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IL COMUNISMO

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IL COMUNISMO

Il comunismo viene definito come il regime sociale caratterizzato dalla comunanza di tutti i beni e dall'assenza della proprietà privata

La prima guerra mondiale, scuotendo dalle fondamenta le strutture tradizionali della società, contribuì al passaggio del comunismo dalla fase dell'elaborazione ideologica alle realizzazioni. Accogliendo e sviluppando la prospettiva marxista e condannando l'atteggiamento della maggioranza dei partiti socialisti aderenti alla seconda Internazionale, il russo Lenin e altri rivoluzionari europei dichiararono la loro recisa opposizione alla guerra e chiamarono il proletariato internazionale a ribellarsi e a trasformare la guerra tra nazioni in guerra civile rivoluzionaria.

Scoppiata (marzo 1917) la rivoluzione nella Russia zarista, che portò al governo il socialdemocratico Kerenskij, Lenin tornò in patria dalla Svizzera per dirigere l'azione del partito bolscevico, da lui creato, e per trasformare la rivoluzione antizarista in rivoluzione socialista dei soviet (“consigli”) degli operai, contadini e soldati. L'azione insurrezionale ebbe luogo ai primi di novembre 1917 (alla fine di ottobre secondo il calendario russo di allora), con esito positivo. Nel marzo 1918 il partito bolscevico di Lenin cambiava nome e diventava partito comunista russo (bolscevico). Primo obiettivo del nuovo potere in Russia fu l'estensione della rivoluzione al resto del mondo. Venne perciò convocato a Mosca un congresso, in cui i delegati dell'ala sinistra dei partiti socialisti dei vari paesi decisero, assieme ai Russi, di costituire l'Internazionale comunista (o più brevemente Comintern) o terza Internazionale (2-6 marzo 1919). Compito dell'Internazionale fu quello di affrettare la rivoluzione mondiale. La cosa parve allora possibile, dato che già alcuni movimenti rivoluzionari, di cui i comunisti costituivano l'“ala marciante”, erano scoppiati negli Imperi centrali in seguito al loro crollo bellico, intorno alla fine del 1918. Se in Austria la socialdemocrazia soffocò sul nascere i tentativi di provocare una rivoluzione radicale e di instaurare un regime di tipo sovietico, in Germania la “lega di Spartaco” (Spartakusbund), costituita fin dal 1917, primo nucleo del partito comunista tedesco (nato il 31 dicembre 1918), animò con Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg un'insurrezione a Berlino, che però venne drasticamente repressa dal ministro socialdemocratico della difesa Noske (“settimana rossa”, 6- 11 gennaio 1919). Sempre in Germania, il 7-8 novembre una repubblica dei Soviet venne fondata in Baviera da Kurt Eisner, ma fu eliminata con la forza nell'aprile successivo. In Ungheria, l'insurrezione del 21 marzo 1919, guidata dai comunisti e dal loro capo Béla Kun, riuscì inizialmente vittoriosa, e il nuovo potere di tipo sovietico poté durare qualche mese, fino a quando, il 1º agosto 1919, non venne abbattuto, anche per la dichiarata ostilità degli Alleati.



Il fallimento di questi tentativi rivoluzionari (anche in Italia ci fu nell'agosto 1920 l'episodio delle occupazioni delle fabbriche, che ebbe a Torino l'appoggio del gruppo gramsciano dell'“Ordine nuovo”, il più vicino alle posizioni leniniste nel socialismo italiano) pose al comunismo internazionale problemi di tattica a lunga scadenza: l'impossibilità di conquistare il potere attraverso colpi di mano rese ancor più attuale la necessità della formazione e del rafforzamento dei partiti comunisti, strettamente collegati tra loro, sotto la leadership del partito comunista russo, ma capaci di adeguarsi alla realtà delle diverse situazioni economico-sociali. Così fra il 1919 e il 1921 andarono costituendosi i primi partiti comunisti: dopo quello tedesco (1918) venne costituito il PC francese (congresso di Tours del 1920 del partito socialista), quello italiano nato dalla scissione del partito socialista (congresso di Livorno del gennaio 1921), quello cinese (1921), quello giapponese (1921); anche in Norvegia il partito laburista aderì alla terza Internazionale.

Nei paesi a regime parlamentare tradizionale si fece subito sentire una netta ostilità nei riguardi della nuova Internazionale e del comunismo, che rappresentavano un pericolo per l'ordine sociale interno e per le strutture economiche.

L'intervento delle grandi potenze dell'Intesa (specialmente Francia e Inghilterra) contro il nuovo regime sovietico fu attuato soprattutto sostenendo finanziariamente le forze controrivoluzionarie dei Russi “bianchi” e costituendo intorno alla Russia un “cordone sanitario” di Stati antibolscevichi (Polonia di Pilsudski, Finlandia, paesi baltici, ecc.), mentre le misure militari furono assai fiacche, soprattutto per timore che le truppe di eventuali corpi di spedizione venissero esse stesse guadagnate al comunismo. In molti paesi, inoltre, furono esercitate misure di ritorsione e di repressione nei riguardi dei partiti comunisti; così, ad es., in Iugoslavia (agosto 1921), in Finlandia (1923), in Bulgaria (ottobre 1923), dove tali partiti vennero disciolti o posti fuori legge, generalmente in seguito ad attentati (Iugoslavia) o sommosse (Bulgaria).

Inoltre nei paesi di tradizioni democratiche meno solide, come l'Italia, la “minaccia comunista”, grazie anche alle debolezze, alle divisioni, agli errori politici e psicologici commessi dal movimento operaio, poté essere abilmente sfruttata dalle nascenti forze di tipo fascista, innestate sul tronco del nazionalismo e perseguenti, anche in nome dell'anticomunismo, soluzioni dittatoriali. Se in Europa, in America e nei paesi economicamente più sviluppati dell'Asia (come il Giappone) i comunisti e le forze legate al Comintern, nella loro tenace proanda e agitazione, si richiamavano ai temi della lotta di classe, nelle altre parti del mondo fecero appello (richiamandosi anche in questo caso a princìpi leninisti) alla lotta contro il colonialismo e per l'indipendenza nazionale, non ottenendo peraltro che scarsi risultati pratici immediati. In Cina, per es., dove Sun Yat-sen aveva accolto nel Kuo-min tang esponenti del partito comunista (1923), questi ultimi vennero eliminati dopo la repressione di Sciangai (aprile 1927) e il fallito colpo di mano di Canton (dicembre 1927) e costretti a rifugiarsi nella clandestinità. Nel 1921, nei territori dell'ex Impero zarista, specialmente per opera di Trotzkij, i comunisti riuscirono a scongere tutte le forze controrivoluzionarie (truppe straniere, eserciti “bianchi”, ecc.) e a consolidare la loro autorità. Lenin poté allora annunciare al paese la fine del “comunismo di guerra” e l'inaugurazione di una nuova politica economica (NEP) caratterizzata da alcune concessioni ai metodi del liberismo economico e dell'economia di mercato. Il 1924 fu un anno di svolta per i comunisti di tutto il mondo: in gennaio moriva Lenin, e poco dopo si accendeva sia nel partito comunista russo (bolscevico) sia nell'Internazionale un'aspra polemica che ebbe per protagonisti principali Stalin e Trotzkij. Al primo faceva capo la tesi del “socialismo in un paese solo”, secondo la quale la rivoluzione politica doveva essere rimandata nelle altre parti del mondo, per rivolgere tutti gli sforzi al consolidamento del regime sovietico in Russia. Trotzkij invece, teorico della cosiddetta “rivoluzione permanente”, sosteneva che la rivoluzione russa avrebbe potuto dirsi vittoriosa solo dopo il trionfo del comunismo in tutto il mondo. Stalin, grazie al controllo esercitato sul partito, riuscì a imporre la propria tesi. Tale fatto, oltre a segnare la ssa di Trotzkij dalla scena politica russa (culminata nell'esilio di quest'ultimo nel 1928), segnò anche nell'URSS l'inizio di un nuovo sistema di governo autoritario e accentratore, che caratterizzò non solo la vita successiva dell'Unione Sovietica, ma anche quella del Comintern e dei singoli partiti comunisti. Questi dovettero maggiormente subire la tutela di quello russo, per il principio, allora teorizzato, del “partito-guida”, che tendeva sempre più a imporre la propria disciplina ai partiti comunisti nazionali, considerati come un mezzo per distruggere dall'interno i regimi esistenti e come espressione di un'unica volontà rivoluzionaria, di cui esso era la più alta incarnazione.

La linea politica del Comintern non impedì un ulteriore rafforzamento dei movimenti comunisti, specie in quei paesi in cui più difficile era la ripresa economica postbellica. In Germania, il paese europeo che si trovava forse nelle peggiori condizioni economicosociali (dissesto della finanza pubblica, inflazione, disoccupazione, isolamento politico, ecc.), ebbe luogo una serie di scioperi e di sommosse armate culminanti con la fallita insurrezione di Amburgo del 1923, guidata da comunisti di sinistra. Negli anni successivi i comunisti registrarono notevoli successi elettorali: nel 1924 Thälmann, capo dei comunisti della Germania, raccolse nelle elezioni presidenziali circa 2 milioni di voti; nel 1928, alle elezioni generali, i voti comunisti salirono a circa 3 milioni e mezzo e nel 1930 a 4 milioni e mezzo. Anche in Francia nel 1928 i comunisti ebbero 1 milione di voti e nel 1936 sestuplicarono il numero dei loro rappresentanti in parlamento.

Ma l'antagonismo spesso assai aspro fra comunisti da una parte e socialisti e socialdemocratici dall'altra, risalente ai tempi della prima guerra mondiale e poi rafforzatosi nelle vicende del dopoguerra, favorì una serie di vittorie delle forze nazionaliste antidemocratiche: dopo la conquista del potere da parte del fascismo in Italia (1922) vi fu quella del nazionalsocialismo in Germania nel 1933. Hitler e il suo partito, dichiaratisi fin dal principio fierissimi avversari del comunismo, manifestarono i loro propositi sia all'interno sia sul piano internazionale, perseguitando i rappresentanti comunisti e stipulando patti antisovietici e anticomintern. Questi fatti, unitamente alle gravi conseguenze sociali della grande crisi economica mondiale del 1929, indussero l'URSS e il Comintern a mutare politica.

L'URSS si avvicinò alle democrazie occidentali (ingresso nella Società delle Nazioni nel 1934) e i partiti comunisti inaugurarono la politica dei “fronti popolari”, ricercando l'alleanza non solo dei partiti socialisti e socialdemocratici, ma anche di quelli radical-democratici e “borghesi”, fino allora considerati tutti alla stessa stregua dei vari fascismi. In Francia, il fronte popolare si realizzava nel 1936; in Cina Mao Tse-tung, capo del partito comunista, proponeva a Chiang Kai-shek la formazione di un fronte nazionale antigiapponese; in Sna, nel febbraio 1936 i comunisti entravano a far parte di una maggioranza frontista. Ma l'esperienza fu di breve durata, per il rinascere dei contrasti e per i riflessi delle vicende internazionali. La collaborazione dei comunisti con le altre forze di sinistra cessò in Francia nel giugno 1937, e in Sna nel pieno della guerra civile: mentre il generale Franco assediava Madrid, vi furono aspri conflitti tra comunisti, anarchici e repubblicani. Il patto di Monaco del 1938 fra l'Italia fascista, la Germania nazista e le potenze democratiche fu interpretato nell'URSS come un fallimento della politica dei fronti popolari; iniziò allora per il Comintern un periodo di incertezze e di aspettative. Il patto Molotov-Ribbentrop del 1939, fra l'URSS e la Germania, aggravò tali incertezze, specialmente nei partiti comunisti europei, ponendoli in un penoso stato di disagio, per la necessità di dover fiancheggiare l'ideologia nazista. Tuttavia, l'attacco tedesco all'Unione Sovietica del giugno 1941 determinò il ricomporsi in tutto il mondo di un'alleanza antifascista, sia fra partiti comunisti e non comunisti, all'interno dei singoli Stati e dei movimenti clandestini di Resistenza, sia sul piano internazionale, fra l'URSS e le potenze del blocco alleato, nemico dell'Asse Roma-Berlino-Tokyo.

Come prova di buona volontà da parte comunista verso gli alleati occidentali dell'URSS, venne sciolto nel 1943 il Comintern, anche per dimostrare l'indipendenza dei singoli partiti comunisti rispetto al PC sovietico e l'intenzione dell'URSS di non “bolscevizzare” gli altri Stati.

La parte avuta dall'Unione Sovietica nella guerra contro la Germania nazista contribuì poi in misura notevole, assieme alla partecipazione decisiva dei comunisti alla Resistenza, all'espansione del comunismo durante e subito dopo la guerra.

Venne quindi ripresa da parte del movimento comunista una tattica di alleanze abbastanza simile a quella dei vecchi fronti popolari. “Fronti nazionali”, come allora furono chiamati, si formarono ben presto in tutti i paesi dell'Europa orientale, dove la presenza dell'Armata rossa permise, fra il 1945 e il 1948, il sorgere di regimi detti di “democrazia popolare”, egemonizzati dai comunisti, che giunsero presto ad assorbire o a eliminare le altre forze politiche: partiti socialisti, contadini, ecc. (Iugoslavia, novembre 1945; Germania Orientale, agosto 1946; Romania, novembre 1946; Polonia, gennaio 1947; Cecoslovacchia, aprile 1948, ecc.).

L'espansione comunista, spesso realizzata con la forza o in contrasto con le decisioni delle conferenze diplomatiche, allarmò le grandi potenze occidentali, tanto più in quanto essa poggiava su un sistema di Stati nettamente ostile alle democrazie tradizionali. Fu allora intrapresa una politica tendente ad arginare l'espansione comunista e a isolare politicamente ed economicamente il nuovo blocco di forze. Winston Churchill, in un suo celebre discorso (tenuto a Fulton, negli Stati Uniti, nel marzo del 1946), parlò per la prima volta di “cortina di ferro”. Si sviluppò da allora, da una parte e dall'altra, la politica dei due blocchi contrapposti, quello orientale e quello occidentale, ed ebbe inizio la cosiddetta “guerra fredda”.

In Occidente, tale politica segnò la fine dei governi di unità nazionale comprendenti i comunisti (Francia, 1947; Italia, 1947; ecc.). La scissione dei “fronti nazionali” assunse in Grecia e in Cina l'aspetto di vera e propria guerra civile, risoltasi, nel primo paese, con la piena sconfitta dei comunisti (1948), e in Cina con la loro vittoria (1948-l949).

Nel campo comunista andò allora manifestandosi in tutti i sensi un drastico irrigidimento di posizioni, che faceva seguito alla notevole autonomia goduta dai partiti comunisti durante e dopo la guerra (iniziale accettazione del piano Marshall in Cecoslovacchia da parte del leader comunista Gottwald; atteggiamento moderato dei comunisti in Italia nella questione dei rapporti tra Stato e Chiesa, regolati dai patti lateranensi). Tale irrigidimento sul piano culturale-ideologico venne chiamato zdanovismo (da Zdanov, il dirigente sovietico che lo propose fin dal 1946). Venne istituito il 5 ottobre 1947 un nuovo organo di collegamento fra i vari partiti comunisti, il Cominform, con sede a Belgrado. L'ufficio ebbe in pratica lo scopo di ricostituire una ferrea unità comunista sotto il controllo del “partito-guida” dell'URSS. Del Cominform fecero parte, oltre i partiti comunisti delle democrazie popolari e dell'URSS, anche quelli dell'Italia e della Francia, che riuscirono a conservare forti posizioni elettorali e parlamentari.

L'irrigidimento del centralismo sovietico all'interno del movimento comunista ebbe però gravi conseguenze, come l'espulsione (1948) dal Cominform della Iugoslavia che rivendicava l'autonomia e l'originalità del proprio metodo di “costruzione del socialismo”; l'anatema contro il partito comunista iugoslavo determinò nei suoi confronti l'ostilità di tutti gli altri partiti comunisti, mentre invece la via cinese al comunismo veniva tollerata. Seguirono poi, all'interno del movimento comunista, drastiche “purghe” a tutti i livelli: dall'esecuzione di Rajk, segretario del PC ungherese, nell'ottobre 1949, all'espulsione di Gomulka dal partito comunista polacco nello stesso anno e al suo successivo internamento, all'affare Slánský, segretario del PC cèco, giustiziato assieme ad altri dirigenti del partito nel 1952, ecc. Intanto la sfera d'influenza del comunismo si allargava con il trionfo della rivoluzione cinese e la guerra d'Indocina; il conflitto coreano (1950- 1953), invece, accomnato da un radicalizzarsi della guerra fredda, segnava una vittoria del mondo occidentale. Nel 1953 morì Stalin, tenace assertore della “guerra fredda”, e un “disgelo” ebbe luogo non soltanto all'interno dell'URSS ma in tutto il movimento comunista. Negli Stati comunisti dell'Europa orientale si avviò un nuovo corso, attraverso misure a favore dell'agricoltura e delle industrie producenti beni di consumo, mentre si procedette a una revisione dei rapporti tra l'URSS e le democrazie popolari (scioglimento delle società miste a partecipazione sovietica, graduale allontanamento degli stalinisti).

Sul piano della politica estera, i rapporti con gli Occidentali migliorarono (armistizio in Corea e in Indocina, rispettivamente nel 1953 e nel 1954), consentendo così la conferenza a quattro di Ginevra (1955), e il riconoscimento ufficiale di un nuovo Stato comunista, quello del Vietnam del Nord. Questo disgelo non escluse peraltro misure di consolidamento del blocco orientale: firma del patto militare di Varsavia (1955) e rafforzamento del Comecon. Insieme con la politica di disgelo si accentuava lo sforzo di espansione del comunismo in direzione dei paesi sottosviluppati e in posizioni ancora politicamente ed economicamente subalterne. In molti di tali paesi lo stato di arretratezza e l'esistenza di nazionalismi giovani e aggressivi permisero al comunismo di allearsi all'anticolonialismo, almeno sul piano internazionale, nonostante che in molti paesi del Terzo Mondo i partiti comunisti locali fossero perseguitati e messi fuori legge (tipici i casi dell'Egitto di Nasser e dell'Algeria di Ben Bella). Tale criterio venne seguito particolarmente dall'URSS nel Medio Oriente, dove gli interessi ideologici del comunismo internazionale e quelli strategico-politici dell'URSS collimavano: da qui l'appoggio dato al panislamismo e al neutralismo, ispirati a princìpi spesso estranei al comunismo. Anche in queste zone, tuttavia, alcuni partiti comunisti riuscirono in certi casi ad avere un'importante funzione politica, come ad es. il partito comunista del Libano e della Siria, ufficialmente diviso in due fin dal 1945, ma in pratica sotto la direzione di Khaled Begdash, e il partito comunista iracheno, fondato nel 1934. Il primo determinò in un primo tempo nei due ex mandati francesi una politica favorevole all'Unione Sovietica; il secondo, pur restando nella clandestinità, riuscì a “comunistizzare” il partito nazionale democratico, sfruttandone il largo elettorato; un processo analogo avvenne per il partito “Tudeh”, sorto nell'Iran nel 1941, e assai diffuso tra le masse, nonostante le repressioni subite a partire dal 1953. In altre zone, come in Indonesia e in India, l'ideologia marxista urtò nella resistenza di strutture tradizionali, di uomini al potere, di altri partiti socialisti (in India però il partito comunista riuscì a conquistare il potere nello Stato di Kerala, 1958-l959, e nelle elezioni del 1967). Altri forti partiti comunisti, spesso fuorilegge sin dal momento della loro costituzione, si svilupparono nell'America latina: qui il comunismo registrò un grosso successo con l'adesione (1960) del nuovo regime di Cuba (sorto dal rovesciamento della dittatura di Batista e capeggiato da Fidel Castro) alle dottrine del “marxismo-leninismo” e al blocco dei paesi di regime socialista. Ma in tutte queste zone del Terzo Mondo si manifestò un forte contrasto tra il comunismo di osservanza russa e quello di osservanza cinese, contrasto riflettente, assieme a motivi ideologici riconducibili alla diversa evoluzione economico-sociale dei due massimi Stati comunisti, anche un effettivo scontro di interessi nazionali e di potenza. La divisione risaliva storicamente al 20º congresso del PC dell'Unione Sovietica, avvenuto nel febbraio 1956, che segnò la svolta più radicale che il movimento comunista avesse conosciuto. A darle un tono di drammaticità fu il rapporto “segreto” di Krusciov che rivelò i delitti politici di Stalin, e sancì la più aspra condanna del “culto della personalità” (dello stesso Stalin). Il 20º congresso sconvolse, sotto tutti gli aspetti, il campo comunista: preparò la politica di distensione verso l'Occidente, da parte dell'URSS, e il suo riavvicinamento alla Iugoslavia (1956), la condanna dell'atteggiamento filostalinista dell'Albania; sollecitò indirettamente rivolte di operai e studenti in Germania e in Polonia, dove si verificò il ritorno di Gomulka al potere con una maggior autonomia nell'ambito della solidarietà comunista (1956); diede luogo in Ungheria a un'insurrezione popolare in senso revisionista sanguinosamente soffocata dall'intervento delle truppe sovietiche (novembre 1956); infine provocò l'atteggiamento critico dei Cinesi (1957) verso il nuovo corso della politica sovietica, trasformatosi in un aperto conflitto ideologico. L'opinione di Krusciov, secondo cui i progressi degli armamenti nucleari avrebbero allontanato la possibilità di una nuova guerra mondiale perché totalmente distruttiva, e perciò la coesistenza e la diffusione pacifica del comunismo nel mondo avrebbero potuto continuare senza il ricorso alla forza delle rivoluzioni, incontrò l'opposizione di Mao. Secondo il leader cinese, infatti, il concetto marxista in base al quale le guerre sarebbero state inevitabili fintanto che nel mondo fossero esistiti paesi “imperialisti” era ancora valido; era quindi altrettanto inevitabile che le due tendenze si scontrassero sull'argomento della coesistenza pacifica; i Cinesi accusarono l'Unione Sovietica di scarsa aggressività, mentre i sovietici isolarono la Cina conducendo una politica di avvicinamento agli Stati Uniti (soluzione pacifica della crisi di Cuba del 1963; trattato sulla moratoria degli esperimenti nucleari alla fine del 1963). Ambedue gli Stati si lanciarono la reciproca accusa di minare l'unità del campo socialista e in realtà ognuno dei due condusse una sua particolare politica per conquistare alla propria idea i paesi in via di emancipazione. Dopo l'esautoramento di Krusciov (1964) i contrasti fra Russi e Cinesi si aggravarono ulteriormente.



Ottenuta in Europa solo l'adesione dell'Albania, la Cina si riservò l'iniziativa soprattutto nei paesi dell'Africa e del Sud-Est asiatico; tuttavia gli Stati socialisti satelliti dei due grandi antagonisti evitarono di immischiarsi nel conflitto ideologico che divideva Mosca e Pechino. Caso tipico fu quello del Vietnam del Nord, che riuscì a mantenere buoni rapporti con l'una e l'altra potenza. In Europa, la Romania, pur realizzando una sempre maggiore autonomia nei confronti dell'URSS, non per questo si avvicinava alle posizioni cinesi, preferendo puntare su una politica, sia interna sia estera, originale. Il fenomeno romeno si collegava a quello analogo della Iugoslavia, accusata di deviazionismo in epoca staliniana, che tuttavia in seguito ristabilì buone relazioni con Mosca. Un'eccezione fu costituita dall'Albania, allineata con Pechino nonostante la sua posizione geografica. Anche i singoli partiti comunisti, e in particolare quello italiano, avvertirono l'esigenza di “una via nazionale al socialismo” che, fatta salva l'unità del movimento, adeguasse l'ideologia alla realtà storica di un paese e, data la peculiarità delle sue condizioni economiche e sociali, gli consentisse un'autonoma ricerca di sviluppo. Nel 1968 l'aggressione armata della Cecoslovacchia da parte dei paesi del patto di Varsavia e la dottrina della “sovranità limitata” enunciata da Breznev per giustificare l'intervento contraddissero tale aspirazione e costituirono un richiamo all'ordine e all'unità da parte del comunismo dell'Unione Sovietica.

Con i fatti di Cecoslovacchia, inoltre, il processo di distensione fra Est e Ovest, già rallentato da periodiche crisi nelle zone d'attrito (Berlino, Medio Oriente, Vietnam), segnò una battuta d'arresto, consolidando la divisione in blocchi. Un avvio fortunato al superamento si realizzò dopo il 1969 grazie all'Ostpolitik di Brandt, il cancelliere della Repubblica Federale Tedesca, che, tramite una serie di trattati, normalizzò la situazione di Berlino e i rapporti della Germania Occidentale con i paesi dell'Est. Negli stessi anni Nixon, presidente degli USA, con una serie di visite e di incontri, concretizzò una politica distensiva sia con Mosca sia con Pechino, il cui dissidio reciproco tuttavia tendeva ad aggravarsi.

Dal punto di vista ideologico, la rottura russo- cinese contribuì a creare a livello internazionale movimenti di sinistra fortemente critici nei confronti dell'URSS, accusata di revisionismo, di involuzione burocratica, di imperialismo. Nei paesi dell'Europa occidentale, questa sinistra era costituita da minoranze estremiste raccolte in gruppi extraparlamentari, che trovarono in certi eventi degli anni Sessanta un terreno adatto per diffondersi, senza tuttavia esercitare un peso politico rilevante.

Nel Terzo Mondo, invece, dove il generale sottosviluppo, i gravi squilibri sociali, la pressione più o meno massiccia di interessi politici ed economici internazionali sembrarono escludere ogni altra prospettiva che non fosse quella di soluzioni radicali, la sinistra estremistica ebbe un seguito consistente. Nel Medio Oriente, in relazione al problema palestinese, essa diede vita a organizzazioni che adottarono la guerriglia e il terrorismo come strumenti di resistenza e di lotta. Nell'America latina, il dissidio tra una sinistra di osservanza sovietica, che in omaggio alla coesistenza pacifica ripiegava su vie legalitarie, e una sinistra decisamente rivoluzionaria produsse lacerazioni più profonde. Qui il comunismo internazionale aveva giocato un ruolo di primo piano nel coordinare i movimenti rivoluzionari emersi dalla conferenza dell'Avana nel 1966. Poi vennero i contrasti circa il modo di condurre la lotta contro le forze imperialiste. Alla guerriglia intrapresa da “Che” Guevara in Bolivia con l'appoggio di Cuba si contrapponevano i partiti comunisti del Venezuela, dell'Argentina, del Brasile, del Cile, in genere più inclini a inserirsi democraticamente nei sistemi politici dei rispettivi paesi. Morto “Che” Guevara e fallito il suo tentativo di importare in Sud America la guerriglia, i fatti sembrarono dar ragione ai movimenti legalitari, soprattutto quando in Cile nel 1970 le elezioni presidenziali furono vinte dal candidato del fronte delle sinistre, il socialista Salvador Allende. Ma, negli stessi anni, un susseguirsi di colpi di Stato, abbattute le istituzioni democratiche, introdusse una serie di regimi militari nei paesi dell'America latina. Il tentativo di Allende di introdurre in Cile il socialismo nel pieno rispetto della legalità istituzionale finì drammaticamente dopo tre anni, nel 1973, con un golpe militare.

Mentre in Estremo Oriente la lunga guerra del Vietnam si concludeva con la vittoria delle forze comuniste (1975), che nello stesso anno trionfavano anche in Cambogia, in Europa entrava in crisi l'egemonia sovietica. I partiti comunisti dell'Europa occidentale tendevano infatti a differenziare le proprie posizioni da Mosca. In tale operazione si distingueva in particolare il partito comunista italiano, che nelle elezioni politiche del giugno 1976 ottenne un notevole successo e al cui leader E. Berlinguer si deve principalmente l'elaborazione dell'eurocomunismo.

Nel sessantesimo anniversario della Rivoluzione d'ottobre, entrò in vigore la nuova costituzione sovietica, in cui non iva più l'espressione “dittatura del proletariato”, che era sostituita da “governo di tutto il popolo”. Nella sessione commemorativa, a Carrillo, segretario del partito comunista snolo, venne impedito di prendere la parola. A settembre, in Francia, il PC e il PS non riuscirono ad arrivare a un accordo sull'aggiornamento del “programma comune”, dando così origine alla rottura dell'unione delle sinistre. In Sa la maggioranza del partito propendeva per le tesi eurocomuniste, mentre una minoranza se ne staccò dando vita al partito comunista dei lavoratori. Negli anni seguenti, mentre il partito comunista francese si riavvicinava a Mosca, quello italiano tendeva a staccarsi sempre più. Nel frattempo si verificò la rottura tra l'Albania e la Cina. Nel gennaio 1980 Berlinguer attaccò l'URSS al parlamento europeo per l'invasione dell'Afghanistan. A marzo il PCF e il PC polacco convocarono una riunione di tutti i partiti europei per discutere la questione degli “euromissili” e della bomba al neutrone: non intervennero Romania, Iugoslavia, Italia, Sna, Gran Bretagna, Olanda, San Marino, Sa e Islanda (la Svizzera e il Belgio parteciparono come osservatori). A maggio morì Tito: ai suoi funerali era presente tutto il mondo comunista. Nel luglio 1980 il blocco sovietico fu scosso dagli scioperi in Polonia, che misero in crisi il governo e portarono alla costituzione del sindacato libero “Solidarnosc”. Nel 1981 il 26° congresso del PCUS confermò il gruppo dirigente e Breznev propose una moratoria sulla questione degli euromissili e un incontro con il nuovo presidente americano Reagan.

Nel frattempo l'altro grande paese comunista, la Cina, viveva tra il 1975 e il 1980 un periodo di acuti travagli politici in seguito alla morte di Mao Tse-tung (settembre 1976), alla definitiva sconfitta della sinistra e al conseguente sopravvento della corrente moderata di Deng Xiao-ping, che avviò una politica mirante a una rapida modernizzazione del paese. In Vietnam il governo comunista estese il proprio controllo a tutto il paese dopo il successo dei rivoluzionari (aprile 1975) al Sud e la riunificazione (aprile 1976). Il partito comunista vietnamita, tradizionalmente a mezza strada tra Mosca e Pechino, si allineò progressivamente sulle posizioni sovietiche. La costituzione approvata dall'Assemblea nazionale nel dicembre 1980 delineò uno Stato vietnamita fortemente centralizzato e tale da avere nel partito comunista (che aveva assunto questa denominazione nel 1976 al posto di quella di partito dei lavoratori) il proprio asse portante.

In Cambogia il regime dei Khmer rossi, dopo essere diventato tristemente famoso per gli stermini perpetrati a danno della popolazione, venne abbattuto nel gennaio 1980 in seguito all'invasione vietnamita e all'affermazione dei comunisti di Heng Samrin. I Khmer rossi, appoggiati dalla Cina, continuarono e continuano tuttora a operare con azioni di guerriglia, ma senza riuscire a mettere in crisi il regime filovietnamita. L'invasione della Cambogia a opera dei Vietnamiti, piuttosto, spinse la Cina ad attaccare il Vietnam, ponendo le premesse di un intervento sovietico con conseguente generalizzazione del conflitto. Anche nel Laos nel 1975 si affermò un regime comunista, entrato nell'orbita vietnamita e quindi in posizione conflittuale con i Cinesi. Nel 1978 inoltre i comunisti presero il sopravvento in Afghanistan, dove dal dicembre 1979 intervenne l'esercito sovietico per contrastare la guerriglia anticomunista di ispirazione musulmana e tribale.

In America latina i partiti comunisti vissero un periodo di gravi sconfitte negli anni Settanta con il fallimento dell'esperienza del governo di “Unità popolare” in Cile (1973) e con la messa fuorilegge in quasi tutto il continente. A partire dal 1978 tale situazione iniziò a mutare con il processo di liberalizzazione avviato in Brasile e la riorganizzazione del partito comunista nel paese. Nel 1979 la vittoria del movimento sandinista in Nicaragua rafforzò la sinistra nel continente e l'anno seguente il partito comunista si riorganizzò in Perù.

Negli anni Ottanta il blocco sovietico sembrò inizialmente ancorato al proprio passato, venendo solo indirettamente scosso dai profondi innovamenti apportati dalla “rivoluzione dell'informatica”, che stava interessando i paesi industrialmente avanzati. La questione polacca, seppure velata da motivazioni religiose e sindacali, e i tentativi di ampliare la base del consenso elettorale con una serie di riforme in Ungheria erano però già dei sintomi della ricerca di cambiamenti ormai maturi anche nel blocco sovietico. Probabilmente il favore con il quale fu accolto, soprattutto in Occidente, il segretario generale M. Gorbacëv, salito al potere nel 1985, con la sua dichiarata volontà di innovare e di dialogare, dipese proprio da questo bisogno di uscire dal “vecchio” per entrare nel futuro. Nell'Europa occidentale si assistette al declino dell'eurocomunismo e i partiti comunisti, specie in Sna e in Francia, subirono gravi sconfitte elettorali, che li portarono a grandi ridimensionamenti. Anche in Italia il partito comunista ebbe un calo di consensi, messo in crisi anche dalla ssa di Berlinguer (1984). Ma la politica di rinnovamento sovietica permise e fu catalizzatrice dello sconvolgimento politico internazionale dei primi anni Novanta. Tra il 1989 e il 1991 il mondo, sbigottito e anche preoccupato, vide il disgregarsi dell'impero comunista: dapprima il cambiamento di regime nei paesi del patto di Varsavia (Ungheria, Polonia, Cecoslovacchia, Romania, ecc.), la conseguente riunificazione delle due Germanie, lo smembramento dell'Unione Sovietica e l'introduzione del pluripartitismo e dell'economia di mercato nelle sue repubbliche ormai indipendenti. Tra i nuovi Stati più riottosi ad abbandonare il vecchio sistema furono le ex repubbliche sovietiche asiatiche, ma non si può dire che l'abbandono del comunismo abbia sempre portato nelle altre repubbliche a un'effettiva democrazia. Infatti in molte situazioni all'ideologia passata ne è subentrata un'altra, ugualmente antidemocratica, basata su un nazionalismo estremo acuito da pregiudizi etnici, guidata da uomini politici locali di stampo autoritario. Tuttavia l'abbandono del comunismo si verificò quasi ovunque senza rilevanti spargimenti di sangue, con la drammatica eccezione delle repubbliche federate della Iugoslavia. In Asia la Cina di Teng Hsiao-ping imboccò, pur tra le contraddizioni, la strada di un deciso riformismo economico, avviando una fase di sviluppo e di apertura al mercato occidentale senza precedenti, pur nella rigida chiusura a ogni spinta democratizzatrice (repressione degli studenti in piazza Tienanmen, 1989). Anche il Vietnam aprì inizialmente solo sul piano economico, ma nella seconda metà degli anni Novanta ci sono stati cauti rinnovamenti anche nella politica interna; inoltre, ritirando le sue truppe dalla Cambogia, ha permesso a questo paese un diverso evolversi della propria storia (restaurazione della monarchia, conflitti di potere e ancora guerriglia dei Khmer rossi non hanno però portato alla democrazia). Il vicino Laos invece ha proseguito nel monopartitismo del Partito rivoluzionario popolare, riconfermato anche dalla nuova costituzione del 1991. Il comunismo africano, che pur essendosi così chiamato, ha avuto delle connotazioni molto diverse dai movimenti e dai regimi euro-asiatici, è andato dissolvendosi, in parte per lo scioglimento della stessa superpotenza comunista (l'URSS), in parte perché la stessa situazione dei singoli paesi lo richiedeva. Anche in questo continente, tuttavia, non sempre alla morte di un sistema comunista è subentrato un regime democratico ma, più spesso, ad altre forme parimenti centralizzate e autoritarie.

Comunismo di guerra

Si è dato questo nome alla politica di rigida coercizione applicata in Russia tra il 1918 e il 1921 e destinata a procurare alla Rivoluzione i mezzi per trionfare sui suoi avversari interni (“bianchi”) ed esterni. Mobilitando gli uomini (proclamazione del lavoro obbligatorio) e le risorse (requisizioni dei beni mobili e dei raccolti, nazionalizzazione di tutte le industrie trasformate in amministrazioni dello Stato), il comunismo di guerra consentì alla Rivoluzione di trionfare all'interno della Russia. Ma i sacrifici che dovettero sopportare le classi lavoratrici per raggiungere questo successo determinarono un grave malcontento, che si espresse tra l'altro nella rivolta dei marinai di Kronštadt (febbraio 1921), schiacciata da Trotzkij (7-l7 marzo 1921). Lenin comprese allora la necessità di attuare una politica più elastica, e avviò così la NEP, nonostante il parere degli estremisti che avrebbero voluto proseguire l'esperienza del comunismo in tutto il suo rigore, senza tener conto delle realtà contingenti.





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