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La Repubblica italiana dal 1960 ad oggi

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La Repubblica italiana dal 1960 ad oggi

A tutto questo fervore, riferito all’exploit delle telecomunicazioni, si accomna un periodo di radicali cambiamenti nel mondo politico e non.

Questi cambiamenti hanno inizio alla fine degli anni ’50, quando la Dc nel suo Congresso di Firenze (ottobre 1959) approvò una linea di condotta decisamente innovatrice, stabilendo in modo ufficiale e solenne che il partito non avrebbe più accettato appoggi dai partiti di destra nella formazione dei futuri governi. L’effettivo rinnovamento ebbe inizio, però, soltanto nel 1960, dopo che un <<governo di transizione>>, presieduto dal democristiano Ferdinando Tambroni (1901-l963) e destinato ad avere una brevissima durata onde permettere una chiarificazione del quadro politico, ottenne la fiducia in Parlamento con i voti determinanti dei neofascisti del Msi. La protesta del paese fu immediata e decisa con scioperi e manifestazioni di piazza, cui Tamburoni con l'appoggio della parte della Dc che lo sosteneva rispose autorizzando le forze di polizia ad intervenire con pesante decisione.



La tensione crebbe e anche i disordini, quando il governo autorizzò il Msi a tenere il proprio Congresso a Genova dove erano ancora vivi i ricordi della Resistenza. Tra il 30 giugno e il 2 luglio movimenti di protesta antifascista e manifestazioni popolari guidate dai partiti di sinistra si verificarono in numerose città non senza gravi incidenti anche per la dura pressione della polizia che provocò alcuni morti a Reggio Emilia.

A quel punto anche la Dc non poté fare altro che esprime la propria sfiducia a Tambroni costringendolo a dimettersi (19 luglio 1960).

In una situazione così difficile l’incarico di formare un governo di <<convergenza democratica>> fu affidato ad Amintore Fanfani, al quale venne poi affidato anche un secondo ministero sempre con la significativa astensione dei socialisti, che lasciavano così per la prima volta il Partito comunista isolato all’opposizione, mentre il successivo Congresso della Dc, tenuto a Napoli nel gennaio 1962, sanzionava ufficialmente la propria apertura al Psi

In armonia con le richieste dei socialisti, Fanfani aveva strutturato un programma organico di riforme basato sulle seguenti principali direttive:

istituzione delle regioni a statuto ordinario, secondo la                            costituzione: ciò avrebbe dovuto comportare il raggiungimento di un duplice risultato, quello cioè di realizzare una maggiore democratizzazione della vita politica e quello di permettere una più agevole soluzione dei problemi sociali;

creazione di un piano economico in difesa delle camne (<<Linea verde>>), che stavano nel frattempo subendo sempre più la crisi di spopolamento ormai già in atto da qualche anno dietro la spinta sollecitazione di un’industria in progressivo sviluppo e che pertanto dovevano essere ristrutturate in maniera economicamente produttiva e socialmente più in linea con il progresso civile;

sviluppo e potenziamento del diritto allo studio previsto dalla Costituzione mediante la creazione della scuola dell’obbligo fino a 14 anni (istituita poi nel gennaio 1963).

A favorire l’attuazione del complesso programma di riforme varato dal governo Fanfani contribuì certamente il cosiddetto <<miracolo economico>>, che, iniziato già negli anni ’50, doveva manifestarsi nelle sue forme più consistenti e concrete nel quinquennio 1958-l963. Nel decennio compreso tra il ’50 e il ’60 il Paese aveva infatti progredito più che in tutto il primo cinquantennio del secolo, determinando addirittura il raddoppio del reddito globale, passato da 10.000 a 25.000 miliardi con un incremento di eccezionali proporzioni in ogni campo e in primo luogo quello industriale, nel quale gli investimenti erano passati dai 970 miliardi del 1952 ai 2.561 del ’63.

Nonostante questo progredire dell’economia non mancarono i problemi e per affrontarli venne dato vita ad un nuovo indirizzo politico, il centrosinistra, destinato a tradursi in concreta realtà già alla fine del ’63 con la formazione di un governo costituito da socialisti, democristiani, socialdemocratici, repubblicani e presieduto dal democristiano Aldo Moro (1916-l978).

Naturalmente il programma del nuovo presidente del Consiglio tendeva a riprendere e a completare quello del precedente governo Fanfani, nei confronti del quale venivano però esclusi nuovi progetti di nazionalizzazione per non creare dubbi e reinserimenti tra la forte corrente di destra della Dc e l’elettorato moderato, numericamente consistente nel Paese.

Tra il 1964 e il 1966 si registravano intanto interessanti mutamenti nelle vicende interne dei maggiori partiti, destinati ad avere grande influenza sugli sviluppi politici degli anni seguenti. L’esigenza di un rinnovamento investì soprattutto il Partito comunista in seguito alla morte del suo segretario Palmiro Togliatti, intervenuta nell’agosto 1964 a Yalta, sul Mar Nero, ove si era recato in vacanza. Colà, infatti nel giro di alcuni giorni di intenso lavoro aveva messo appunto un documento, che, reso poi noto con il titolo di <<Memoriale di Yalta>>, doveva suscitare non poche incertezze e discussioni, in quanto mirava a suggerire al comunismo italiano una via nuova per un graduale e pacifico sviluppo del socialismo, perseguibile secondo metodi democratici e quindi ben lontani da quelli proposti dal modello sovietico, che lo stesso Togliatti denunciava come eccessivamente autoritari.

A sua volta, però, anche la Democrazia cristiana era dominata da vivaci contrasti fra le varie correnti: prima tra essa quella guidata da Aldo Moro, che mostrava di gradire una maggiore apertura alle istanze e alle modificazioni che venivano suggerite sia dal rinnovamento in corso del Pci, sia dal Concilio Vaticano II da poco concluso.

Non v‘è dubbio che il centrosinistra pur tra tante contraddizioni denunciate da varie parti, abbia avuto il merito di attuare notevoli riforme, come quella relativa allo Statuto dei diritti dei lavoratori, attuata nel 1970 per garantire il rispetto delle regole democratiche nei luoghi di lavoro e poneva limiti precisi al potere del patronato. Sullo slancio delle lotte operaie giunse anche la conquista di un nuovo organo di democrazia sui posti di lavoro, il consiglio di fabbrica, che superava le tradizionali divisioni e mediazioni delle correnti sindacali e si caratterizzava come diretta emanazione della classe operaia. Nello stesso tempo cominciò a profilarsi la possibilità concreta che, dopo 20 anni di divisioni e di polemiche, il sindacato italiano ricostruisse la sua unità. Il ritorno ad un’unica organizzazione doveva essere preparato per gradi. Il primo passo fu la pratica costante dell’unità d’azione; il secondo fu la nascita nel 1972 della Federazione Cgil-Cisl-Uil.



Sul finire degli anni ’60 l’Italia repubblicana si stava anche avviando a vivere il periodo più triste e difficile della sua storia.

Il 12 dicembre 1969, infatti, nel salone della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana a Milano, l’esplosione di una bomba ad alto potenziale provocava una strage: 16 morti e 88 feriti. L’obiettivo era chiaro: bloccare la spinta a sinistra emersa nella società italiana nel 1968 e ricacciare indietro un movimento operaio, che nel 1969 si era rivelato forte e maturo.

Inaugurata in modo così tragico, la strategia della tensione o del terrore divenne purtroppo in quegli oscuri anni una costante nella cronaca politica del nostro Paese. Un’intricata serie di attentati, stragi e violenze compiute da terroristi appartenenti ad organizzazioni neofasciste e neonaziste insanguinò molte città italiane, intrecciandosi a manovre preparatorie di azioni golpiste.

Nel corso degli anni ’70 l’attacco allo Stato fu però sferrato anche da un estremismo di segno del tutto opposto. Al terrorismo nero, già operante, si aggiunse quello praticato do organizzazioni clandestine che si proclamavano <<comuniste>> e che preferivano gli attentati individuali contro bersagli scelti per il loro significato simbolico: magistrati, poliziotti, giornalisti e dirigenti d’azienda.

Gli obiettivi finali delle due azioni eversive erano ovviamente divergenti; quelli intermedi, invece, erano simili: destabilizzare la società italiana, provocare una lacerazione irreversibile del tessuto democratico, far precipitare la situazione verso uno scontro frontale e verso la diffusa violenza.

Ora, se a lungo termine gli obiettivi del <<partito armato>> finiranno sconfitti, è certo anche che un risultato di grande rilievo l’azione eversiva l’ottenne: infatti il terrorismo, entrato nella vita quotidiana in quegli <<anni di piombo>>, finì per avvelenare la lotta politica e per far rientrare la domanda di trasformazioni emersa con fora nel 1968, costringendo alla difensiva partiti e sindacati e affievolendo la spinta a sinistra in atto nel Paese.

Nel frattempo l’Italia già a partire dal 1971 stava sperimentando una difficile situazione economica, ce nel 1973 con il sopraggiungere di una gravissima crisi petrolifera divenne pressoché incontrollabile.

Un forte improvviso rialzo dei prezzi deciso dall’Opec provocò, infatti, da una parte il dissesto della bilancia commerciale già gravata dalle forti importazioni; dall’altra la crisi dell’intera struttura aziendale nazionale, che, basata sulla trasformazione delle materie prime importate, trovava una ragione fondamentale della propria competitività internazionale e della propria floridezza proprio nell’acquisto di energia a prezzi contenuti.

All’aumentato costo dell’energia e alla conseguente lievitazione dei prezzi (inflazione) fece seguito ben presto la richiesta di nuovi aumenti salariali, destinati a controbilanciare le difficoltà nelle quali versavano le famiglie dei lavoratori. Così fra <<inflazione galoppante>>, lotte sindacali e <<fuga di capitali>> all’estero maturò fra il 1972 e il 1974 la crisi del centrosinistra, l’uscita del Psi da governo e il ritorno ad un <<centrismo>> precario ed incerto, ma soprattutto incapace di dare stabilità politica al Paese.

Come era prevedibile, tale stato di crisi finì ben presto per coincidere con una intensificazione dell’attività terroristica, sia dalla destra che dalla sinistra, e con un contemporaneo ripensamento critico delle strategie politiche in vista del superamento delle difficoltà governative. Sotto tale aspetto si segnalarono, nella Democrazia cristiana, Aldo Moro, convinto ormai che si dovesse aprire un confronto politico e superare le tradizionali pregiudiziali anticomuniste, pur nella distinzione dei ruoli tra maggioranza e opposizione, ed Enrico Berlinguer (1922-l984) segretario del Partito comunista.

Il risultato fu un nuovo incarico affidato ad Andreotti che nel luglio 1976 ottenne in Parlamento l’astensione benevola del Pci. Così per la prima volta dal 1947 i comunisti sembravano riaffacciarsi nell’area di governo, pur fra lo scontento di non pochi iscritti e simpatizzanti, che vedevano in tutto ciò la rinuncia ai valori di fondo della transizione comunista e che tendevano pertanto a coagularsi intorno all’estremismo extraparlamentare, largamente dominato fin dal 1977 dai gruppi noti come Autonomia operaia.

Oggetto di durissimi attacchi, il Pci finì per trovarsi ben presto in una situazione difficile: l’appoggio esterno al governo rischiava infatti di avere un prezzo troppo alto, senza tradursi in concreti vantaggi politici

A quel punto fu inevitabile l’ennesima crisi e solo il rapimento di Aldo Moro, attuato con cinica determinazione da un commando delle Brigate Rosse il 16 marzo 1978 in via Fani a Roma a breve distanza dall’abitazione dello statista e costato la morte dell’intera sua scorta, fece accelerare i tempi della votazione per la fiducia al quarto monocolore democristiano sempre sotto la presidenza di Andreotti, ma con l‘appoggio di tutti i partiti dell’arco costituzionale concesso dalle Camere nel giro di poche ore. Si costituì così una specie di <<solidarietà nazionale>> in un momento di gravissima emergenza, nel quale era in gioco l’integrità dello Stato e della stessa classe politica che lo guidava e che il 9 maggio, a 54 giorni dal rapimento, dovette assistere pressoché impotente al ritrovamento a Roma del cadavere dello statista democristiano in un’automobile abbandonata nei pressi delle sedi centrali del Pci e della Dc.

Il delitto Moro segnò però una svolta importante nella politica della fine degli anni ’70. Morto Moro infatti l’ispiratore più originale del dialogo con la sinistra, il Pci, non trovò in seno alla comine governativa gli spiragli di apertura sperati, come dimostrarono i risultati delle elezioni politiche del 1978, che misero in luce una notevole flessione dei voti comunisti. Di qui la rottura dei governi di solidarietà, ma di qui anche l’abbandono della linea del compromesso storico da parte del Pci nel tentativo di poter in tal modo recuperare il perduto favore della base.



Alla flessione comunista fece invece riscontro la rivitalizzazione del Psi ad opera del nuovo segretario Bettino Craxi, eletto nel luglio 1976 e impegnato a perseguire l’alleanza con la Democrazia cristiana di Arnaldo Forlani.

Su tale base divenne possibile la costruzione della formula del <<pentapartito>> (alleanza formata da Dc, Psi, Psdi, Pli, Pri), che, in base al principio dell’alternanza, portò, dopo due governi democristiani guidati l’uno da Francesco Cossiga (4 agosto 1979 – 28 settembre 1980) e l’altro da Arnaldo Forlani (18 ottobre 1980 – 26 maggio 1981), alla formazione dei primi due governi laici affidati al repubblicano Giovanni Spadolini (28 giugno 1981 – 13 novembre 1982), seguiti da un quinto governo Fanfani (dicembre 1982 – agosto 1983).

A quel punto il presidente delle Repubblica Sandro Pertini (1978-l985), con l’assenso delle forze politiche di maggioranza, designò Bettino Craxi quale presidente di una comine governativa, che, a direzione socialista, era destinata a divenire la più stabile, anche se non la più tranquilla della Repubblica (4 agosto1983 – 3 marzo 1987)

Sotto tali governi l’Italia poté migliorare la propria situazione economica, sia perseguendo una ferma politica antinflazionistica, sia contribuendo con tutta una serie di provvedimenti a ridurre la tensione terroristica, che, dopo avere raggiunto l’apice della violenza con il rapimento e il delitto di Moro, stava già iniziando a vivere la stagione di un lento ma progressivo declino. Tutto ciò fu però anche il risultato di una più capillare azione delle forze dell’ordine, del logoramento delle organizzazioni eversive, provate dai contrasti interni, ma, soprattutto, dalla tenute del regime democratico.

Né è da dimenticare il raggiunto accordo per la revisione del vecchio Concordato tra Italia e Santa Sede, cui fece seguito il 18 febbraio 1984 la firma del relativo documento tra il presidente del Consiglio Craxi e il segretario di Stato Agostino Casaroli e quindi di un Concordato, destinato a sostituire quello aristocratico di Mussolini e Gasperi l’11 febbraio 1929.

Dopo il secondo governo Craxi ebbe inizio una lunga e tormentata crisi, protrattasi per 56 giorni e conclusasi con lo scioglimento delle Camere e l’avvio di una difficile camna elettorale per l'elezione – 14 giugno 1987 – della decima legislatura, che ha visto succedersi alla presidenza del Consiglio tre democristiani: Giovanni Goria (14 luglio1987 – 16 marzo 1988) e Ciriaco De Mita (16 marzo 1988 – 19 maggio 1989), segretario della Democrazia cristiana, al quale dopo un Congresso della Dc del febbraio ’89 e la sostituzione alla segreteria con Arnaldo Fanfani – subentra il 23 luglio Giulio Andreotti, rimasto in carica fino allo scioglimento delle Camere (2 febbraio 1992) e all’elezione del nuovo Parlamento (undicesima legislatura), destinato ad avere una vita molto breve. Tra i primi e più urgenti problemi da affrontare essa ebbe quello che dall’elezione del nuovo presidente della Repubblica al posto di Francesco Cossiga giunto al termine del suo mandato: un compito senza dubbio delicato e assolto soltanto al sedicesimo scrutinio della nomina del democristiano Oscar Luigi Scalfaro (1992), sul quale l’Assemblea dei deputati e senatori riuniti per l’occasione fece convergere la maggioranza dei propri voti, profondamente turbata dall’improvvisa notizia di un sanguinoso agguato mafioso teso sull’autostrada Palermo-Punta Raisi ad uno dei giudici più impegnati ed inflessibili nella lotta contro la mafia: Giovanni Falcone. Un vile agguato, seguito purtroppo meno di due mesi dopo da un altro ai danni di un secondo giudice antimafia, Paolo Borsellino, intimo di Falcone ed impegnato nelle indagini sull’assassinio dell’amico.

Di qui l’immediata reazione dell’opinione pubblica e degli organi dello Stato e la rapida composizione di un governo, affidato al socialista Giuliano Amato (8 giugno1992 – 22 aprile 1993), seguito da un altro presieduto da Carlo Azeglio Ciampi (28 aprile 1993 – 16 aprile 1994), definito <<tecnico>> in quanto formato in larga parte da personalità estranee ai partiti e destinato a favorire la transizione verso un nuovo equilibrio delle forze politiche.

Con l’inizio degli anni ’80 l’Italia sembrò avviata a vivere un periodo favorevole al suo sviluppo morale e materiale dopo una lunga crisi economica iniziata negli anni ’70 e dopo la drammatica prova degli <<anni di piombo>>. Eppure la ripresa del paese non doveva di troppo lunga durata.

Tali problemi investivano in sistema di governo e il ruolo dei partiti nella società. Fino alla fine degli anni ’80 , il sistema politico si era caratterizzato per il ruolo centrale assunto dalla Democrazia cristiana e per l’importanza dei partiti minori nelle alleanze di governo insieme all’ingresso del Psi nell’area della maggioranza.

A mettere in crisi questo stato di cose furono tre fattori: 1) le trasformazioni avvenute all’interno dei partiti e la nascita dei nuovi soggetti politici; 2) l’avvio nel ’92 delle inchieste giudiziarie sulla corruzione, note con il nome di <<operazione mani pulite>>; 3) il cambiamento del sistema elettorale italiano da proporzionale a maggioritario.

Nato nel 1921 da una scissione a sinistra del Partito socialista, il Pci dovette fare i conti con l’entrata in crisi dell’ideologia leninista e dei movimenti comunisti internazionali e con quella dello stesso Stato sovietico. Così, nell’89 , la direzione del partito sotto la guida di Achille Occhetto decideva di porre fine all’esperienza comunista italiana e di dare vita ad un nuovo partito, che nel ’91 assumeva il nome di Partito democratico della sinistra (Pds). Un gruppo di iscritti non accettava però la trasformazione e fondarono Rifondazione comunista.



A gravi difficoltà andava incontro anche la Democrazia cristiana. Nel frattempo il pesante coinvolgimento di molti esponenti di rilievo del partito negli scandali di <<Tangentopoli>> provocavano una brusca flessione dei risultati elettorali e ponevano con urgenza il problema di un totale rinnovamento. Dopo un lungo travaglio interno, il 22 gennaio 1994 una Assemblea costituente degli iscritti alla Dc decise di assumere il nome di Partito popolare italiano, con un significativo richiamo alle origini del popolarismo cattolico. Un gruppo di dirigenti però non aderì diedero vita ad un nuovo partito con il nome di Centro Cristiano democratico.

Un concreto contributo alla crisi dei partiti tradizionali veniva dato negli ultimi anni ’80 e agli inizi del ’90 dal successo conseguito da alcune elezioni a carattere locale dai movimenti <<verdi>>, che hanno posto con forza i temi della tutela dell’ambiente e della battaglia conto l’inquinamento.

Ben più clamoroso il successo della Lega Nord, che a partire dai primi anni ’80 raccoglieva crescenti consensi fino a divenire, nelle elezioni politiche del ’92, sotto la guida del segretario Umberto Bossi, il quarto partito italiano. Il programma leghista si basava sul progetto di trasformare l’Italia in una repubblica federale dalle ampie autonomie locali politiche e amministrative.

All’inchiesta condotta dai giudici di <<Mani pulite>> non sfuggirono numerosi deputati e senatori presenti nel nuovo Parlamento insediato dopo le elezioni del ’92 e accusati di aver commesso reati diversi o per guadagno personale o a vantaggio del proprio partito. Nel frattempo il referendum approvato dai cittadini il 18 aprile 1993 introduceva il sistema maggioritario uninominale per l’elezione del Senato, costringendo così il Parlamento a votare per la legge maggioritaria anche alla Camera, dove tuttavia si decise che un quarto dei seggi fosse assegnato con il sistema proporzionale.

Nel gennaio ’94 l’industriale Silvio Berlusconi annunciava di voler partecipare alla competizione elettorale alla guida di un nuovo movimento politico di centro-destra denominato Forza Italia: e ciò al fine di contrastare le forze della sinistra, riunite nella formazione dei progressisti. I risultati delle elezioni del 27 marzo 1994 hanno assegnato la vittoria alla nuova formazione politica – alleata al nord con la Lega Nord nel Polo delle libertà e al centro-sud con Alleanza nazionale nel Polo del buongoverno.

Si arrivava così il 25 maggio 1994 alla formazione del governo Berlusconi. Malgrado il successo conseguito dai propri sostenitori anche nelle elezioni europee, Berlusconi si vedeva costretto alle dimissioni sei mesi dopo (22 dicembre 1994) a causa di sopravvenuti dissensi interni alla maggioranza.

Di qui l’incarico affidato dal Presidente Scalfaro a Lamberto Dini, già ministro berlusconiano del Tesoro il quale formò un governo, cosiddetto tecnico, costituito da ministri tecnici sganciati dai partiti. Tale governo e il suo programma, ben preciso e limitato ad alcuni punti fondamentali quali una nuova legge elettorale per le regioni ed un profondo rinnovamento del sistema pensionistico nazionale, ottenevano nel febbraio 1995 la fiducia delle Camere, con il voto favorevole dello schieramento di centro-sinistra, di cui facevano parte PDS, Partito Popolare, Verdi e quasi tutti gli esponenti della Lega Nord, che con il cosiddetto <<ribaltone>> avevano abbandonato Forza Italia.

Negli anni ’80 e nei primi del ’90 l’Italia si trovava a fronteggiare sempre più fenomeni di delinquenza, dovuta non a singoli criminali, ma a vere e proprie bande. Il culmine della violenza mafiosa è stato raggiunto tra il maggio e il luglio 1992 con gli omicidi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, due omicidi con i quali si è voluti dimostrare che la strada per la lotta contro la criminalità organizzata è ancora lunga.

Per quanto riguarda la situazione economica, il problema centrale era quello del risanamento debito pubblico, ormai giunto a cifre altissime, intorno ai 2 milioni di miliardi di lire.

Tale stato di cose ha determinato una grave perdita di credibilità dell’economia italiana e della lira presso gli investitori internazionali. Un primo passo verso un risanamento finanziario è stato fatto con l’avvio delle privatizzazioni, cioè con l’accesso del capitale privato a grandi enti statali o a società per azioni, il cui capitale era interamente posseduto dallo Stato. Le privatizzazioni, oltre che a far affluire nelle casse statali ingenti somme di denaro, vanno introducendo sostanziai modifiche al modello economico dello Stato imprenditore, banchiere, assicuratore.

A tutti questi problemi si aggiunse quello della presenza nel nostro Paese di numerosi <<extracomunitari>> provenienti dall’Africa e dall’Asia. A queste immigrazioni se ne aggiunsero ben presto altre, dall’Albania e da alcuni Paesi dell’Europa dell’Est, che scatenarono fenomeni preoccupanti di razzismo.

Ora l’opportunità offerta agli <<extracomunitari>> dalla legge Martelli del febbraio 1990 costituisce una testimonianza concreta di quell’umana solidarietà, alla quale le società più ricche non devono assolutamente sottrarsi. Ma non bisogna dimenticare le rilevanti sacche di emarginazione e di miseria, che ancora affliggono la società italiana, che si vanta di essere uno dei più avanzati del mondo anche dal punto di vista sociale e che proprio in quanto tale dovrebbe fare della lotta all’emarginazione e alla miseria una delle finalità basilari della propria politica.








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