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EUGENIO MONTALE

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EUGENIO MONTALE


Montale è una delle massime voci della poesia mondiale di questo secolo, uomo coerentemente antifascista, insignito del Premio Nobel per la Letteratura nel 1975 “per aver interpretato con grande sensibilità artistica valori umani nel segno di una visione della vita senza illusioni”. La sua lunghissima carriera di poeta, scrittore, critico letterario e giornalista è da anni oggetto di attenti studi che hanno prodotto una sterminata bibliografia; ciò perché egli ha saputo dare un'originalissima interpretazione alle inquietudini dell'uomo contemporaneo, ispirandosi ai maestri del Simbolismo e del Decadentismo, ma forse ancor più a Leopardi, e rendendo al contempo estremamente attuali le loro innovazioni. La sua influenza sui poeti italiani successivi è stata immensa e capillare.




PROFILO BIOGRAFICO


Nato a Genova nel 1896, destinato da genitori borghesi a fare il ragioniere nella ditta del padre, decide di diventare cantante operistico e per diversi anni prende lezioni di canto: una grande musicalità, un grande interesse per i suoni e per gli strumenti musicali restano poi una costante della sua opera. Nella sua vita piena di avvenimenti, un’importanza grande quanto quella della lettura hanno i rapporti con uomini di cultura, che egli stringe negli ambienti più diversi: durante il servizio militare (prestato nel corso della prima guerra mondiale) conosce alcuni poeti ed intellettuali, che in seguito diverranno oppositori del fascismo, come fu sempre lo stesso Montale. E’ proprio uno di questi intellettuali antifascisti, Piero Gobetti, che pubblica, nel 1925, la prima raccolta poetica di Montale, Ossi di seppia, assai legata alla terra in cui il poeta aveva passato gli anni dell’infanzia, la Liguria arida e rocciosa delle Cinque Terre, paesaggisticamente rievocata.

Intanto Montale, che ha firmato nel 1925 il Manifesto degli intellettuali antifascisti, allarga il suo giro di amicizie: conosce tra gli altri lo scrittore triestino Italo Svevo e il poeta Umberto Saba. Dopo alcuni anni di collaborazione a diverse riviste, Montale ormai trentenne si trasferisce a Firenze, dove lavora prima come redattore della Casa Editrice Bemporad e poi come direttore della Biblioteca del Gabinetto Vieusseux , una prestigiosa istituzione fiorentina. In questi anni Firenze è il vero centro culturale d’Italia e Montale conosce e frequenta molti scrittori, musicisti e pittori dell’epoca.

Con l‘avvicinarsi della seconda guerra mondiale e precisamente nel 1938, Montale, che rifiuterà sempre la tessera del partito Fascista, perde il proprio lavoro.

Da qualche anno il poeta ha conosciuto e poi ha iniziato a convivere con Drusilla Tanzi, la cui ura ritornerà in molte sue poesie con l’affettuoso soprannome di Mosca. Questi sono anche gli anni in cui Montale lavora molto, anche per necessità economiche, a tradurre poeti, soprattutto inglesi.

Nel 1939 Montale pubblica la sua seconda raccolta poetica Le Occasioni, che ha grande successo: essa esprime la difficoltà e le angosce di anni davvero bui, ma insieme parla d’amore e di salvezza.

Durante la guerra Montale partecipa al Comitato di Liberazione Nazionale (una sorta di governo provvisorio democratico dopo la liberazione dell’Italia dai nazisti) e si iscrive al Partito d’Azione. Subito dopo la guerra comincia a collaborare con il Corriere della Sera, da cui viene infine assunto in modo stabile: nel 1948 perciò si trasferisce a Milano, dove passerà gli anni della maturità e della vecchiaia.

Nel 1956 viene pubblicata da Mondadori, la terza grande raccolta poetica di Montale, La bufera e altro (in cui vengono riprese anche le liriche di Finisterre): una raccolta difficile, complessa, incentrata sulla crisi che minaccia le “presenze amate e familiari”, ma anche sulla possibilità di salvezza che scaturisce da ure di donne angeliche e insieme reali (Clizia, La Volpe, La stessa Mosca).

Negli anni Sessanta la fama di Montale è grandissima non solo in Italia, ma anche all’estero: le sue opere sono tradotte nei paesi europei, compresi quelli dell’Est, come Ungheria e Bulgaria, e negli Stati Uniti. Sarebbe stata una stagione felice per Montale che, nominato senatore a vita e privo di preoccupazioni economiche, avrebbe potuto dedicarsi alle attività preferite: purtroppo, però, nel 1963 muore Mosca, che il poeta non finirà mai di rimpiangere.

Lo sguardo critico, ma insieme partecipe, sull’uomo e sul mondo non si è certo affievolito. E intatta resta la capacità di fare ironia sugli altri e su sé stesso, sulla falsa notizia della sua morte apparsa su molti giornali, sulla sua stessa esistenza.

“Quando il mio nome apparve in quasi tutti i giornali/una gazzetta francese avanzò l’ipotesi/che non fossi mai esistito”: questi i primi versi di una poesia del 1980, scritti a pochi mesi dalla morte, avvenuta a Milano il 12 settembre 1981.


LA POETICA


La Liguria dell'infanzia e della giovinezza, offre alla sua prima poesia il costitutivo teatro di un paesaggio intenso di grandi luci estive e di inquieti orizzonti marini. Pienamente immerso nel paesaggio ligure, e in gran parte 'all'aria aperta' e accomnato dal 'delirio del mare', segnato ma non sopraffatto da un intimo rovello filosofico, il suo libro iniziale, “Ossi di seppia”, è già un capolavoro, un vero e proprio manifesto poetico che sin dal titolo sottolinea l’essenzialità povera e scabra: uno dei libri-chiave del Novecento letterario.

Il titolo di questa prima raccolta poetica montaliana richiama emblematicamente, nella scelta di questo relitto del mare e delle spiagge che è l’osso di seppia (un guscio vuoto), cose inaridite, prosciugate, senza vita; il che è già un modo per suggerire una filosofia di vita.

Il senso angoscioso di una chiusura e costrizione esistenziale (il muro, appunto, che e in diversi testi, la 'rete che ci stringe', la 'ferrea catena della necessità', la 'catena che ci lega', la 'giostra d'ore troppo uguali' della ripetizione banale) domina l'immaginario del primo libro. ½ si oppone la ricerca di sperati spiragli di libertà e di vita autentica: la 'maglia rotta' nella rete, 'l'anello che non tiene', la 'lima che sega' la catena (in limine), l'inaspettato prodigio che salva (il 'miracolo laico'), di cui è portatrice l'immagine femminile, che assumerà nei due libri seguenti la fondamentale funzione di una moderna e laica Beatrice. La poesia, in questa cupa e pessimistica visione del mondo, non può indicare la strada per uscire dalla crudele morsa del mondo, poiché è venuto meno il suo potere conoscitivo ed interpretativo del reale, a causa della perdita, da parte del soggetto, della fiducia nella possibilità di una corrispondenza logica ed analogica, tra io e mondo, può solo offrire “qualche storta sillaba e secca come un ramo”, può solo  rappresentare questa condizione negativa, rinvenendola negli oggetti attraverso il correlativo oggettivo. La poesia è ancora il risultato della  consapevolezza della negatività, di questo non essere dell’uomo. Negli “Ossi di seppia” tale negatività è riscontrabile nel medesimo titolo della raccolta: gli ossi rappresentano il correlativo oggettivo della condizione dell’uomo, ridotto appunto a rifiuto, ad inutile rottame dell’esistenza, espulso, esiliato dalla vita, quella reale, autentica, vera, rappresentata dal mare. La tematica del detrito comporta un sentimento di scacco e di fallimento esistenziale e sociale, ma non esclude totalmente un riscatto, un appiglio, una salvezza.Ma dove trovare questo appiglio, dove rintracciare una qualche piccola possibilità di salvezza? Paradossalmente proprio nella condizione di rifiuto, proprio nella diversità che tale condizione determina la leggerezza. Solo grazie a questa l’osso potrà galleggiare sulle onde e confondersi con la natura, con l’armonia cosmica e diventare quasi parte di questa, perché in fondo è questo il tormento dell’uomo, non poter essere in armonia con il cosmo, non poter aderire completamente alla natura.

La leggerezza è anche, da un punto di vista pratico, la possibilità di vivere in un piccolo mondo infantile, protetto ma fragile, che consenta un minimo di libertà adolescenziale, quella negata all’uomo che vive nel momento della decisione e dell’inserimento nella vita sociale.



Ma restare nel mondo degli incanti adolescenziali significa rifiutare le responsabilità di una vita adulta, significa allontanarsi da quella che è la vita reale, significa essere vili.

Con la fine dell’infanzia l’uomo deve dire addio al grembo protettivo, in cui l’adesione al ritmo cosmico era spontanea e naturale. Il distacco da quell’età mitica, avviene con il “minuto violento” della consapevolezza che distrugge ogni illusione. Quell’età perduta è possibile riviverla soltanto nella dimensione della memoria. Quella montaliana è però una memoria difficile, fatta di ricordi fulminei destinati subito a svanire, ad allontanarsi, a diventare di un altro; è una memoria che cigola per un ingranaggio, per un meccanismo non funzionante e non controllabile. Nonostante questo, il ricordo è spesso un talismano che, per pochi istanti, può introdurre l’uomo nel miracolo della salvezza; un miracolo, però,  avvertito, creduto, ma non reale e presto dimenticato.

Ogni possibilità di salvezza, di miracolo, di prodigio, è  affidata ad una memoria fragile ed involontaria (a differenza di quella leopardiana), che difficilmente riuscirà ad assolvere la propria funzione, ad una memoria inadeguata ed arbitraria: è lei che decide chi deve apparire in ricordo e chi no, è lei che poi deforma  il passato, lo fa vecchio.

E’ questa, dunque, una memoria che ha come sua parte fondante l’oblio e che da questo è regolata e resa crudele, poiché non solo impone ciò che è indesiderato, ma sottrae anche il ricordo desiderato. Questa crudeltà è propria di una memoria quale è presente negli “Ossi di seppia”, grigia, stanca, scialba, dilavata e terribile. Nella seconda edizione di Ossi di seppia e un testo-chiave, Arsenio, in cui il poeta condensa gli elementi che caratterizzano il 'personaggio che dice io' in questo primo libro. Arsenio, che in parte rappresenta lo stesso Montale (non certo per caso in rima con Eugenio), reincarna il tipico eroe negativo, o antieroe, romantico o decadente, del quale proprio in quegli anni Montale scopriva e proclamava, primo forse tra gli italiani, la grandezza. Arsenio è incapace di vivere.

Montale è stato definito il “poeta della disperazione” perché, chiuso in un freddo e insensibile dolore, proietta il suo “male di vivere” sul mondo circostante, dando quasi origine ad una sofferenza che non è solo umana, ma addirittura cosmica e universale. La sua visione pessimistica dell’esistenza, specie nella consapevolezza della negatività di ogni mitologia o ideologia, che però non significa isolamento e rifiuto di vivere, lo spinge verso l’impegno a oggettivare le cose, i paesaggi, i modi di sentire, gli eventi che possono tradurre ogni sua particolare emozione. Per lui la vita è una terra desolata in cui gli uomini, gli oggetti e la stessa natura sono soltanto squallide e nude presenze senza significato. In tal modo il Vivere precipita verso il Nulla. Ciò nonostante, Montale è alla ricerca di un varco, di una smagliatura, da cui poter fuggire per salvarsi. La sua è una negatività che, anche se vanamente, ricerca la positività. Infatti, nella negazione totale si offre una speranza di salvezza, di una grazia riservata a chi saprà fuggire da se stesso e dalla propria chiusura.

La parola di Montale indica con precisione degli oggetti definiti e concreti e stabilisce tra di essi una trama di relazioni complesse cui fa capo lo stesso soggetto poetante il cui fine ultimo è scoprire la direzione e il senso proprio della vita, è una parola quindi molto ricercata. A questo proposito, la poesia di Montale è stata strettamente connessa alla “poetica delle cose”, molto simile a quella Pascoliana.

GLI SCRITTI MONTALIANI (DA OSSI DI SEPPIA)



“I LIMONI”

Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.

Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall' azzurro:
piú chiaro si ascolta il susurro
dei rami amici nell' aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest' odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed é l' odore dei limoni.

Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s' abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l' anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una veritá
Lo sguardo fruga d' intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno piú languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinitá

Ma l' illusione manca e ci riporta il tempo
nelle cittá rumorose dove l' azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s' affolta
il tedio dell' inverno sulle case,
la luce si fa avara - amara l' anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d' oro della solaritá.



IL LIVELLO TEMATICO


“I Limoni” sono il manifesto teorico della poesia montaliana che metaforicamente rappresentano la speranza; il significato del testo consiste nel rifiuto della poesia aulica qual è quella adottata dai “poeti laureati”, fatta di nobili presenze e di termini selezionati. Ad essa Montale contrappone una realtà comune, costituita da un paesaggio povero ed scabro, che vive di presenze naturali consuete e concrete. E’ questo il percorso della poesia indicato da Montale, che ( sulla linea proposta da Pascoli) rifiuta l’uso generico e indeterminato della parola, ma se ne serve per indicare con precisione cose e oggetti dalla fisionomia specificata. Al culmine si pone qui l’immagine risolutiva e simbolica dei “limoni”, aspri ma fortemente vivi e colorati. La natura descritta in questi versi è una realtà animata e tangibile: solo in essa, così elementare e brulla è possibile strappare un po’ di pace e di felicità. Nel silenzio le “cose” sembrano abbandonarsi, come se fossero sul punto di rivelare il “segreto” esistenziale della loro elementare presenza, lasciando intravedere “il filo” da cui parte l’incomprensibile disegno della vita. Nell’alterna vicenda delle stagioni, la scoperta “dei gialli dei limoni”, che si intravedono all’interno di un cortile, riporta il calore vitale e la felicità di una rinata illusione.




LIVELLO RITMICO METRICO


Il componimento è composto da quattro strofe di varia lunghezza e versi di varia misura: si passa da versi senari ad altri di misura lunghissima. Non mancano le rime “ciglioni . limoni . passioni . canzoni. ½ sono anche rime interne: laureati . usati . e assonanze in ANT e in AN: piante . acanti.



“NON CHIEDERCI LA PAROLA”

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
si' qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
cio' che non siamo, cio' che non vogliamo.


IL LIVELLO TEMATICO


Questa poesia è anch’essa tratta da “Ossi di Seppia”. Montale in questa poesia chiede ad un ipotetico interlocutore di non chiedere più ai poeti la verità assoluta, in quanto la parola di cui il poeta stesso dispone non è in grado di rivelarla. Quindi le poesie non rappresentano più la realtà, come al contrario i poeti laureati (D’Annunzio) credevano di esprimere.

Il “polveroso prato” propone il tema, sempre caro agli “Ossi di Seppia”, dell’aridità.

Nella seconda strofa l’autore fa riferimento all’uomo conformista, deciso e sicuro, il quale è indifferente a tutto ciò che lo circonda, fregandosene di scoprire la realtà. Al contrario il poeta è sempre alla ricerca della realtà assoluta, ma non riuscirà a trovarla perché non esiste, ma nonostante questo sente sempre la necessità di cercarla.

L’ultima strofa inizia con un imperativo negativo (“non domandarci la formula che mondi possa aprirti”). Con questa affermazione il poeta ribadisce il concetto che neanche i poeti sono in grado di capire la verità, ma nelle ultime due strofe il poeta lascia ai lettori una lieve speranza dicendo: “Possiamo dirti chi non siamo e ciò che non vogliamo”.


LIVELLO RITMICO METRICO


Tre quartine di versi di differente lunghezza, variamente rimati (Es. I Strofa: a b b a – II : a b c a – III Strofa: a b a b). Da notare: a) il duplice imperativo negativo (versi 1 e 9) che è un modulo stilistico che si ripete nelle poesie montaliane di quegli anni a sottolineare un particolare rapporto col mondo; b) la desolata aridità di certe immagini (polveroso prato, scalcinato muro) che sarà una costante nella produzione di Montale: elementi fisici che si caricano di un significato metafisico; c) l’asprezza contorta di certe collocazioni (storta . .e secca). 


“SPESSO IL MALE DI VIVERE HO INCONTRATO”


1 Spesso il male di vivere ho incontrato:

2 era il rivo strozzato che gorgoglia,

3 era l'incartocciarsi della foglia

4riarsa, era il cavallo stramazzato.


5 Bene non seppi; fuori del prodigio

6 che schiude la divina Indifferenza:

7 era la statua nella sonnolenza

8 del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.


IL LIVELLO TEMATICO




Il testo descrive esplicitamente il concetto montaliano del “male di vivere” ed offre un chiaro esempio di correlativo/oggettivo, ossia del rapporto che la parola stabilisce con gli oggetti da essi nominati, cioè dell’oggetto come espressione di uno stato d’animo. Nel primo verso, l’uso della prima persona suggerisce un movimento che va dal personale al concreto, dal soggettivo all’oggettivo. Utilizzando la forma verbale “ho incontrato” il poeta materializza il concetto del “male di vivere”, identificandolo quasi come una persona reale, sottolineando in tal modo la vitalità e la realisticità del contatto con esso. Questo male si identifica direttamente con gli emblemi che lo rappresentano: “il rivo strozzato”, immagine che ritrae l’acqua costretta a fluire attraverso una strettoia , “l’incartocciarsi della foglia riarsa” e il “cavallo stramazzato”,  che oramai stanco e corroso dalla fatica si abbandona a se stesso e si lascia cadere a terra.

In opposizione al “male di vivere” che si manifesta negli aspetti più comuni della Natura, non vi può essere per Montale altro “bene” che l’atteggiamento di stoico distacco e di “indifferenza” assunto dalla divinità di fronte alla miseria del mondo. Ai tre emblemi del “male” si oppongono tre correlativi oggettivi di questa specie di “bene”: la statua, la nuvola e il falco.


LIVELLO RITMICO METRICO


Sono due quartine di endecasillabi tranne l’ultimo “un senario doppio”; rime incrociate (ABBA) nella prima quartina; anomale nella seconda quartina (CDDA); l’ultimo verso, di quattordici sillabe, è ipermetro.


LIVELLO RETORICO


Nella poesia si possono evidenziare le seguenti ure retoriche:

II° Verso: Il rivo strozzato = metafora ( il ruscello è paragonato alla vita)

III° Verso: L’incartocciarsi della foglia = metafora

IV° Verso: Il cavallo stramazzato = metafora

VII° Verso: La statua = metafora (l’immobilità e l’insensibilità)

VIII° Verso: La nuvola = metafora (l’inconsistenza e l’imprendibilità)

Il falco = metafora ( lontananza e libertà istintiva)

III/IV Verso . . della foglia/riarsa = enjambement

VII/VIII Verso . .nella sonnolenza/del meriggio = enjambement

II – III – IV Verso . .era il rivo . .era l’incartocciarsi . .era il cavallo = anafora

LA PROIEZIONE MONTALIANA SOTTO IL REGIME FASCISTA


Montale è stato coerentemente antifascista, e certo il fascismo, il nazismo, le vicende d’Europa degli anni trenta, la guerra, sono stati elemento della sua disperazione; e in disarmonia con il mondo egli si è sentito dopo la seconda guerra mondiale, quando è stato anticomunista, antiavanguardista, sprezzante verso la storia politica, sociale, culturale del secondo dopoguerra. Di qui capiamo la sua inadattabilità al mondo d’oggi. Quest’atteggiamento si nota già nella prima raccolta, Ossi di seppia; nella seconda raccolta, Le Occasioni, approfondì motivi e ricerca espressiva in un processo ulteriore verso la stretta fusione di classicismo e simbolismo e nella tendenza ad una poesia metafisica. Al centro restava la visione del mondo incoerente, un ammasso di oggetti estranei all’uomo quando non addirittura ostili, la coscienza della propria solitudine e del proprio destino umano e solo qualche rara occasione che ci permette di vivere. E la poesia, in quegli anni bui quando dittature e guerre soffocavano, diventa l’unico scampo: uno scampo aristocratico, che stacca e isola pochi eletti dalla grigia folla comune. Scoppiata la guerra, nel momento in cui la massima si fa l’angoscia dell’uomo, Montale scrive le liriche Finisterre (1940-’42), che poi raccoglie in La bufera e altro (1956). Qui Montale continua il suo esame di un mondo che avverte sempre più estraneo. Col passare degli anni questo sentimento di distacco dal mondo si fa sempre più acuto. Montale ripugna alla civiltà industriale, vede in essa la morte dell’arte.

L’avvento del nazionalsocialismo in Germania, una volta superata la crisi nei rapporti italo-tedeschi provocata dalla politica annessionistica del nazismo nei confronti dell’Austria, contribuì ad accentuare gli aspetti espansionistici e imperialistici dell’azione internazionale del fascismo. Di qui lo scatenamento della seconda guerra mondiale a causa dei nazisti tedeschi. La guerra del 1939-’45, ebbe caratteristiche politiche e ideologiche diverse dalla prima. La guerra del 1939-’45 è stata una guerra mondiale, invece quella del 1914-’18 è stata una guerra prevalentemente europea. Nessuna guerra vide mai i massacri e i genocidi commessi dalla Germania nazista.







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