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Giovanni Verga Mastro-Don Gesualdo



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Giovanni Verga


Mastro-Don Gesualdo



L’AUTORE



Giovanni Carmelo Verga nasce il 31 agosto 1840 a Catania (la data e il luogo saranno fonte di incertezze alimentate in parte dallo stesso Verga), primogenito dei sei li di Giovanni Battista Verga Catalano e di Caterina di Mauro. Originario di Vizzini, il padre, di tendenze liberali, discende dal ramo cadetto di una famiglia nobile. La madre appartiene invece alla borghesia catanese. Giovanni trascorre l’infanzia in condizioni di agio e di serenità fra Catania e Vizzini, dove la famiglia possiede delle proprietà. Compie i primi anni di studi con Carmelino Greco e Carmelo Platania.




Dal 1851 segue le lezioni di Antonio Abete, letterato e patriota catanese, la cui influenza culturale è assai larga nella Sicilia di questi anni: è da lui che il Verga riceve i primi incitamenti a scrivere. Alla sua scuola legge i classici, ma anche le opere di scrittori siciliani, come il mediocrissimo Domenico Castorina, di cui l’Abate è un deciso fautore. E’ alunno del canonico Mario Torrisi fra il 1853 e il 1857, anno in cui termina il suo primo romanzo, “Amore e Patria”, intrapreso a soli quindici anni sotto l’influenza dell’Abate, acceso repubblicano, e delle letture del Castorina: lo scenario è quello della Rivoluzione Americana. Su consiglio del canonico Torrisi non pubblica il lavoro.

Lasciati gli studi di legge per entrare, nel 1861, nella Guardia Nazionale, manifesta fin da giovane un grande interesse per la letteratura, pubblicando a soli 22 anni il romanzo storico 'I carbonari della montagna'. Già in quest'opera è visibile l'ardore patriottico dell'autore, e il suo impegno politico per l'annessione della Sicilia al Regno d'Italia; questi si fanno più evidenti con il secondo romanzo, 'Sulle lagune' (1863) e con la fondazione del giornale 'Roma degli Italiani'. Nel 1865 si trasferisce a Firenze, pubblicando i romanzi 'Una peccatrice' (1866) e 'Storia di una capinera' (1871), quest'ultimo di grande successo. Si sposta poi a Milano, dove entra in contatto con scrittori del calibro di Arrigo Boito, Giuseppe Giacosa, Federico De Roberto; pubblica i romanzi 'Eva' e 'Tigre reale' (1874), 'Eros' (1875) e la raccolta 'Primavera e altri racconti'(1876). In una lettera del 1878 espone il suo progetto di un ciclo di romanzi, il cui comune denominatore sarebbe dovuto essere la teoria evoluzionistica darwiniana e il cui modello i romanzi di Zola, dal titolo 'I vinti'. Nel 1880 esce la raccolta di novelle 'Vita dei campi'; l'anno successivo il primo romanzo del ciclo dei vinti e il suo capolavoro, 'I Malavoglia'; nel 1882 il romanzo 'Il marito di Elena'; nel 1883 le raccolte di novelle 'Per le vie' e 'Novelle rusticane'. Nel 1884 ha la soddisfazione di veder rappresentata in teatro una sua novella contenuta in 'Vita dei campi', la 'Cavalleria rusticana', che Pietro Mascagni tramuterà in opera lirica nel 1890. Nel 1888 esce il secondo romanzo del ciclo dei vinti, il 'Mastro don Gesualdo'. Raggiunta l'agiatezza economica e la tranquillità sentimentale, dopo alcune relazioni anche adulterine, nel 1894 si ritira a Catania e pubblica ancora una raccolta di novelle, 'Don Candeloro'; nel 1903 esce il dramma 'Dal tuo al mio', nel 1911 inizia il terzo romanzo del ciclo, 'La duchessa di Leyra', che però rimane fermo al primo modulo. Nominato senatore nel 1920, muore nel 1922.

TRAMA DELL’OPERA



Pubblicato in una prima redazione, dal luglio al dicembre del 1888, nella “Nuova Antologia” e 

apparso in volume nel 1889, dopo un vasto rifacimento, questo ro­manzo, secondo (dopo “I

Malavoglia”) del ciclo dei “Vinti”, doveva, nel programma del Verga, rappresentare il momento in cui,

soddi­sfatti i bisogni materiali, la ricerca del meglio diviene “avidità di ricchezza”. In realtà, così

come essa si confi­gura nelle vicende del romanzo, nella dura vita e nel triste destino del

personaggio che ne domina l’azione e l’atmosfera, questa “avidità” va intesa in un senso più vasto e

anche più nobile di quel che l’espressione lasci intendere nel suo significato letterale: e cioè come

ricerca di un benessere eco­nomico che, conseguito attraverso fatiche, pene, rischi, sacrifici, diviene

desiderio di ele­vazione sociale, conquista materiale e morale, tutela della ric­chezza raggiunta con

tanto sudore e patimento. Mastro don Gesualdo, attorno al quale si muove tutto il piccolo mondo

di un centro siciliano (Vizzini) non è, in sostanza, un ingordo, un accaparratore dl beni, chiuso al

senso della socialità. Al contrario, in lui opera la religione del lavoro: del lavoro che è continuità di

volere, di sacrificio, ma nello stesso tempo legge di intelligenza e di prudenza, di saggezza e di

difesa. Quando l’azione del romanzo comincia, in una famosa notte di trambusto che riunisce

attorno alle fiamme di un incendio i personaggi principali della vicenda e li caratterizza già nei loro

tratti essenziali, Gesualdo Motta non è più il manovale che aveva iniziato la sua fortuna con le

mansioni più umili  e più pesanti. E’ già proprietario di case e di terre; attivo imprenditore di opere

pubbliche. Il suo processo di imborghesizzazione non è una frat­tura violenta e tanto meno (come lo

accusa Il padre) un tradimento verso le sue origini e le sue condizioni popolane. Egli resta, infatti, 

un lavo­ratore, un operaio tra i suoi operai; sempre in moto tutto il giorno, a dorso di mulo, tra le

sue pro­prietà e le sue imprese; sempre in allarrne contro gli uomini e le cose per difendere la “roba”;

instanca­bile, sempre, sotto la pioggia e i solleoni, a incitare, a dar l’esempio, a evitar guai. Ma,

com’è naturale, egli ha coscienza della sua forza e della sua personali­tà; sa di rappresentare un

valore.

Quel “don” ormai definitivamente premesso al suo nome e col quale ormai la società di civili e di

baroni” lo rico­nosce dei propri, in omaggio alla sua ricchezza e alla sua potenza, è in fondo la

sanzione di tale valore, anche se egli sa misurarne il metro e i sottinttesi ipocriti. E’ la sua stessa

ricchezza che insensibilmente lo costringe a uscire, non già dalla mentalità conservatrice e dalla

eticltà della propria classe, ma dalla immobilità delle sue con­suetudini e dai suoi atteggiamentI di

vita; perché la ricchezza crea non soltanto desideri e ambizioni, ma anche necessità sociali. Il

giorno in cui Mastro don Gesualdo, amareggiato dalle angherie del suoi consanguinei, padre,

fratello, sorella, cognato, nipoti, che gli succhiano Il sangue, campano alle sue spalle e gli avvelenano

perfino il boccone della cena frugale, cede ai ragionamenti e alle pro­spettive di accorti mezzani e

sposa Bianca Trao, il triste e quasi evanescente fiore di una nobile famiglia in rovina, ancora

sostenuta dai vincoli della solidarietà di casta con la “elite” del luogo. Agisce indubbiamente in lui il

compiacimento del proletario arricchito che può offrire agi e benessere materiale a una

aristocratica decaduta e povera, la soddlsfazione dell’uomo di umili origini di potersi concedere

finalmente un oggetto di lusso, la speranza dell’uomo burbero, ma istintivamente buono e generoso,

di godere nella propria casa li conforto dl un affetto sicuro e di sentimenti delicati; ma In realtà

agisce altrettanto e forse più profondamente il senso dl questa necessità sociale, che dà alla

ricchezza una funzione. Purtroppo, nel momento stesso in cui, attraverso il matrlmonio che è al

centro della sua vita di lottatore, egli crede di celebrare urna vittoria sulla fortuna, è la fortuna che

gli gioca le tragica beffa. Entrato per un ingresso secondario nel ceto aristocratico, questo, non

potendo sfruttarlo, gli si coalizza contro con acredine maggiore. Non alleanze, dun­que, non

solidarietà sociale; ma ancora ostilità e lotte a rancori. Non amore, non attimi di piacere, come

come quelli datigli dalla silenziosa e devota serva Diodata, ma neppure serenità con una moglie che

è andata al matrimonio come a un sacrificio, per necessità, per riparare a un fallo commesso con

un “baronetto” cugino e che lan­guisce come una vittima rassegnata al proprio destino, triste,

desolata, ubbidiente, ma di una ubbidienza esangue a passiva, ammaIata nel­l’anima e nel corpo,

condannata alla disperazione, al deperimento, alle morte di consunzione.

Non il lio, sognato erede del patrimonio e continuatore del nome e della creazione paterna; ma una lia, Isabella, sola depositaria ormai delle ambizioni del povero deluso, che a un certo momento, per non farla vergognare con le aristocratiche comne, le sacrifica fin il proprio nome, ma destinata anch’ella a esser fonte di nuovi dolori, anch’ella, come la madre, condannata più tardi a scontare un peccato di passione, con una vita grigia di lustro apparente e di interiore desolazione; e, quel che è peggio, anch’ella, più Trao che Motta, nemica del padre, per incompa­tibilità di sangue e di istinto. Un “cattivo affare”, insomma; di tutti il peggiore, perchè irrepa­rabile. Quella che sino allora era stata per Mastro don Gesuaido l’ostilità naturale degli uomini, ostilità nella quale egli aveva potuto cimentare e far trionfare la sua forza e la sua tenacia, diviene ormai avversità delle cose, incoercibile inimicizia delle leggi che regolano il sopravvenire e lo svol­gersi degli eventi. La sua febbre di azione e di costruzione si muta in ansia e in febbre di difesa: difesa di quella “roba” che è stata il poema della sua vita, la sua creazione, il suo mondo morale, il solo possesso del suo cuore e del suo spirito. Costretto a dare un po’ a tutti: a parenti legittimi e a li illegittimi, a ricattatori, al genero duca sopravvenuto a coprire dignitosamente del proprio blasone l’avventura di Isabella; il lottatore cede a poco a poco, sia pure coi denti stretti, alla inflessibile fatalità che lo piega. Roso dai dispiaceri e da un cancro, che è come la sintesi fisiologica di tutto il fiele che ha dovuto inghiottire, Mastro don Gesualdo chiude nella desolazione una vita trascorsa nella dura macerazione della fatica quotidiana. Abbandonato in una stanza appartata del palazzo della lia duchessa, nella grande città, lontano dalla sua casa e dalla sua terra, dalle belle camne, fio­renti di messi, dalle sudate tenute, fonti di tanta ricchezza. Sino all’ultimo istante ha implorato la lia perché difenda la “roba”, perché si op­ponga alla alienazione delle proprietà; ma poi ha capito l’inutilità di ogni parola e di ogni speranza. E finisce così, solo nella morte, come solo era stato nella vita. Forse, nella desolata miseria di questa morte, un unico ricordo di bontà e di tenerezza devota, capace di rendergli meno vivo lo strazio: quello di Diodata, la serva fedele, la madre dei suoi li illegittimi sacrificata alla “aristocrazia”, la sola disinteressata, venuta a dargli il “buon viaggio” al momento della sua non voluta par­tenza per Palermo. Sotto la pioggia, a capo sco­perto, umile come sempre e semplice, in atto dl accomnare le scarse parole con i cenni del capo.



PERSONAGGI PRINCIPALI



Mastro-Don Gesualdo


Se mastro-don Gesualdo è il protagonista del romanzo omoni­mo, le quattro parti in cui si articola la narrazione descrivono le diverse fasi attraverso le quali si svolge l’intera e complessa parabola della sua esistenza. La prima parte infatti definisce le doti e le aspirazioni di mastro-don Gesualdo, l’ambiente entro cui egli si muove; la seconda ne esamina il difficile rapporto con Bianca, la moglie di origini aristocratiche (e dunque il falli­mento del matrimonio come stratagemma per facilitare i suoi affari con i ceti benestanti del paese); la terza il non meno pro­blematico rapporto con la lia Isabella; la quarta infine il de­clino e l’inesorabile sconfitta segnata dalla morte.

Fin dalle battute iniziali del romanzo, il movente che sorregge l’azione di mastro-don Gesualdo è l’accumulo frenetico della “roba”. Nel­l’arco di una giornata Gesualdo compie una ricognizione totale dei suoi cantieri e delle sue proprietà: dal frantoio di Giolio in costruzione, ai lavori della strada, fino ai poderi della Canziria, dove finalmente l’occhio trova riposo e serenità nella prospera solidità della “roba”. Per accrescere la sua ricchezza Gesualdo controlla tutto ed esige una devozione al lavoro quasi religiosa, come la sua. Egli è infatti personaggio che non si ritrae di fron­te alla fatica e alla sofferenza. A Giolio trova gli operai oziosi per colpa della pioggia e dunque li rimprovera, ma poi, pur di far procedere i lavori e di non accumulare ritardi, non esita a sottoporsi personalmente allo sforzo fisico e al rischio persona­le per sollevare la pesante macina del mulino e collocarla nella sua posizione. Gesualdo è ben consapevole del legame inscindi­bile fra ricchezza e rischio: come si dirà nel finale del romanzo, per fare “la pappa” egli non si è certo risparmiato; le sue mani di lavoratore ne sono la testimonianza più palese.



Gesualdo è una sorta di eroe: il suo riposo alla Canziria al ter­mine della giornata è il riposo del guerriero che finalmente può contemplare il meritato frutto di una dura battaglia. Nondime­no già il modulo quarto sottolinea la problematicità e la fragilità della “roba”, la lotta continua per difenderla dalle aggressioni del caso e soprattutto dei dissipatori: insomma da quella sorta di “entropia” che sembra connaturata al concetto stesso di “roba”.

Sotto questo profilo, la famiglia è uno dei pricipali ostacoli sul cammino del protagonista: il cognato Burgio, il fratello Santo, suo padre stesso, mastro Nunzio sembrano solo preoccupati di mandare in rovina ciò che Gesualdo costruisce. Con la famiglia si innesca dunque una conflittualità che attraversa l’intero ro­manzo: dopo la morte del padre, Speranza intenterà una guerra spietata, subdola, per cercare di impadronirsi della “roba”. Ma è nel modulo quinto della prima parte che i termini del conflitto sono enunciati in tutta evidenza.

Il crollo del ponte in costruzione a Fiumegrande è effetto del caso (le piogge torrenziali), ma anche dell’imperizia di mastro Nunzio che ha tolto i ponteggi anzitempo. Mastro Nunzio in­fatti vorrebbe imporsi ancora come pater familias autoritario, pur essendo incapace di amministrare saggiamente il patrimo­nio. Gesualdo, per converso, si sente espropriato di una ric­chezza che è frutto esclusivo della sua fatica. La lacerazione insanabile: da una parte i valori tradizionali, dall’altra la fame dirompente di “roba” che conduce ad infrangere ogni valore troppo vincolante.

Come si comprende meglio anche a partire dall’episodio dell’asta, Gesualdo è sempre più escluso dal suo ambiente originario (è ancora il conflitto con il padre a dimostrarlo). Ma d’altra parte la sua intraprendenza lo pone in un duro contrasto con le classi agiate e aristocratiche dei pro­prietari terrieri. Classi nei confronti delle quali il possesso della “roba” non è garanzia di sicuro successo, tantomeno di inte­grazione sociale. Di fronte al privilegio del sangue sul quale si fonda la consorteria aristocratica Gesualdo rimane sempre un ibrido, un “mastro-don”. A ben vedere una simile mancanza di identità sociale, saldata all’ossessione della ricchezza, è il punto debole del protagonista, ciò che lo renderà facile preda dei complessi e convergenti disegni della Sganci e del canonico Lu­pi per dare un marito non troppo pieno di pretese a Bianca, ri­masta incinta nella relazione con don Ninì Rubiera. Sapiente­mente allettato dal canonico Lupi, suo alleato negli affari, Ge­sualdo non sa rifiutare una proposta che, oltre ad essere la san­zione del suo nuovo status, sembra aprirgli la strada ad un più proficuo rapporto con i benestanti del paese. Ma quanto un calcolo del genere sia illusorio risulta subito evidente nel di­sprezzo che continua a circondare Gesualdo durante il ricevi­mento in casa Sganci, come nella totale assenza degli invitati il giorno della cerimonia delle nozze.

All’inizio della seconda parte Gesualdo, in nome del suo mirag­gio economico e sociale, ha compiuto delle scelte che sono co­munque drammatiche. Nel modulo quarto della prima parte ha infatti rinunciato alla sola donna che lo ami veramente e che gli ha da­to due li, Diodata in nome della “roba”, in nome dei modelli etici e sociali imposti dalle classi dominanti, ha ripudiato l’uni­ca traccia di un’autenticità di affetti e di sentimenti che circoli nell’universo ipocrita e mistificatore del Mastro-don Gesualdo. In cambio ha ottenuto una moglie che non lo ama e che per tut­ta la vita gli celerà il segreto sulla vera paternità della lia e non è riuscito ad acquistare il favore dei grandi latifondisti: la sua sconfitta, si può dire, comincia da qui.

La sconfitta dei progetti di mastro-don Gesualdo è evidente nel momento in cui si apre la gara d’asta per l’appalto delle terre comunali ed egli si trova di fronte l’ostilità coalizzata degli Zac­co, dei Rubiera, dei Margarone, ecc., persino quella di suo pa­dre mastro Nunzio. E’ comunque vero che questa seconda parte non si conura completamente negativa per il protagonista. Attraverso la riunione segreta della Carboneria, egli getta comunque le basi per un’intesa economica col barone Zacco, il suo principale avversario, che rimarrà operante per circa un trentennio (dal ‘20 al ‘48). Non solo: sfruttando abil­mente le avventure sentimentali e le spese folli di don Ninì, in­vaghito dell’ambigua cantante Aglae, riesce a porre una seria ipoteca, attraverso un prestito molto oneroso, sul matrimonio dei Rubiera. Successi ai quali dovremmo aggiungere anche la nascita di Isabella, erede “legittima”, finalmente, di una fortu­na accumulata in tanti anni di fatiche e il suo battesimo, a cui partecipano tutti i parenti nobili.

Gesualdo sembra al culmine del suo successo: in realtà è soltan­to una pia illusione. Isabella, al di là della verità sul nome di suo padre, si rivela immediatamente una fonte di nuove conflit­tualità e una minaccia alla “roba”.

In primo luogo la presenza di Isabella acuisce il contrasto fra Gesualdo e Bianca. Gesualdo per dare un’educazione alla lia vuole mandarla in collegio: Bianca, sia pure senza risultato, si oppone con ogni mezzo. E ancora: Gesualdo tenta in ogni mo­do di impedire l’amore tra Isabella e Corrado La Gurna, ma an­che in questo caso si trova di fronte una Bianca che difende la lia con una violenza quasi ferma.

La delusione e lo scacco di Gesualdo sono dunque cocenti. Isa­bella, per essere accettata dalle comne in collegio, non si fa chiamare Motta Trao, ma solo Trao: l’esile traccia della pater­nità di mastro-don Gesualdo se ne va dunque in fumo. ciò soltanto è cagione di dramma, Gesualdo ha dei grandi progetti per la lia: erede di una immensa fortuna, ella dovrà contrar­re un matrimonio che sia degno della sua nuova condizione. In questo Gesualdo proietta quel desiderio di avanzamento sociale che nella sua esistenza si è realizzato solo imperfettamente. Nondimeno anche questa prospettiva nella terza parte entra ra­pidamente in crisi.

Isabella si lascia circuire da Corrado La Gurna, grazie anche al­l’abile mediazione di donna Sarina Cirmena e cerca di ribellar­si in ogni maniera alla volontà del padre pur di sposarlo, finen­do persino per rimanerne incinta. Gesualdo, stretto dal precipi­tare della situazione, è costretto ad accettare il matrimonio con il duca di Leyra, disposto a tacitare qualsiasi scandalo, ma in cambio di una dote esosa: la “roba”, le terre accumulate con enorme sacrificio personale nel corso degli anni, cominciano da questo momento ad andare disperse. L’avidità del duca sarà senza fine: pur di mantenere in piedi il matrimo­nio Gesualdo dovrà sborsare cifre non indifferenti. Inizia così quel triste declino che avrà il suo epilogo nella quarta parte. Nella quarta parte i segni della fine incipiente si accumulano in modo vertiginoso: il dissidio fra Isabella e il marito, la malattia e poi la morte di Bianca, i moti del ‘48 che minacciano diretta­mente l’incolumità di Gesualdo, fonte di tutti i mali. Di fronte ad una simile congiura mastro-don Gesualdo appare sempre più debole, incapace di reagire: tanto che concretamente la de­bolezza prende corpo nel tumore allo stomaco che lo conduce in breve giro di tempo alla tomba. Il Personaggio coraggioso e sprezzante che abbiamo conosciuto nella prima parte del ro­manzo è definitivamente sso. AI suo posto non c’è che una pallida ura, interamente assorbita dall’avanzare della malattia, ormai incapace di controllare il corso dei suoi affari. Gesualdo, dopo la morte della moglie, è ormai completamente solo; anche Diodata, che pure nel momento del bisogno non ha esitato a riavvicinarsi a lui, è stata allontanata. Intorno al pro­tagonista ruotano soltanto le ure avide ed interessate del ba­rone Zacco, che vuole dargli in moglie una lia e della sorella Speranza.

Gesualdo non ha più la forza di reagire a nulla, è preda dei me­dici che si alternano infausti al suo capezzale. La sua unica spe­ranza è il contatto diretto con la terra, con la “roba”: vuole es­sere condotto al podere di Mangalavite. Ma anche questo tenta­tivo si rivela inutile: il viaggio è una sofferenza senza fine. Ge­sualdo avverte ormai nettamente l’estraneità di tutte le cose che lo circondano; il vincolo che legava il padrone alle sue proprie­tà appare definitivamente spezzato. Come Mazzarò ne La ro­ba, Gesualdo tenta una inutile ribellione al suo destino di mor­te: in un raptus di follia vorrebbe portare con sé, nella morte, anche quelle ricchezze che sono state l’unica ragione della sua vita. Tutto si rivela dunque vano, ogni risorsa cade e il tramon­to di Gesualdo non potrebbe essere più straziante.

Strappato al paese e chiuso nel palazzo dei Leyra egli attende la morte in una spaventosa solitudine. Il genero lo assedia con le continue richieste di una delega per l’amministrazione delle sue proprietà. La lia non gli comunica mai i suoi veri senti­menti, è completamente rinchiusa in se stessa.

Ormai prossimo alla morte, Gesualdo sembra avvertire con pie­na lucidità la vastità della sua sconfitta. Una sconfitta in cui il dubbio sulla vera paternità di Isabella, tenuto lontano per anni, in questi momenti irrompe con una forza devastante. Gesualdo non conoscerà mai la verità (con Isabella non riuscirà a parlar­ne), ma, come Bianca, porterà con sé nella tomba, i suoi segreti e i suoi dubbi: testimonianza estrema della solitudine e dell’in­ganno in cui egli ha trascorso l’intera sua vita. Gesualdo, se mai ne occorreva la conferma, è stato tradito da tutti e in tutto.



Bianca


La vicenda di Bianca, nelle sue strutture essenziali, non si svol­ge dissimile da quella di molti altri paradigmi femminili ver­ghiani, verificabili soprattutto nella ricca trama delle novelle. In non pochi pezzi di Per le vie si assiste infatti alla storia di una giovane donna sedotta e poi abbandonata dall’amante: premessa questa ad un triste declino esaminato attraverso la lente spietata dello scrittore naturalista. Nel Mastro-don Gesua/do questo esile archetipo, che tuttavia resiste, si complica in una maniera tutt’affatto peculiare.

Discendente da un’antica stirpe aristocratica ormai in miseria, Bianca vive in una sorta di condizione carceraria entro le mura cadenti del palazzo avito, insieme ai due fratelli, Diego e Ferdinando, isolati in una dimensione in cui è difficile distinguere cieco orgoglio e follia, minacciati dall’incombere della malat­tia, la tisi. Entro simili coordinate per Bianca la relazione con il cugino Ninì Rubiera rappresenta dunque l’amore, l’evasione dall’angusto universo dei Trao. Evasione che però ha una dura­ta assai effimera e che comporta un amarissimo disinganno. La sera dell’incendio don Diego scopre infatti Ninì nascosto nella camera della sorella: da questo momento comincia il duro cal­vario di Bianca. Dapprima, alla festa in casa Sganci, ella si af­fanna per parlare con Ninì: è un vero fallimento. Di fronte alla sofferenza autentica della ragazza, Ninì non sa mettere in mo­stra che la sua facciata ipocrita e perbenista, preoccupato sol­tanto di non dare troppo scandalo fra i parenti.

Il destino di Bianca è comunque già deciso, nell’attimo in cui la baronessa Rubiera, madre di Ninì, ha respinto in nome della “roba” la proposta avanzata da don Diego delle nozze ripara­trici e la zia Sganci, con l’ausilio del canonico Lupi, ha avviato le complesse manovre per combinare il matrimonio con mastro-don Gesualdo. Ad una simile pressione, cui del resto contribuisce anche l’entrata in campo dello stesso Gesualdo, el­la non può che cedere, oltretutto consapevole di essere in attesa di un lio. Non che nella sua scelta traspaia una scelta utilita­ristica: c’è solo l’obbedienza ad una necessità che non lascia al­ternative.

Con il matrimonio Bianca viene a trovarsi in una situazione psi­cologicamente contraddittoria e paradossale. Ripudiata dai suoi famigliari, subisce la vicinanza di un marito che non ama. Con il fratello Diego ella riesce a ristabilire un legame solo al­l’approssimarsi della morte di costui. Con l’altro fratello, Fer­dinando, cerca di essere continuamente prodiga di aiuti, ma senza mai superarne la diffidenza.

Più complesso, ovviamente, il rapporto con il marito. Fin dalla prima notte di nozze è chiara la repulsione di Bianca verso Ge­sualdo: ella chiaramente è ancora innamorata di Ninì Rubiera. Ella è piena di premure per il coniuge, col tempo si affeziona a lui che la ricambia, ma gli rimane fondamentalmente una estranea. Sul piano dei sentimenti e degli affetti Bianca non può comunicare con Gesualdo: il suo rapporto è solo fittizio, ipocrita. Bianca è nella più completa solitudine. E si compren­de bene quale inconfessabile tormento psicologico debba rap­presentare per lei il segreto sulla vera paternità della lia, na­scosto per tutta l’esistenza, fino alla morte. Bianca vive dunque una perenne lacerazione interiore, una assoluta impossibilità di raggiungere un equilibrio con se stessa. In verità ella rinuncia a vivere per se stessa, il suo unico scopo diviene la lia Isabella e il legame fortissimo che la unisce a lei. Quando Gesualdo de­cide di mandare la lia in collegio per farle avere una buona educazione ella, già segnata dalla presenza devastante della tisi, cerca di opporsi in ogni modo ad una simile prospettiva. Chie­de persino aiuto ai parenti, ma infine è costretta a cedere. Per lei è come perdere la ragione della sua esistenza: da questo mo­mento è preda sempre più indifesa della malattia.

Rispetto a queste coordinate già piuttosto complesse, la ura di Bianca ha modo di precisarsi ulteriormente nelle ine del romanzo.

L’episodio del soggiorno a Mangalavite durante il colera è a dir poco sintomatico. Di fronte all’amore che sembra sconvolgere in una profonda passione l’esistenza di Isabella e quella di Corradino La Gurna, ella non compie nessun gesto; anzi, davanti alle sfuriate irose deI marito e alle minacce, ella si rivolta in una accanita difesa della lia: come se in lei difendesse la libertà,

il diritto all’amore che la vita le ha irreparabilmente negato. Una difesa questa che non ha ancora una volta successo: Bian­ca esce di nuovo sconfitta, perché, attraverso un complesso ma­neggio, saranno di nuovo le convenienze e la necessità a sanzio­nare il destino coniugale di Isabella. Ma la sconfitta di Bianca è ancor più totale e straziante, è la perdita definitiva della lia, la sua assenza proprio nell’attimo irrevocabile della morte.

Sentendo approssimarsi la fine, Bianca vive nell’attesa spasmo­dica dell’arrivo di Isabella, che invece non arriva. Tradita an­che in questo affetto, ella sembra attaccarsi disperatamente a Gesualdo, l’unica presenza che resti accanto a lei. Diviene per­sino gelosa di Diodata, ne rifiuta l’aiuto, diviene sospettosa nei confronti degli Zacco che cercano di introdurre in casa del ma­rito la lia Lavinia. E tuttavia anche in questo estremo mo­mento fra Bianca e il marito permane l’ostacolo di quel segreto inconfessabile che resta l’emblema sconsolato di una solitudine senza rimedio.





Isabella


La vicenda di Isabella non si sviluppa in modo molto dissimile da quella di sua madre Bianca, ed anzi converte anche nel ro­manzo il meccanismo iterativo che nella trama di non poche novelle sembra riprodurre un universo chiuso e immobile, nel quale si recita una commedia quotidiana sempre uguale a se stessa.

Anche Isabella, come la madre, vive in una perenne ambiguità: nel corso del Mastro-dan Gesualdo non sapremo mai se ella è a conoscenza della sua vera origine. Nel modulo conclusivo in­fatti, di fronte allo sguardo interrogativo del padre che vorreb­be finalmente chiarire un dubbio così tormentoso, ella si ritrae, si richiude in se stessa come era solita fare sua madre: ancora l’incomunicabilità dunque, la solitudine, ma anche l’insincerità e la falsità sottese ad ogni legame.

Ad ogni modo, al di là di queste considerazioni generali, Isabel­la assolve un primo ruolo nel riproporre amplificato il disagio sociale, il senso di inappartenenza ad ogni classe, in cui vivono i suoi genitori. Ma se Gesualdo appare condannato, anche nel­l’appellativo di “mastro-don”, ad una perenne dissociazione, la lia è alla disperata ricerca di una identità univoca.

Gli anni trascorsi in collegio, prima al paese e poi a Palermo, sotto questo profilo sono emblematici. Isabella per essere ac­cettata dalle altre comne aristocratiche è costretta a ridurre il suo doppio cognome di Motta-Trao al solo Trao, l’unico ele­mento che le consenta di stare sullo stesso piano delle altre fan­ciulle nobili. Un fatto questo che sembrerebbe essere solo il ri­flesso delle sclerotiche convenzioni sociali del Mastro-dan Gesua/do, ma che in realtà coinvolge implicazioni più profonde. Optando per il cognome materno ella infatti finisce per incar­narne, almeno in parte, lo stesso destino. L’episodio del colera e quello successivo del matrimonio ne sono la limpida riprova. Nel momento in cui il colera comincia a diffondersi, Gesualdo fa uscire Isabella dal collegi e la riporta al paese. La ragazza è vissuta per anni vagheggiando le sue origini aristocratiche, creando un alone fantastico intorno ai suoi pochi ricordi d’in­fanzia: la realtà effettiva delle cose agirà invece come il mezzo di uno spaventoso disincanto. Come si recherà a far visita allo zio don Ferdinando scoprirà che il palazzo dei Trao non è che un edificio in rovina, lo zio gli si rivelerà come un demente; meno crudo sarà l’incontro con il “nonno” paterno Nunzio e con la “zia” Speranza nella povera casa dei Motta. Per non parlare della vista dei polverosi poderi di Mangalavite, che Isa­bella aveva sempre immaginato come i palermitani Giardini della Favorita.



Di fronte ad uno scenario così grigio e triste, l’incontro con il giovane Corradino La Gurna a Mangalavite rappresenta di nuovo la possibilità di evasione, di sogno. L’Isabella innamora­ta di Corradino sembra dunque mimare alla perfezione, quasi come una costante genetica, il trascorso amore di Bianca per don Ninì. l’analogia si ferma a questo punto. Come per la madre, si tratta di un amore senza prospettiva: l’ostacolo è an­cora la “roba”. Isabella è infatti ricchissima mentre Corradino è uno spiantato. Anche per la ragazza comincia dunque un ter­ribile calvario. Il padre la riconduce in paese e la chiude di nuo­vo in collegio: di qui ella tenta un’ultima strada, la fuga con Corradino. Nondimeno anche questo è un vicolo cieco, perché anche Gesualdo, come aveva fatto la baronessa Rubiera, rifiuta l’ipotesi del matrimonio riparatore. Isabella rientra in collegio e cominciano le manovre per combinare in fretta un matrimo­nio vantaggioso (anche la ragazza è infatti incinta).

Inizia così un pressante assedio intorno alla giovane per convin­cerla che, mentre il legame con Corradino sarebbe pura follia (Gesualdo non darebbe niente per la dote), la proposta di nozze con il duca di Leyra le può aprire insperate prospettive di lusso e di vita mondana a Palermo. Artefice di questa lenta opera di persuasione (che in tutto ricorda l’episodio della monaca di Monza nei Promessi sposi è lo zio marchese Limòli. Isabella, dopo lunghe esitazioni, pianti, disperate ribellioni, finisce per sottomettersi alla dura necessità che non lascia alternative. Ma si condanna così ad un legame ancora peggiore di quello con­tratto dalla madre, giacché il duca la sposa solo per le ricchezze di cui è la sicura erede.

Dopo il matrimonio Isabella non è che una infelice, in perenne lite con il marito, in definitiva straziata da una solitudine senza rimedio. Sofferente a ammalata anch’essa, secondo le notizie che invia suo marito, apprende della morte della madre solo dopo che tutto si è ormai concluso.

Gesualdo, negli ultimi tempi della sua esistenza ospite della vil­la dei Leyra, coglierà perfettamente sotto le apparenze di armo­nia che regolano i rapporti fra il duca e la moglie, la profonda insoddisfazione della lia, il suo dolore inesprimibile. Egli cercherà di parlare con lei, ma anche Isabella, al di là delle af­fettuose lacrime per il padre, non può veramente comunicare con lui: anche lei è in definitiva una Trao e come la madre, for­se, serba un suo inconfessabile segreto.



Diodata


Affine a certi protagonisti delle novelle di Vita dei campi, Diodata vive in una sorta di stadio presociale, di pura naturalità animale, in cui il meccanismo di mistificazione e ipocrisia, la stessa ossessione per la “roba”, che dominano le altre ure del Mastro-don Gesualdo, non sono ancora operanti. Nell’univer­so del romanzo ella è dunque un individuo eccezionale e ano­malo, estranea com’è ad ogni calcolo utilitaristico.

Non che il personaggio abbia una presenza molto distesa nel­le ine dell’opera: ma certo negli episodi in cui e, Diodata incarna con forza straordinaria un universo di valori e di purezza cui mastro-don Gesualdo ogni volta rinuncia in nome del suo sogno della “roba”.

Trovatella, come già il suo nome s’incarica di sottolineare, Diodata è raccolta e allevata da mastro-don Gesualdo. Con lui ella finisce per stabilire un solido rapporto sentimentale dal quale nasceranno anche due li. Un rapporto però del tutto squili­brato. Se infatti per Diodata c’è una sorta di devozione, di fede cieca per l’amato, nel caso di Gesualdo il discorso suona molto più problematico. E’ sintomatico che fra i due, nonostante la presenza dei li, non si sia stabilito un legame matrimoniale e che gli stessi li siano stati affidati ad un onfanotrofio. Per Gesualdo, insomma, Diodata non è più che un’oasi di ristoro, esente da qualsiasi complicazione, nella quale trovare una sosta alle battaglie ingaggiate per il predominio nell’esistenza quoti­diana. Un’oasi che ha comunque uno spazio marginale, confi­nata com’è nel podere di Mangalavite, e che può anche essere condannata al sacrificio, nel caso prevalga il supremo interesse della “roba”.

La prima sa di Diodata è sulla fine del modulo quarto della prima parte. Gesualdo ha già deciso che si sposenà con Bianca, ne parla come se fosse un fatto totalmente indifferente per Diodata, come forse lo è anche per lui. Di fronte ad una simile scelta la donna non tenta nemmeno di ribellarsi, la sua sottomissione a Gesualdo è totale, indiscutibile: Gesualdo è il padrone, spetta dunque a lui decidere. E se il padrone pensa di darla in sposa (per non avere scrupoli di coscienza) a Brasi Camauno o a Nanni l’Orbo, ella è ben contenta; come è contenta che il padrone le prometta di prov­vedere anche ai suoi li illegittimi. Nondimeno il pianto sgorga irrefrenabile agli occhi di Diodata. Ella cerca di costringere il suo legame con Gesualdo sul piano di un freddo rapporto di lavoro, ma non ne è capace, tanta è la forza dei sentimenti.

Diodata in questo modo si rivela l’unico personaggio capace di vivere i propri sentimenti senza ipocrisie; l’unico personaggio che almeno non accetta compromessi. Il giorno del matrimonio di Gesualdo è ancora il suo pianto silenzioso a rinnovare la to­tale, disperata, offerta di sé al padrone e amante: ma questi la allontana timoroso. Diodata sposa Nanni l’Orbo, ma solo per devozione completa alla volontà di Gesualdo, non perché la so­stanza del suo amore sia mutata. Anzi, per tutto il romanzo Diodata rimane la testimonianza, muta e coraggiosa, di quei sentimenti autentici che Gesualdo ha deciso di rifiutare. Testi­monianza coraggiosa perché ella non si impaurisce mai di fronte allo scandalo pubblico che solleva la sua presenza o al disprezzo.

Nella sua irragionevole e quasi animale fedeltà Diodata è pron­ta a sopportare ogni offesa, persino al sacrificio di sé, pur di aiutare l’uomo che continua ad amare. per questo che ella ac­cetta di accudire Bianca, nonostante il rigetto, negli ultimi tem­pi della sua esistenza. E ancora, dopo averlo difeso persino dai suoi li la sera del tumulto, è la sola persona che si prenda cu­ra di Gesualdo nell’avanzare inesorabile della malattia.

In ogni caso Diodata non agisce per calcolo o per interesse. Ella obbedisce ad un istinto tanto profondo quanto primordiale che la spinge quasi al sacrificio di se stessa. E’ una ura che dun­que ha ben altra tempra, ad esempio, rispetto a Speranza e a donna Lavinia Zacco, che pure saranno al servizio di Gesualdo ormai gravemente ammalato, ma solo in nome della “roba”. E’ indubbiamente altra tempra rispetto a Bianca che riesce a celare per tutta la sua esistenza il segreto di Isabella, succube della paura dello scandalo, e dunque ipocrita. Fedele a se stessa fino al termine, Diodata è l’unica persona (insieme a mastro Nardo) che sotto la pioggia si presenti, timida come sempre, a prendere congedo da Gesualdo allorché lascia per l’ultima volta il paese. A ben vedere anche Diodata, come gli altri, è una sconfitta, sia pure di un genere diverso. In lei la sconfitta non nasce dalla cie­ca sottomissione alla forza travolgente della “roba”, ma sem­mai proprio dall’aver rifiutato una simile logica. Ed è una scon­fitta, quella dei sentimenti, della verità, che finisce per rendere totalmente tragico e privo di speranza l’orizzonte cupo del Mastro-dan Gesualdo.



TEMI PRINCIPALI


L’universo della «roba»


Sul finire del romanzo (parte quarta, cap. IV) Gesualdo, vista l’inutilità del consulto medico, tenta l’estrema risorsa di farsi condurre a Mangalavite, ma il viaggio è solo una tappa ulterio­re, crudele, nell’approssimarsi della tragedia: la terra, i campi coltivati, i poderi si rivelano infatti ormai indifferenti al loro padrone, persino ostili («ogni cosa gli diceva: Che fai? che vuoi?»). Se l’intera esistenza di Gesualdo è stata una ricerca spasmodica dell’acquisizione della “roba”, fino alla completa identificazione in essa e all’alienazione di sé, la scoperta che la “roba” gli è finalmente estranea, che può fare a meno di lui, sembra mettere a fuoco l’assoluta mancanza di significato della sua vita. La disperazione di Gesualdo è epica e sconvolgente: come Mazzarò (La roba, in Novelle rusticane) egli vuol trasci­nare anche la “roba” nell’annullamento della morte, riaffer­mando così l’equazione fra questa e la vita.

La follia di Gesualdo è forse il documento limite di un attacca­mento morboso alla “roba”, che nell’opera verghiana si decifra come il movente primario intorno al quale si struttura ogni re­lazione umana.

Già in Nedda la necessità della “roba” esercita un ruolo non in­differente ai fini della costruzione del dramma. Un ruolo che va crescendo in alcuni pezzi di Vita dei campi (Jeli il pastore, Rosso Malpelo) per culminare nel cupo affresco delle Rusticane. Qui lo spettro della «roba» incombe su tutti gli aspetti della vicenda umana. Nei racconti più significativi i protagonisti pos­sono illudersi di dominare la logica ferrea del possesso, in cui trovano la loro unica ragione di vita, ma in realtà finiscono so­lo per essere inesorabilmente schiacciati dal perverso meccani­smo che si è impadronito di loro. Forza annientatrice della “ro­ba' e capovolgimento dei valori si coniugano d’altra parte ad un moralismo, ad un rispetto dell’onorabilità, che è solo la ma­schera dell’ipocrisia.

Sotto questo profilo il legame fra le Novelle rusticane e il Mastro-don Gesualdo appare persino genetico. Le Rusticane sono infatti il vasto cantiere dove si sbozzano i personaggi e le situazioni del romanzo. Mazzarò (La roba) e il Reverendo (Il reverendo, Don Licciu Papa) definiscono già il carattere del protagonista Gesualdo e di un personaggio tutt’altro che mar­ginale qual è il canonico Lupi; i rivoltosi di Libertà esemplificano a che cosa può spingere l’ossessione della “roba” quand’essa si trasferisca sul piano delle classi più umili e diseredate: l’a­nalisi della folla compiuta nel romanzo nasce senz’altro di qui. Certo è che nelle ine del romanzo la vicenda della “roba” sfugge alla elementarità che ancora definisce lo scenario delle Rusticane: tutte le disperse tessere del mosaico sono adesso redistribuite in un complesso ed organico intreccio, in cui si av­verte la presenza di una molteplicità di coordinate sociali, poli­tiche ed economiche, anzitutto. Il cammino di mastro-don Ge­sualdo non è dunque più narrato con i toni favolosi e un po’ mitici che accomnano il breve scorcio su Mazzarò: al con­trario egli è al centro di un difficile equilibrio di forze. L’amore per la “roba” lo pone infatti in conflitto con la sua famiglia (il padre gli rinfaccerà di frequente le sue speculazioni), il ceto da cui proviene, ma anche con le classi agiate del paese che vedono in questo arricchito una minaccia al loro benessere e ai loro guadagni.

Nella ura di mastro-don Gesualdo la “roba” prende corpo come una forza effettivamente minacciosa ed eversiva dell’or­dine tradizionale. Donde nel corso del romanzo il tentativo da parte dell’establishement economico e sociale del paese di con­trastare prima, di assimilare e neutralizzare poi, una simile spinta.

Tra i due fronti si colloca il personaggio fortemente ambiguo del canonico Lupi. Egli è l’erede diretto del Reverendo, se vogliamo, è ancora più abile di lui: pur di tutelare la sua “roba” egli non esita a far propria la causa dei rivoltosi sia nel ‘20 che nel ‘48, mettendo in pratica la limpida filosofia secondo la qua­le è indispensabile anzitutto «tenersi a galla» e, semmai, «ac­chiappare anche il mestolo un quarto d’ora». Fedele a questo principio, non esita ad allearsi con mastro-don Gesualdo nella prima parte del romanzo, allorché costui mette a segno le sue vittorie. Obbedendo alla logica del profitto, non si fa scrupolo di combinare il matrimonio fra Gesualdo e Bianca (cinicamente consapevole che costei è incinta) nell’intento di spianare la stra­da agli affari del socio e di conseguenza di accrescere la propria ricchezza. E tuttavia, applicando sempre una norma utilitaristi­ca, non ha dubbi ad abbandonare Gesualdo nel momento in cui comincia ad approssimarsi il suo declino, per rifar lega con gli antichi avversari. Il barone Zacco, a ben vedere, non si com­porta diversamente da lui: è sempre la logica economica della “roba” a muovere i suoi passi. Morta Bianca, egli, insieme con la moglie, si adopera in ogni modo perché Gesualdo sposi sua lia Lavinia: ma, come fallisce il tentativo, non si fa scrupolo a rompere ogni relazione con costui.

L’ossessione della “roba” sclerotizza gli atteggiamenti dei diversi personaggi sul piano della falsità; catalizza intorno a Gesualdo interessate amicizie e malcelati rancori. A più riprese Speranza tenta di porre un’ipoteca sulle ricchezze del fratello: dapprima mostrandosi ostile al matrimonio con Bianca; quindi cercando di introdursi nella casa e nei possedimenti del fratello moribondo. In ogni caso ella sortirà sconfitta, ma non per questo la sorte del­la “roba” di Gesualdo sarà diversa: non sarà Burgio (il marito di Speranza) a dissiparla, ma il duca di Leyra, avido ed interessato coniuge di Isabella. Il risultato non muta: la “roba” appare come pervasa da una sorta di entropia che ne mira alla dissoluzione. Fatica di Sisifo, dunque, quella di mastro-don Gesualdo, che nel romanzo si riflette come in un sistema di specchi che ne moltipli­ca il carattere perverso e malefico. La vicenda della baronessa Rubiera presenta senza dubbio forti analogie con quella di Ge­sualdo. Dopo una vita trascorsa ad accumulare e a difendere le proprie ricchezze è condannata dalla paralisi (sorta di morta vi­vente) a vedere amministrare i suoi beni da un lio di cui non si fida: il suo è uno strazio muto e senza fine. Ma si pensi anche alla storia più marginale di don Filippo Margarone, schiantato, fra l’altro, anche dall’avidità di denaro del genero.

La “roba” attraversa con una incredibile spinta disgregatrice anche i legami più forti, li sottopone al suo giogo. La storia d’amore di Bianca per don Ninì è mandata in frantumi proprio in funzione della “roba”. La stessa sorte toccherà all’amore di Isabella per Corradino La Gurna: nel modulo quarto della terza parte la “saggezza” del marchese Limòli agiterà continuamente questo spettro per convincere la nipote a sposare il duca di Leyra. Lo stesso rapporto fra Gesualdo e Diodata si infrange sullo scoglio della “roba”: Gesualdo, una volta divenuto ricco, ha bisogno di un erede legittimo per lasciare i suoi beni. Ogni volta l’osses­sione della “roba” assurge a dispotica divinità al cui arbitrio so­no delegate tutte le vicende umane.



La scena politica: i moti del ‘20 e del ‘48


Nella estesa produzione verghiana il riferimento alla scena poli­tica acquista sempre una particolare pregnanza, conurando un articolato discorso critico sul nostro Risorgimento colto dal­la peculiare angolatura siciliana. Da I Malavoglia, alle Novelle rusticane, al Mastro-don Gesualdo, a Don Candeloro e C. i, una delle più tarde raccolte di racconti (‘93), i riferimenti sono sempre assai densi e circostanziati.

Nell’italia postunitaria de I Malavoglia, l’indifferenza con cui è accolta la notizia della sconfitta di Lissa (1866) è quasi l’emble­ma di un Risorgimento che è passato senza lasciare pressoché traccia nella coscienza collettiva (padron Cipolla è infatti ben convinto di non aver perso niente), senza mutare alcunché nella stasi della realtà siciliana. Un Risorgimento che anzi in una delle Rusticane, Libertà, risulta solo occasione per dar sfogo alla vio­lenza cieca e sanguinosa delle folle contadine, incapaci di prospettare una qualsiasi alternativa all’esistente, incapaci persino di spartirsi le terre. Dopo la strage i contadini torneranno a chie­dere ordini ai “galantuomini”, mentre i principali responsabili dell’eccidio seguiteranno ad interrogarsi in carcere sulle ragioni della loro condanna. Una vicenda amara e paradossale che sem­bra preparare il terreno alla riduzione ironica del ‘48 operata nel­la novella Papa Sisto (Von Candeloro e C.i). Privati di ogni riso­nanza risorgimentale, i moti non sono altro che il pretesto perché un abile mistificatore come Vito Scardo possa raggiungere il tra­guardo di essere eletto padre guardiano del convento.

A ben vedere il Mastro-don Gesualdo si colloca a metà strada fra la cupa tragedia di Libertà (non sfiorata dal romanzo) e il prevalere del grottesco di Papa Sisto.

Senza dubbio è la rafurazione ironica a predominare nell’e­pisodio della congiura carbonara e nei moti del ‘20 descritti fra il modulo primo e il secondo della seconda parte.

Di fronte alla minaccia della rivoluzione già esplosa a Palermo, della folla che invade anche le strade e la piazza del paese e spa­droneggia senza timore rivendicando il possesso delle terre co­munali, il canonico Lupi vede con grande chiarezza il pericolo che corre la classe dei possidenti, nel caso si abbandoni all’iner­zia: «Rivoluzione significa rivoltare il cesto, e quelli ch’erano sotto salire a galla: gli affamati, i nullatenenti». Per evitare tutto ciò è indispensabile dimenticare le discordie (l’asta delle terre del comune si è conclusa quasi in rissa da poche ore), far lega fra tutti i possidenti per «tenersi a galla» e magari «ac­chiappare anche il mestolo un quarto d’ora», improvvisandosi, giacché i tempi lo richiedono, rivoluzionari. Emerge così con lucidità nelle parole del canonico la strategia trasformista che alla lunga si rivelerà vincente nella società siciliana soffocando nella morsa della continuità ogni possibile rinnovamento. Una strategia “gattopardesca”, per dirla con Tomasi di Lampedusa, la cui conferma giunge immediata dalla riunione della Carbo­neria (cap. Il): dal notaro Neri al barone Zacco tutti in paese si sono convertiti al nuovo credo, pur di salvaguardare le loro posizioni di potere e di privilegio, in una parola lo status quo. Su di uno scenario così desolante non può che scattare l’ironia feroce del Verga: a far dileguare quest’accolta di intrepidi “ri­voluzionari' è infatti sufficiente l’arrivo in paese della «Com­nia d’Arte». La fuga senza sosta del barone Zacco diviene allora parodia sarcastica di un’epica tutta volta in ridicolo.



I moti del ‘48, rappresentati nel modulo quarto della quarta parte, completano la pessimistica diagnosi verghiana delinean­do un quadro che amplia la ristretta prospettiva con l’irrompe­re tumultuoso delle folle sulla scena rivoluzionaria.

La situazione iniziale non si conura affatto dissimile da quel­la del ‘20. L’incontro fra il barone Zacco e don Ninì che chiude il modulo terzo indica che il controllo degli avvenimenti è saldamente in mano ai benestanti: nonostante le torbide notizie in arrivo da Palermo, la rivoluzione è sapientemente incanalata verso una serata teatrale di festeggiamenti in onore di Pio IX. Tuttavia la tranquilla serata assume una piega del tutto imprevista e poten­zialmente eversiva. La folla accalcata in piazza perché non tro­va posto a teatro diviene la protagonista di una dimostrazione ben più minacciosa e incontrollabile. A dispetto degli sforzi di don Ninì, del barone Zacco e del canonico, la folla non si lascia ricondurre all’ordine e un imponente corteo si avvia per le stra­de, travolgendo ciecamente ogni cosa sul suo cammino. L’o­biettivo dapprima è recarsi alla chiesa per portare in corteo la statua del santo patrono, quindi affiora il proposito di saccheg­giare i magazzini di Gesualdo; si riesce a frenare questa furia devastatrice, ma non ad impedire che i rivoltosi mettano l’asse­dio all’abitazione di Gesualdo, individuato come il responsabi­le di tutti i soprusi. Nondimeno l’abile retorica del canonico Lupi, fatta di lusinghe e di vaghe promesse, vale ad allontanare la minaccia di ulteriori violenze. La folla, a delle promesse, si disperde: nei giorni successivi saranno solo sporadici i tenta­tivi di esigere quanto promesso. Tutto, ancora una volta, si ri­chiude nell’alveo della quotidianità.

Non vi è dubbio che l’interpretazione verghiana della folla ri­propone consapevolmente l’episodio manzoniano dell’assalto al «Forno delle Grucce» e l’assedio al vicario di provvisione (funziona anche l’equazione parodistica fra il notaio Ferrer e il canonico). Quella che ne emerge è una visione forse anche più pessimistica e sconsolata. I moti del ‘20 e quelli del ‘48 sembra­no infatti bloccare la realtà siciliana in una morsa ferrea, in cui non si aprono spiragli di sorta. Di fronte al trasformismo con­servatore delle classi privilegiate si solleva infatti la ribellione cieca e inconsapevole di qualsivoglia obiettivo, facilmente ma­nipolabile, delle classi più umili. L’esito non può che essere la disperata rivolta, che non attinge la violenza sanguinaria di Li­bertà, ma che comunque rimane gesto inconsulto e in definitiva gratuito.



La sclerosi sociale del Mastro-don Gesualdo


Il Mastro-don Gesualdo si chiude con una serie di battute me­morabili che vale la pena di riproporre:

«Così, nel crocchio, [don Leopoldo, il cameriere] narrava le noie che gli aveva date quel cristiano - uno che faceva della not­te giorno, e non si sapeva come pigliarlo, e non era contento

mai. - Pazienza servire quelli che realmente son nati meglio di noi Basta, dei morti non si parla.

- Si vede com’era nato - osservò gravemente il cocchiere mag­giore. - Guardate che mani!

- Già, son le mani che hanno fatto la pappa! Vedete cos’è na­scer fortunati Intanto vi muore nella battista come un prin­cipe!»

Di fronte al corpo inanimato di Gesualdo le parole dei domesti­ci tradiscono un’ambivalenza di giudizio sul defunto che, a ben vedere, è tipica dell’intero romanzo. Vi è l’ammirazione quasi reverenziale per un uomo che attraverso la “roba” è riuscito a morire «nella battista come un principe», per quelle mani gros­solane «che hanno fatto la pappa». Nondimeno proprio quelle mani sono la testimonianza di una sorta di marchio che nem­meno il possesso della «roba» può cancellare. Don Leopoldo lo dichiara apertamente, quasi con fastidio, in negativo: «Pazien­za servire quelli che realmente son nati meglio di noi». Nella sua battuta c’è l’accettazione di uno status sociale rigido e ineli­minabile: i signori, «quelli che son nati meglio di noi» e tutti gli altri. Fra queste caste sembra esistere un rapporto di dipen­denza immodificabile. In questa prospettiva mastro-don Ge­sualdo è chi ha cercato di sovvertire le regole, illudendosi che il grimaldello fosse rintracciabile nella ricchezza. In realtà egli da questo azzardo esce pienamente sconfitto: non è che un “ibrido”,­ come rivela in modo perentorio il suo appellativo di “mastro-don”. Gesualdo è dunque un personaggio che si muove contravvenendo alle regole sociali. Tutto l’u­niverso che lo circonda sembra difendersi innanzitutto da que­sta spinta eversiva, piuttosto che dalla sua fame di “roba”.

Nel Mastro-don Gesualdo un’intera galleria di ritratti rafura la rigidità e i pregiudizi della società siciliana. A suo modo è esemplare la ura di mastro Nunzio, il padre di Gesualdo. Il giorno dell’asta per le terre comunali egli è sorprendentemente chiaro con il barone Zacco che ostenta affetto e lo chiama “don”: «lo mi chiamo mastro Nunzio. Non ho i fumi di mio lio.». Mastro Nunzio definisce dunque una rigida barriera fra le diverse classi, ma capovolge anche in atteggiamento di or­goglio la condizione di inferiorità. Egli non ha i “fumi” del fi­glio, non pretende di essere diverso da come è nato. Nei mo­menti cruciali in cui e nel romanzo (dal matrimonio di Gesualdo e Bianca all’episodio del colera) Nunzio Motta non accetta mai di confondersi coi “signori”. Per lui Bianca resta sempre e comunque un corpo estraneo: così come Isabella. Quando la vede la prima volta, dopo l’uscita dal collegio (or­mai ragazza dunque), il suo unico apprezzamento finisce per sottolineare ancora come Gesualdo abbia derogato, persino nel nome della lia, dai modelli di comportamento tradizionali:

«E una signorina, non c’è che dire! Gli hai messo anche un bel nome! Tua madre però si chiamava Rosaria! Lo sai?». Anche in questa nota minima, mastro Nunzio appare ben solido nelle sue convinzioni e conclude riaffermando il principio che lo sor­regge: «Ciascuno com’è nato».

Sull’altro fronte, i fratelli Trao, nella loro estrema povertà, in­carnano pienamente la coscienza aristocratica di una distinzio­ne che non si fonda sulla ricchezza: una posizione limite, non difesa così rigidamente dagli altri maggiorenti del Mastro-don Gesua/do. Per don Diego e don Ferdinando il matrimonio della sorella Bianca appare dapprima un evento inconcepibile; quin­di un vero tradimento. Anch’essi dunque interpretano la regola sociale con assoluta rigidità. Al pari di Nunzio Motta e di Spe­ranza, essi rifiutano ogni contatto con il “parente” Gesualdo: per don Ferdinando la vicinanza di costui sarà un evento scon­volgente (quasi un tabù violato) ancora durante l’agonia di Bianca.

Tra questi due estremi si articola tuttavia un panorama umano ben più fluido e variegato,. legato tuttavia dal comun denominatore della dissimulazione e dell’ipocrisia. E’ il mondo delle Sganci, delle Cirmene, delle Macrì, degli Zacco, dei Ninì Ru­biera: l’universo di quella casta dominante che, per ragioni sempre diverse, finge, o è costretta a fingere, una maggiore apertura e latitudine di pensiero. Ciò che irrompe nel romanzo da questo ricco campionario è una acuta, patologica, diffrazio­ne fra il sembrare e l’essere. La zia Sganci, che pure si adopera per combinare il matrimonio di Bianca con Gesualdo, è poi la prima a disertare la cerimonia delle nozze. C’è in lei, come in altri personaggi, una sfasatura che sembra imprimere una spin­ta isterica, quasi schizofrenica. Donna Sarina Cirmena, una delle ure più “democratiche” nei confronti di Gesualdo, tra­scorre dalla sua iniziale benevolenza ad una fase di profonda ostilità (nel momento in cui Gesualdo sventa il suo tentativo di legare Corrado La Gurna e Isabella), per poi tornare a farsi amichevole al momento della morte di Bianca.

Come par chiaro anche da questa analisi, la categoria che è in certa misura in grado di stabilire deroghe alla rigida struttura sociale è quella dell’utile. Sotto questo profilo il ruolo giocato dal barone Zacco risulta emblematico. In un primo mo­mento egli è uno degli avversari più accaniti e intransigenti di mastro-don Gesualdo. Durante l’asta delle terre comunali egli non esita a mostrare aristocratico dispregio per la ricchezza ostentata da Gesualdo con il “sacco di doppie”: «Signori miei! guardate un po’! a che siam giunti!». Nondimeno, pochi giorni dopo, alla riunione della Carboneria, il barone fa di tutto per gettare le basi di un’intesa con il suo avversario: in­tesa che va in porto. Il barone e Gesualdo divengono soci negli affari. Non solo. In nome dell’utile, il barone Zacco è disponi­bile a compromettersi con Gesualdo fino al punto di proporgli in moglie la lia Lavinia, dopo la morte di Bianca. Ma ecco che l’acuta dissociazione in cui vivono i protagonisti del roman­zo torna a riemergere con violenza. Nel momento in cui Gesual­do rifiuta una simile prospettiva, il barone Zacco non si fa alcu­no scrupolo di abbandonarlo a se stesso dando sfogo ad una compressa malevolenza: «Vedete, signori miei, un barone Zac­co che gli lustra le scarpe e s’inimica coi parenti per lui!». A quest’altezza la folgorante ascesa di Gesualdo è terminata, la sua stella è ormai tramontata. L’obiettivo di assorbirne e neu­tralizzarne la forza eversiva di ogni ordine e di ogni regola non ha concretamente più senso: Gesualdo è un vinto anch’egli. L’i­nerzia e la paralisi sociale hanno avuto la meglio su di lui: il pe­ricolo è passato.



li   punto di vista oggettivo nella narrazione


Caposaldo del verismo verghiano, il nodo teorico del punto di vista oggettivo nella narrazione appare affrontato in maniera esauriente nella lettera di dedica a Salvatore Farina premessa a L ‘amante di Gramigna, una delle novelle programmatiche di Vita dei campi:

«Quando nel romanzo l’affinità e la coesione di ogni sua parte sarà così completa, che il processo della creazione rimarrà un mi­stero, come lo svolgersi delle passioni umane, e l’armonia del­le sue forme sarà così perfetta, la sincerità della sua realtà così evidente, il suo modo e la sua ragione di essere così necessari, che la mano dell’artista rimarrà assolutamente invisibile, allora avrà l’impronta dell’avvenimento reale, l’opera d’arte sembre­rà essersi fatta da sé [ . ] senza serbare alcun punto di contatto col suo autore [ . ].»

Dalla posizione teorica enunciata ne L ‘amante di Gramigna di­scende una serie di corollari. L’intervento del narratore si eclis­sa di fronte all’oggetto della narrazione, il suo ruolo diviene perciò assimilabile a quello dello scienziato che osserva e descri­ve in modo imparziale i fenomeni della realtà, in questo caso rappresentata dal “guazzabuglio” del cuore umano, per dirla con Manzoni.

La vicenda assunta nel romanzo avrà dunque il carattere di “documento umano”, che l’autore si sforzerà di riproporre «così come l’ha raccolto pei viottoli dei campi, press’a poco colle medesime parole pittoresche della narrazione popolare». Il lettore avrà la sensazione di trovarsi «faccia a faccia col fatto nudo e schietto, senza stare a cercarlo fra le linee del libro, at­traverso la lente dello scrittore».

Un simile congegno ideologico e formale, mutuato dalle coeve esperienze del naturalismo francese (Zola), nei propositi di Ver­ga vuole essere lo strumento per affrontare l’analisi dei com­portamenti umani, in tutti gli strati della società: il progetto dell’intero ciclo romanzesco della Marea avrebbe dovuto inscri­versi sotto questo segno.

In effetti la scelta verista non dilata mai, se si eccettuano le no­velle milanesi di Per le vie, oltre l’orizzonte siciliano, tantome­no riuscirà a smontare gli ingranaggi psicologici e sociali dei ceti borghesi e aristocratici: il fallimento della Duchessa di Leyra ne è la riprova eloquente.

L’utilizzo di un punto di vista interno al racconto, che lascia ad un anonimo narratore popolare il compito di presentare e giu­dicare avvenimenti e personaggi, fa la sua prima sa in Vita dei campi. Ad una voce esterna si sostituisce sempre più un personaggio, o talvolta semplicemente una voce, che emerge dalla coralità dei parlanti, giudicando ed agendo secondo codi­ci espressivi e ideologici che non sono quelli dell’autore, ma che anzi sono esplicitamente lontani dalle sue convinzioni e trovano piena giustificazione solo all’interno dell’universo rappresen­tato.

Certo, in Vita dei campi la soluzione narrativa verista non risul­ta ancora perfettamente a regime. Lo sarà piuttosto in quella stagione compresa fra I Malavoglia, le Novelle rusticane e Mastro-don Gesualdo. Nei due romanzi come nella raccolta di novelle, il racconto filtra ormai attraverso parole e riflessioni dei personaggi coinvolti nella vicenda, immette il lettore in un incessante e diffuso chiacchiericcio che, come un caleidosco­pio, scompone e ricompone gli accadimenti attraverso una mol­teplicità, anche contraddittoria, di punti di vista.

Il compito dello scrittore si limita a registrare in presa diretta l’intreccio delle opinioni attraverso l’espediente del discorso li­bero indiretto. Le parole della miriade di interpreti sono ripor­tate senza alcuna mediazione grammaticale o sintattica, inserite nel flusso del discorso che si distende ininterrotto.

Riflesso non trascurabile di questa scelta espressiva è la mimesi dialettale che osserviamo sempre meglio fra Vita dei campi e Mastro-don Gesualdo e che sortisce i suoi risultati più persuasivi nelle ine de I Malavoglia. Se la novella o il romanzo devo­no essere riproposti «colle medesime parole semplici e pittore­sche della narrazione popolare», non vi è infatti dubbio che l’u­so del dialetto sia una tappa obbligatoria.

Anche in questo caso la conquista nello stile verghiano non è immediata. In Nedda il dialetto è ancora un inserto ben in vista in un tessuto narrativo ancora fortemente caratterizzato dai re­sidui della tradizione letteraria (manzoniana, prima di tutto). A partire dalle novelle di Vita dei campi il cammino di Verga si delinea invece con più acuta consapevolezza. Il dialetto sicilia­no non è più un mero inserto, quasi un relitto etnografico, ben­si è la base grammaticale e sintattica che sovverte e ricompone l’italiano per riprodurre, sotto la veste illusoria della lingua na­zionale, il parlato regionale dei protagonisti.

Nondimeno la funzione che assolvono l’uso del discorso indi­retto libero e la mimesi dialettale non ha un valore univoco nel­la produzione verghiana, soprattutto se il raffronto si instaura fra I Malavoglia e Mastro-don Gesualdo. Ne I Malavoglia una simile risorsa espressiva è in perfetta sintonia con la ssa di un protagonista in grado di accentrare l’intera vicenda e l’ir­rompere al suo posto dell’intera comunità dei pescatori di Aci Trezza. Ne deriva quell’accento corale, di tragica epica collettiva che è il tratto inconfondibile del primo romanzo verghia­no. Nel Mastro-don Gesualdo l’inversione di rotta è invece radicale.

La forma che assume il nuovo romanzo è più tradizionale, affi­ne ai modelli francesi, in cui torna ad emergere il ruolo prima­rio del protagonista. In questa prospettiva la funzione del pun­to di vista interno, espressione della coralità dei parlanti sempre concentrata sulla ura di Gesualdo, acquista una straordina­ria spinta divaricante, giungendo a sottolineare, quasi come sotto la luce di un riflettore, la spietata condizione di solitudine e di incomunicabilità del protagonista.










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