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LA RISPOSTA DEGLI ARTISTI E DEGLI INTELLETTUALI AL PROGRESSO

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LA RISPOSTA DEGLI ARTISTI E DEGLI INTELLETTUALI AL PROGRESSO

INDICE

Ø      Quadro storico I e II Rivoluzione Industriale

Ø      Sulla scia delle Rivoluzioni Industriale si formano varie filosofia



Ø      “Positivismo” come filosofia del progresso

Ø      Comte, teorico del “Positivismo”

Ø      Confronto fra le opere di Comte e Plinio il Vecchio: nonostante i millenni di differenza molte basi comuni

Ø      In Inghilterra Dickens va contro il progresso con la sua opera (Hard Times)

Ø      In arte gli Impressionisti reagiscono all’invenzione della macchina fotografica ( con illustrazioni al termine della tesina). I Futuristi, invece, poi il progresso.

Ø      Da Manzoni a Montale , come questi autori italiani vedono il progresso scientifico nella società




La risposta degli artisti e degli intellettuali al progresso

Il termine progresso deriva dal latino “progressus”, cioè avanzamento e miglioramento.

L’uomo e la storia sin dalle sue origini sono stati in un continuo progresso che ha influenzato uomini e tempi di tutti i periodi storici.

Sarebbe dunque impossibile tracciare un quadro generale dell’influenza esercitata dal progresso sulle ideologie delle varie generazioni, ma è meglio analizzare i punti chiave di svolta del progresso stesso e valutare le sue ripercussioni sugli artisti e sugli intellettuali di quel periodo.

Senza ombra di dubbio le rivoluzioni industriali sono la chiave di volta del progresso e da queste bisogna partire.

Gli storici dell’economia parlano di una prima e di una seconda rivoluzione industriale e suddividono la prima in due fasi, di cui la seconda va dal 1830 al 1850 e che investe paesi quali il Belgio, la Francia e gli Stati Uniti; mentre la prima fase aveva bene o male investito solo l’Inghilterra.

Questa seconda fase della prima rivoluzione era stata resa possibile da fattori demografici ed economici e da alcune innovazioni tecniche come l’introduzione delle macchine prima nelle fabbriche (tessili, siderurgiche, manifatturiere, ecc.) e poi nelle ferrovie e nelle comunicazioni marittime.

Ci fu uno stretto rapporto fra banca ed imprenditoria che crearono uno strumento di raccolta, scambio e controllo finanziario e monetario.

Le macchine delle industrie da polivalenti divennero specifiche ed il lavoro venne suddiviso in una serie di fasi semplificate. Il prodotto dunque non derivava più dal lavoro arduo e faticoso dell’operaio ma da una catena di montaggio semplicemente controllata dall’operaio. Dunque il lavoratore si alienava dal processo produttivo e si avviava verso la sua dequalificazione tecnica e la riduzione del salario.

Ciò in aggiunta allo sfruttamento della mano d’opera giovanile e femminile, i costi si abbassarono e i profitti si moltiplicarono.

Intorno al 1850 il trionfo del libero scambio, della scoperta di nuovi giacimenti aurei come quelli in California e la fine del “collo di bottiglia”, il quale ostacolava la circolazione delle merci fra i grandi centri di produzione ed i mercati europei ed extraeuropei, portarono al cosiddetto boom degli anni ’50.

Sulle ali di questo progresso industriale e sulla ventata d’ottimismo della prima metà del XIX secolo sorse il pensiero positivista di Comte che influenzò gran parte della seconda metà dell’800 e si protrasse anche nella seconda Rivoluzione industriale.

Ma ciò lo analizzeremo meglio in seguito, basti dire solo che accanto a questa corrente di pensiero se ne sviluppò un'altra, quella di Marx, che, nonostante non si opponesse al progresso, contestava duramente il sorgere del capitalismo e promulgava la lotta di classe a favore del proletariato.

Il proletariato è una classe sociale sviluppatasi proprio a seguito della Rivoluzione industriale e comprendeva chi non aveva altro patrimonio all’infuori della prole che doveva sfamare, cioè gli operai delle sorgenti fabbriche che non avevano il possesso degli organi di produzione ed avevano in cambio della loro “forza-lavoro” un bassissimo salario.

Con la formazione di questa classe ci fu un dibattito dottrinale che accomnò e sorresse il movimento dei lavoratori che si stava creando, ed a sostenere questo dibattito ci furono i cosiddetti “socialisti utopisti”, così definiti da Marx ed Engels poiché non avevano tenuto in grande considerazione l’evolversi della società a seguito della Rivoluzione Industriale e non avevano visto nel proletariato una vera forza per conquistare il potere attraverso la lotta di classe.

Tra questi “utopisti” è opportuno annoverare Saint-Simon. Questi nel “Sistema Industriale” divise la società in “oziosi” e “produttori”: i primi erano gli esponenti del sistema parassitario, i secondi tutti coloro che contribuiscono al progresso con il proprio lavoro ed ai quali Saint-Simon predica di prendere il potere con l’abbandono dell’individualismo e con l’associazione fra i lavoratori.

Tornando al boom degli anni ’50, con la saturazione del mercato, si ebbe un crollo verso gli anni ’70 del secolo, subito arginato dalla nuova Rivoluzione Industriale, la seconda.

Essa è definita la più importante dal punto di vista della tecnologia introdotta e dal fatto che segnò la fine del libero scambio e della concorrenza.

Essa fu caratterizzata dall’espansione dell’economia capitalistica nei continenti africano ed asiatico, dal concentrarsi di masse umane nelle città urbanizzate e dalle nuove fonti d’energia.

Nel campo della metallurgia il “convertitore” sperimentato nel 1879 da Thomas, consentì un notevole risparmio di tempi e di costi nel processo di trasformazione in acciaio dei materiali ferrosi. Si perfezionò la turbina a vapore, e si fece un largo uso dell’elettricità.

Nel 1879 sempre Edison inventò la lampadina, e le prime città sostituirono all’illuminazione a gas quella elettrica, ma solo con il generatore di corrente trifase si produceva corrente alternata su grandi distanze.

Anche l’industria chimica realizzò un rapido sviluppo con l’invenzione di nuove procedure nel campo dei coloranti, dei concimi artificiali, degli esplosivi e dei medicinali.

Una profonda trasformazione strutturale nei modi di produzione dentro le fabbriche ebbe conseguenze su tutto il sistema economico-sociale dei paesi avanzati.

Il “salto di qualità” avvenne negli Stati Uniti, dove l’ingegnere Taylor elaborò un metodo, che ricevette il nome di “taylorismo”, per razionalizzare l’organizzazione del lavoro degli operai nella fabbrica, con l’affidamento a ciascuno dell’esecuzione d’operazioni semplici scientificamente misurate, e dove l’imprenditore Ford, applicando questa teoria di Taylor, introdusse la catena di montaggio nella sua fabbrica automobilistica, producendo lo stesso numero di auto ma con un tempo dimezzato rispetto a prima.

Inoltre, la diffusione delle linee telegrafiche e telefoniche contribuì a mutare in senso profondo il senso delle distanze.

La scoperta delle onde elettromagnetiche di Maxwell ed Hertz, permise a Marconi di inventare la trasmissione via etere attraverso la radio.

Si costruirono anche le prime flotte aeree.

Il rapido sviluppo dell’industria pesante richiese l’investimento d’ingenti capitali e portò al concentrarsi della produzione in gruppi ristretti d’imprenditori.

Attraverso le grandi concentrazioni di capitali (trusts, sectiunelli, holdings[1]), gruppi di capitalisti riuscivano (come oggi) a porre sotto il proprio controllo una parte notevole della produzione nei settori di rispettiva competenza, a discapito della concorrenza e dunque dei consumatori.

In Germania, per esempio, il sectiunello del carbone della Ruhr controllava fra l’80 ed il 90% della produzione.

Negli Stati Uniti i primi trust (Standard Oil di Rockfeller, Siemens, Krupp) si svilupparono negli anni 70 e divennero presto così potenti da suscitare un’opposizione che sfociò in leggi “anti-trust” (Sherman Act 1890) le quali però vennero aggirate tramite il golping specialmente in Italia (SIP- FIAT-EDISON).

La Seconda Rivoluzione Industriale portò anche altri fattori quali l’urbanizzazione, la crescita demografica e l’emigrazione.

Nella prima fase della rivoluzione la famiglia continuava ad avere un ruolo fondamentale nella produzione di beni e servizi.

L’urbanizzazione e l’affollamento delle città a discapito delle camne, rese gradualmente impossibili le attività domestiche finalizzate all’autoconsumo; inoltre, lo stimolo a svolgere queste attività venne notevolmente attenuato dall’estensione dei redditi relativamente stabili provenienti dall’industria, dall’abbassamento del costo dei prodotti fatti a macchina.

La popolazione intanto cresceva a ritmo elevatissimo. Si stima, infatti, che la popolazione europea sia passata da 266 milioni di abitanti nel 1850 a 401 milioni nel 1900 e 468 milioni nel 1913.

A questo incremento velocissimo fece almeno parzialmente da valvola di sicurezza l’ondata di massiccia emigrazione verso i paesi dove il lavoro era più abbondante. Il flusso era diretto prevalentemente verso gli Stati Uniti, l’Argentina e poi successivamente in Australia.

La partenza di individui in prevalenza giovani e dei maschi squilibrò la struttura sociali di intere regioni, provocando l’abbandono delle camne, il rallentamento della crescita demografica, l’introduzione di un’economia in gran parte basata sulle rimesse degli emigrati o sui vecchi pensionati.

Nei paesi d’immigrazioni le conseguenze furono sociali, economiche e culturali: abbondanza di giovani e di maschi, importazioni di pratiche politiche, religiose e culturali che si scontravano con quelle esistenti, importazione di fenomeni quali la criminalità e la mafia.

L’altra faccia del progresso e del processo d’industrializzazione è costituita dall’imperialismo e dalle cattive condizioni nelle quali versava il lavoratore.

Con l’imperialismo ebbe inizio una corsa sfrenata all’accaparramento delle terre africane ed asiatiche rimaste immuni alla penetrazione europea.

Tutto ciò poiché si tentò di arrestare il calo dei profitti causati dalla saturazione del mercato, con l’affannosa ricerca di nuovi campi d’investimento.

Tornando alla condizione del lavoratore, con i metodi tayloristici, l’operaio di mestiere diventò una ura di minoranza e crebbe il numero degli operai generici.

Nacquero sul piano dell’organizzazione sociale e politica, le associazioni che rappresentavano gli interessi operai: i sindacati. In una prima fase, essi erano dominati dalle aristocrazie degli operai di mestiere e si muovevano ispirandosi ad ideali forti.

Poi i sindacati estesero la propria influenza, acquistando un riconoscimento istituzionale e cercarono di ottenere salari migliori e migliori condizioni di lavoro.

I sindacati e le associazioni degli operai erano legate alle ideologie marxiste, ma in alcuni casi c’erano delle differenze d’opinione che variavano da paese a paese, oppure da unione ad unione anche all’interno della stessa nazione.

I leaders più ascoltati erano il francese Proudhon e il tedesco Lassalle. Proudhon era avverso alla conquista del potere da parte del proletariato auspicata da Marx, ed era anche avverso all’organizzazione accentrata dello Stato, favorevole alla costituzione di piccole comunità agricole destinate a legarsi fra loro in federazione.

Lassalle era contrario alla dittatura del proletariato, ed incitava i tedeschi alla lotta per il suffragio universale, così da costringere lo Stato a creare nuove fabbriche gestite direttamente dagli operai.

Così in Inghilterra nacque nel 1883 la Fabian Society, un movimento formato da un gruppo d’intellettuali con programma socialistico (abolizione della proprietà privata, trasferimento alla collettività della gestione industriale) da attuarsi con metodi pacifici.

In Germania Lassalle fondò nel 1863 il Partito Socialdemocratico tedesco, mentre in Francia un partito marxista si creò solo nel 1880.

In Italia, per mancanza di operai, il marxismo trovò difficoltà ad affermarsi, mentre prevaleva, specialmente al sud, il pensiero anarchico di Bakunin.

Lo stesso anarchismo baukuniniano fu la causa della rottura della Prima Internazionale nel 1876, cioè la fine di un’associazione voluta per iniziativa dello stesso Marx fra i vari partiti socialisti dell’Europa.

Ci fu poi una Seconda Internazionale (1889-l914) che si concluse con l’avvento del primo conflitto mondiale, e poi Stalin dopo la rivoluzione russa ne creò una Terza.

Accanto a queste linee di pensiero, comunque sempre a sfondo marxista, come già detto, l’ottocento fu influenzato dall’ideologia positivista sospinta dalle Rivoluzione Industriali.

Il teorico del positivismo fu il francese Comte.

Il termine “positivo” già era stato usato da Saint-Simon, per indicare una filosofia capace di adeguarsi al nuovo periodo “organico” succedutosi a quello “critico”.

Il Positivismo è caratterizzato da un’esaltazione della scienza.

Siamo dunque dinanzi alla prima risposta verso il progresso, il Positivismo s’instaura nell’ambito filosofico come filosofia del progresso.

Le tesi generali sono:

·         La scienza è l’unica conoscenza possibile ed il metodo della scienza è l’unico valido

·         La metafisica è priva di ogni valore

·         La filosofia positiva ha come compito l’enunciare i principi comuni alle varie scienze

·         Il metodo della scienza è esteso a tutti i campi, compreso l’uomo e la società

·         Il progresso della scienza sta alla base del progresso umano

·         Concezione laica della cultura

·         La tendenza a considerare i fatti empirici come base ultima di ogni autentica conoscenza

Tutto ciò a seguito, come già detto, del decollo del sistema industriale che si traduce in un forte ottimismo soprattutto nelle classi dirigenti e capitalistiche, ma anche nelle classi popolari, e porta ad un vero e proprio culto per il pensiero scientifico e tecnico esaltando lo scienziato.

Osservando le cause appare evidente il debito che il Positivismo ha verso l’Illuminismo, ma anche verso l’Idealismo romantico.

Comte è il fondatore del Positivismo, e nasce in Francia a Montpelier nel 1798, da famiglia modesta di stretta osservanza cattolica.

A soli sedici anni vinse il concorso per entrare nell’Ecole Polytechnique, riuscendo a collocarsi fra i primi classificati.

Con la chiusura dell’Ecole si procurò da vivere con lezioni private di matematica (disciplina nella quale era bravissimo).

Nel 1818 incontrò Saint-Simon, restandone affascinato, ma nel 1824 fra i due sorse una profonda incomprensione che sfocerà in rottura.

Seguirono alcuni anni molto tristi nei quali comincerà a manifestarsi in Comte una grave malattia mentale e nel 1827 tentò senza “successo” di suicidarsi nella Senna.

Nel 1832 venne nominato “ripetitore” e cinque anni dopo “esaminatore” a l’Ecole.

Il periodo che va dal 1830 al ’42 è da considerarsi molto fecondo ed in questi anni pubblica in sei volumi la sua opera più importante: Cours de philosophie positive.



Nel 1844 fu sollevato dal suo incarico all’Ecole e fino al ’46 si ebbe il suo trapasso ad una fase filosofico-mistica, considerando il positivismo come una vera e propria religione di cui si considerò il supremo sacerdote.

Morì nel settembre 1857.

Per Comte il compito della filosofia è di capire e guidare la civiltà nella quale viviamo, ed a tal fine di capire anzitutto il significato delle scienze, di cogliere la linea del loro sviluppo, d’incrementarne le possibilità, di colmarne le deficienze. Poiché il presupposto ultimo di questa concezione, e cioè che la nostra civiltà sia essenzialmente caratterizzata dal sapere scientifico, proviene senza dubbio dall’ambiente dell’Ecole Polytechnique.

Le tesi generali sono che:

·         la scienza non costituisce un fenomeno individuale ma collettivo (sociale), cioè un grande edificio a cui ogni generazione di scienziati reca dei propri contributi senza mai poter ritenere di aver portato completamente a termine il lavoro

·         la scoperta di certe regolarità ha fatto sorgere in noi la nozione di legge

·         il valore pratico delle conoscenze scientifiche. Cioè la scienza deve prevedere il coso dei fenomeni per porci nella condizione di intervenire efficacemente su di essi.

Per Comte se finora non si sono risolti i problemi sociali è perché gli studi sui fenomeni umani sono rimasti ad un livello prescientifico. L’estensione della scienza anche a questo campo di fenomeni costituisce la condizione necessaria e sufficiente per la realizzazione di un autentico imperituro progresso.

Le conclusioni della sociologia sono in realtà la chiave per capire il significato profondo di ogni singola scienza: esse non hanno il valore di semplici risultati scientifici particolari, ma di autentiche conquiste filosofiche.

La base da cui partire è l’evitare che il sapere scientifico si separi in un numero sempre maggiori di rami fra loro indipendenti e che nel contempo riconoscano l’autonomia di alcune scienze fondamentali, irriducibili alla matematica.

Ma la scoperta più importante della sociologia scientifica è la legge dei tre stadi.

Essa afferma che l’umanità si evolve, in ciascun campo delle proprie attività, passando attraverso tre fasi: lo stadio teologico, quello metafisico e quello scientifico.

·         Stadio teologico: gli uomini sono completamente dominati dalla fantasia, e perciò ricorrono ad essa per escogitare una qualche concezione unitaria del mondo in cui vivono. Non sono in grado di spiegare alcun fenomeno se non facendo appello ad esseri fantastici, soprannaturali. Questo atteggiamento, per quanto rozzo ed ingenuo, è estremamente importante poiché segna l’inizio del processo conoscitivo e gli uomini uscendo dalla propria stupidità si trasformano da passivi in attivi. A Comte è stato accusato il fatto di aver dimenticato che le prime religioni nacquero sotto un impulso prevalentemente emotivo, ma Comte non vuole studiare l’inizio della religione ma l’inizio del sapere conoscitivo che condusse l’umanità al sapere scientifico.

·         Stadio metafisico: alla fantasia si sostituisce la ragione riflessa, alla religione la metafisica. Per rendersi conto di ogni singolo fenomeno l’uomo ricorre ad una forza occulta che ne sarebbe la causa: inventa quindi la forza vitale, la forza motrice, la forza chimica, ecc. Queste però, essendo entità puramente concettuali, sfuggono di necessità a qualsiasi controllo empirico e forniscono quindi spiegazioni puramente verbali.

·         Stadio scientifico: l’umanità riesce, finalmente, a compiere il passo conclusivo della sua evoluzione e costruisce un sapere basato sull’esperienza. Egli ammette cioè che qualsiasi conoscenza, per risultare vera, deve essere interamente fondata sull’esperienza. Il presunto dato è, infatti, null’altro che un’astrazione, ottenuta da un’analisi artificiale dell’esperienza. Le nostre conoscenze sono sempre “sintesi soggettive”, e perciò legate al particolare stato di civiltà degli uomini che le elaborano. Il carattere specifico delle conoscenze specifiche è in primo luogo che le loro sintesi sono elaborate con la ragione anziché con la fantasia, cioè si articolano in sistemi logicamente coerenti, in secondo luogo che questi sistemi risultano in ogni caso controllabili entro l’esperienza.

Comte ne conclude che ogni disciplina, se vuole assumere un effettivo carattere scientifico, dovrà innanzi tutto respingere da sé qualsiasi pretesa indagine sulle cause o sulle essenze dei fenomeni. Essa dovrà limitarsi nel modo più scrupoloso, a cercarne le leggi: quelle mediante cui i rapporti fenomenici particolari vengono inseriti in rapporti generali. Dovrà infine respingere con la massima decisione qualsiasi riferimento all’assoluto, dato che l’assoluto trascende per definizione il mondo dell’esperienza: una scienza fondata sull’esperienza è una scienza del relativo.

Inoltre, come già accennato, Comte sente l’esigenza organizzatrice del sapere che si esprime nella classificazione delle scienze. Egli ritenne che nessuna attività può riuscire veramente efficace se non viene organizzata nell’ordine e nell’unità; di qui l’esigenza di riorganizzare unitariamente la società che è stata disgregata dal processo secolare iniziatosi con la riforma e conclusosi con la rivoluzione francese; di qui ancora l’esigenza di riorganizzare la ricerca scientifica che si sta disgregando per effetto della specializzazione.

Comte non nega il valore della specializzazione, ma ritiene che si possa e si debba trovare una nuova, più solida unità.

D’altra parte, i progressi anche metodologici delle singole discipline sgretolano la vecchia illusione di ottenere l’unità delle scienze col subordinarle tutte, e per intero alla matematica; occorrerà dunque procedere ad una riorganizzazione del sapere che, per un lato, rispetti l’autonomia dei suoi settori fondamentali.

Una classificazione che però non è eseguita a priori in base ad un presunto ordine gerarchico che dovrebbe sussistere fra le facoltà umane, ma in base all’esame oggettivo dei metodi e delle strutture delle scienze.

Comte ammette che le scienze fondamentali siano sei e le classifica presupponendo un’enciclopedia delle scienze; esse sono: matematica, astronomia, fisica, chimica, biologia, sociologia.

Egli afferma anche che quanto più il contenuto di una scienza è semplice, tanto più acquista preponderanza in essa il metodo deduttivo; quanto più è complesso tanto più acquista preponderanza quello induttivo.

Merita di venire segnalato che nell’enciclopedia non trovano alcun posto né la logica né la psicologia.

Quanto all’esclusione della logica, essa può venir spiegata tenendo presente che Comte esclude per principio l’esistenza di regole astratte, stabilite una volta per sempre, vincolanti ogni dimostrazione.

Per ciò che riguarda l’esclusione della psicologia, bisogna osservare che essa è più apparente che non reale. Comte infatti non si oppone allo studio scientifico dei fenomeni psichici; ritiene però che, se si tratta di fenomeni psichici individuali, tale studio debba rientrare per intero nell’ambito della fisiologia. Se invece si tratta di fenomeni psichici collettivi, Comte ritiene che essi vadano esaminati in stretto riferimento all’ambiente in cui l’uomo cresce e si sviluppa.

In conclusione: mentre la psicologia individuale può venire considerata come un modulo della biologia (la fisiologia per l’appunto), la psicologia collettiva costituirà un modulo della sociologia.

A questo punto si può ricollegare la classificazione delle scienze alla legge dei tre stadi.

La tesi di Comte è che ognuna delle sei scienze fondamentali risulta sottoposta, come accade per tutte le altre attività umane, ad un’evoluzione graduale dallo stadio teologico a quello scientifico, passando naturalmente per quello metafisico.

Per esempio l’astrologia, la magia e l’alchimia costituirebbero i primi tre stadi delle scienze che oggi portano il nome di astronomia, fisica e chimica.

L’evoluzione delle varie scienze non si attua in un fenomeno unico, ma in tempi assolutamente distinti fra una scienza e l’altra.

Quanto più una scienza è semplice, con tanta maggiore rapidità essa percorrerà i tre stadi; per esempio la matematica è stata la prima a raggiungere lo stadio scientifico da oltre un millennio.

Soltanto l’ultima scienza fondamentale, la sociologia, non aveva ancora attuato interamente la propria soluzione fino all’epoca di Comte. Egli pensava che il compito più importante della filosofia positivista era proprio quella di accelerare questo trapasso, facendo finalmente raggiungere anche alla sociologia lo stato positivo.

Una volta costituita la scienza, la sociologia sarà in grado non solo di determinare le leggi generalissime dei fenomeni sociali, ma anche d’illuminare con esse (soprattutto con la legge dei tre stadi) lo sviluppo e la struttura di tutte le altre scienze.

Tornando un attimo a ritroso, Comte costituisce questa classificazione delle scienze come una sorta di enciclopedia per tentare di unificare una scienza che si stava “specializzando” in varie branchie, distinguendo solo 6 scienze fondamentali di cui la matematica era la base su cui tutte poggiavano.

L’enciclopedia è qualcosa che non e per la prima volta nella storia, ma già nell’Illuminismo per esempio, a cui come già detto il Positivismo deve molto, Diderot e D’Alambert avevano pubblicato questa enorme opera che doveva contenere tutto lo scibile fino ad allora conosciuto.

Con un collegamento un po’ ardito anche ai tempi della antica Roma c’è stato chi ha pensato un’opera di questa portata: costui e Plinio il Vecchio.

Plinio nacque nel 23 d.C. a Como e compose la sua opera “Naturalis historia” tra il 77 e 78 d.C. Morì il 24 Agosto del 79 per essersi avvicinato troppo al Vesuvio in eruzione, senza però prima scrivere una grandiosa descrizione dell’evento.

Nel periodo vissuto da Plinio anche a Roma ci fu l’emergere di ceti professionali e specifici (medici, esperti in acquedotti e reti fognarie, amministratori, ecc.) che allargarono i rami della conoscenza. Da qui il bisogno di divulgazione di sapere scientifico che Plinio tradusse in 37 libri della sua enciclopedia.

A differenza di quella auspicata da Comte, questa serviva solamente per divulgazione ma alla base c’era la profonda convinzione che la natura fosse un tutt’uno organico senza discontinuità, permettendo così a Plinio di passare indisturbato da un punto all’altro dei fenomeni da considerare.

La “Naturalis historia” era così suddivisa: Cosmologia e geografia fisica; Geografia; Antropologia; Zoologia; Botanica; Medicina; Metallurgia e mineralogia (con excursus sulla storia dell’arte).

Oggi Plinio per noi rimane un documento d’inestimabile valore per lo studio dell’arte antica, della scienza allora conosciuta, del folklore e della religione.

Dopo questo breve passo indietro, ritorniamo ad analizzare il pensiero di Comte e specialmente la sociologia.

Per Comte bisogna utilizzare solo la metodologia delle scienze specialmente nei riguardi della biologia, che pur avendo raggiunto lo stadio scientifico, risulta essere ancora frenata da residui metafisici (soprattutto per la nozione di “vita”).

Comte afferma che nelle indagini biologiche non può venir applicato il vero metodo sperimentale per la complessità degli oggetti studiati. Ma ciò non significa che la biologia debba accontentarsi della semplice osservazione: bisogna fare un esame accurato degli stati patologici per riferirsi poi a quelli normali.

Oppure applicare il metodo della “azione”, cioè riuscire a mettere in evidenza casi analoghi comuni a tutti.

Facendo sistematico riferimento a questi due metodi, la biologia può riuscire a liberarsi dei residui metafisici.

Questa situazione della scienza biologica è simile a quella sociologica, la quale per l’appunto non era ancora entrata nello stadio positivo.

Comte concepisce la sociologia come la scienza dei fenomeni sociali e dei rapporti umani e deve essere liberata da ogni implicazione di carattere metafisico.

I metodi che Comte ritiene validi per lo scopo voluto sono tre, dei quali i primi due sono gli stessi di quelli applicati per la biologia.

·         Lo studio dei fenomeni patologici consiste nell’accurato esame di ciò che accade in una società quando essa subisce profonde alterazioni o mutazioni.

·         Il metodo ativo si basa sul raffronto sistematico sia tra la società umana e le cosiddette società “inferiori” o animali, sia soprattutto tra le società constituitesi presso le diverse popolazioni umane vissute indipendentemente l’una dall’altra.

·         Il terzo metodo, specifico della sociologia, è quello storico-genetico, che studia le strutture sociali nel loro stesso venir determinate dal comportamento umano.

Il fatto che la sociologia si trovi all’apice della gerarchia enciclopedica, per un lato la rende debitrice verso tutte le altre scienze, per l’altro però le assegna un’effettiva preminenza su di esse.

La sociologia secondo Comte deve suddividersi in due branche fondamentali analoghe a quelle in cui si suddivide la meccanica: statica sociale e dinamica sociale.

·         Statica sociale: ha il compito di esaminare col massimo rigore metodologico i nessi che la collegano, in ogni singola epoca della storia umana, le idee, i costumi e le istituzioni civili dei popoli. Questa prende in considerazione a tre argomenti importanti:

·         l’istinto altruistico posto come base dell’etica

·         l’istinto della famiglia, posto a base delle istituzioni sociali

·         coscienza del dovere

·         Dinamica sociale: ha il compito di studiare l’evoluzione dell’umanità, dimostrando che questa è regolata nelle sue linee generali dalla legge dei tre stadi.

Entro la lunga trattazione della dinamica sociale risultano di speciale interesse le osservazioni di Comte sul formarsi del terzo stadio, che tendono a presentarlo come la fase industriale della società, in cui le forze produttrici prendono il sopravvento su tutte le altre e finiscono per determinare una ripartizione veramente razionale al potere.

E’ chiaro che quest’analisi rifletta le aspirazioni della più avanzata borghesia francese post-rivoluzionaria, in quanto la fiducia nel progresso rappresentò uno stimolo di primaria importanza in quanti si trovavano a contestare le aspirazioni reazionarie delle vecchie classi dirigenti.

Per Comte ogni società si regge sopra una determinata concezione dei rapporti umani; per trasformare le istituzioni di un popolo occorre anzitutto mutare tale concezione.

La conoscenza della legge dei tre stadi per un lato ci permetterebbe di smascherare le illusioni di coloro che credono di poter trasformare di colpo le vecchie strutture con un puro sforzo di volontà, per l’altro ci fornirebbe i mezzi scientifici onde instaurare sul serio un ordine nuovo atto a realizzare la pace e la giustizia. Si tratta di dimostrare che il progresso è possibile purché il compito sia affidato a dei competenti.

Comte afferma però che il problema sociale è tale che non può essere risolto immediatamente, ma che occorre risolvere prima altri problemi di ordine teorico e che la nuova organizzazione sociale deve posare su basi scientifiche e deve soddisfare due esigenze fondamentali del cammino dell’umanità: quelle dell’ordine e del progresso.

Le soluzioni alle crisi debbono essere demandate alla scienza che è previsione donde azione.

Egli ritiene che ormai sia possibile studiare la società con l’aiuto del metodo positivo per cui si cessa di ricercare le cause dei fenomeni e se ne ricercano invece le leggi.

L’età presente dimostra, secondo Comte, che il tipo di società teologico militare era ormai in disfacimento e deve essere sostituito da una società positiva.

La fiducia nella sociologia positiva deve scaturire dalla presa di coscienza dello stato di irrimediabile anarchia in cui si trova la società a lui contemporanea. Anarchia derivata da un lungo processo storico che ha portato al deterioramento delle organizzazioni sociali conseguite allo stadio teologico.

Non c’è dubbio che lo sviluppo delle scienze, dell’industria e delle arti sia stata la causa principale della crisi dello spirito teologico, ma la politica teologica non può opporsi a questo sviluppo perché non può impedire il cammino della storia ed il progresso dell’uomo.

Il pensiero metafisico, stadio successivo a quello teologico, per Comte non è che una tappa necessaria al cammino dell’intelligenza umana, un momento che lega la distruzione dell’antico ordine (teologico) e l’affermazione del nuovo (positivo).

Comunque spirito teologico e metafisico presentano la comune caratteristica di possedere un metodo fondato più sull’immaginazione che sull’osservazione ed una dottrina volta esclusivamente alla ricerca di nozioni assolute. Tipico dello spirito positivo è invece la relativizzazione delle conoscenze, a discapito dell’immaginazione, fatto queste presente nell’utilitarismo inglese e ferocemente contestato da Dickens, come poi vedremo in seguito.

Il passaggio dall’assoluto al relativo è una dei più importanti risultati a cui è giunto il pensiero scientifico ed è da attribuirsi al passaggio dallo studio delle cause, necessariamente assoluto, allo studio delle leggi dei fenomeni.

Le nozioni di ordine e progresso, citate prima, sono essenziali per Comte, e sono gli strumenti che permettono di analizzare la società: ”Nessun ordine reale può essere stabilito, né soprattutto durare, se non è pienamente compatibile con il progresso; nessun grande progresso può effettivamente essere raggiunto, se non tende alla fine ad un evidente consolidamento dell’ordine”.

Attraverso lo studio di ordine e progresso, cioè della statica e dinamica sociale, il pensiero positivo ricostruirà l’ordine e provocherà la fine dell’anarchia. Questo processo per Comte era già in atto ma egli lo ha reso noto.

Una volta che sarà ricostituito l’ordine attorno all’idea centrale, il consenso generato permetterà di dirigere le ricerche verso un sempre maggior sfruttamento delle risorse naturali ed un aumento costante della ricchezza. Questa prospettiva si colloca all’interno del riassestamento dei rapporti sociali creati dalla società industriale che è la realizzazione che si accomna al sapere positivo: “ L’industria moderna tende evidentemente ad espandere continuamente le sue imprese, ogni estensione raggiunta determina subito la nascita di una superiore. Ora questa tendenza naturale, lungi dall’essere sfavorevole ai proletari, è la sola che permetterà la sistemazione della vita materiale quando sarà regolata da un’autorità morale”.

Un’autorità morale deve regolare i rapporti fra gli uomini ed imporre i principi dell’ordine universale. Gli interessi fra imprenditori e lavoratori dovranno convergere e questo impedirà l’aggravarsi di crisi e di nuove guerre.

Per molti critici Comte è qui caduto nell’errore di credere che nella società industriale era un fattore determinante per la società un’acquisizione intellettuale, quale quella del metodo di analisi positiva, piuttosto che la contraddizione creata nel conflitto capitale-lavoro.




Nell’ultima fase del suo pensiero, Comte si interroga non tanto sul fatto se Dio esista, cosa che reputa poco seria, quanto più che altro sul comprendere i motivi per cui gli uomini preistorici popolarono il mondo di dei, oppure i motivi che indussero a sostituire il monoteismo al politeismo.

Insomma per Comte il problema di Dio apparteneva al passato, col procedere attraverso gli stadi l’umanità si è definitivamente liberata di esso.

Ciò porta Comte ad uno sviluppo mistico del suo pensiero: l’esaltazione entusiastica della scienza, la predicazione dell’altruismo, la fede assoluta nel progresso dell’umanità.

La vera novità che caratterizza questa fase di pensiero comtiano è la decisa affermazione della superiorità del sentimento nei confronti della conoscenza e dell’azione. Da ciò egli arriva alla conclusione che l’etica è assolutamente irriducibile alla sociologia, anzi deve essere la settima scienza fondamentale e porsi all’apice.

Essa avrebbe il compito di portare alla luce, attraverso lo studio dei sentimenti, ciò che ci è di più profondo ed essenziale nella natura umana. Anche l’arte scaturisce dal sentimento.

Comte ora predica per la “religione dell’umanità”, culto da praticarsi attraverso apposite cerimonie sotto la guida di una corporazione di sacerdoti.

L’elevazione dell’umanità ad oggetto di culto impedisce che il sentimento religioso s’indirizzi verso un presunto essere sovrumano e la strutturazione del culto impedisce che la vita sentimentale cada in preda ad un’anarchia individualistica.

Inoltre Comte si rese protagonista di un’azione alquanto bizzarra e ridicola, cioè di costituire un calendario positivista (1849) in cui ogni giorno non fosse dedicato ad un santo, ma ad un “eroe dell’umanità” (scienziato, legislatore, ecc.).

Questo progetto più che altro tendeva a diffondere fra la massa ad onorare i costruttori della nostra civiltà.

Abbiamo accennato precedentemente che Comte badava più ai fatti e ritenendo l’immaginazione appartenente allo stadio meno evoluto della teologia e della metafisica. Contro questo concetto si scagliò ferocemente, non senza ironia, lo scrittore inglese Dickens.

In Inghilterra infatti sono nati i primi veri e propri antagonisti del progresso, forse perché l’Inghilterra, patria delle Rivoluzioni Industriali, aveva già finito antecedentemente all’Europa il suo corso per così dire positivistico.

Esaminiamo però prima la situazione inglese durante il suo periodo Vittoriano.

Alla morte del re William IV, subentrò la regina Vittoria nel 1837 che avrebbe regnato fino al 1901. Durante questo periodo ci fu un grande progresso economico, scientifico e materiale, ed anche la grande espansione coloniale che va sotto il nome di Gingoismo. Nel 1851 ci fu la Grande Esibizione al Crystal Palace, dove prodotti e macchinari di tutto l’impero inglese vennero esposti, onde simboleggiare il progresso degli ultimi decenni.

Durante questo periodo sorse anche la Fabian Society, della cui formazione abbiamo già parlato nell’introduzione storica. Si andò incrementando anche il “Woman’s Social and Political Union” per l’emancipazione femminile e contro lo sfruttamento lavorativo femminile, richiedendo anche il diritto al voto per le donne che si ebbe nel 1928.

Tra i provvedimenti più importanti intrapresi nell’età vittoriana sono da ricordare i seguenti atti:

·         abolizione della tassa sul grano

·         Ten Hours Act (1847), riduzione a 10 ore dell’orario lavorativo

·         Elementary Education Act (1870)

·         Balloct Act (1872), il voto elettorale divenne segreto

·         Public Health Act (1874), promozione della salute pubblica

Dal punto di vista economico il progresso si esplica in Inghilterra con il potenziamento dell’agricoltura, nell’espansione dei commerci e nella crescita vertiginosa dei processi di produzione grazie all’applicazione di nuovi macchinari.

Le comunicazioni si intensificarono, grazie anche alla prima linea metropolitana che venne inaugurata a Londra nel 1863.

Le città erano divise in due, la parte centrale, quella dei ricchi, aveva le innovazioni del gas, della luce, dei marciapiedi, dei parchi e dei primi stadi col potenziamento dello sport dovuto alla sua introduzione anche nelle scuole per formare lo spirito di lealtà.

Dall’altra parte, in periferia, i poveri vivevano in condizioni disastrate, ammassati in case piccole e strette, in un ambiente sporco, confusionario e maleodorante.

Tutto ciò rispecchia l’ambiguità presente nella società vittoriana dominata da un senso di strettezza morale e di diligenza alla quale si opporranno in seguito gli esteti.

Anche dal punto di vista ideologico in Inghilterra c’è una sorta di ambiguità, perché se da un lato infatti permane un certo senso del positivismo sociale in Comte nelle ure di Bentham e Mill, oppure nel positivismo evoluzionistico di Spencer o nelle tesi di Maculay; dall’altro lato sfocia la dura protesta antiprogressista di Carlyle e Ruskin.

Carlyle è fra i primi ad opporsi al mito del progresso tecnologico, rivendicando il culto del lavoro quale manifestazione della forza che anima l’energia dell’universo. Contrario alla democrazia, nelle sue opere, esalta l’eroe individuale (profeta, re, poeta), vero artefice della storia, mandato sulla terra dalla Provvidenza. La storia viene dunque ad essere una successione di eroi e non di eventi o date.

Così anche Ruskin contrasta l’utilitarismo inglese perché lo ritiene la vera causa della degradazione umana, risolvibile solo con l’arte. Per Ruskin, ispiratore dell’estetismo letterario, è necessari rendere più umana la terribile scienza dell’economia politica, al fine di assassinare il mostro dell’industrialismo.

Charles Dickens riprende sicuramente i temi di Carlyle e Ruskin.

Dickens nacque nel 1812 a Portsmouth ed ebbe un’infanzia infelice poiché il padre andò in prigione e dovette dunque lavorare sin da giovanissimo per poter vivere. Scrisse per alcuni giornali col soprannome “Boz” ed ogni momento chiave della sua vita è immortalato da un libro. Morì nel 1870.

I suoi scritti rientrano nel genere umanitario del romanzo. Londra fa da sfondo a quasi tutte le sue opere ed analizza di essa soprattutto la classe media, senza mai però diventare uno scrittore rivoluzionario verso la sua società.

Usa colori molto suggestivi per descrivere le periferie di Londra.

Dickens è caratterizzato da una fervente immaginazione e sviluppa tantissimi personaggi diversissimi nelle sue opere, senza mai però approfondire il carattere psicologico di ognuno poiché riteneva che bastasse l’apparenza fisica a giustificare il carattere di una persona (ad esempio Mr.Gradgrind in “Hard Times”).

Lo scopo di Dickens è comunque didattico, cioè far notare alle classi ricche le condizioni in cui versavano le classi povere nelle periferie londinesi. Particolare è anche la scelta di fare dei bambini i portavoce morali delle sue opere.

Di queste ricordiamo: Oliver Twist, David Copperfield, A Tale of Two Cities, Hard Times, Great Expectations.

 L’opera anti-utilitaristica e antiprogressista è senza dubbio “Hard Times”, emblematica infatti è la sua dedica a Carlyle. Il libro è diviso in tre sezioni che richiamano il vecchio mondo contadino (semina, raccolto, ammasso), non senza qualche nostalgia.

Ambientato nella cittadina ideale di Coketown, il romanzo è un feroce attacco al materialismo imperante in quel periodo.

La storia parla di Mr.Gradgrind (letteralmente oppressore delle qualità), che educa sulla base di fatti e statistiche i suoi due li Louisa e Tom, reprimendo la loro immaginazione ed i loro sentimenti. Louisa accetta di sposare Josiah Bounderby, ricco bancario della città, solo per trovare un lavoro al fratello. Tom, invece, è svogliato e finisce per derubare lo stesso Bounderby, dovendo così lasciare per forza la città.

Coketown è rappresentata in modo monotono, dove anche le persone si confondono fra le grandi ciminiere ed il colore nerastro dei mattoni della città, che in precedenza erano rossi.

Mr. Gradgrind è il bersaglio principale contro cui si scaglia Dickens, anche con ironia e forse ingigantendo la questione. Infatti Gradgrind segue solo ed unicamente fatti e fatti e statistiche e fatti ancora, sopprimendo l’immaginazione, la creatività e le qualità personali. Un Comte esasperato al massimo livello.

Ma ciò ci fa rendere conto di quale sia la concezione di Dickens che forse scrive questo libro come avvertimento, sembra, infatti, quasi voler dire: ”Guardate come potremmo diventare seguendo il materialismo”.

Ancora una volte il portavoce del suo pensiero è un bambino, o meglio una bambina Sissy Jupe. Questa è ancora legata ad antichi valori quali la famiglia ed il suo ambiente natio, il circo. Entrata però nelle grinfie di Gradgrind, il quale disprezza il circo in quanto non corrisponde a nessun fatto, è costretta a cercare di perdere la propria immaginazione ed i propri affetti nel nome di qualcosa che lei non riesce nemmeno a capire.Esempi sono additabili alle ine 13-l4-30-32-62-65-68-74 del suddetto libro

In arte nell’Ottocento si assiste ad un grande sviluppo tecnologico soprattutto per quanto riguarda l’entrata in produzione di ghise, acciaio e vetro e del ferro, grazie anche al nuovo utilizzo del carbon coke, più calorifico, nella siderurgia.

Nasce così l’architettura del ferro e la produzione in serie che permette di realizzare in breve tempo immensi complessi anche smontabili, come ad esempio il Crystal Palace nel 1851, oppure la stessa Torre Eiffel (1889). Si va sempre di più affermando dunque la ura dell’ingegnere.

Inoltre gli studi e gli esperimenti ottici dell’epoca, primi fra tutti quelli di Chevreul e Maxwell, sono alla base delle nuove teorie di proazione della luce e sulla percezione dei colori, mentre l’invenzione della fotografia e le prime ricerche sulla cinematografia costringono gli artisti a rivedere il proprio ruolo di fronte alla rappresentazione della realtà.

La pittura, infatti, causa la fotografia, venne meno a l’obbligo di riprodurre la realtà, e doveva partire invece là dove la fotografia si fermava, dunque testimoniando impressioni e stati d'animo che anche un perfettissimo obiettivo di una fotocamera non avrebbe comunque mai potuto percepire.

Gli impressionisti con la loro pittura si fecero portavoce di questo movimento.

L’Impressionismo è nato a Parigi nel secondo Ottocento, ma non è organizzato né preordinato, né racchiuso in qualche manifesto, è più che altro un movimento dove giovani artisti aventi in comune una gran voglia di fare si riunivano presso il Cafè Guerbois al numero 11 di Grand Rue des Batignolles.

Gli impressionisti risentirono dell’innovazione della fotografia, sfuggendo da essa rappresentando gli stati d’animo e le sensazioni provavano vedendo qualcosa.

Infatti per gli impressionisti tutto ciò che percepiamo attraverso gli occhi continua al di là del nostro campo visivo.

Da qui l’assenza della prospettica geometrica nei loro dipinti, prospettiva che non serviva più poiché per questo c’era la fotocamera o “macchina della prospettiva”.

Ciò che dunque più conta è l’impressione che un determinato stimolo esterno suscita nell’artista il quale, partendo dalle proprie sensazioni, opera una sintesi sistematicamente tesa ad eliminare il superfluo per cogliere la sostanza delle cose e delle situazioni. Per un pittore impressionista un grappolo d’uva non avrà mai lo stesso numero di acini in due dipinti successivi, oppure uno specchio d’acqua dipinto ogni 10 minuti non avrà mai lo stesso aspetto causa la diversità di riflessi provocati dalla luce.

E’ infatti la luce che determina in noi la percezione dei vari colori e l’esperienza quotidiana ci insegna che ogni colore ci appare più o meno scuro in relazione alla quantità di luce che lo colpisce.

La pittura impressionista, abolendo i contrasti forti chiaroscurali e giustapponendo i colori puri, vuol darci conto di quest’estrema variabilità dei colori cercando di cogliere l’attimo fuggente, le sensazioni di un istante.

Le pennellate non saranno dunque fluide, ma costituite da rapidi tocchi virgolati con l’esclusione del bianco e del nero dalla gamma dei colori.

Inoltre gli impressionisti dipingevano en plain air, rifiutavano perciò gli ateliers e la pittura accademica.

Il dipingere en plain air fu favorito anche dai progressi della chimica che aveva reso disponibile i primi colori ad olio nei tubetti. Dunque anche gli Impressionisti, che sembravano voler sfuggire al progresso, hanno un debito nei confronti dello stesso.

Se volessimo dare una data precisa d’inizio al movimento questa sarebbe il 15 aprile 1874, quando alcuni giovani artisti (Monet, Degas, Cezanne, Pisarro, Renoir), decisero di organizzare una mostra dei loro lavori, dopo che essi erano stati rifiutati da vare accademie per la loro non classicità.

La sede fu lo studio del fotografo Nadar ed il nome “Impressionismo” deriva ironicamente dal critico Leroy osservando il dipinto di Monet dal titolo emblematico “Impressione sole nascente”.

La ricerca delle sensazioni non porta naturalmente gli stessi risultati fra i vari artisti. Prendendo ad esempio i grandi amici Renoir e Monet, essi intendono le sensazioni della realtà circostante in modo diverso.

Nel 1869 i due pittori si trovavano a Bougival, in riva alla Senna, e precisamente vicino all’isolotto di Croissy, che divideva il fiume in due rami. Collegata l’isolotto alla terraferma era stato allestito un ristorante dove i due amici si trovavano a mangiare e dove decisero di porre i due cavalletti vicini e di dipingere la medesima cosa dal titolo dell’intero complesso: Grenouillere. Pur essendo identico il punto di vista, Monet tende a considerare maggiormente l’insieme, staccando l’isolotto prospetticamente, mentre Renoir è maggiormente sensibile alle ure umane che comunque appaiono più definite di quelle di Monet.

Infatti quest’ultimo dipinge con gli stessi tratti sia la natura che le ure umane, utilizzando pochi colori con pennellate orizzontali.

Renoir al contrario usa più colori frammentari come tante chiazzette, rendendo il dipinto più armonico e brillante.

Questo confronto serve soprattutto come testimonianza di una ricerca di soggettività in un’epoca che il progresso tende, anche se inconsapevolmente, ad oggettivizzare.

Un altro tipo d’impressionismo è detto scientifico o pointillisme.

Chevreul aveva esposto il principio di “contrasto simultaneo”, secondo il quale se si accostano due colori complementari le qualità luminose di ognuno vengono esaltate, inoltre ogni colore isolato in un campo bianco, appare circondato da una tenue aureola del suo complementare. Se si accostano due colori qualsiasi, si sovrapporranno due aureole diverse che daranno luogo visivamente ad un colore diverso rispetto a quello che avremmo visto nel caso fossero stati isolati.

Seurat utilizzò questo metodo a cui aggiunse quello della ricomposizione retinica, cioè i colori accostati sulla tela sarebbero stati ricomposti e fusi dalla retina degli occhi degli osservatori, senza alcun intervento meccanico o chimico del pittore.

Da ciò i quadri di Seurat sono un accostamento di infiniti puntini ed ogni quadro richiedeva anche anni per la propria realizzazione, da ciò il termine Pointillisme.

Tipici di questo metodo sono Une baignade a Asinieres, Un Dimanche apres midi a l’Ile de la Grande Jatte e Le chahut (nel quale Seurat cerca di adottare il suo metodo in una scena notturna di ballo in un locale).

Tutti questi quadri appaiono innaturali, istantanee di un attimo pronti a svanire all’improvviso, e nei quali predomina la forma geometrica.

Per questo Seurat si può anche definire un post-impressionista.

La fotografia ha origine dalla convergenza dei risultati ottenuti da numerosi sperimentatori sia nel campo dell'ottica, con lo sviluppo della camera oscura, sia in quello della chimica, con lo studio delle sostanze fotosensibili. La prima camera oscura fu realizzata molto tempo prima che si trovassero dei procedimenti per fissare con mezzi chimici l'immagine ottica da essa prodotta; le sue prime applicazioni per la f. si ebbero con J. N. Niepce, al quale viene abitualmente attribuita l'invenzione della f.; egli iniziò nel 1813 a studiare i possibili perfezionamenti da apportare alle tecniche litografiche. Da queste ricerche ebbe origine l'interesse di Niepce per la registrazione diretta di immagini sulla lastra litografica, senza l'intervento dell'incisore. In collaborazione con il fratello Claude, Niepce cominciò a studiare la sensibilità alla luce del cloruro d'argento e nel 1816 ottenne la sua prima immagine fotografica (che ritraeva un angolo della sua stanza di lavoro) utilizzando un foglio di carta sensibilizzato probabilmente con cloruro d'argento. L'immagine, tuttavia, non poté essere fissata completamente, per cui Niepce fu indotto a studiare la sensibilità alla luce di molte altre sostanze, soffermandosi sul bitume di Giudea che possiede la proprietà di divenire insolubile in olio di lavanda in seguito a esposizione alla luce. Il primo successo con la nuova sostanza fotosensibile risale al 1822, con la riproduzione su vetro di un'incisione che rafurava papa Pio VII. La riproduzione andò però distrutta qualche tempo dopo e la più antica immagine oggi esistente è una di quelle che Nièpce ottenne nel 1826, utilizzando una camera oscura nella quale l'obiettivo era una lente biconvessa dotata di diaframma e di un rudimentale sistema di messa a fuoco. Alle immagini così ottenute Niepce diede il nome di eliografie.

Tra il 1840 e il 1870 ca. si ebbero numerosi perfezionamenti dei processi e dei materiali fotografici.

Le prime immagini a colori per sintesi additiva vennero ottenute nel 1861 da J. C. Maxwell.

Tra le innovazioni più importanti si ricordano l'introduzione degli apparecchi fotografici portatili (1880) e delle pellicole in rullo con supporto in celluloide, realizzate per la prima volta da G. Eastman nel 1888.

Da molti anni si sente dire che la fotografia chimica (basata sull'azione della luce sui sali d'argento contenuti nell'emulsione stesa sulla pellicola) sta per essere soppiantata dalla f. elettronica. Al posto della pellicola c'è un CCD (Charged Coupled Device, cioè lo stesso elemento sensibile delle videocamere) che analizza l'intensità luminosa e il colore dei vari punti che costituiscono l'immagine e li trasforma in impulsi elettrici che vengono registrati su un supporto magnetico (nastro o disco) che può contenere alcune decine di immagini. L'immagine registrata può essere immediatamente rivista su un monitor, stampata da un'apposita stampante, o spedita, via cavo o via etere, a qualsiasi distanza. Macchine per la f. elettronica sono in produzione fin dagli ultimi anni Ottanta, ma sono utilizzate, per ora, solo dai fotoreporter, perché consentono l'immediata trasmissione delle immagini ai giornali, che non richiedono immagini ad alta definizione. L'inconveniente principale della f. elettronica è infatti la scarsa definizione delle immagini, in confronto a quella della fotografia tradizionale. Ha subito invece una notevole diffusione l'elaborazione elettronica delle immagini fotografiche, che, digitalizzate da uno scanner ad alta definizione, possono essere corrette ed elaborate a piacere (eliminazione di dominanti cromatiche, modifica dei colori, cancellazione e aggiunta di parti di immagine, fino a ottenere fotomontaggi quasi perfetti). L'immagine elaborata viene poi stampata su pellicola, con la stessa definizione dell'originale.

Tornando al passato J. C. Maxwell aveva teorizzato i principi della sintesi additiva dei colori e nel 1855 aveva ottenuto i primi risultati incoraggianti, che rese pubblici nel 1861. Nel suo procedimento l'oggetto colorato veniva ripreso su tre diverse lastre attraverso tre filtri di colore blu, verde e rosso; venivano poi ricavate tre diapositive che, proiettate a registro su uno schermo mediante tre proiettori muniti degli stessi filtri usati per la ripresa, riproducevano a colori il soggetto.

Procediamo ad esaminare le caratteristiche fisico-chimiche della fotografia.

Quando si sottopone un alogenuro[2] d'argento all'azione della luce, la radiazione assorbita gli cede l'energia necessaria per scindere il legame tra l'alogeno e il metallo. Il deposito di argento così formato è tanto più denso quanto maggiore è l'intensità dell'illuminazione ed è quindi possibile ottenere con una camera oscura un'immagine negativa del soggetto inquadrato. Tale annerimento diretto dell'alogenuro, detto effetto print-out, è stato il primo metodo utilizzato per ottenere delle immagini agli albori della fotografia.

La f. si è rivelata un elemento di sempre maggiore utilità nell'indagine scientifica: essa offre infatti la possibilità di registrare fenomeni che non possono essere osservati direttamente, come p. es. quelli che si verificano in tempi brevissimi (f. ultrarapida), quelli che avvengono su scala microscopica, quelli che interessano regioni molto vaste della Terra o dello spazio (f. aerea, orbitale, astronomica), quelli legati a radiazioni non visibili, ecc. Tra le più importanti applicazioni della f. in campo scientifico, si ricordano la f. ultrarapida e stroboscopica, la f. stereoscopica, la f. nell'infrarosso e nell'ultravioletto, la f. aerea e orbitale, la f. astronomica.



Gli alogenuri d'argento possiedono una sensibilità naturale che si estende nella zona dell'ultravioletto.

I comuni obiettivi fotografici trasmettono l'ultravioletto fino a ca. 320 nm, limite oltre il quale occorre usare obiettivi con lenti in quarzo o fluorite.

Oltre che per la ripresa diretta di immagini, la radiazione ultravioletta viene spesso impiegata per eccitare la fluorescenza degli oggetti da fotografare nel campo del visibile. In questo caso si antepone all'obiettivo un filtro che blocchi la radiazione ultravioletta riflessa dal soggetto trasmettendo invece la fluorescenza visibile. La ripresa viene effettuata con un comune materiale in bianco e nero o, più spesso, a colori, a causa della vivacità dei colori di fluorescenza. All'altra estremità dello spettro visibile, la radiazione infrarossa non viene assorbita dagli alogenuri d'argento e non è quindi in grado di impressionare le emulsioni fotografiche.

L'impiego di filtri particolari consente di limitare la trasmissione della radiazione visibile, cui il bromuro d'argento è sensibile, fino a eliminarla completamente con l'impiego di filtri neri. Da qualche tempo sono in uso materiali a colori con uno strato sensibile all'infrarosso, registrato con un colore convenzionale. Le riprese nell'infrarosso e nell'ultravioletto interessano principalmente i campi dell'astrofisica, spettroscopia, mineralogia, criminologia, storia dell'arte, biologia, medicina, prospezione aerea del suolo.

La fotografia astronomica consiste nella registrazione fotografica delle immagini dei corpi celesti. Tale tecnica presenta diversi vantaggi rispetto all'osservazione diretta perché l'emulsione fotografica, esposta per un tempo sufficientemente lungo, viene impressionata anche da radiazioni visibili d’intensità troppo debole per poter essere percepite dall'occhio umano anche con l'aiuto di potenti telescopi. Inoltre l'uso di emulsioni particolarmente sensibilizzate permette lo studio di corpi celesti che emettono radiazioni comprese in zone dello spettro luminoso in corrispondenza delle quali l'occhio umano non è sensibile.

Dopo questo breve approfondimento sulla fotografia, la sua storia e le sue applicazioni, torniamo a valutare le reazioni che gli intellettuali hanno di fronte all’incombere del progresso, analizzando ora la complessa situazione italiana.

Nella prima metà dell’Ottocento, in Italia, la modernità appare ancora lontana data l’arretratezza del paese in tutti i campi della vita economica e sociale e l’assenza di unità ed indipendenza. Il motivo della scienza e della tecnica trova perciò poco posto nelle ine degli scrittori, in quanto il progresso è un argomento a loro poco familiare. Tuttavia comunque l’Italia settentrionale ha già in embrione la futura borghesia che si raccoglie intorno al giornale romantico “Il Conciliatore”.

In Europa romantica la scienza viene vista come qualcosa di demoniaco e malvagio, è il caso del “Frankestain” di Mary Shelly.

In Italia, invece, mancando il gusto per il macabro, e mancando grandi basi economiche, il progresso viene visto in modi diversi.

Manzoni trova che bisogna promuovere lo sviluppo civile ed economico.

Significativa è la conclusione dei “Promessi Sposi”, dove Renzo, trovandosi a disporre di un piccolo capitale, è in grande incertezza sui modi in cui investirlo per farlo fruttare (agricolo od industriale), scegliendo poi di acquistare in filatoio, dunque una piccola industria. Infatti la prospettiva Manzoniana è orientata al futuro: in Renzo, proiettato indietro nel seicento, si esprime l’auspicio della nascita di un ceto imprenditoriale energico, intelligente ed anche audace, che sappia affrontare il rischio di promuovere uno sviluppo moderno dell’economia, con anche un maggior dinamismo sociale.

Diversa è invece la lettura di Leopardi.

Nella sua prima fase di pessimismo storico, Leopardi vede con il progredire della civiltà la fine di tutte le illusione, che potevano offrire un grande conforto alle delusioni della vita causate dalla ricerca non tanto di piccoli piacere ma del piacere infinito. Il progresso della civiltà, opera della ragione, ha allontanato l’uomo da quella posizione privilegiata detenuta dagli antichi, ed ha messo sotto i suoi occhi il vero, allontanandolo dalla felicità.

Il progresso, spegnendo le illusioni, ha spento anche ogni azione eroica ed ogni slancio vitale, tipico atteggiamento posseduto invece dagli antichi.

In una successiva fase del suo pessimismo, quello cosmico, Leopardi additerà alla natura la colpa di aver generato in noi false illusioni, “discolpando” l’uomo, poiché è la natura stessa che a costretto l’uomo a progredire per adattarsi a vivere secondo le sue leggi (materialismo leopardiano).

Successivamente nella “Palinodia al marchese Gino Capponi” del 1835, il poeta attacca tutti i miti del progresso a lui contemporaneo, dimostrando che l’uomo sarà comunque schiavo della fatica, e dove trionferà sempre di più la smania dio profitto e le rivalità commerciali sfoceranno in guerre: un vero e proprio profeto si potrebbe dire. Inoltre preannuncerà anche che con l’avvento dei giornali il sapere sarà nelle loro mani, e bisognerà stare attenti ad opportune manipolazioni: insomma l’avvento dei mass media è un fatto da prendere con le molle per Leopardi.

Nel suo testamento spirituale, “La Ginestra”, però, Leopardi non nega la possibilità di un progresso sociale.

Anzi, dopo aver sempre attaccato i suoi contemporanei di falsità invitandoli ad osservare meglio “le magnifiche sorti e progressive” di un secolo invece ”superbo e sciocco”, nella seconda strofa invita tutti gli uomini ad affratellarsi per formare una catena umana contro la natura. Una vera e propria utopia.

Nella seconda metà dell’Ottocento anche in Italia s’innesca il processo che porta allo sviluppo moderno ed all’industrialismo, dopo l’unità d’Italia, e parallelamente si diffonde la mentalità “positiva”, già ampiamente analizzata con Comte, che celebra entusiasticamente i trionfi della scienza.

L’Italia del secondo Ottocento resta sostanzialmente agricolo ed arretrato per quanto riguarda l’industria. Mancava dunque una vera e propria mentalità imprenditoriale ed industriale, molto attivo era invece il settore dell’economia che riguardava la costruzione di opere pubbliche.

Con l’avvento della Sinistra al potere (1876) si ebbe un certo decollo industriale soprattutto al nord (Genova, Milano, Torino) favorito dal protezionismo instaurato da Depretis. Ciò comportò un ulteriore impoverimento del Sud, un estensione del latifondo, un maggior potere ai grandi proprietari terrieri che, alleandosi con la sorgente borghesia industriale, formarono il blocco agrario-industriale che è una delle cause della famosa questione meridionale. Tutto ciò ricordando che nel 1884 Jacini, nella sua inchiesta agraria iniziata nel 1877, propose appunto per il sud l’abolizione del latifondo ed il liberismo agricolo contro il protezionismo: evidentemente Depretis stava pensando a tutt’altro quando Jacini gli lesse il suo risultato…

Comunque su queste basi, negli artisti si crea un’ambivalenza nei confronti del progresso e un esempio è la reazione degli scapigliati.

Questi non sono organizzati in un nessun manifesto letterario, ma più che altro sono giovani con interessi uguali ed un senso di conflitto con la società post-unitaria.

Gli scapigliati sentono come un dovere cantare le lodi del progresso e delle meraviglie che esso porterà, ma in fondo provano verso la nuova società paura e terrore. Questo atteggiamento è definito dai fratelli Boito “dualismo”. Per questo gli scapigliati contrappongono miti del passato idilliaco alla brutalità del presente, ma sono anche cosciente che questi miti sono irrealizzabili.

Anche nel verismo di Verga c’è questa specie di dualismo. Nella “Prefazione ai vinti”, lo scrittore da un lato non può non provare ammirazione per il processo di modernizzazione in atto nell’età presente, che ha in sé qualcosa di grandioso e di epico, però insiste maggiormente sui suoi aspetti negativi (irrequietudini, avidità, egoismo, vizi, interesse, contraddizioni). Infatti nei suoi romanzi considera solo quest’ultimi e si allontana dal mito del progresso.

Sebbene sullo sfondo del verismo c’è il naturalismo, queste due correnti non sono da confondere.

Il Naturalismo è interamente fondato sul Positivismo ed il suo maggior esponente è Zola. Egli propone ed applica il romanzo sperimentale, un romanzo cioè che usa il metodo scientifico nello studiare ed analizzare, con il distacco dello scienziato, i comportamenti umani donde scoprirne la sua psicologia. Una volta fatto questo si potranno poi indirizzare i comportamenti umani verso fini migliori ed eliminare così corruzione e vizi della classe dirigente.

Il verismo non ha lo stesso fine del naturalismo. Esso ammette si il metodo scientifico nella narrazione, ma non vede di buon occhio il fine auspicato da Zola.

Alla base di tutto c’è il profondo pessimismo di Verga che giudica la società dominata dal meccanismo della “lotta per la vita”. La generosità, il disinteresse, l’altruismo sono ormai sentimenti tramontati, dei valori ideali. E’ questa una legge di natura, universale, dunque non modificabile. Se non è modificabile non si possono emettere giudizi e sentenze e per questo viene rinnegato il fine umanitario del naturalismo di Zola.

Verga applica anche nella forma questa sua concezione e le sue principali innovazioni sono:

·         Regressione: l’autore deve eclissarsi ed essere impersonale, non farsi notare. L’opera dovrà sembrare essersi fatta da sé. Il narratore sarà un anonimo fra la folla dei personaggi e da questo nascerà l’altra tecnica di seguito

·         Straniamento: i valori accettati come comuni sono straniati nell’ottica popolare

·         Mimesi linguistica: l’autore si esprimerà nello stesso modo di quello della classe d’appartenenza del personaggio

Tutto ciò lo ritroviamo nel “Ciclo dei Vinti”, ispirato dai ”Rougon-Macquart” di Zola.

Con questo Ciclo Verga vuole analizzare non tanto i vincitori, ma i vinti usciti dalla “fiumana del progresso” che travolge tutti indistintamente. Ecco perché si propone di esaminare diverse classi sociali con diversi romanzi:

·         Malavoglia – umili

·         Mastro Don Gesualdo – proprietari borghesi

·         Duchessa di Loyra – nobili

·         Onorevole Scipione – onorevoli

·         L’uomo di lusso – artisti

Di questi scriverà solo i primi due, forse perché si era reso conto che le tecniche da lui usate e sopraddette non erano compatibili con le classi sociali più elevate.

Nei “Malavoglia” (1883), il tema centrale è lo scontro si un mondo arcaico, rurale e premoderno, con l’avanzata della modernità, che si presenta con gli istituti del nuovo Stato unitario, la leva militare che togli lavoro al bracciantato agricolo, le tasse, ma anche con le innovazioni tecnologiche: il treno, il telegrafo, il battello a vapore. Gli abitanti del villaggio con la loro mentalità arcaica, sono diffidenti ed ostili verso questi aspetti del progresso tecnologico, attribuendo ad essi le peggiori calamità: la mancanza di pioggia, la ssa dei pesci (attraverso naturalmente l’ottica straniata e superstiziosa).

Anche la stessa famiglia dei Malavoglia è colpita dalla “fiumana del progresso”, volendo passare dalla pesca al commercio dei lupini, cioè alla piccola impresa, venendo però schiacciati dai debiti, sono costretti a vendere la casa del nespolo, a causa di una disgrazia voluta dal fato (l’affondamento della barca).

Tuttavia Verga è tanto lucido da rendersi conto che quell’universo rurale non è un’alternativa a quello moderno, e che comunque è destinato fatalmente a sparire dinanzi all’avanzata del progresso (né è un segnale la partenza di ‘Ntoni che si allontana dal paese verso il mondo esterno).

Anche “Mastro Don Gesualdo”, dove è rappresentata l’ascesa sociale, questa volta riuscita, di un muratore a proprietario borghese, Verga condanna il progresso.

In fatti se in realtà Gesualdo appare un vincitore, in realtà è un vinto poiché per conquistare la sua posizione ha dovuto dare più retta e più attenzioni alla “roba” che agli affetti familiari ed umani, perdendoli totalmente.

A cavallo dei due secoli la situazione cambia drasticamente.

L’Italia si avvia verso uno sviluppo industriale sempre maggiore, bruciando le tappe, si cominciò a costituire il proletariato e si affacciarono i primi partiti socialisti e marxisti che soppiantarono le ormai vecchie ideologie di Bakunin.

Dall’altro lato però si perde la certezza in valori assoluti causa le scoperte della relatività di Einstein, la filosofia di Nietche e la scoperta dell’inconscio da parte di Freud.

Così nell’esteta antiborghese D’Annunzio nel “Trionfo della morte” il treno, immagine simbolica, assume una fisionomia sinistra, cupa, diventando simbolo di morte.

Poi alla svolta del secolo in “Maia” (1903) D’Annunzio arriva ad accettare il sistema capitalistico moderno, addirittura celebrandolo. Comunque la macchina va sempre esorcizzata conferendogli un alone mitico. Così le macchine industriali vengono mitizzate come docili strumenti dell’uomo, che riescono a moltiplicare senza fatica l’azione umana.

Alla macchina industriale si affianca subito la nave da guerra:l’esaltazione della potenza industriale sfocia subito dunque in un’esaltazione della guerra.

In “Forse che si, forse che no”, si riprende il mito alla macchina ora visto come aereo, ed ora la macchina moderna sembra convivere a fianco del mitico passato.

In Pascoli la macchina e in “Italy”, e la società industriale entra subito in contrasto con l’immagine arcaica del mondo contadino e dei piccoli proprietari rurali tanto esaltati dal Pascoli, e nei quali vedeva la possibilità di costruire un “nido” familiare come negli antichi valori.

Svevo ha una diffidenza critica nei confronti della macchina e del progresso.

Mentre per gli animali l’evoluzione ha sviluppato meglio gli organi del proprio corpo, per Svevo l’uomo col progresso ha soltanto creato “ordigni fuori del suo corpo”, diventando “più furbo e più debole”. Le macchine per Zeno, il protagonista della “Coscienza di Zeno”, sono il corrispettivo della malattia intrinseca alla vita umana stessa. Il pessimismo di Zeno, affiorabile nell’ultima ina della sua Coscienza, prospetta per l’umanità un progresso che porterà alla catastrofe.

Da notare come Svevo non contrappone al progresso un’immagine rurale, ma tende di più ad attaccare i suoi prodotti, specialmente gli ordigni bellici.

Svevo si può dunque anche considerare profeta della bomba atomica.

Pirandello riassume il suo giudizio sul progresso nelle ine del “Il fu Mattia Pascal” . Da queste scaturisce un’aspra condanna all’introduzione della macchina, la quale rende più complicata la spontaneità della vita, già imbrigliata dalle organizzazioni sociali. Pirandello afferma che l’uomo si accorgerà che il progresso non ha nulla a che fare con la felicità e che tutte le scoperte non arricchiscono l’umanità ma la impoveriscono, provocando l’alienazione e l’inaridimento anteriore.

L’apparenza del progresso, inoltre, oltre ad alienare l’uomo, lo abbaglia, facendo credere più facile e comoda l’esistenza: in realtà il progresso rende più vuota la vita dell’uomo.

All’inizio del XX secolo, anche l’Italia si riaffaccia timidamente sul piano internazionale con qualche tentativo d’impresa coloniale, tentato più per il prestigio che per una reale esigenza.

Col crescere dell’industrializzazione, poi, il mito della macchina si fa sempre più forte.

A raccogliere ed ad elevare appunto a mito la macchina sono i futuristi.

Il simbolo della città comincia ad avere una propria autonomia, non legato più al paesaggio contadino. I futuristi, che con Marinetti nel 1909 ebbero il primo manifesto, fanno coincidere la città con il suo fervente lavoro e dove i nuovi mezzi di trasporto rendono più rapide le comunicazioni.

Il progresso viene esasperato all’ennesima potenza, ci si ripropone di abbattere musei ed opere d’arte, la nuova società dovrà essere basata solamente sul dinamismo e sulla velocità, una società dunque ove non vi sarà più spazio per il passato ma solo per un imperituro progresso.

Nel primo dopoguerra c’è una certa rivalutazione del mondo contadino e si riassiste all’antica opposizione camna-città che si estende ai movimenti estremistici di “strapaese” e “stracittà”.

In Saba si cogli un aspetto affettivo di rapporto diretto con gli ambienti e le atmosfere cittadine anche se chiassose.

In Montale, invece, nelle “città rumorose”, ne “I limoni”, “l’azzurro si mostra soltanto a pezzi, in alto tra le cimase”.

Egli inoltre prende da Leopardi un deciso antistoricismo, e non crede che il progresso porti destini migliori all’umanità.



[1] CARTELLI: associazioni di imprese dello stesso ramo industriale per regolare la concorrenza

TRUST: gestione del patrimonio dove le imprese sono riunite insieme ed amministrate da capi delegati dai singoli possessori.

GOLPING: a difesa dell’antitrust, acquisto di poco + della metà delle azioni delle varie imprese da riunire

SOCIETA’ A CATENA: un azienda cede metà azioni ad un’altra che fa lo stesso con un’altra ancora, finché il cerchio si chiude

[2] In chimica inorganica, composto chimico binario di un alogeno con un elemento metallico o non metallico.Gli alogeni sono F, Cl, Br, I, At






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