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IN ITALIA

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IN ITALIA

Il 17 marzo 1861 Vittorio Emanuele II di Savoia assunse ufficialmente il titolo di re d’Italia. Era l’atto di nascita dello Stato unitario italiano,frutto del processo risorgimentale conclusosi con la vittoria del “partito piemontese”,guidato con grande sagacia politica da Cavour. Il sovrano mantenne lo stesso nome portato come re di Sardegna per sottolineare la continuità tra il Regno sardo e il neonato Stato italiano.

La nuova Italia unita era un paese di 22 milioni di abitanti,nel suo complesso fortemente arretrato sia sul piano sociale sia su quello economico. Bastino due dati:quasi l’80% della popolazione era analfabeta e soltanto 650.000 persone sapevano parlare correttamente la lingua italiana. In “Jeli in pastore”il protagonista, contadino umile e servizievole, è analfabeta, indifferente alla lettura e guarda con timore e diffidenza il suo amico don Alfonso leggere. L’istruzione era allora più di ogni oggi strumento di coercizione dei ricchi sui poveri, un privilegio che serviva per tenere in soggezione le persone illetterate. Così Jeli si manteneva nella sua ignoranza quasi fiero come se fosse la forza della povertà.

L’economia ruotava ancora intorno a un’agricoltura caratterizzata in prevalenza da strutture e metodi di coltivazione arcaici,il che determinava l’estrema povertà delle camne,dove abitava la maggioranza della popolazione. Diffuse vi erano le malattie di malnutrizione come la pellagra e il rachitismo. In questo precario quadro socio-economico andava inoltre delineandosi quel divario tra Nord e Sud che avrebbe in seguito originato la questione meridionale,ovvero la più profonda contraddizione interna al paese.



Se si considera infine che il Risorgimento fu l’opera di una ristretta elite cui rimasero estranee le masse popolari si può ben comprendere il senso delle parole attribuite a Massimo D’Azeglio all’indomani dell’unificazione del paese:<<Fatta l’Italia bisogna fare gli italiani>>. D’Azeglio intendeva sottolineare il gravoso compito che aspettava i governanti del Regno:cementare un’identità nazionale resa molto debole dalle contraddizioni e dagli squilibri che caratterizzavano il tessuto civile ed economico dell’Italia,in modo da creare uno Stato davvero unito non solo politicamente,ma anche nelle coscienze dei cittadini.

A Cavour morto prematuramente nel giugno 1861,succedette Bettino Ricasoli;il nuovo presidente del Consiglio apparteneva alla Destra (detta in seguito “storica” per indicare il ruolo decisivo da essa svolto nella storia italiana),lo schieramento politico che,forte di una larga maggioranza parlamentare,resse le sorti del paese per un quindicennio. Essa era costituita da quei moderati che avevano sostenuto la soluzione monarchico-unitaria del movimento nazionale,trovando in Cavour il loro punto di riferimento. Non si trattava di un vero e proprio partito,ma di un’aggregazione di diversi gruppi politicamente convergenti,nelle cui file militavano per lo più uomini dell’Italia settentrionale e centrale. Più in particolare,si distinguevano i seguenti personaggi:La Marmora,Rattazzi e Ricasoli. Cardini del loro programma erano il centralismo amministrativo e una politica liberoscambista.

La Sinistra,socialmente meno omogenea della Destra,era costituita da settori della piccola e media borghesia urbana,intellettuali e nuclei artigiani e operai. Il programma della Sinistra si fondava su obiettivi propri deldemocrazia - Le elezioni - I gruppi parlamentari - Il governo - La Corte Costituzionale" class="text">la democrazia risorgimentale:allargamento del diritto di voto,decentramento amministrativo,completamento dell’unità nazionale,puntando in brevi tempi,attraverso una mobilitazione popolare,al recupero delle terre orientali,soggette all’Austria,e di Roma e del Lazio rimasti nelle mani dello Stato Pontificio. Ad ogni modo,anche per la Destra il completamento dell’unità era fuori discussione,ma essa prevedeva tempi più lunghi.

Ai successori di Cavour spettò il compito di costruire e organizzare il nuovo Stato,compito cui essi si accinsero secondo una linea di continuità con il vecchi Regno di Sardegna. Lo Statuto albertino divenne così la carta costituzionale dello Stato italiano,mentre gli ordinamenti amministrativi e giuridici piemontesi furono estesi a tutte le regioni del paese.

L’opera di uniformazione,ultimata nel 1865,assicurò al nuovo Stato una struttura amministrativa fortemente centralizzata,secondo il modello francese di origine napoleonica. Comuni e province furono posti sotto il capillare controllo dei prefetti,funzionari del Ministero degli interni dotati di poteri molto ampi (sia di tipo amministrativo sia di ordine pubblico),che rappresentavano il governo centrale alla periferia.

La scelta dell’accentramento amministrativo fu determinata in particolare modo dalla paura della Destra che la fragile unità appena raggiunta potesse spezzarsi sotto la pressione di altre forze interne. A tale preoccupazione è da ricondurre anche l’assai ristretto suffragio a base censitaria,disciplinato da una legge che riservava il diritto di voto ai cittadini maschi che avessero compiuto i 25 anni,sapessero leggere e scrivere e assero almeno 40 lire di imposte all’anno. Nei timori della Destra un corpo elettorale più esteso e popolare avrebbe potuto essere strumentalizzato dalle forze reazionarie,clericali e in genere antinazionali,mettendo in pericolo le conquiste del Risorgimento.

Insieme all’unificazione amministrativa e legislativa i governi della Destra si accinsero all’uniformazione di pesi,misure dei diversi sistemi monetari,fiscali e doganali. A tutto il paese vennero estese le tariffe doganali vigenti nell’ex Regno di Sardegna,che erano le più basse tra quelle adottate dai vecchi Stati della penisola. La Destra seguì pertanto la politica economica cavouriana del libero scambio,che favorì il dinamismo delle aziende del Nord,gestite con criteri imprenditoriali,ma penalizzò i limitati insediamenti industriali del Sud,nati sotto la protezione di alte barriere doganali e ancora troppo deboli per fronteggiare la concorrenza interna ed estera.

Per assecondare lo sviluppo di un’economia moderna venne infine dato impulso alla costruzione di infrastrutture (strade,ponti,ferrovie,irrigazioni).

Il Regno d’Italia aveva ereditato dai vecchi Stai preunitari un pesantissimo debito pubblico;per far fronte al dissesto delle casse dello Stato il governo introdusse il corso forzoso,cioè sospese la convertibilità obbligatoria della cartamoneta in oro,in modo da poter emettere la prima in maggiore quantità. Un completo riordino delle finanze era però possibile solo attraverso una rigorosa politica di bilancio dello Stato,il cui pareggio divenne per la Destra un obiettivo prioritario.

Esso fu raggiunto nel 1876 in virtù di una severa politica fiscale dovuta soprattutto a Sella:egli infatti predispose un piano di austerità nelle spese dello Stato,mentre le entrate vennero incrementate attraverso un forte inasprimento fiscale,che colpì con particolare durezza le classi popolari.

Mediante la tassazione dei titoli della rendita del debito pubblico si incrementarono le imposte dirette (quelle sui redditi),ma soprattutto furono accresciute le imposte indirette,gravanti sui consumi popolari. Tra queste urò la tassa sul macinato,un’imposta sulla macinazione dei cereali introdotta nel 1868. Provocando un aumento del prezzo del pane,che era l’alimento base delle classi meno abbienti,essa scatenò l’immediata reazione popolare.



Per completare l’opera di risanamento fu messa in vendita una massa imponente di beni ecclesiastici e demaniali,che vennero acquistati da privati.

La distanza tra il nuovo Stato unitario e la massa della popolazione si manifestò clamorosamente col brigantaggio,che dal 1861 al 1865 imperversò nel Mezzogiorno,facendone il teatro di una guerra civile. Con esso la questione meridionale si profilò fin da subito nei suoi drammatici risvolti sociali,ancor prima di divenire un problema economico nazionale. Ad ogni modo le condizioni della popolazione del Mezzogiorno erano pessime;un esempio può essere rappresentato dalla novella “Rosso Malpelo” di Verga: Malpelo è un ragazzo considerato cattivo per un pregiudizio, perché i suoi capelli sono rossi. Perciò tutti lo maltrattano. L’unica persona che gli vuole bene, il padre, muore in un incidente nella cava di rena dove lavora anche Rosso. Il ragazzo è consapevole delle regole su sui è fondata l’esistenza: in natura vige la selezione naturale, per cui il più forte vince sul più debole. Rosso non si ribella alla violenza sia fisica (dei calci e dei pugni) sia psicologica presente nella società che gli sta attorno. Quando anche il suo amico Ranocchio muore, Rosso accetta una missione pericolosa e

se nei cunicoli della cava.

Nel Mezzogiorno i drammatici risvolti della questione meridionale costituivano già da tempo un fenomeno pressoché endemico,ma solo dopo l’unificazione assunse le dimensioni di una rivolta armata,saldandosi con il malessere delle masse rurali. Anche nel nuovo Stato unitario esse non videro infatti soddisfatta la loro cronica fame di terra,rimasta monopolio della proprietà latifondista. A ciò si aggiunsero ulteriori motivi di scontento:la maggiore pressione fiscale imposta dal governo italiano rispetto a quello borbonico;l’introduzione del servizio di leva obbligatorio,sconosciuto nell’ex Regno delle Due Sicilie e il fatto che lo stato investiva assai poco nella tutela della salute pubblica;i contadini cos’ spesso dovevano lavorare per comprarsi le medicine proprio come accade nella novella di Verga “Nedda”: La novella si apre con una riflessione dell' autore su che cosa sia per lui la famiglia; poi si passa alla narrazione della storia di Sebastiana, o meglio Nedda, una ragazza povera che raccoglie le olive per poter comprare le medicine per la madre malata. A causa del maltempo la giovane lavora meno e quindi non riesce più a sostenere le spese per le medicine della madre. Dopo la morte della donna, Nedda incontra Janu e i due si innamorano. In paese però questo legame non è ben visto e tutti ne parlano con disprezzo. Lo zio Giovanni, un amico di Nedda, consiglia alla giovane di andare a lavorare da un suo conoscente; Janu la segue ed i due iniziano a lavorare insieme ma il sorvegliante si accorge che il giovane lascia le ceste più leggere a Nedda e così lo punisce diminuendogli la a. Poiché i due giovani hanno bisogno di soldi per potersi sposare, Janu decide di ritornare al suo vecchio lavoro e qui si ammala. Ritornato a casa dice a Nedda che i pochi soldi guadagnati li aveva spesi per curarsi; ma decide di ripartire per portare gli ulivi. La donna gli raccomanda di fare attenzione nel salire sui rami alti proprio perché é ammalato. Dopo pochi giorni Janu viene portato a casa coricato su una scala a pioli in quanto é caduto da un ramo alto di un ulivo. Nedda lo accudisce ma il giorno seguente Janu muore. Ora Nedda si accorge di essere incinta e cerca disperatamente un lavoro ma nessuno é disposto a darglielo proprio perché é incinta. Da alla luce una bambina magra e sofferente la quale muore poco dopo per malnutrizione. Nedda dopo averla adagiata sul letto dove aveva dormito sua madre, ringrazia la Vergine Santa per averle tolto la sua creatura per non farla soffrire come aveva invece sofferto lei.

Contadini esasperati,giovani renitenti alla leva,militari del disciolto esercito borbonico e delinquenti comuni si organizzarono in bande. Applicando la tattica della guerriglia esse assalivano villaggi e paesi,dandosi a incendi e saccheggi e uccidendo i notabili liberali del luogo. Quindi si ritiravano sulle montagne.

Il governo vedendo minacciata la stessa unità dello Stato,ingaggiò contro il brigantaggio una lotta strepitosa:vennero mobilitati oltre 100.000 soldati,fu proclamato il regime di guerra nelle province sconvolte,vennero istituiti tribunali militari. Il brigantaggio venne così stroncato,ma l’azione repressiva del governo non fece che accentuare l’ostilità o l’estraneità delle masse contadine meridionali verso lo Stato.

Nella novella di Verga “libertà” si parla della rivolta di Bronte del 1860 e Verga ne descrive i tre giorni dicendo che il popolo era riuscito a conquistare Bronte e le terre in cui erano costretti a lavorare. Quando arrivano a spartirsi le terre,però,non riescono a farlo perché hanno ucciso il geometra,il notaio,il prete che suonasse le campane la domenica e così non sono capaci di gestire la situazione. Verga accenna anche ad un avvocato che partecipa alla rivolta. Nella realtà è la storia di due fratelli: Niccolò Lombardo e suo fratello che furono alla guida della rivolta, ma questa degenerò e sfuggì alle loro mani. Verga ci vuole dimostrare quella che è la sua ideologia che trova in un episodio storico la sua concreta dimostrazione. I contadini ce la fanno ad ottenere la libertà, ma non sono in grado di gestirla perché non si sfugge dalla propria classe sociale. Due giorni dopo 'arriva un luogotenente', il tenente di Garibaldi, Bixio che riporta l'ordine a Bronte .

'La libertà' è un titolo amaramente ironico, perché tutta la novella muove da una rivolta per costruire la libertà, mentre questa non viene raggiunta e alla fine della novella dopo diversi anni che i rivoltosi erano in carcere, uno di questi che era uscito disse: ' Ma se mi avevano detto che c'era la libertà'.La libertà intesa come evasione dai canoni caratterizzanti la società dell’epoca la ritroviamo già nel ‘700 in periodo illuministico nel romanzo “La lunga vita di Marianna Ucrìa”. Questo libro, che ha portato la sua autrice a vincere il premio Campiello nel 1990, è la storia di Marianna, una donna appartenente ad una nobile famiglia del ‘700: gli Ucrìa.

Il grande contrasto che colpisce è la diversità tra il periodo storico, il secolo dei lumi, e l’atmosfera buia e pesante nella vita di Marianna; il settecento è il secolo dell’illuminismo e dell’apertura culturale mentre a Palermo il clima di vita sembra ancora quello lento e soffocante dei periodi precedenti.



Marianna è una donna sordomuta cresciuta sotto il peso del motto familiare 'Sposare, liare, fare sposare le lie, farle liare, e fare in modo che le lie sposate facciano liare le loro lie che a loro volta si sposino e lino', che viene data a soli 13 anni in sposa allo zio. A soli 13 anni è costretta a diventare “mugghieri” e cioè donna che deve liare e quando osa ribellarsi viene investita dall’ira di tutta la famiglia. L’atmosfera che si respira è quella di prigionia e di tristezza ma Marianna è capace di trovare rifugio nella lettura scoprendo le opere dei filosofi francesi.

La sua maturazione culturale si trasforma in emancipazione e Marianna trova anche la forza di non odiare suo marito ma di compatirlo e provare pena per lui.

Marianna riesce anche a leggere nei pensieri delle persone proprio perché la sua malattia le ha fatto sviluppare questa capacità intuitiva. Ma ella molto spesso cerca di chiudersi in se stessa per sfuggire alla vita. Arriva anche a decidere di morire e di suicidarsi ma la sua forza d’animo la costringe a lasciarsi tutto alle spalle, obbedendo all’impulso di proseguire il cammino che la porta lontano dalla sua vita di Palermo. Il libro mi è sembrato uno scorrere di giorni tutti uguali lenti e pieni di oscurità, in una Sicilia dove ancora il tempo viene scandito da impiccagioni e matrimoni e monacazioni di interesse.Sono stata profondamente colpita dalle curiose dimostrazioni d’affetto e di premura dei genitori ai quali viene la “brillante” idea di fa assistere una Marianna ancora bambina alla preparazione e all’impiccagione di un ragazzino della sua età, per tentare di farle ritrovare la parola. Più avanti nel romanzo si scopre che la parola le è stata tolta da uno shock infantile causatole proprio dal marito-zio che le aveva usato violenza. Chiudendosi qualche ora nel mondo opprimente di Marianna riusciamo a capire come la sua vita potesse essere insopportabile e fiacca in un mondo dove le donne erano viste solamente come oggetti da guadagno.

Se ferma era la volontà del governo italiano di giungere all’annessione di Roma e di farne la capitale del Regno d’Italia,altrettanto lo era quella del papa Pio IX di conservare sulla città la propria sovranità,condizione da lui ritenuta indispensabile per svolgere liberamente il magistero della Chiesa. Con il pontefice erano schierati la grande maggioranza del mondo cattolico italiano e Napoleone III. A sostenere il pensiero del pontefice vi era Vincenzo Gioberti, che considerava il Papa il simbolo dell’intera nazione italiana, l’uomo più indipendente e più libero, capo civile d’ Italia , in grado di gestire al meglio tutti i tipi di potere. Problemi di ordine interno e internazionale facevano dunque della questione romana (ossia del problema relativo ai rapporti tra Stato italiano e Chiesa) una questione assai insidiosa per il governo.

Cavour,dopo la proclamazione del Regno d’Italia,aveva predicato la netta separazione tra le due istituzioni;su questa base egli sperava in un accordo con il pontefice,convinto che una soluzione negoziata per Roma capitale d’Italia e una riconciliazione dello Stato liberale laico con il papa avrebbero contribuito a rafforzare le fragili basi della nazione.

I successori dello statista piemontese proseguirono lungo la strada dei negoziati da lui indicata,ma il rifiuto del papa a rinunciare al potere temporale,che un eventuale accordo necessariamente implicava,non consentì progressi al riguardo.

In questa situazione di stallo mazziniani e garibaldini presero l’iniziativa,puntando a un’azione di forza;nell’agosto del 1862 Garibaldi marciò quindi su Roma alla testa di circa 2.000 volontari raccolti in Sicilia. Da qui egli passò in Calabria per risalire la penisola,ma sull’Aspromonte (29 agosto) fu fermato dall’esercito regio.

Più tardi il governo avviò una trattativa con Napoleone III giungendo a un accordo che,se non risolveva la questione romana,ne mutava in parte i termini. L’accordo detto Convenzione di settembre fu siglato il 15 settembre 1864:esso impegnava da un lato l’imperatore francese a ritirare gradualmente il proprio presidio militare dall’altro l’Italia a non attaccare il territorio pontificio,a proteggerlo anzi da ogni aggressione esterna e a trasferire la capitale da Torino. Quest’ ultima clausola fu interpretata da Napoleone III come una rinuncia dell’Italia a Roma;il governo italiano la intese invece come una tappa di avvicinamento alla città. Nel giugno 1865 la capitale del Regno d’Italia venne trasferita da Torino a Firenze.

Pio IX era comunque deciso a difendere a ogni costo il proprio potere temporale e si oppose drasticamente e ogni istanza di rinnovamento politico e sociale ingaggiando contro la “civiltà moderna” una lotta serrata in nome dei valori della dottrina cattolica.

Sul piano dottrinario la condanna della civiltà moderna” culminò nel 1864 con la pubblicazione del Sillabo. Nel Sillabo il papa tracciò una sorta di elenco degli errori del secolo”:il liberalismo con le sue libertà di religione,di coscienza,di stampa,si opinione;la democrazia (alla sovranità popolare era contrapposta la legittimazione divina delle monarchie);il socialismo e il comunismo (negatori del diritto naturale di proprietà);la concezione dello Stato come entità autonoma rispetto alla Chiesa.

Mazziniani e garibaldini non tardarono a riproporre un piano di conquista militare di Roma,prevedendo questa volta un moto insurrezionale nella stessa città.

Approfittando del ritiro del presidio francese,nell’ottobre 1867 Garibaldi decise di attuare il piano;ma non appena le sue colonie penetrarono nel Lazio,in territorio pontificio,Napoleone III inviò delle truppe dalla Francia in difesa del papa. Nel frattempo l’esercito del papa reprimeva il tentativo insurrezionale promosso da isolati gruppi di patrioti a Roma e gruppi garibaldini che tentavano di unirsi agli insorti. Infine il 3 novembre 1867,le truppe francesi sconfissero a Mentana i volontari di Garibaldi.

Solo in seguito alla caduta di Napoleone III,provocata dalla guerra franco-prussiana,l’Italia potè annettere Roma,privata del sostegno francese. Il governo italiano cercò dapprima di trattare con Pio IX,ma,di fronte alla sua ostinata chiusura,si risolse a inviare a Roma un corpo di spedizione. Il 20 settembre 1870 le truppe italiane comandate da Cadorna entrarono nella città,dopo essersi aperte un varco a Porta Pia. Il 2 ottobre un plebiscito sanzionò l’annessione di Roma e del Lazio al Regno d’Italia,ponendo così fine al potere temporale dei papi. Nel luglio del 1871 Vittorio Emanuele II e la corte si trasferirono a Roma,che divenne ufficialmente la Capitale d’Italia.



Il rifiuto del pontefice di riconoscere il Regno d’Italia non lasciò allo stato altra via che quella di regolare unilateralmente i suoi rapporti con la Chiesa. Nel marzo 1871 il Parlamento votò la legge delle guarentigie,così chiamata poiché intesa a garantire i diritti del pontefice secondo il principio cavouriano della reciproca libertà di Stato e Chiesa. La legge riconosceva alla Chiesa libertà di culto e la piena sovranità del Vaticano. Essa però non venne accettata da Pio IX e la questione romana rimase in tal modo aperta,determinando una profonda spaccatura tra la maggior parte del mondo cattolico e lo Stato. Nel 1874,con la proclamazione del non expedit (in latino “non conviene”),Pio IX esortò i cattolici a non partecipare alle elezioni politiche.

Ad ogni modo concludendo va ricordato che l’Italia degli inizi poteva essere considerata l’Italia dei ricchi, lontana dagli ideali mazziniani e cavouriani,i quali diversamente aspiravano alla libertà. Nell’Italia dell’800 non si perseguiva solo l’ideale di libertà, ,ma anche quello di nazione. Come dice Banti molti intellettuali italiani ottocenteschi riscoprirono l’immagine di nazione già elaborata da alcuni pensatori illuministi. La nazione appariva come una comunità etnica dotata di aspetti biologici e culturali condivisi da tutti i suoi membri. Mancini negli anni ’50 del 180 si dedicò al tema della nazionalità: per Mancini (giurista e uomo politico italiano) la nazione si caratterizzava da una seri di elementi naturali e storici (sangue, regione, razza, lingua, costumi, storia,leggi,religione)a cui era indispensabile aggiungere la coscienza della nazionalità, “il sentimento che ella acquista di sé e che la rende capace di costruirsi di dentro e di manifestarsi di fuori”.


NEL MONDO

In the time between the Congress of Vienna e 1870 the European colonial expansion in the world had as main protagonists the Great Britain and French. While the first consolidated its immense empire, the second tried, with Napoleon III, to drop its role over Europe.

The Britain colonization intensified thanks to a growing migratory flow. With Canada and Australian there were the Colonia del Capo in Africa and the New Zealand.

Since explorers began to discover that there were regions of the world whose existence had been unsuspected, colonies of immigrant Europeans have been established in every habitable area,with sometimes disastrous consequences for the indigenous cultures. The newcomers assumed their own way of life and imposing their standards and ideas to the local peoples.

In Australia the original population was at best neglected and at worst attacked.Today,more than half the total population of Australia is concentrated in four large cities but there are still vast areas of the Continent which are inhabitated;some of these are difficult to cultivate,while others provide grazing for sheep. However the main characteristic of this area is the poverty of population. An example is the short story “the union buries its dead” in which the author speak about a funeral of a man that he is accompanied to his grave by a small group of men;there is no grieving family,there are no flowers, there is no sense of reverence before the mystery of death. Lawson’s story reminds us of the poverty, in every sense, of the ceremony.

The situation in New Zealand is somewhat different. When the first settlers arrived there, they found an advanced and complex culture among the indigenous. In effect, there are two parallel culture in New Zealand: the Maoris continue to live according to tradition established before the arrival of the white settlers; and immigrants follow a way of life which has been defined as “more English than England”.

The same cannot be said of the African countries, where tension between the native and the immigrant populations has often led to violence and discrimination. Many white people believed that blacks were ineducable and they treated their black employees rather as they treated children or domestic animal. For the first category is important the story “the Bridegroom” by Nadine Gordimer that describes the relationship between masters and his boy Piet.

There is tension in Canada but in a different kind: this part of the North American Continent was colonised by the French and the British with the result that there are two distinct language communities among the descendants of the colonisers. French and English are both official languages.

In the West Indies the population is different: the descendants of African, Indian and white European immigrants live side by side and have each made contribution to the varieties of English spoken. Ad ogni modo ,come sottolinea Rammohun Roy,le ostilità da parte degli indiani nei confronti degli inglesi non mancavano;tali ostilità erano ben visibili nei tema della religione,infatti se l’autore da un lato riconosce l’inferiorità della cultura indiana per contenuti scientifici,dall’altra la valorizza per i contenuti filosofici e rivendica il primato delle origini asiatiche per i maggiori profeti e patriarchi.












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