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APOGEO E CRISI DEL BIPOLARISMO - Dalla guerra fredda al mondo contemporaneo - Kennedy e Kruscëv: dalla crisi alla distensione, La Cina di Mao, La guer

APOGEO E CRISI DEL BIPOLARISMO - Dalla guerra fredda al mondo contemporaneo - Kennedy e Kruscëv: dalla crisi alla distensione, La Cina di Mao, La guer
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APOGEO E CRISI DEL BIPOLARISMO

Dalla guerra fredda al mondo contemporaneo




Kennedy e Kruscëv: dalla crisi alla distensione


Gli anni ’60 per l’Occidente industrializzato segnarono il trionfo della civiltà del benessere. Tuttavia regnava un equilibrio del terrore retto sulla reciproca minaccia nucleare tra le due superpotenze: USA e URSS.


Nel 1960, scaduto il secondo mandato di Eisenhower, venne eletto presidente degli USA il democratico John Fitzgerald Kennedy (giovane e cattolico) che riprese lo slancio riformatore della linea wilsoniana (verso una “nuova frontiera”: la pace internazionale, la scienza; incremento delle spese per esplorazioni spaziali). Ambivalenza: difesa della pace, ma tutela intransigente degli interessi americani nel mondo.




Nel 1961 JFK incontra Kruscëv per discutere di Berlino Ovest, città che i sovietici vorrebbero “libera” (per sottrarla al controllo americano). JFK rifiuta e i sovietici innalzano il muro di Berlino per separare le due parti della città, simboleggiando così la divisione della Germania e del mondo in due blocchi contrapposti.


JFK tenta di soffocare il regime socialista a Cuba sostenendo la rivolta degli esuli anticastristi che sbarcano presso la Baia dei Porci (1961): la spedizione armata è però un totale fallimento. E l’URSS ne trae motivo per cominciare l’installazione di basi missilistiche nucleari su Cuba a difesa dell’isola. Scopertolo, Kennedy ordina il blocco navale intorno a Cuba per bloccare le navi sovietiche. Sono giorni drammatici (ottobre 1962) nei quali il mondo è vicinissimo al conflitto nucleare (cfr. film “Thirteen Days”). Alla fine l’URSS cede e smantella le basi in cambio dell’assicurazione USA all’astensione da operazioni militari contro Cuba.


Il compromesso segna un rafforzamento della ura di JFK e apre una fase di distensione: nel 1963 USA e URSS firmano un trattato per la messa al bando di esperimenti nucleari nell’atmosfera e concordano l’installazione di una linea “rossa” diretta tra Casa Bianca e Cremino per scongiurare il pericolo di un conflitto nucleare “per errore”.


Frattanto Kruscëv accentuava la competizione economica con gli USA, nel velleitario tentativo di battere il capitalismo americano sul proprio terreno. I pessimi risultati dell’economia sovietica portarono nel 1964 alla caduta dello stesso Kruscëv.


Nel 1963 era frattanto stato ucciso JFK (a Dallas, Texas, il 22 novembre), nel primo di una serie di misteriosi omicidi politici: nel 1968 furono uccisi anche Martin Luther King e Robert Kennedy, fratello di JFK, probabile candidato democratico alla presidenza USA.


A Kennedy subentra e viene poi eletto nel 1964 come presidente Lyndon Johnson, già vicepresidente, che riprende progetti di legislazione sociale rooseveltiani, ma avrà la sfortuna di legare il suo nome alla guerra in Vietnam.






La Cina di Mao


Nascono contrasti tra URSS e CINA: l’Urss mira a mantenere posizione egemone in un ordinamento bipolare che la oppone agli USA, la Cina vorrebbe invece guidare i movimenti rivoluzionari anti-imperialistici di tutto il mondo, acquisendo maggior peso internazionale; l’URSS con la destalinizzazione di Kruscëv avvia una moderata liberalizzazione interna, mentre la Cina accentua i caratteri radicali e repressivi del regime.


Negli anni ’50 industria e commercio cinesi vengono nazionalizzati. Stessa sorte tocca all’agricoltura, dove migliaia di famiglie vengono obbligate a riunirsi in cooperative. Essendo i risultati inferiori alle aspettative (e alle esigenze di un Paese con circa 600 mln di abitanti), nel 1958 si decide la strategia del grande balzo in avanti: le cooperative vengono forzatamente riunite in grandi comuni popolari che hanno l’obiettivo della completa autosufficienza economica, con parallelo inasprimento del controllo sulla vita dei singoli. Il fallimento della strategia porta aspre critiche da parte dell’URSS che decide il ritiro dei propri tecnici dalla Cina (cosa che non impedisce alla Cina di dotarsi autonomamente della bomba atomica nel 1964), mentre la Cina accusa l’URSS di acquiescenza all’imperialismo.


Il fallimento del grande balzo in avanti fa sorgere correnti moderate interne alla Cina per fronteggiare le quali Mao si serve dei giovani, conquistati attraverso la rivoluzione culturale (1966-69): un movimento apparentemente spontaneo, in realtà coordinato da Mao e appoggiato dall’esercito, che si opponeva ai dirigenti moderati accusati di percorrere la “via capitalistica”, attraverso al formazione di squadre di studenti armati (guardie rosse) che colpivano i dissidenti (destinati a torture e “campi di rieducazione”).

Eliminati i moderati anti-maoisti, è lo stesso Mao che pone fine al movimento giovanile da lui suscitato che, oltre a un milione di morti, stava spaccando la stessa base comunista.


Nella fase della normalizzazione, apertasi nel 1969, ruolo di primo piano gioca il primo ministro Chou En-Lai che, vista la crisi con l’URSS, apre a sorpresa il dialogo con gli USA, ricevendo il presidente Nixon a Pechino (1972) e ricevendo l’ammissione all’ONU (nel posto fino allora occupato dalla Repubblica Nazionalista di Chang Kai-shek)



La guerra in Vietnam


Dopo la guerra con la Francia (1946-l954) gli accordi di Ginevra avevano diviso il Vietnam in due repubbliche: quella del Nord, retta dai comunisti di Ho Chi-minh (con capitale Hanoi), e quella del Sud, retta da un regime filoamericano (con capitale Saigon).

Contro il governo del Sud si sviluppa un movimento di guerriglia (Vietcong) guidato dai comunisti e sostenuto dal Nord. Preoccupato all’idea di un Vietnam interamente in mano ai comunisti, JFK invia fino a 30.000 “consiglieri militari”  che, dal 1964, sotto la presidenza di Johnson, crescono di numero fino a diventare nel 1968 oltre mezzo milione di soldati americani.


Nel 1964 ha inizio il conflitto e nel 1965, senza dichiarazioni di guerra, iniziano feroci bombardamenti contro il Vietnam del Nord che però resiste con azioni di guerriglia che sfiancano resistenza e morale dell’esercito USA. Il conflitto viene ripreso dalla TV e trasmesso negli USA dove ha inizio un acceso movimento di protesta pubblica contro questa “sporca guerra” dai costi economici e umani insostenibili.


All’inizio del 1968 i vietcong scatenano una forte offensiva nelle principali città del Sud, spingendo Johnson a decidere la sospensione dei bombardamenti. Il suo successore, il repubblicano Richard Nixon, nel 1968 decide di aprire i negoziati con il Nord. Nel frattempo sostiene però l’esercito del Sud e cerca di allargare il conflitto a Laos e Cambogia per tagliare i rifornimenti dei vietcong.


Solo a Parigi nel 1973 si firma l’armistizio che decreta il ritiro americano.

La guerra però continua e nel 1975 il Vietnam del Nord vince, occupando Saigon. Nello stesso anno i comunisti conquistano anche il Laos e la Cambogia (grazie ai guerriglieri comunisti detti Khmer rossi): tutta l’Indocina è diventata comunista.

Per gli Usa è la prima grave sconfitta militare della loro storia.



L’URSS e l’Europa dell’EST


Dopo l’allontanamento di Kruscëv (1964), diviene segretario del Pcus Leonid Breznev: pone minor enfasi sulla destalinizzazione e accentua anzi la repressione del dissenso. L’economia resta in crisi, come pure i rapporti con la Cina, cosa che spinge Breznev a favorire una politica di riarmo.


Mentre l’URSS tollera una certa autonomia nella Romania del dittatore comunista Nicolae Ceausescu, dura è la repressione in Cecoslovacchia.

Qui nel 1968 il segretario del partito comunista è Alexander Dubcek, leader dell’ala innovatrice, che introduce il pluralismo economico e politico, favorendo la libertà di stampa e opinione in quella stagione di liberalizzazione che viene detta “primavera di Praga”. Preoccupati  che il “socialismo dal volto umano” cecoslovacco possa contagiare altri Paesi dell’Europa dell’Est, i sovietici decidono per la repressione, benché – a differenza della rivolta di Ungheria del 1956 – Dubcek non metta in dubbio la collocazione del Paese nel sistema di alleanze sovietico e nel Patto di Varsavia.

Nell’agosto del 1968 le forze armate sovietiche occupano Praga e il resto del Paese, Dubcek viene arrestato e, benché rimesso provvisoriamente al potere a causa della massiccia resistenza passiva opposta dalla popolazione, viene presto allontanato ed emarginato con tutti i dirigenti moderati che avevano incarnato la “primavera di Praga”, la cui repressione violenta offusca l’immagine pubblica dell’URSS, con espressioni di condanna dagli stessi partiti comunisti (italiano, cinese, jugoslavo, rumeno).





L’Europa occidentale


Negli anni del benessere, mentre in Francia restano al potere gruppi di obbedienza gaullista (anche dopo le dimissioni di De Gaulle nel 1969) in Germania Ovest e Gran Bretagna salgono al potere i socialisti.


In Germania il monopolio dei cristiano-democratici si interrompe nel 1966 quando questi si alleano in una grande coalizione con il PSD. Con l’economia in netta ripresa, nel 1969 il PSD di Willy Brandt rompe l’alleanza con la CDU e si allea con i Liberali, governando per circa 15 anni in un clima di prosperità e normalizzazione delle relazioni diplomatiche con i Paesi dell’Europa dell’Est (Ostpolitik).


Meno fortunata l’esperienza dei laburisti inglesi che salgono al potere nel 1964 in un momento di difficile congiuntura economica, con la questione irlandese sempre aperta (agitazioni delle minoranze cattoliche nell’Ulster, l’Irlanda del Nord, annessa alla GB protestante).

L’ingresso della GB nella CEE (1972) non basta a risollevare l’economia britannica.


Il Medio Oriente e le guerre arabo-israeliane


Dopo la crisi di Suez (1956) resta alta la tensione tra Egitto (protetto dall’URSS) e Israele (appoggiato dagli USA).

Nel 1967 il presidente egiziano Nasser chiede il ritiro delle forze ONU stanziate al confine con la penisola egiziana del Sinai e stringe un patto militare con la Giordania. Gli Israeliani, sentendosi accerchiati, sferrano un attacco preventivo contro Egitto, Giordania e Siria.

La guerra è breve (“dei sei giorni”) e si decide con la distruzione a terra dell’aviazione egiziana. L’Egitto perde il Sinai (restituito dopo la pace del 1979), la Giordania tutti i territori a ovest del Giordano (Cisgiordania), inclusa la parte orientale di Gerusalemme (la città viene annessa allo Stato ebraico e ne diventerà capitale nel 1980), la Siria perde le alture del Golan (annesse nel 1981 a Israele). Sono circa 400.000 i Palestinesi profughi in Giordania.


La disfatta della guerra dei sei giorni segna il declino di Nasser e induce la Giordania alla prudenza.  I movimenti di resistenza palestinese, riuniti nell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), si distaccano dai regimi arabi. Leader dell’OLP è Yasser Arafat, già capo del gruppo principale, Al Fatah.

L’OLP pone le sue basi in Giordania ma re Hussein, stanco delle rappresaglie israeliane a causa degli attentati terroristici dei feddayn (combattenti) palestinesi, reagisce nel 1970 con una sanguinosa prova di forza causando migliaia di morti e spingendo i profughi palestinesi in Libano (“settembre nero”). Da allora l’OLP estende la lotta a livello internazionale, giungendo ad attentati clamorosi come quello delle Olimpiadi di Monaco nel 1972 (cfr Film Munich di S. Spielberg)


Nel 1970 muore Nasser e gli succede Anwar Sadat, deciso a recuperare il Sinai. Nel 1973, durante la festa ebraica dello Yom Kippur (6 ottobre), le truppe egiziane dilagano a sorpresa nel Sinai, sbaragliando la difesa israeliana che, riorganizzatasi con aiuti americani, respinge l’attacco. Crolla il mito della invincibilità israeliana.


Gli Stati arabi chiudono il canale di Suez e proclamano il blocco petrolifero contro Israele e i Paesi occidentali che lo sostengono. Nel novembre 1973 il prezzo del petrolio è quadruplicato, giungendo nel 1979 a costare 10 volte più che nel 1972.

Ovunque tra il 1974 e il ’75 la produzione occidentale ha un brusco calo, soprattutto in Italia e Giappone. La recessione produttiva (per mancanza di petrolio) si accomna all’aumento dei prezzi (alta domanda, bassa produzione) in quel fenomeno che è detto stagflazione: diminuzione della produzione, aumento dell’inflazione. Finiti gli anni del benessere, torna lo spettro della crisi e della disoccupazione.



Il tempo del riflusso


La crisi del petrolio, i conflitti arabo-israeliani, la guerra in Vietnam sono elementi di crisi che porteranno alla dissoluzione del sistema internazionale sorto dalla seconda guerra mondiale.

Entra in crisi a inizio degli anni ’80 l’ideologia di sinistra, sia nella sua versione rivoluzionaria, sia nella versione riformista, a causa della grande delusione in seguito alla sanguinosa repressione di Praga del 1968, all’intervento militare dell’URSS in Afghanistan nel 1979, agli insuccessi economici e sociali dell’URSS, alle atrocità commesse dai Nord Vietnamiti e dai Cambogiani, al dilagare del terrorismo rosso (Italia, Francia, Germania). Entra in crisi la fede assoluta nel Welfare State, accomnata da una critica all’assistenzialismo radicale. Questo “riflusso” (crisi delle ideologie di sinistra) contribuisce alla salita al potere dei conservatori in GB (Thatcher, 1979) e negli USA (Reagan, 1980).


Le difficoltà economiche seguite alla crisi petrolifera del 1973 accentuano le tendenze protezionistiche dei Paesi occidentali, e poco può l’istituzione del Sistema monetario europeo (SME, 1979) che tendeva alla stabilità dei cambi nazionali.


La Gran Bretagna vede la salita al potere della conservatrice Margaret Thatcher (1979): intransigente liberista, ridiscute il Welfare State, privatizza ampi settori dell’industria pubblica, dovendo però lasciare al 1990 la guida del Paese al conservatore John Major a causa delle critiche ricevute per la sua strenua opposizione ai progetti di integrazione europea.


La Germania Federale vede la fine dei governi socialdemocratici di Willy Brandt (rottura della alleanza coi liberali in quanto il PSD è contrario alla installazione degli “euromissili” NATO in Germania) e l’avvento al potere della CDU di Helmuth Kohl.


In Francia vince l’Unione delle Sinistre che porta alla presidenza nel 1981 il socialista François Mitterand: fatte ampie promesse di riforme, deve affrontare una forte crisi economica con misure restrittive che non gli impediscono però la conferma presidenziale nel 1988.


Mentre la Sna transita senza traumi alla democrazia (con referendum nel 1978 che approva una costituzione democratica) ad opera dello stesso re Juan Carlos di Borbone (insediatosi nel 1975 sul trono vacante dal 1931 dopo la morte di Franco), ritornano alla democrazia pure Portogallo e Grecia. I tre Paesi entreranno poi a far parte della CEE (Grecia, 1981 – Sna e Portogallo, 1986).



Gli USA da Nixon a Bush


Gli anni ’70 sono durissimi per gli USA: crisi petrolifera, guerra in Vietnam, scandalo del Watergate (il presidente Nixon nel 1974 viene accusato di aver coperto illegalmente alcuni collaboratori colpevoli di aver spiato esponenti del partito Democratico).

Nel 1976 (dopo due anni di presidenza incolore del repubblicano Gerald Ford, succeduto a Nixon, dimissionario prima di esser colpito dall’impeachment del Congresso) viene eletto presidente degli USA il democratico Jimmy sectiuner, che sostituisce alla Realpolitik di Nixon (e del suo segretario di Stato Henry Kissinger) una ripresa wilsoniana della difesa dei diritti umani, portata avanti però con incertezze e velleità che favoriscono, nel 1980, l’affermazione del repubblicano Ronald Reagan, anziano ex attore, fautore di una politica estera più dura verso l’URSS nel nome dell’orgoglio nazionalista americano.


Sotto Reagan l’economia riprende a pieno ritmo benché il taglio della spesa sociale accresca le disuguaglianze e la povertà dei ceti più oppressi. Si contengono però la disoccupazione e l’inflazione. Reagan accentua le spese militari, caldeggiando un costoso e avveniristico progetto di “scudo aerospaziale” contro la minaccia di missili nucleari.


Avviati dialoghi di distensione con l’URSS, Reagan può lasciare la presidenza nel 1988 al suo vicepresidente Gorge Bush: esponente dell’ala moderata dei repubblicani, Bush ridimensiona le spese militari per il progetto dello “scudo”, d’altra parte, sarà proprio Bush a legare il suo nome all’intervento militare in Iraq contro Saddam Hussein (1990-l991: guerra del Golfo).





L’URSS da Breznev a Gorbaèëv


Per tutti gli anni ’70, durante il potere di Breznev, l’URSS maschera la propria crisi interna con una vivace politica estera e una rinnovata corsa al riarmo.

Nel 1979 l’URSS decide l’invio di contingenti armati in Afghanistan (posizione strategica per il controllo dell’area del Golfo Persico) ma si trova invischiata in un “Vietnam” che la impegnerà per quasi dieci anni contro i guerriglieri islamici (sostenuti dagli USA). 

Sotto Breznev si acuisce la repressione del dissenso interno (denunciato, tra gli altri, dallo scrittore esule Aleksandr Solzenitsyn, autore di Arcipelago Gulag).


Morto Breznev (1982) diventa segretario del Pcus Michail Gorbaèëv (1985): giovane, dinamico, attua liberalizzazioni interne secondo la parola d’ordine della perestrojka (riforma) introducendo elementi di libero mercato nell’economia socialista e distinguendo lo Stato dal partito. Nel 1990 viene eletto Presidente dell’URSS.

La persistenti difficoltà economiche si accomnano all’emergere di movimenti autonomisti e indipendentisti. Dapprima le tre repubbliche baltiche (Lettonia, Letuania, Estonia) reclamano l’indipendenza sottratta loro con l’annessione decisa dal patto di non aggressione russo-tedesco (agosto 1939), poi nel 1990 la stessa Repubblica Russa (la più estesa dell’Unione) rivendica la propria autonomia eleggendo come proprio presidente il riformista Boris Eltsin.


Oltre alle riforme, Gorbaèëv avvia un importante processo di glasnost (trasparenza) interna, favorendo il libero dibattito politico-culturale e rilanciando il dialogo con l’occidente data la necessità di interrompere la corsa agli armamenti che grava sulla dissestata economia sovietica.  Reagan e Gorbaèëv si trovano per dialoghi sul disarmo nel 1985 e nel 1986, giungendo col vertice di Washington nel 1987 a siglare uno storico accordo sulla riduzione degli armamenti missilistici in Europa: per la prima volta si decide al distruzione di armi nucleari. Nel 1988 l’URSS si impegna quindi al ritiro delle truppe dall’Afghanistan, operazione compiuta nel 1989.

In un clima di generale distensione e pace, nel 1990 a Parigi si riunisce la Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa cui partecipano i Paesi della Nato, del Patto di Varsavia e la Germania ormai riunificata, firmando un trattato di non aggressione e di riduzione degli armamenti convenzionali.


Gorbaèëv cerca di contenere le spinte autonomiste interne all’URSS un po’ reprimendo, un po’ concedendo. Nell’agosto 1991 il fragile equilibrio si rompe: un gruppo del Pcsu ordisce un golpe contro Gorbaèëv ma l’esercito non dà l’appoggio sperato e il golpe fallisce. Eltsin può ristabilire l’ordine, proponendosi come nuovo leader.


Il processo di disgregazione dell’URSS è ormai avviato. Il 21 dicembre 1991 11 repubbliche su 15 dell’URSS sanciscono la nascita della CSI (Comunità di stati indipendenti). Gorbaèëv dà le dimissioni. E’ l’inizio di una nuova Russia, nella quale le contraddizioni e le crisi economico-sociali renderanno incerto fin da subito il cammino.


Nel 1994 Eltsin decide di intervenire in Cecenia (repubblica del Caucaso) per reprimere militarmente gli autonomisti e i nazionalisti che avrebbero potuto mettere in crisi la neonata federazione russa. E’ l’inizio di una dura guerriglia che verrà proseguita con successo da Vladimir Putin (che però non riesce a domare del tutto la ribellione cecena), primo ministro di Eltsin e suo successore designato (Presidente dal 2000).





La caduta del muro di Berlino e la crisi del comunismo


La crisi del comunismo sovietico porta con sé la dissoluzione dei regimi comunisti imposti nell’Europa dell’Est.


In Polonia, il Paese più refrattario all’imposizione del modello comunista, il sindacato indipendente Solidarnosc (Solidarietà), appoggiato dal clero cattolico, guidato dall’operaio Lech Walesa. A Solidarnosc si oppone il già segretario del Partito Operaio polacco (comunista), il generale Jaruzelski, che nel 1981 attua un colpo di stato e pone il sindacato fuori legge. Riallacciato il dialogo tra governo e Solidarnosc, anche in seguito all’ascesa al soglio pontificio di Karol Wojtyla (16 ottobre 1978), vengono concesse libere elezioni che vedono stravincere i candidati di Solidarnosc (1989).


Seguendo l’esempio polacco, l’Ungheria riabilita i protagonisti della rivolta del 1956 e, tramite i nuovi dirigenti comunisti, concede libere elezioni. La decisione più importante è però quella di rimuovere le barriere di filo spinato al confine con l’Austria: si apre così una breccia nella cortina di ferro. Decine di migliaia sono i cittadini della Germania Est che attraverso Ungheria e Austria scappano nella Germania Ovest.


La RDT si vede costretta a liberalizzare i visti di uscita dal Paese, finché il 9 novembre 1989 vengono aperti i confini tra le due Germanie. Il Muro di Berlino, emblema della guerra fredda, “cade” (per poi venire materialmente distrutto successivamente) ponendo fine alle divisioni europee successive alla seconda guerra mondiale.


Nelle elezioni del 1990 nella Germania dell’Est la vittoria va ai cristiano-democratici che, in accordo con i colleghi della CDU della RFT, accelerano il processo di unificazione delle due Germanie, sancito da Helmuth Kohl il 3 ottobre 1990 con il Trattato di Unificazione: dopo un quarantennio di divisione, la Germania torna a essere uno stato unito, potenzialmente il più forte e dinamico d’Europa.


Continua intanto il processo di liberalizzazione in Europa dell’Est: in Cecoslovacchia tornano sulla scena politica Dubcek e i protagonisti della “primavera di Praga”; in Romania il dittatore Ceausescu viene messo a morte, insieme alla moglie, dopo aver invano tentato di reprimere nel sangue la rivolta popolare.


Diverso il discorso per la Jugoslavia, dove già dal 1980 (morte di Tito) era in atto una grave crisi economica e istituzionale. Le prime elezioni libere del 1990 accentuarono le spinte centrifughe entro lo stato federativo: mentre Slovenia e Croazia vedevano affermarsi i partiti autonomisti, in Serbia prevaleva il neocomunismo nazionalista di Slobodan Milosevic, deciso a riaffermare l’egemonia della Serbia entro una Jugoslavia unita.



Dittature e democrazie in America Latina


Gli anni compresi tra la crisi petrolifera (1973) e la caduta del muro di Berlino (1989) sono decisivi per l’America Latina a causa della massima espansione e della successiva caduta delle dittature militari presenti in buona parte del continente. Sono tutti Paesi che conserveranno economie in perenne crisi, con inflazione e disoccupazione crescenti.


In Cile nel 1970 diviene presidente il socialista Salvador Allende: tenta ampie riforme sociali (sfidando i conservatori militari e gli interessi economici degli USA), ma nel 1973 viene rovesciato da un golpe militare e ucciso. Il potere è assunto dal generale Augusto Pinochet. Dopo anni di regime autoritario e repressivo, Pinochet è costretto dalle pressioni internazionali ad ammettere un certo pluralismo politico, fino alla concessione del referendum che ne sancisce la fine definitiva del potere (1988), premessa per libere elezioni (1989).


In Argentina, il regime militare, che nel 1966 aveva rovesciato i peronisti, non riesce a dominare la guerriglia di matrice marxista e peronista e nel 1972 si accorda con l’ex dittatore Peròn il quale, eletto presidente della Repubblica nel 1973, non riesce però a riportare l’ordine nel Paese. Alla sua morte (1974) gli succede la seconda moglie Isabelita, deposta però nel 1976 dal regime militare che decide di riprendere il potere e di reprimere ogni dissenso con la forza bruta: sono decine di migliaia gli oppositori arrestati o ssi nel nulla (desaparecidos).

Nel 1982 il governo argentino, per distogliere l’opinione pubblica dalla crisi interna, decide di occupare le isole Falkland (oceano Atlantico) tenute da secoli dalla Gran Bretagna. La reazione della Thatcher è durissima: repressione militare e cacciata degli argentini. L’impopolarità dei generali per la sconfitta subita li porta a farsi da parte e concedere libere elezioni. La situazione resta però instabile per la grave crisi economica.




In Nicaragua il movimento rivoluzionario di sinistra detto sandinista (da Sandino, eroe nazionale degli anni Venti) prende il potere nel 1979 rovesciando la dittatura militare di Somoza. Gli Usa non intervengono fino a quando il governo non accentua i propri caratteri socialisti.

Allora Reagan appoggia i movimenti antisandinisti (contras) fino alla tregua del 1989. Le libere elezioni vedono la sconfitta dei sandinisti e l’ulteriore isolamento di Cuba che resta l’unico Paese socialista del continente, mentre l’URSS stessa si va ormai disfacendo.



Israele e i Paesi arabi


All’indomani della guerra del Kippur (1973) il presidente dell’Egitto, Sadat, si convince della necessità di trovare una soluzione al conflitto con Israele per scongiurare il pericolo imminente di una guerra.  Nel 1974 Sadat decide pertanto di espellere i tecnici sovietici, allontanandosi dall’URSS per legarsi agli USA.

Nel 1977 Sadat si reca a Gerusalemme e propone la pace quindi, con la mediazione del presidente degli Usa, sectiuner, a Camp David nel 1978, sigla un trattato di Pace con Israele (1979) che prevede la restituzione del Sinai all’Egitto.


Mentre l’OLP denuncia il “tradimento” di Sadat - ucciso per mano di un integralista islamico nel 1981-, Giordania e Arabia Saudita si dicono pronti a trattare con Israele e a riconoscerne l’esistenza in cambio del ritiro dai territori occupati (Cisgiordania e striscia di Gaza). A questo punto è però Israele a non voler trattare con l’OLP di Arafat poiché la considera organizzazione terroristica.


Dal 1987 i palestinesi residenti nei territori occupati da Israele danno vita a una lunga e diffusa rivolta (intifada, in arabo “risveglio”, sostenuta dall’OLP) contro gli occupanti che reagiscono con dura repressione.

Le conseguenze si fanno sentire in Libano dove, dopo il “settembre nero” in Giordania (1970), l’OLP ha trasferito le sue basi. Dal 1975 il piccolo stata pluriconfessionale è insanguinato dalla guerra civile per l’opposizione armata delle diverse fazioni filoisraeliane e palestinesi.

Nel 1982 l’esercito israeliano invade il Libano, giungendo fino a Beirut per spazzare via le basi dell’OLP dopo sanguinosi combattimenti. Nonostante l’intervento di una forza di pace multinazionale la guerra prosegue, al punto che nel 1984 il contingente di pace viene ritirato dopo aver subito una serie di attentati. Le lotte interne che lacerano il Libano forniranno il pretesto alla vicina Siria per imporre una sorta di controllo, intervenendo militarmente.



La rivoluzione iraniana


Le correnti integraliste islamiche, forti di un largo consenso popolare, trovano un punto di riferimento alla fine degli anni ’70 nell’Iran, Paese ricco di petrolio e governato con metodi autoritari dallo scià (imperatore).

La modernizzazione voluta dallo scià dagli anni ’60 non aveva portato benefici agli abitanti che avevano così sostenuto un moto di rivolta popolare. La perdita di consenso dello scià fu tale che, perso l’appoggio degli Usa, dovette abbandonare il Paese nel 1979.


In Iran si instaurò così una Repubblica islamica di stampo teocratico guidata dall’ayatollah Khomeini, massima autorità dei musulmani sciiti, fautore di una politica estera violentemente antiamericana e antioccidentale. Per oltre un anno il personale dell’ambasciata americana di Teheran è tenuto sotto sequestro, fino alla liberazione dopo lunga trattativa (1981).


Isolato internazionalmente, con grave crisi economica in atto, l’Iran viene attaccato nel 1980 dal vicino Iraq, teso a conquistare il controllo dell’area del Golfo Persico (dove transita il 30% della produzione petrolifera mondiale). Con la mediazione dell’ONU si giunge alla tregua del 1988 che, dopo una vera carneficina, lasciava i contendenti nelle posizioni originarie.

La fine del conflitto e la morte di Khomeini (1989) aprono qualche spazio per le componenti iraniane più moderate.



I conflitti dell’Asia comunista


Dopo la conquista di Saigon, i nord vietnamiti instaurano un regime dittatoriale sul Sud, collettivizzando l’economia e costringendo centinaia di migliaia di persone a fuggire dal proprio Paese.


Ancor più tragica la vicenda della Cambogia dove i Khmer rossi di Pol Pot attuano, tra il 1976 e il 1978, uno spaventoso massacro nel tentativo di cancellare la società passata e realizzare l’utopia di uno spietato comunismo agrario. Muoiono di fame e di stenti 1,5 mln di persone (su un totale di meno di 7 mln).


Nel 1978 il Vietnam con 200.000 soldati invade la Cambogia (volendola ridurre a protettorato, come già stava facendo con il Laos), rovesciando il governo dei Khmer rossi che continuano la guerriglia per anni, sostenuti dalla Cina che, nel 1979, effettua una spedizione punitiva nel Vietnam del Nord, senza riuscire però a indurlo al ritiro delle truppe dalla Cambogia.


L’Indocina è così teatro di conflitti tutti interni al mondo comunista. Solo nel 1988, tramite mediazione ONU, si è giunti al ritiro delle truppe vietnamite dalla Cambogia.








La Cina dopo Mao


Alla fine degli anni ’70 il processo di revisione interna avviato dalla Cina è simile alla destalinizzazione sovietica. Fautore della demaoizzazione è Deng Xiaoping, anziano esponente del gruppo dirigente “storico” del comunismo cinese, emerso come vero leader del Paese dal 1976.


Respinti il collettivismo e l’egualitarismo radicali di Mao, introduce elementi di libero mercato nell’economia cinese. Il processo di modernizzazione economica è però per certi aspetti traumatico, soprattutto in contrasto con il mantenimento della struttura burocratico-autoritaria del potere contro la quale si scaglia la protesta degli studenti dell’università di Pechino che, sentito l’eco delle trasformazioni in atto in URSS, scendono in piazza per imponenti e pacifiche manifestazioni nella primavera del 1989.

Il vecchio Deng Xiaoping, preoccupato del dissenso, reprime le proteste con brutale violenza, inviando l’esercito a disperdere gli studenti radunati in piazza Tienanmen. L’occidente condanna la repressione, sfociata in un vero massacro, ma per interesse economico nessun Paese sospende le relazioni con la Cina.



Il miracolo giapponese


Paese da sempre povero di materie prime e con altissima densità abitativa (ampio quanto l’Italia, conta 120 mln di abitanti alla fine degli anni ’80), il Giappone era diventato negli anni ’60 la terza potenza economica dopo USA e URSS.


La forte coesione nazionale, lo spirito di sacrificio, l’elevata istruzione tecnica, si legano alla stabilità di un sistema bipartitico in cui il Partito liberal-democratico mantenne per oltre 40 anni il potere.


La crisi petrolifera del 1973-74 colpisce il Giappone in modo particolare, ma la reazione è immediata e nel giro di pochi anni la produzione torna ai livelli più alti.


Alla fine degli anni ’80 gli scandali finanziari investono il Partito Liberal-Democratico che nel 1992 perde la maggioranza assoluta. Alla mutata situazione politica si aggiunge una debolezza militare che contrasta con la forza economica tuttora elevata.











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