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GIACOMO LEOPARDI

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La vita

Giacomo Leopardi nacque il 29 giugno 1798 a Recanati, primogenito del conte Monaldo e di Adelaide Antici. Recanati era un borgo di uno degli Stati a quel tempo più attardati e retrivi d'Italia, lo Stato pontificio. La famiglia Leopardi era tra le più cospicue della nobiltà terriera marchigiana, ma in cattive condizioni patrimoniali, tanto da dover osservare una rigida economia per conservare il decoro esteriore del rango nobiliare. Il padre era un uomo colto, che nel suo palazzo aveva messo insieme una notevole biblioteca, ma di una cultura attardata e accademica. I suoi orientamenti politici erano ferocemente reazionari, ostili a tutte le idee nuove che erano state diffuse dalla Rivoluzione francese e dalle camne napoleoniche. Giacomo crebbe in questo ambiente bigotto e codino, che in un primo tempo influenzò le sue idee e i suoi orientamenti. La vita familiare era dominata soprattutto dalla madre, donna dura e gretta, interamente dedita alla cura del patrimonio dissestato, ed era caratterizzata da un'atmosfera autoritaria, arcigna, priva di confidenza e di affetto. Giacomo, come era costume nelle famiglie nobili del tempo, fu istruito inizialmente da precettori ecclesiastici, ma ben presto, intorno ai dieci anni, non ebbe più nulla da imparare da essi e continuò i suoi studi da solo, chiudendosi nella biblioteca patema, per quei 'sette anni di studio matto e disperatissimo', come li definì egli stesso, che contribuirono a minare il suo fisico già fragile. Dotato di un'intelligenza straordinariamente precoce, si formò ben presto una vastissima cultura: imparò in breve tempo, oltre il latino, anche il greco e l'ebraico, condusse lavori filologici che stupirono i dotti dell'epoca, tradusse classici latini e greci, le Odi di Grazio, il I libro dell'Odissea, il II dell'Eneide, e contemporaneamente scrisse una massa ingente di componimenti poetici, odi, sonetti, canzonette, tragedie. Se questa vasta produzione intellettuale lascia sbalorditi in un adolescente, c'è anche da osservare che ne emerge il quadro di una cultura arcaica e superata, ancora ispirata a modelli arcadico-illuministici, e di un'erudizione arida e accademica, dagli orizzonti ristretti: era la cultura propria dell'ambiente familiare e di quell'attardato mondo provinciale. Anche sul piano politico Giacomo segue gli orientamenti reazionari del padre, come dimostra l'orazione Agli Italiani per la liberazione del Piceno (1815) e vuoi distogliere gli Italiani dalle aspirazioni patriottiche.



Tra il' 15e il' 16 si attua quella che egli stesso chiama la sua conversione 'dall'erudizione al bello': abbandona le aride minuzie filologiche, e si.entusiasma per i grandi poeti. Omero, Virgilio, Dante. Comincia a leggere i moderni, la Vita di Alfieri, il Werther, l'Ortis; tramite la lettura della De Staèl viene a contatto con la cultura romantica (nei cui confronti ha però, come si vedrà, forti riserve). Un momento fondamentale della sua formazione intellettuale e della sua esperienza vissuta fu l'amicizia con Pietro Giordani, uno degli intellettuali più significativi di quegli anni. Nella corrispondenza con il Giordani poté trovare quella confidenza affettuosa che gli mancava nell'ambiente familiare, e al tempo stesso una guida intellettuale. Questa apertura verso il mondo esterno gli rese ancor più dolorosamente insostenibile l'atmosfera chiusa e stagnante di Recanati e del palazzo paterno, e suscitò in lui il bisogno di uscire da quella specie di carcere, di venire a contatto con più vive esperienze intellettuali e sociali. Nell'estate del 1819 tentò la fuga dalla casa patema, ma il tentativo fu scoperto e sventato. Lo stato d'animo conseguente a questo fallimento, acuito da un'infermità agli occhi che gli impediva anche la lettura, unico conforto alla solitudine alla 'nera, orrenda e barbara malinconia', lo portarono a uno stato di totale prostrazione e aridità (si veda la lettera del 19 novembre 1819). Raggiunse così la percezione lucidissima della nullità di tutte le cose, che è il nucleo del suo sistema pessimistico. Questa crisi del 1819 segna un altro passaggio, sempre a detta di Leopardi stesso, dal 'bello al vero', dalla poesia d'immaginazione alla filosofia e ad un poesia nutrita di pensiero.

Il 1819 è anche un anno di intense sperimentazioni letterarie. Molti filoni sono tentati e subito abbandonati, ma con l'Infinito comincia la stagione più originale della sua poesia. Si infittiscono anche le note dello Zibaldone una sorta di diario intellettuale, avviato due anni prima, a cui Leopardi affida appunti, riflessioni filosofiche, letterarie, linguistiche. Nel 1822 ha finalmente la possibilità di uscire da Recanati e di vedere il mondo esterno a quella 'tomba de5 vivi', si reca infatti a Roma, ospite dello zio Carlo Antici. Ma l'uscita tanto desiderata si risolve in una cocente disillusione. Gli ambienti letterari di Roma gli appaiono vuoti e meschini, la stessa grandezza monumentale della città lo infastidisce. Tornato a Recanati nel' 23, si dedica alla composizione delle Operette morali, a cui affida l'espressione del suo pensiero pessimistico. E* cominciato un periodo di aridità interiore, che gli preclude di scrivere versi; perciò si dedica alla prosa, all'investigazione dell'acerbo vero'. Nel '25 gli si offre l'occasione di lasciare la famiglia e di mantenersi con il proprio lavoro intellettuale: un editore milanese intraprendente e di moderne concezioni, lo Stella, gli offre un assegno fisso per una serie di collaborazioni. Soggiorna così a Milano e a Bologna; nel' 27 passa a Firenze. Trascorre l'inverno '27-'28 a Pisa: qui la dolcezza del clima e una relativa tregua dei suoi mali favoriscono un 'risorgimento' della sua facoltà di sentire e di immaginare. Nella primavera del '28 nasce così A Silvia, che apre la serie dei 'grandi idilli'. Le necessità economiche però lo incalzano. Le prospettive di sistemazione che gli si presentano si rivelano via via inconsistenti. Nell'autunno del 1828, aggravatesi le condizioni di salute, divenuto impossibile ogni lavoro e sospeso l'assegno dell'editore, è costretto a tornare in famiglia, a Recanati. ½ rimane un anno e mezzo, 'sedici mesi di notte orribile'. Vive isolato nel palazzo paterno, senza rapporti con alcuno, immerso nella sua tetra malinconia. Nell'aprile del '30 si risolve ad accettare una generosa offerta degli amici fiorentini, che pochi mesi prima aveva respinto per fierezza: un assegno mensile per un anno. Lascia così Recanati, per non farvi più ritorno. Comincia una nuova fase della sua esperienza intellettuale: esce dalla cerchia chiusa ed esclusiva del suo io, stringe rapporti sociali più intensi, viene a contatto con il dibattito culturale e anche politico, e vi partecipa con fervore, sia pure da posizioni violentemente polemiche contro l'ottimismo progressistico dei liberali. A Firenze fa anche l'esperienza della passione amorosa, per Fanny Targioni Tozzetti. La delusione subito ispira un nuovo ciclo di canti, il cosiddetto 'ciclo di Aspasia' in cui compaiono soluzioni poetiche decisamente nuove. A Firenze stringe una fraterna amicizia con un giovane esule napoletano Antonio Panieri, e con lui fa vita comune fino alla morte. Nel frattempo un sollievo alle sempre condizioni economiche gli viene da un piccolo assegno mensile, finalmente concesso dalla famiglia. Dal'33 si stabilisce a Napoli col Panieri. Qui entra in polemica con l'ambiente culturale, dominato da tendenze idealistiche e spiritualistiche, avverse al suo materialismo ateo. La polemica prende corpo soprattutto nell'ultimo grande canto. La ginestra. A Napoli lo coglie la morte, attesa e invocata da anni, il 14 giugno 1837.


le lettere (1810/27 maggio 1837)

di leo. ci restano 931 lettere. numerosi e varianti sono i destinatari. molte delle lettere più significative sono rivolte ai famigliari, e soprattutto al padre, al fratello carlo e alla sorella paolina. le lettere al padre testimoniano la difficoltà del rapporto. troppo debole per contenere il rigore repressivo della ura materna, il reazionario Monaldo è lontano anke ideologicamente dalla ura del lio. giacomo identifica una possibilità di comprensione e il referente delle proprie rivendicazioni esistenziali. nelle lettere a Carlo prevale una ricerca di complicità e il gusto per la narrazione anche ironica e avventurosa. in quelle alla sorella Paolina la complicità è ancora più profonda: giacomo riconosce nella sorella il suo alter ego più affidabile e consapevole. a pietro giordani (a partire dal 1817) → l. identificò un decisivo punto di riferimento pubblico. ad egli confidò la propria passione per la letteratura. questo nn può essere chiamato epistolario→ l. rinunciò del tutto a fare delle lettere private un momento di autorappresentazione pubblica. l. pur riflettendo su questioni filosofiche, politiche e letterarie non affidò nulla alle sue lettere a differenza di manzoni che affida le proprie posizioni ideologiche, morali e artistiche.


le varie fasi del pessimismo leopardiano

indubbiamente manca in leopardi un’elaborazione filosofica sistematica → perché nn c’è attenzione dell’autore x un saggio filosofico. egli stesso parla spesso di “mio sistema” e definisce “teorie” alcune proprie riflessioni. i due criteri di funzionalità sui quali l. tenta di adeguare le proprie riflessionin sono la rispondenza alle esigenze profonde dell’individuo →vero esistenziale dell’io, e la rispondenza ai caratteri della condizione umana in sé considerata →il vero sociale dei molti. le “leggi” del sistema x essere vere devono restare valide sia davanti alla propria esperienza individuale, sia davanti all’esperienza di chiunque altro: devono avere sia valore oggettivo sia valore soggettivo.  

l. affronta il problema dell’infelicità umana (1817-l818) →influenza di rousseau. in questa prima fase l’infelicità nn dipende dalla natura. infatti essa rende felice l’uomo attraverso le illusioni. per questo gli uomini primitivi e gli antichi greci e romani erano felici, xkè più vicini alla natura. il progresso della civiltà, opera della ragione, ha allontanato l’uomo da quella condizione privilegiata. si parla perciò di pessimismo storico: infatti l’infelicità umana è ritenuta il frutto di una condizione storica. la prima fase del pensiero l. è costruita a far dimenticare il vuoto dell’esistenza. cmq secondo l. è possibile recuperare le grandi illusioni degli antichi grazie all’azione e all’eroismo.

(1819-l823) qst “sistema della natura e delle illusioni” entra progressivamente in crisi a causa del modificarsi degli elementi che lo sorreggono. 1819→ viene meno l’adesione di l. al cattolicesimo, e si avvivicina al sinsismo:le idee dipendono dalle sensazioni. l’applicazione del s. è condotta con inflessibile consequenzialità. la causa dell’infelicità umana è indicata dal rapporto tra il bisogno dell’individuo di essere felice e le possibilità di soddisfacimento oggettivo.nasce così la “teoria del piacere”→ è il nucleo della sua filosofia pessimistica e della sua poetica. Se nella realtà il piacere infinito è irraggiungibile, l’uomo può urarsi i piaceri infiniti mediante l’immaginazione. La realtà immaginata costituisce la compensazione, l’alternativa ad una realtà vissuta che non è che infelicità e noia. Ciò che stimola l’immaginazione è tutto ciò che è vago, indefinito, lontano, ignoto.

Questa concezione di natura benigna e provvidenziale entra in crisi, infatti, la natura mira alla conservazione della specie e quindi può anche sacrificare il bene del singolo e generare sofferenza, il male rientra nel piano stesso della natura. È la natura che ha messo nell’uomo quel desiderio di felicità infinita, senza dargli mezzi per soddisfarlo. L. concepisce la natura non più come madre amorosa, ma come meccanismo ceco, crudele, in cui la sofferenza degli esseri e la loro distruzione è legge essenziale, è una concezione non più finalistica, ma meccanistica e materialistica. La colpa dell’infelicità non è più dell’uomo stesso ma solo della natura, l’uomo non è che vittima innocente della sua crudeltà. Se causa dell’infelicità è la natura stessa, tutti gli uomini sono infelici. Al pessimismo “storico”, della prima fase subentra così un pessimismo “cosmico”.

tra ilo 1823 e il 1827 la riflessione leopardiana trova un approdo provvisorio in una specie di saggezza distaccata e scettica   →l.rinuncia alla scrittura poetica , espone nelle operette morali i risulatati pessimistici della propria filosofia. tale distacco conseguenza di un nodo irrisolto.→ il giudizio sulla civiltà.→ ritorno dell’impegno civile. nalla operette viene sottolineata l’importanza della dimensione sociale nella vita umana → questione del suicidio= errore e viltà xkè provoca dolore nei superstiti, rendendo loro più insopportabile la vita. lo sforzo invece deve essere rivolto a soccorrersi scambievolmente. →possibilità di ricostruire una morale. titanismo leopardiano . Una svolta essenziale si presenta con la Ginestra, componimento riproponente la dura polemica antiottimistica e antireligiosa che chiude il suo percorso poetico. Qui L. cerca di costruire un’idea di progresso proprio sul suo pessimismo. La consapevolezze della condizione umana, indicando la natura come nemica, può indurre gli uomini ad unirsi per combattere la sua minaccia; tale legame può far cessare le sopraffazioni e le ingiustizie della società. Questa filosofia apre qui una generosa utopia basata sulla solidarietà degli uomini.


la poetica. dalla poesia sentimentale alla poesia-pensiero

leopardi prende posizioni contro le tesi romantiche. (discorso di un italiano intorno alla poesia romantica). in esso, il rifiuto riguarda il rapporto tra poesia e sensi. i r. recidono quel legame tra poesia e natura ke è l’unica ragiuon d’essere della poesia. in tal modo essi prendono atto del distacco della civiltà dalla natura e della contrapposizione tra ragione e natura, ma rinnegano la funzione della poesia → legame con la natura a dispetto della ragione e della civiltà.

leopardi propone una poesia capace di servirsi dei sensi per provocare sul lettore un effetto forte. origine di ogni emozione artistica è nel rapporto con la natura , più facile agli antichi rispetto ai moderni. la poesia deve ristabilire quel rapporto primitivo e diretto con la natura.

CLASSICISMO DI L CONDANNA DEL PRESENTE : DISTACCO DALLA NATURA X LA RIFLESSIONE E LA RAGIONE DALL’IMMAGGINAZIONE E DALLE ILLUSIONI. qst diverso da quello degli altri classicisti italiani- troppo artefatti, poco naturali e spontanei.

FUNZIONE SOCIALE DELLA POESIA: x i r. bisogna investire la letteratura del bisogno di rinnovamento /strumento di progetto, di proanda, di trasformazione. x l. si tratta di tenere desti dei modi di sentire caratteristici dell’uomo e ben sviluppati nel mondo antico (immaginazione, virtù), che rischiano di spegnersi nel mondo moderno privando l’umanità di una ricchezza fondamentale.

si ritrovano in l. alcuni aspetti importanti dell’immaginario romantico: scissione mondo-io, tensione tra uomo e natura. ricorrono anche in leopardi i temi dell’angoscia, dell’infinito, del mistero (romanticismo). irriducibile al r. x l’ideologia materialistica e x la poetica originalmente classicistica.

il classicismo leopardiano si fonda su un bisogno di concretezza e su una polemica verso il presente. ricerca leopardiana di vocaboli capaci di esprimere una tendenza al vago e all’indefinitoe di aprire prospettive polisemiche.            l’immaginazione si esercita con: → la memoria (ricorrere al ricordo e dare voce alla tensione verso il piacere) , → desiderio (compito di accrescere la vitalità provocando sensazioni appassionate.



dopo il DISCORSO nn si incontra più una testimonianza organicva ae ampia di poetica, ma si deve ricorrere alle numerose annotazioni dello zibaldone.

con la crisi del sistema della n. e delle i. la caratterizzazione negativa della natura e la riconsiderazione problematica della civiltà implicano il venir meno della fiducia nella poesia→ rifiuto della poesia e adesione ad una letteratura antipoetica.

la rinascita della poesia -l828- comporta la ripresa di alcuni dei termini chiave della poetica giovanile: memoria e ricerca del vago.

la poesia non deve più restaurare vla forza delle illusioni, ma stabilire il vero e comunicarlo agli uomini

la condanna che la filosofia moderna ha inflitto alla poesia diviene la sua ragione di forza: la poesia moderna sarà filosofica.


lo zibaldone

a diciannove anni inizia a depositare le proprie riflessioni in un quaderno che forma il primo nucleo di quello che lui avrebbe chiamato zibaldone dei pensieri. titolo = varietà di temi affrontati e carattere frammentario e provvisorio della scrittura.

nn nasce come opera x il pubblico ma  come una specie di diario intellettuale + episodi autobiografici. proprie riflessioni di studio: appunti da letture, ampie citazioni nonché pensieri di tipo tecnico- filologico eo tecnico-linguistico, riflessioni libere intorno a questioni filosofiche e letterarie.lo z. rappresenta il campo privileggiato x indagare il pensiero dell’autore e soprattutto la sua evoluzione (→cambiamenti radicali di prospettiva e a rovesciamenti nelle conclusioni-es. rapporto natura e civiltà). la scrittura diversa da quella ardua e sostenuta dalle prose leopardiane e da quella colloquiale delle lettere.


le operette morali (1824)

Tra il gennaio e il novembre del 1824, Leopardi scrive venti prose di argomento
filosofico e di taglio satirico, in forma di narrazione, di discorso o di dialogo. La prima edizione delle Operette morali, contenente queste venti prose, esce nel 1827.
Una seconda edizione accresciuta è del '34. L'edizione definitiva esce postuma, a cura di Ranieri, nel '45 e contiene ventiquattro operette. Nelle Operette morali confluisce il nucleo della riflessione filosofica leopardiana: il pessimismo, il materialismo, la critica al moderatismo liberale, allo spiritualismo, al progressismo scientista. C'è nella complessità stilistica delle Operette una compresenza di intento filosofico costruttivo e di atteggiamento critico-distruttivo, che si avvale degli strumenti dell'ironia e del riso per raggiungere il fine dello smascheramento della morale tradizionale.


Il Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare introduce a parlare uno

dei poeti più amati da Leopardi. Il tema è ancora una volta quello dell'infelicità. Il piacere cui l'uomo anela non si da mai nel presente, ma viene sempre proiettato nel futuro in forma di speranza o nel passato in forma di rimpianto. Il maggior bene per gli uomini è dunque di urarsi intensamente la realizzabilità di quelle cose cui aspirano, piuttosto che assistere alla loro effettiva realizzazione,sempre deludente. Il male maggiore è invece la noia, «il desiderio puro della felicità», contro cui gli unici rimedi sono «il sonno, l'oppio, e il dolore».

Il tema dell'infelicità è ricondotto infine al suo nucleo filosofico con il successivo Dialogo della Natura e di un Islandese. L'Islandese ha fuggito tutta la vita la Natura, convinto che essa perseguiti gli uomini rendendoli infelici; ma benché l'abbia fuggita ne è tuttavia stato perseguitato di continuo. Infine si imbatte proprio nella Natura, una inquietante ura gigantesca di donna. Nel dialogo tra i due emerge la completa indifferenza della Natura al bene e al male degli uomini. Ed è la Natura stessa ad affermare le leggi di un rigoroso (e spieiato) materialismo: la ssa di questo o quell'individuo, di questa o quella specie (umanità inclusa) non tocca l'interesse della Natura, volta solo a perseguire la durata dell'esistenza attraverso un «perpetuo circuito di produzione e distruzione»

L'ultima operetta composta nel 1824 è la prosa Cantico del gallo silvestre, nella quale si fondono una forma lirica (cui allude il titolo) e un contenuto di esolato pessimismo cosmico. Il Cantico riassume alcuni dei temi portanti del libro: la radicale materialità dell'esistenza, il prevalere insensato del male e del dolore, l'assenza della felicità, la superiorità della morte sulla vita, del sonno (che assomiglia a una morte provvisoria) sulla veglia, dell'incoscienza sulla coscienza, del non essere sull'essere.

Il primo è la trascrizione di un ipotetico dialogo tra un venditore di calendari e un passante. Il venditore rappresenta un ingenuo punto di vista ottimistico:l'anno venturo sarà più bello di tutti i precedenti. Il passante gli contrappone una visione pessimistica e disincantata: l'unico piacere vero è quello che sta nel futuro, perché il piacere consiste sempre nell'attesa e nella speranza (cioè nell'illusione), senza realizzarsi mai nel presente e nella realtà.

Al Dialogo di Tristano e di un amico spetta la posizione conclusiva. In Tristano si da forse la più esplicita incarnazione del punto di vista dell'autore; e nel dialogo si affronta direttamente il giudizio sul libro che precede. Tristano finge, dialogando con un amico che lo accusa, come al solito, dell'eccessivo pessimismo,
di aver cambiato parere e di aver infine aderito all'ottimismo delle ideologie dominanti. Ma poi, a poco a poco, la ''''palinodia si rivela apparente, e tornano in
primo piano i motivi polemici delle Operette. Contro le illusioni del secolo, viene riaffermato il valore della verità e della dignità che ne deriva. La distanza dal la cultura contemporanea (cattolico-liberale o democratico-moderata) è nettissima, e viene rivendicata con ironia. ½ è, ciò nonostante, ancora una volta, un tono diverso rispetto alle operette del 1824: il rifiuto dei miti dominanti si accomna a un sentimento di pietà e di adesione fraterna alle sorti del genere umano.


scelte stilistiche delle operette morali

Chiusa la stagione delle canzoni e degli idilli, comincia per Leopardi un silenzio poetico che durerà sino alla primavera del* 28. Egli stesso lamenta la fine delle illusioni giovanili, lo sprofondare in uno stato d'animo di aridità e di gelo, che gli impedisce ogni moto dell'immaginazione e del sentimento. Per questo intende dedicarsi soltanto all'investigazione dell'arido vero'. Da questa disposizione nascono le Operette morali, quasi tutte composte nel 1824, di ritorno da Roma. Le Operette morali sono prose di argomento filosofico. Leopardi vi espone il 'sistema' da lui elaborato, attingendo al vasto materiale accumulato nello Zibaldone. Molte delle operette sono dialoghi, i cui interlocutori sono creature immaginose, personificazioni, personaggi mitici o favolosi, in altri casi si tratta di personaggi storici, oppure di personaggi storici mescolati con esseri bizzarri o fantastici. In alcune operette l'interlocutore principale è proiezione dell'autore stesso. Altre invece hanno forma narrativa. In altri casi si hanno prose liriche ( // Cantico del gallo silvestre) o discorsi che si rifanno alla trattatistica classica. Da questa rassegna risulta la varietà dell'invenzione fantastica di Leopardi. Ma questa invenzione non ha nulla di argutamente bonario, di distesamente umoristico. Anche le invenzioni più aeree si concentrano intorno ai temi fondamentali del pessimismo: l'infelicità inevitabile dell'uomo, l'impossibilità del piacere, la noia, il dolore, i mali materiali che affliggono l'umanità. Con tutto questo non si ha un'impressione di cupezza, di tetraggine ossessiva e opprimente: ciò grazie allo sguardo fermo e lucido, all'assoluto dominio intellettuale e al distacco ironico con cui Leopardi contempla il 'vero'.

punto di riferimento: i dialoghi greci di Luciano- i caratteri salienti della satira sono innanzitutto il ricorso al registro comico per rappresentare un contenuto tragico.

tre funzioni fondamentali:

-rappresentare la necessità del dolore x gli uomini,

-smascherare e desiderare le illusioni consolatorie

- additare un modello di reazione all’infelicità.


I Canti

La produzione poetica significativa di Leopardi è tutta raccolta nei Canti, con la sola eccezione dei Paralipomeni della Batracomiomachia. La prima edizione dei Canti, contenente ventitré testi, uscì nel 1831; una seconda (trentanove testi) fu stampata nel 1835; la terza e definitiva (quarantuno testi) uscì postuma nel 1845. Prima di pensare al libro dei Canti, Leopardi pubblicò numerose stampe parziali dei testi via via composti, fa cui Canzoni (1824) e Versi (1826). Tali edizioni attestano la consapevolezza leopardiana di aver lavorato su due filoni assai diversi, uno di tipo patriottico-civile-filosofico e uno evocativo-sentimentale-esistenziale; il primo coincidente all'incirca con le canzoni e il secondo con gli idilli.

la prima fase della poesia leopardiana (1818-22). I Canti si aprono con un
gruppo di nove canzoni concluso dalla seconda canzone del suicidio, l’Ultimo canto di Saffo. Parallelamente alla stesura delle canzoni civili nascono, tra il 1819 e il 1821, gli «idilli». Si tratta di cinque testi (L'infinito, La sera del dì di festa. Alla luna, Il sogno, La vita solitària} che nell'edizione definitiva dei Canti occupano i numeri 12-l6. Tra le canzoni e gli idilli vi sono due testi (II primo amore e II passero solitario) che fungono da cerniera tra i due diversi filoni di ricerca. Gli idilli, a differenza della canzoni, presentano un punto di vista lirico-soggettivo. Ciò non esclude, tuttavia, un orientamento riflessivo o filosofico-argomentativo.

la seconda fase della poesia leopardiana (1828-30). Nei sei anni che vanno dal
1822 al 1828 Leopardi si dedica alla prosa delle Operette morali e compone solo due testi poetici: Alla sua donna e Al conte Carlo Popoli. La loro collocazione centrale nella struttura dei Canti serve a mettere in comunicazione la parte più antica delle canzoni e degli idilli con quella successiva dei grandi canti pisano-recanatesi, fiorentini e napoletani. Nella primavera del 1828 Leopardi ritorna alla poesia, componendo in poche settimane, a Pisa, II risorgimento e A Silvia. Nei due anni successivi, a Recanati, nasceranno Le ricordanze. Canto notturno di un pastore errante dell'Asia, La quiete dopo la tempesta, II sabato del villaggio; forse anche Il passero solitario.

la terza fase della poesia leopardiana (1831-37). Un insieme inedito e
significativo di vicende umane e culturali spinse Leopardi, negli anni conclusivi della sua vita, a tentare un radicale rinnovamento poetico. Sul piano tematico la
produzione di questo periodo si orienta in tré direzioni fondamentali: l'amore come
passione concreta e vissuta (i cinque testi del 'ciclo di Aspasia'); la riflessione
filosofica in un'ottica duramente negativa e antidealistica (soprattutto le due canzoni sepolcrali e la Ginestra); l'intervento ideologico-politico sia per rifiutare i miti moderati di progresso sia per avanzare una personale proposta di solidarietà fondata sulla disillusione (soprattutto la Palinodia al marchese Gino Capponi e la Ginestra).




gli idilli

parallelamente alla STESURA DELLE CANZONI CIVILI NASCONO, TRA IL 1819 E il 1821, gli «idilli». Così sono definiti da Leopardi cinque testi .

Legata all'ambientazione recanatese e al tema ricorrente della giovinezza sprecata è una canzone di datazione assai incerta, II passero solitario. La composizione dovrebbe risalire agli anni tra il 1831 eil 1835; ma non si può esclu
dere che il testo fosse già in gestazione negli anni che precedono tale periodo. Paragonando la propria vita a quella del passero solitario del titolo, il poeta vi riscontra numerose analogie: l'amore della solitudine, la propensione al canto, il rifiuto dei piaceri della primavera e della giovinezza. Ma più forte e significativa risulta poi la differenza tra le due esistenze: mentre infatti il passero, guidato da un inconsapevole istinto naturale, non rimpiangerà, trascorse la primavera e la giovinezza, di aver sprecato il tempo migliore della propria vita senza goderne, il poeta invece si rivolgerà indietro con rimpianto, pentendosi inutilmente. Ancora una volta viene messa in risalto la contraddizione che attraversa l'essere umano, facendone per un verso il prodotto di una condizione naturale e materiale e per un altro legandolo alla facoltà ragionativa con tutte le conseguenze negative che ciò comporta.


Canto notturno di un pastore errante dell'Asia

La datazione dell'autografo rimanda, per questo canto, a un periodo piuttosto lungo. Esso sarebbe dunque stato ultimato alla vigilia della partenza definitiva di Leopardi da Recanati.

Ultimo dei grandi canti del ciclo pisano-recanatese, f/Canto notturno mette a frutto l'esperienza metrica e tematico-filosofica della fortunata stagione creativa, offrendo una prova di definitiva maturità e presentando la materia esistenziale sotto la luce di un 'aggettività inedita nei testi precedenti. Qui, insomma, la rappresentazione prescinde in modo costitutivo dalla personale vicenda del soggetto poetico: non c'èRecanati, non c'è la biografìa leopardiana, non ci sono le sue ure sostitutive o integrative (Silvia, Nerina).
Il distacco dall'autobiografia e dall'esperienza contingente spinge il poeta ad affidare la responsabilità del discorso a un soggetto appositamente costruito: un pastore nomade dell'Asia, db serve a universalizzare (cioè a svolgere con più alto rigore filolofico} gli interrogativi e le conclusioni formulati da Leopardi nei canti precedenti. Essi riguardano il senso dell'esistenza e la posizione dell'uomo, in particolare, all'interno dell'universo; e giungono qui a una radicalità inedita, fallito il tentativo di entrare in comunicazione con la natura, interrogandola nella forma-simbolo della luna, alpastore non resta che avanzare ipotesi di senso, mettendole via via a confronto con i risultati sconfortanti delle proprie osservazioni dirette della realtà. Nessuna ipotesi di significato, pero, regge di fronte alla verifica aggettiva; così che alpastore restano infine solo il conforto turbato delle proprie stesse interrogazioni e la minaccia incombente dell'insensatezza e del dolore.


Relazioni intertestuali: Petrarca e Leopardi II

Canto notturno stabilisce un collegamento assai
stretto con la canzone L del canzoniere di
Petrarca («/Ve la stagion che ‘l del rapido
inchina»),
in cui si incontra una «stancha
vecchiarella pellegrina» che anticipa il
«vecchierel» della seconda strofa leopardiana e
un «pastore» rafurato in modi molto simili a
quelli del Canto notturno. Tuttavia in Leopardi la
ripresa di termini e situazioni è poi destinata a
un vero e proprio rovesciamento: mentre in
Petrarca il pastore trova a sera il riposo e la
pace, il pastore leopardiano è sopraffatto, a
maggior ragione nella quiete, dalla riflessione e
dall'angoscia; mentre la vecchierella
petrarchesca (che «et più et più s'affretta»
proprio come quello di Leopardi - cfr. v. 30 -,
ma verso una meta di apamento e non
verso una morte insensata) «al fin di sua
giornata / talora è consolata / d'alcun breve
riposo, ov'ella oblia / la noia e 'I mal de la
passata via» (vv. 10-l1), in Leopardi il
vecchierello, giunto alla meta di tutte le sue
fatiche, Inabisso orrido, immenso» della morte,
e precipitandovi, «il tutto obblia». Nel mondo di
Petrarca, infine, la solitudine e la tristezza del
poeta sono un'eccezione rispetto all'armoniosa
serenità della condizione umana; in Leopardi il
dolore e la solitudine sono lo stato essenziale
dell'esistenza. In Petrarca la concezione
cristiana fornisce un senso all'esistenza; in
Leopardi manca tale concezione e il
presupposto di fondo è l'assenza di significato.
Il legame intertestuale si rivela in tal modo
importante non tanto per ciò che unisce i due
autori quanto per ciò che li divide; ed è proprio
l'esistenza di riprese puntuali che aiuta a
riconoscere la forza del loro rovesciamento
semantico e a valutare dunque il senso reale del
componimento leopardiano.


La ricerca del significato: il valore attuale della scommessa leopardiana Quanto si è detto circa la negatività delle conclusioni cui il pastore giunge riguardo il significato della vita
umana non implica che egli si accontenti poi di esse e della loro privazione di speranza. Al contrario, per tutto il canto si ostina a tentare percorsi di senso che costituiscano valide alternative al pessimismo suggerito dal ragionamento. Ogni percorso segue le diverse opportunità offerte dall'esperienza, rivolgendosi
ai vari referenti non umani che il pastore conosce. Un'alternativa all'insensata sofferenza umana è cercata dunque sia verso l'alto sia verso il basso: nella luna e nel cielo, oppure nelle pecore. La condizione elevata degli astri e quella umile del gregge rappresentano due possibilità di non dolore. La prima, quella della luna,
consisterebbe nel perfetto sapere, cioè nella capacità di rispondere con pienezza all'umano bisogno di significato («tu forse intendi tu certo comprendi Tu sai, tu certo Ma tu per certo, / giovinetta immortai, conosci il tutto»: vv. 61-69).
La seconda, quella delle pecore, consisterebbe nell'assenza di bisogni, cioè nella pace che deriva dal semplice seguire l'istinto (vv. 105-l32). E tuttavia, il pastore non può ne aderire al punto di vista superiore e distaccato della luna (cfr. vv.
100-l04), ne a quello 'raso terra' delle pecore (cfr. vv. 129-l32). La sua esperienza non è infatti ne quella della luna ne quella delle pecore.
Ebbene, Leopardi sembra poter suggerire anche a noi la necessità e il dovere di interrogarci sul senso della vita, nostra e dell'uomo in generale, senza compiere ne il gesto arrogante di crederci all'altezza della luna presumendo di avere già le
risposte, ne quello vile di abbassarci al rango delle pecore, e negare l'esigenza delle domande, pur di non ammettere la mancanza di risposte certe.



II sabato del villaggio

Questo testo fu composto a Recanati nel settembre 1820, subito dopo La quiete dopo la tempesta, della quale condivide la tematica recanatese e la struttura, rìgidamente articolata in una parte lirico-descrittiva e in una parte '^gnomica.
La prima e più lunga delle tré strofe lirico-descrittive rappresenta le varie attività che caratterizzano, in una cittadina, il sabato, concentrandosi in particolare sul momento del tramonto: una ragazza torna dalla camna, e insieme all'erba raccolta per lavoro porta i fiori con i quali si adomerà il giorno seguente, per la festa; una vecchietta chiacchiera con le vicine; i bambini giocano con rumorosa allegria; un contadino torna a casa fischiando.
La seconda strofa allarga la descrizione fino alle ore notturne, segnate dall'attività rumorosa di un falegname che vuole finire il lavoro prima della festa domenicale. La terza strofa dichiara la superiorità del sabato sulla domenica, e cioè la superiorità dell'attesa sulla verifica, richiamando il tipico tema leopardiano del rapporto tra illusioni e realtà.
La quarta e ultima strofa, infine, rivolge a un generico fanciullo l'invito accorato a godere i piaceri della sua età, concentrata nell'attesa e nella speranza, lasciando intendere che la vita non potrà comunque eguagliare il piacere di quell'attesa.


II 'ciclo di Aspasia' e le canzoni sepolcrali                    

METTERE INIZIALMENTE IN MOTO IL RINNOVAMENTO POETICO LEOPARDIANO È l'esperienza dell'amore, vissuta a Firenze tra il 1830 e il 1833. A suscitare la violenta passione del poeta fu la bellissima Fanny Targioni Tozzetti, che non lo ricambiò. La donna è chiamata «Aspasia» solo nell'ultimo dei testi a lei dedicati.
'Aspasia' è il nome di una prostituta amata da Pericle e dunque esprime un giudizio negativo. Il ciclo si compone di cinque liriche composte tra la primavera del 1831 e quella del 1834.

La più antica è con ogni probabilità Il pensiero dominante, ostinatamente dedicata a una definizione e rappresentazione concettuale dell'esperienza amorosa. E tuttavia è la concretezza del pensiero, cioè i suoi effetti e le sue conseguenze, a interessare al poeta. La struttura e lo stile definiscono una originale ripresa del versante tragico dello stilnovismo (Cavalcanti), benché il pensiero d'amore non venga rappresentato per ora in termini destabilizzanti, ma piuttosto quale rafforzamento (perfino eroico) dell'io, la cui diversità dal presente superbo e sciocco viene esaltata al massimo grado. L'amore è così una sfida estrema alla negatività del mondo.

II tema squisitamente romantico di Amore e Morte è affrontato con un originale rovesciamento dei pregiudizi comuni: la morte è rafurata quale una «bellissima fanciulla» purché si abbia il coraggio di fissarla senza viltà, avvertendo il nesso profondo che la lega all'amore. Ancora una volta l'esperienza radicale e privilegiata dell'amore si presenta quale antitesi ai «mondo sciocco» e quale unica consolazione, insieme appunto alla morte, concessa ai mali degli uomini. L'augurio per chi sappia vivere con eroica passione è dunque di sperimentare l'uno o l'altro dei due «fratelli», l'amore o la  morte.

Consalvo presenta gli stessi temi di Amore e Morte, ma diversissima strutturazione formale. Si tratta di una narrazione in endecasillabi sciolti che rappresenta in Consalvo la ura del poeta e in Elvira l'amata. Per Consalvo la morte coincide con il primo e unico momento felice della vita. Informata infine dell'amore di cui è da tempo oggetto, la bellissima Elvira si decide infatti a coprire il volto dell'innamorato morente di baci pietosi.

Una novità formale di altissimo valore e di sconcertante modernità espressiva è invece il brevissimo A se stesso (cfr. T 11, p. 204), composto probabilmente
intorno al maggio 1833. Qui la forza dell'asseverazione supera il bisogno di sfogo in una denuncia durissima della negatività dell'esistenza. La fine dell'amore
per Fanny coincide con una disillusione senza scampo riguardo al senso dell'esistenza.

Una rievocazione della vicenda dell'amore per Fanny è l'ultimo dei cinque
canti del ciclo, Aspasia (composto, pare, nella primavera del 1834). Qui è ricordato l'incontro con la donna, «dotta allettatrice», puntando su pochi intensi elementi scenografici e psicologici. La riconquista della propria integrità sentimentale, cioè la riuscita elaborazione del fallimento, viene quindi a occupare il centro del canto, che si chiude rivendicando la solitària libertà del soggetto al cospetto della realtà.



In questo ciclo di liriche la radicalità dell'esperienza amorosa costringe a
rivisitare l'intero sistema concettuale e filosofico che presiede alla meditazione e alla scrittura lennardiana. Si conferma una volta di più il legame intimo
tra esperienza personale e riflessione filosofica. Da questo punto di vista l'amore costituisce una sorta di illusione non smascherabile mai per intero dalla ragione e non cedevole davanti agli attacchi dell'età adulta. Esso è dunque
la dimostrazione più profonda dell'infelicità umana, dato che amando si concepisce e accarezza con l'immaginazione una ipotesi di felicità poi non effettivamente realizzabile; ma, al tempo stesso, è la maggiore consolazione concessa dal fato agli uomini, che attraverso questa illusione possono affrontare consapevolmente il male della vita. Per questo l'amore si associa alla morte quale bene supremo per gli uomini. La formulazione del binomio 'amore e
morte' (oggetto esplicito di uno dei testi del ciclo) sancisce una nuova apertura eroica per il soggetto, che se sperimenta l'amore può sfidare la morte e
perfino invocarla.

Mentre nelle canzoni d'amore del 'ciclo di Aspasia' domina il coinvolgimento emotivo, nelle poesie successive Leopardi tenta di raggiungere una posizione di distacco e di obiettività. Accanto a testi di più diretto impegno politico-ideologico, come la Palinodia e La ginestra, si collocano le due canzoni sepolcrali, composte probabilmente tra il 1834 e il 1835 a Napoli e intitolate Sopra un bassorilievo antico sepolcrale, dove una giovane morta è rappresentata in atto di partire, accomiatandosi dai suoi e Sopra il ritratto di una bella donna scolpito nel monumento sepolcrale della medesima. Entrambe affrontano il tema della morte, con una ripresa del precedente foscoliano dei Sepolcri e di una tradizione tematica assai diffusa nel periodo neoclassico e preromantico. I testi leopardiani si distinguono però da tale tradizione per un più vivo senso del carattere irredimibile della caducità umana, dato che per Leopardi non esiste alcuna possibilità di riscatto, ne di tipo umanistico come in Foscolo, ne di tipo religioso come in tanta poesia sepolcrale preromantica.


Ideologia e società: tra la satira e la proposta.
II messaggio conclusivo della Ginestra

al PERIODO NAPOLETANO, CHE ABBRACCIA GLI ULTIMI TRÉ ANNI E MEZZO DI VITA del poeta, appartengono le estreme composizioni leopardiane: i Paralipomeni della Batracomiomachia (già iniziati però a Firenze nel 1831), Innovi credenti, la Palinodia al marchese Gino Capponi, II tramonto della luna e La ginestra o il fiore del deserto. Del libro dei Canti non fanno ovviamente parte, per la struttura poematica, i Paralipomeni; e ne viene esclusa anche la polemica - troppo diretta e risentita - dei Nuovi credenti, rivolta a-deridere il rinascente spiritualismo dell'ambiente culturale napoletano.

Dei cinque testi poetici sopra ricordati, ben tré (Paralipomeni, Nuovi credenti e Palinodia) sono dominati da una prospettiva intensamente satirica; e questa attraversa più di un luogo della stessa Ginestra, definendosi così quale cifra stilistica dominante dell'ultimo Leopardi. E come se l'atteggiamento obliquo e dissacratore che caratterizza le Operette morali fosse infine penetrato anche all'interno della scrittura poetica. Questa sembra ora rinunciare ai presupposti di poetica sui quali si fondava la precedente ricerca leopardiana: l'amore del vago e dell'indefinito, la tensione verso il passato e la memoria, il sentimento della perdita, l'interrogazione esistenziale, la difesa e la restituzione - sia pure illusoria - di un modo di sentire 'antico', dominato ancora dall'immaginazione e non subordinato del tutto agli idoli moderni del ragionamento filosofico e tecnico-scientifico e della conoscenza esatta. Leopardi sembra ora interessato piuttosto a prendere posizione nel dibattito vivo e attuale della società italiana, contrastando con veemenza la ripresa di tendenze irrazionalistiche e spiritualistiche di tipo antiilluministico, nonché i facili miti sociali e politici dei moderati cattolico-liberali.

Nella Palinodia al marchese Gino Capponi, composta al principio del 1835,
Leopardi finge di essersi pentito del proprio pessimismo e di aderire ai miti dei
progressisti moderati fiorentini (dei quali il Capponi è un esponente di spicco).

In realtà, egli deride la fiducia di questi ultimi, mettendone in risalto tanto la superficialità quanto la infondatezza.

II tramonto della luna resuscita per l'ultima volta lo scenario idillico di un paesaggio lunare messo a confronto con il destino individuale dell'uomo. L'ultima luna leopardiana è, come annuncia già il titolo, una luna che tramonta, lasciando deserto e oscuro il cielo notturno. Così passa dalla vita dell'uomo la giovinezza. Mentre però il paesaggio naturale è inserito dentro un ritmo circolare che vedrà presto affacciarsi il sole a riportare la luce, la vita umana è invece destinata a inabissarsi verso il buio della vecchiaia, avendo quale unica meta il termine squallido e insensato della morte.

Con La ginestra, o il fiore del deserto , composta a Torre del Greco, nei pressi di Napoli, nella primavera del 1836, Leopardi consegna quello che può in qualche modo essere considerato il suo testamento ideale, nonché un testo che per complessità e vastità d'orizzonti può essere paragonato, tra i contemporanei, solo ai Sepolcri foscoliani, e che, quanto a tenuta formale e a tensione intellettuale, trova l'eguale solo nel lontano modello della poesia dantesca. Le sue sette strofe si soffermano su un complesso tessuto problematico, che affianca una ricognizione esistenziale intorno al senso e al destino dell'uomo a una discussione serrata e vivace con le posizioni ideologiche dominanti, fino ad avanzare una proposta sociale fondata sull'alleanza tra gli uomini e su un modello equo e solidale di civiltà.

Il paesaggio desolato del Vesuvio è il luogo-simbolo della condizione umana
sulla terra, e consente di smentire ogni facile ottimismo consolatorio. Su questa
considerazione si innesta la critica, condotta con acuto disprezzo, verso le tendenze filosofiche dominanti negli anni della Restaurazione, improntate a uno spiritualismo religioso e a una prospettiva sociale progressista, ma in ogni caso fiduciose nel valore privilegiato della specie umana. Leopardi rinfaccia a tali tendenze di aver rinnegato la grande stagione del razionalismo settecentesco culminata nel pensiero degli illuministi. Contro il pensiero «servo» dominante gli anni della Restaurazione, Leopardi rivendica la dignità del proprio andare contro corrente, e il dovere di denunciare la infelicità costitutiva e non modificabile della condizione umana: sempre, infatti, il dolore, la vecchiaia, la malattia, la morte renderanno dolorosa la vita dell'uomo sulla terra.

Questa consapevolezza non deve restare nella mente di pochi uomini dotti, ma divenire modo di sentire per tutti e coscienza diffusa di una futura umanità liberata da tutte le interessate e fuorvianti mitologie consolatorie della religione e del progresso tecnico-scientifico. Sta forse qui, in questo passaggio a una prospettiva sociale allargata, il dato più nuovo e originale della posizione leopardiana: la verità, ovvero la obiettiva coscienza delle cose quali esse sono in realtà, non è più concepita come semplice dato filosofico, ma ha valore in quanto consapevolezza diffusa, quale coscienza di tutti gli uomini. Agli intellettuali spetta il compito di favorire questa presa di coscienza, invece di mistificare i dati reali in nome di ideologie interessate e
infondate. Tale consapevolezza di massa riguardo all'infelicità e alla fragilità della condizione umana può quindi consentire l'individuazione del vero nemico degli uomini, la natura; ed è contro di essa che deve compiersi un'alleanza tra tutti gli uomini, tesi a costruire una rete di solidarietà e di soccorso reciproco. Modello positivo di tale comportamento è offerto dall'umile ginestra, che attende sulle pendici del vulcano la distruzione senza cercare risarcimento in illusorie prospettive di durata, e anzi pronta a piegarsi sotto la lava senza inchinarsi con viltà davanti al destino ne elevarsi con un orgoglio ingiustificato.


Metri, forme, stile, lingua      

centrale NEL SISTEMA DELLE FORME E DEI METRI ROMANTICI, LA '-''CANZONETTA

non ha nessuna rilevanza nei Canti, dove conta un'unica presenza (II risorgimen
to).
E d'altra parte il sonetto e I’ode, altrettanto decisivi per il versante classicistico e anche di recente illustrati dall'esempio foscoliano, sono del tutto assenti dai Canti. Già queste due considerazioni bastano a segnalare l'originale posizione leopardiana anche per quel che riguarda le scelte metriche e formali. Tuttavia, tale originalità non si conura quale audace innovazione metrica, ma
piuttosto quale modificazione graduale, e commisurata ai propri generali bisogni
espressivi, di forme metriche tradizionali.

Nei Canti non vi sono metri diversi dall'endecasillabo e dal settenario, i versi portanti della tradizione lirica italiana. Tuttavia Leopardi forza tali metri verso sonorità nuove e personali, sia attribuendo all’enjambement una funzione di
primo piano, sia investendo il rapporto tra respiro metrico e respiro sintattico di
un'eccezionale carica espressiva.

La scelta della canzone quale forma metrica fondamentale si giustifica con la
sua tradizione eccelsa: almeno a partire da Dante e Petrarca, essa corrisponde in
fatti al livello più illustre e impegnato del discorso lirico, e ben si addice dunque ai temi civili affrontati da Leopardi tra il 1818 e il 1822. Dal modello petrarchesco fondamentale Leopardi si affranca a poco a poco, soprattutto, mettendo a punto una serie di innovazioni.

Tornando a scrivere canzoni nel 1828, dopo cinque anni, Leopardi produsse infine, a partire da A Silvia, un tipo di canzone radicalmente mutato, definito canzone libera o, appunto, leopardiana. Qui si realizza appieno la libertà nell'alternanza di endecasillabi e settenari, nonché nella disposizione delle rime; risulta inoltre libero anche il numero di versi di ciascuna strofa.

L'altra forma metrica fondamentale dei Canti, l'endecasillabo libero, o sciolto, si presta bene al genere dell'epistola in versi e della satira. Gli esempi illustri
di Parini e dei Sepolcri foscoliani incoraggiavano tuttavia anche usi civilmente
impegnati. Su questa linea si collocano alcuni componimenti dei Canti, come l'epistola Al conte Carlo Pepali e la Palinodia al marchese Gino Capponi.

Prevale però nei Canti un uso più strettamente lirico dell'endecasillabo sciolto, come negli idilli del 1819-21 (L'infinito, La sera del dì di festa, ecc.). Per questo impiego. Leopardi si è rifatto all'esempio di Monti. La soluzione leopardiana risulta però intensamente originale.

Anche nella lingua e nello stile dei Canti si osserva la tendenza leopardiana a
rinnovare lo statuto tradizionale della lirica senza strappi vistosi. Può essere per
esempio registrata l'introduzione di una componente prosastica in molti testi leopardiani; e non solo in quelli più palesemente 'parlati' (come A se stesso o la Palinodia) ma anche in alcuni dei più 'cantabili': nella Quiete dopo la tempesta, poniamo, c'è la «gallina»; in A Silvia prevale una disposizione tutt'altro che eccezionale della sintassi. E tuttavia il ricorso alla 'prosa' nei Canti si accomna a uno stile elevato e non riguarda comunque la lingua in senso stretto: infatti la lingua cui Leopardi mira è una lingua canonica sottratta in qualche modo alla storia, una lingua dalla quale deve innanzitutto sprigionarsi il senso di diversità nei confronti del presente.

Le scelte linguistiche di Leopardi risentono tra l'altro profondamente di una
intensa elaborazione teorica intorno alla lingua in sé e intorno alla lingua della
poesia in particolare. La predilezione per voci che esprimano vaghezza, distanza, indefinitezza, e d'altra parte per parole rare e per usi peregrini, discosti dalla norma, si fonda in particolare sulla distinzione tra 'termini' e 'parole'. I termini «presentano la nuda e circoscritta idea» dell'oggetto cui si riferiscono, e risultano quindi particolarmente adatti all'uso tecnico-scientifico. Le parole, invece, «non presentano la sola idea dell'oggetto significato, ma quando più quando meno, immagini accessorie», e risultano dunque le più confacenti all'uso poetico. La possibile significazione multipla delle parole nei Canti non comporta, si badi bene, imprecisione e sfocatezza, ma complessità e ricchezza, ovvero, come si esprime Leopardi, facoltà di rappresentare più idee nello stesso tempo, a favorire nel lettore i «piaceri dell'immaginazione». Tra le parole che Leopardi giudicava più poetiche possono essere ricordate «ultimo», «mai più», «l'ultima volta», «oscurità», «profondo», «lontano», «antico», «irrevocabile», «futuro», «passato», «eterno», «lungo», «alto», «solitudine», «deserto»; tutte parole che implicano un'idea di vastità, di indefinitezza, di eccezionalità.







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