del 1748 è Zadig, brillante romanzo satirico.

Nel 1749 accettò un invito rivoltogli tempo addietro da Federico II di Prussia a trasferirsi alla sua corte. Il soggiorno a Berlino non durò più di due anni, poiché lo spirito caustico del filosofo mal si conciliava con il temperamento del sovrano e più volte diede origine ad accese dispute. Durante il periodo berlinese Voltaire completò lo studio storico intitolato Il secolo di Luigi XIV (1751) e il racconto filosofico Micromega (1752).

La critica alla religione

Per alcuni anni Voltaire condusse un'esistenza errabonda, anche se non scomoda, e, dopo un soggiorno a Ginevra, nel 1759 si stabilì a Ferney, dove trascorse gli ultimi vent'anni della sua vita, visitato e ammirato dai più importanti intellettuali europei, applaudito come campione del libero pensiero contro l'oscuramento politico e religioso. Nell'intervallo che precedette questa decisione, dopo il distacco da Berlino, egli completò la sua opera più ambiziosa, il Saggio sui costumi (1756), uno studio del progresso umano in cui Voltaire condannò il ricorso al sovrannaturale e denunciò il potere del clero, pur rivelando apertamente la propria fede nell'esistenza di Dio.

A Ferney Voltaire si impegnò a più riprese e in varie forme contro l'intolleranza e le false consolazioni della religione. Nel poema filosofico Il disastro di Lisbona (1756) affrontò il problema del Male che non si può risolvere facendo 'dell'infelicità di ciascuno una felicità di tutti'; romanzo satirico e filosofico brillante, Candido (1759) è una serrata e divertente demolizione dell'ottimismo leibniziano circa il 'migliore dei mondi possibili', cioè il nostro; infine il Dizionario filosofico (1764) riassume queste linee di pensiero e resta una delle sue grandi opere. Nel rifugio appartato lo scrittore elaborò inoltre centinaia di libelli e volantini satirici che mettevano a nudo ogni genere di abuso. Quanti subivano una persecuzione per le loro opinioni trovarono in Voltaire un mallevadore eloquente e autorevole, nemico di ogni religione intollerante e fondata sul fanatismo.

Esemplare resta in tal senso il suo impegno personale affinché fossero riaperti due celebri casi giudiziari – quello Calas, del 1762, evocato da Voltaire nel Trattato sulla tolleranza, e quello Sirven, di due anni successivo – viziati dal pregiudizio religioso verso gli imputati. Al cristianesimo Voltaire preferiva il deismo, una forma di religione puramente razionale; già nel Candido, infatti, aveva analizzato il problema del male nel mondo presentando le sventure accumulatesi nel corso della storia in nome della religione. Il filosofo tornò infine a Parigi, fra autentiche manifestazioni di trionfo, per la prima della sua tragedia Irene, rappresentata nel marzo del 1778, e il 30 maggio morì, privato d'ogni conforto religioso e sepolto quasi nascostamente fuori città. Ma a Parigi le sue ceneri torneranno nel 1791, solennemente tumulate nel Panthéon.

La ricezione critica

Le contraddizioni insite nel carattere di Voltaire si rispecchiarono nelle sue opere come nelle opinioni della critica. Fondamentalmente egli rifiutava tutto quanto apparisse irrazionale e incomprensibile e sollecitava gli uomini del suo tempo a lottare contro l'intolleranza, la tirannia e la superstizione. I cardini su cui si reggeva la sua etica erano la libertà di pensiero e il rispetto per ogni individuo, mentre il suo concetto di letteratura presupponeva in ogni opera un'utilità pratica e un contributo alla risoluzione dei problemi del tempo. Queste idee fecero di Voltaire una ura centrale del movimento filosofico del XVIII secolo, incarnato dagli autori della celeberrima Enciclopedia francese.


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