ePerTutti


Appunti, Tesina di, appunto psicologia

LE TEORIE DELLA PERSONALITA - considerazione delle relazioni deterministiche



Scrivere la parola
Seleziona una categoria

LE TEORIE DELLA PERSONALITA’ (vd. Schema)

Il metodo più usuale di esaminare le teorie della personalità è costituito dall’esame delle principali correnti: psicologia costituzionale, psicoanalisi, comportamentismo, etc.

Un altro modo è quello di esaminarle riguardo all’aspetto costitutivo. Possiamo tenere conto di tre aspetti principali:

considerare gli elementi dei fattori costitutivi in senso stretto;

fare riferimento alla struttura;



fare riferimento alle modalità di organizzazione della struttura stessa.

Per quanto riguarda gli elementi costitutivi si distinguono concezioni monofattoriali e concezioni plurifattoriali. Le concezioni monofattoriali possono ancora essere distinte in concezioni individuali e concezioni ambientali, quelle plurifattoriali in individuali, ambientali e individuali-ambientali.

Possiamo distinguere due categorie principali di teorie della personalità: una che prende in considerazione gli elementi individuali, l’altra che considera prevalentemente gli elementi ambientali. Ci sono quindi modelli teorici che danno maggiore importanza ai fattori individuali ed altri che danno maggiore importanza a fattori ambientali.

Le teorie che danno maggiore importanza ai fattori individuali possiamo distinguerle tra loro a seconda che considerino in maniera più o meno marcata gli elementi interni od esterni all’individuo. Alcune teorie individuali considerano di più il piano esterno tenendo conto dei fattori di tipo organico, a volte esclusivamente dal p.d.v. esteriore, come la struttura somatica. Esaminano la corrispondenza fra aspetto esteriore e caratteristiche della personalità. Altre invece, più interne, tengono conto di elementi della struttura organica, ma in riferimento al piano fisiologico, alla funzione neurologica dei vari organi, la struttura del sistema nervoso e biochimico. Altre ancora fanno riferimento ai processi psicologici, considerabili più interni all’individuo rispetto al piano fisiologico e neurologico. Non negano l’importanza dei processi biologici, ma esaminano le caratteristiche della personalità in base ad elementi psicologici. Queste teorie individuali che accentuano l’interesse sul piano interno in rapporto ai processi psicologici, si possono ancora distinguere in base ai diversi aspetti psicologici di cui tengono conto. Alcuni modelli teorici tengono conto solo dell’aspetto cosciente dei processi psicologici, altri danno maggiore importanza ai processi inconsci. Inoltre si possono distinguere concezioni che danno maggiore importanza ai processi cognitivi, dalle concezioni che prediligono i processi affettivi, emotivi, processi di motivazione o volontà. Naturalmente ci sono concezioni che tengono conto congiuntamente delle varie sfere dell’apparato psichico.

Le concezioni che danno più rilievo a fattori ambientali, in generale appartengono alla sfera sociologica o della psicologia sociale. A noi interessa quel settore della psicologia che si occupa della relazione fra individuo ed ambiente, che costituisce la psicologia sociale. Alcune concezioni affermano che ciò che è fondamentale nel determinare il comportamento sono le caratteristiche della struttura sociale che prescindono dall’individuo, in quanto le leggi che governano la struttura sociale si sovrappongono a quelle individuali e determinano l’orientamento comportamentale. Portate al limite queste concezioni escludono il concetto di personalità. Alcune concezioni psicologiche come il comportamentismo, per spiegare le variazioni del comportamento fanno riferimento alle modalità di organizzazione degli stimoli. Questo modello è molto vicino al modello sociologico, anche se ciò che interessa i comportamentisti sono le variazioni di comportamento, mentre per il sociologo è il modo in cui gli stimoli sono organizzati nell’ambiente sociale. Sia dal punto di vista sociologico che da quello comportamentista il concetto di personalità ha una rilevanza secondaria: per i comportamentisti la personalità non esiste o è inutile, perché le variazioni di comportamento si spiegano come variazioni di stimoli o processi di apprendimento. Le concezioni che fanno parte della psicologia sociale consentono di recuperare elementi psicologici individuali (anche se storicamente sono prevalsi orientamenti che consideravano inutile il concetto di personalità).

Un’altra categoria, collocabile su un piano intermedio, tiene conto di elementi che hanno a che fare con l’individuo ed elementi che riguardano l’ambiente. Appartengono a questa categoria i modelli della personalità più complessi: i modelli interattivi. Fanno parte di questa categoria i modelli plurifattoriali: tengono conto di diversi fattori anziché di un’unica categoria. Affermano che non sono i singoli stimoli che spiegano il comportamento e neanche i singoli processi fisiologici, ma la considerazione congiunta di diversi fattori, che appartengono a diversi piani (individuo e ambiente).

La struttura è l’organizzazione dei diversi fattori in considerazione. Dal p.d.v. della struttura i diversi elementi che stanno alla base della personalità possono essere considerati da un punto di vista atomistico (agenti in maniera singola), quando si ritiene che la personalità abbia a che fare con diversi fattori (assimilabili agli atomi, quando sono uno separato dall’altro).

Dalle concezioni atomistiche o molecolari, simili tra loro, si possono distinguere invece le concezioni a carattere molare, globale o olistica. Dal p.d.v. di queste concezioni la personalità non è costituita solo da diversi fattori, ma da elementi di organizzazione, per cui non la si può ricondurre alla semplice somma di questi fattori.

Un’altra concezione simile a quella atomistica è quella gerarchica. Riporta a degli elementi dominanti, che contengono elementi sottordinati, che vanno a ridursi per quanto riguarda la specificità, fino ad arrivare al piano dei comportamenti specifici. In altre concezioni i vari elementi sono collocati parallelamente l’uno all’altro. Queste concezioni riconducono sempre a modelli riduzionistici (atomistici).

Le concezioni che invece tengono conto di diversi piani stratificati affermano che i processi di pensiero non sono riconducibili ai processi neurofisiologici di base, ma danno luogo a qualcosa che va al di là. E’ una concezione che rimanda ai modelli di tipo olistico.



I modelli che prendono in considerazione l’aspetto organizzativo si differenziano a seconda del tipo di struttura organizzativa della personalità. I diversi elementi possono essere considerati, secondo l’aspetto dinamico, da un p.d.v. statico o dinamico, come invariabili o suscettibili di modifiche. I diversi elementi considerati invarianti, una volta definiti in un particolare momento dell’osservazione, si presume che presenteranno le stesse caratteristiche se l’osservazione viene fatta in un altro momento. L’aspetto dinamico riguarda sia la considerazione generale delle possibilità di modifica nel tempo, sia la considerazione dell’influenza reciproca degli elementi. Considerare gli elementi dal p.d.v. dinamico riguarda la funzione che svolgono. La funzione è strettamente legata al concetto di organizzazione, ma viene vista in termini di compito orientato ad un fine.

Le teorie della personalità si differenziano da altre concezioni psicologiche perché tengono conto di diversi aspetti, considerati separati uno rispetto all’altro, dando un particolare rilievo all’organizzazione, quindi alla relazione esistente tra un elemento ed un altro, ed alla funzione che questa organizzazione svolge. Possiamo perciò distinguere diversi modelli a seconda dell’importanza che danno all’aspetto funzionale ed organizzativo. Si possono distinguere altre concezioni in base alle quali si considerano diversi elementi organizzativi della personalità. Per le concezioni che fanno riferimento ad aspetti strettamente biologici, gli elementi organizzativi sono strettamente legati ai fattori biologici. Sono i fattori di base che sottostanno all’evoluzione dell’organismo, alla sua organizzazione.

Nelle concezioni individuali che danno importanza ai fattori psicologici (come ad es. la psicoanalisi), un elemento fondamentale dell’organizzazione dell’esperienza è l’IO. L’IO si differenzia come sistema organizzativo dell’esperienza da altre concezioni che invece prendono in considerazione lo stesso elemento dal p.d.v. biologico piuttosto che psicologico. Ci sono altre concezioni legate al modello psicoanalitico, che come fondamento dell’organizzazione della personalità considerano il SE’: il sé è per certi versi legato all’IO, è un elemento cosciente. In determinate concezioni è considerato un livello superiore della coscienza, assimilabile ad un rispecchiamento del rispecchiamento. Se la coscienza dovesse essere intesa come specchio dell’esperienza (che rappresenta la consapevolezza) il sé (e l’IO strettamente legato a questa consapevolezza), rappresenta l’autoconsapevolezza della consapevolezza: una sorta di specchio che rispecchia sé stesso e amplia le possibilità di produrre consapevolezza (e comportamenti organizzati e finalizzati). Questi elementi hanno carattere dinamico, non sono sempre gli stessi nel tempo e non sono caratterizzati da immobilità, ma da dinamicità.

Ci sono concezioni che privilegiano l’aspetto strutturale, considerato come elemento statico, che una volta definito in termini di organizzazione, tende a presentare sempre le stesse caratteristiche. I modelli fattoriali fanno riferimento a queste concezioni. Lo scopo è individuare strutture della personalità, elementi differenti tra i soggetti. Una volta individuati si può affermare che il soggetto presenterà le stesse caratteristiche anche in un momento successivo. La struttura è considerata sostanzialmente stabile.

Per altre concezioni l’elemento fondamentale è lo sviluppo. La struttura è importante, ma non è statica. E’ suscettibile di modifica nel corso dello sviluppo. Appartengono a questa categoria i modelli psicodinamici (es. psicoanalitici). Nella teoria psicoanalitica si ritiene che le strutture siano il risultato del processo di sviluppo individuale.

Ad esempio, nella teoria psicoanalitica, il nevrotico ha una struttura a carattere stabile, solo se non intervengono altri fattori che modificano questa conurazione strutturale. Nei modelli fattoriali, invece, il tipo nevrotico è tendenzialmente stabile dal p.d.v. costitutivo. Nel modello psicoanalitico, il nevrotico è il risultato di una conurazione esperenziale particolare, che in condizioni favorevoli può modificarsi. E’ difficile trovare teorie che ritengano che la personalità sia una struttura assolutamente stabile. Dal p.d.v. dinamico distinguiamo diverse concezioni, a seconda che la relazione fra i fattori sia vista come causale o non deterministica. Le relazioni causali fanno parte di concezioni tradizionali. Lo sviluppo di eventi viene ricondotto ad una catena di relazioni meccaniche che seguono i principi di causalità, secondo cui: cause = circostanze = producono effetti =. Ciò significa che se noi conosciamo le caratteristiche costitutive di un determinato sistema, possiamo prevedere lo sviluppo del sistema stesso.

Possiamo distinguere fra concezioni causali che riguardano fattori monofattoriali o plurifattoriali. Dobbiamo considerare la possibilità che i fattori in considerazione si influenzino reciprocamente. Quindi distinguiamo concezioni interattive (che solitamente riguardano modelli plurifattoriali) dalle concezioni strettamente causali. Le concezioni interattive tengono conto di più fattori che operano in modo da influenzarsi a vicenda (e non secondo una semplice sequenza causale), prima di dar luogo ad un effetto. Quindi l’effetto conclusivo non è riconducibile alla semplice somma dei diversi fattori considerati (A+B+C). Bisogna considerare il tipo di influenza e di interferenza che hanno fra di loro e che può determinare un effetto finale = alla somma, > della somma o < della somma, a seconda delle relazioni fra i fattori.




L'aspetto dinamico può quindi essere distinto (vd. Schema . 36), in riferimento alla funzione, alla maggiore o minore stabilità, o alla relazione che esiste tra i fattori. A loro volta le relazioni si possono ricondurre a due tipi principali:

- causali

- non causali (o non deterministiche)

Nella scienza tradizionale, sia in ambito fisico che non, le relazioni esaminate sono essenzialmente di tipo causale. Quando la psicologia si è costituita come scienza ha preso come modello di riferimento quello delle scienze fisiche, nel quale le relazioni erano considerate dal p.d.v. causale. Le relazioni non-causali hanno iniziato ad essere studiate di recente (nel nostro secolo). All'interno delle relazioni causali possiamo distinguere le relazioni causali di tipo diretto e di tipo interattivo.

Le relazioni causali di tipo diretto riguardano concezioni monofattoriali o plurifattoriali. Le relazioni interattive riguardano prevalentemente concezioni plurifattoriali. I diversi fattori possono essere considerati tra loro in relazione lineare o non-lineare.

Valutiamo la relazione più semplice: la relazione causale di tipo diretto. Secondo il principio di causalità cause uguali in circostanze uguali danno effetti uguali. Quindi in un sistema di cui conosciamo le caratteristiche di interazione, possiamo prevedere lo sviluppo. Quando ci troviamo di fronte a sistemi complessi, la possibilità di prevedere lo sviluppo è complicata dal fatto che il numero di fattori non consente di conoscere, nè di tener conto, di tutti gli elementi intervenienti. Quindi è difficile prevedere lo svulippo di un sistema meccanico molto complesso. Se, in teoria, si potessero conoscere tutti gli elementi, potremmo prevedere le conseguenze.

La concezione causale diretta più semplice è quella monofattoriale, in cui la causa C dà luogo ad una catena di eventi (effetto 1, effetto 2 ..).

C T E1, E2, E3 ..

 




Sulla base della considerazione delle relazioni deterministiche, possiamo considerare E1, E2, E3    legate da relazioni necessarie di tipo meccanico, in conseguenza delle quali un determinato evento può essere considerato come il risultato di una catena di eventi, che lo hanno preceduto, ognuno dei quali è legato all’altro da elementi di necessità.

Se anzichè un solo fattore consideriamo più cause (C1, C2, C3 .), possiamo immaginare che ognuna di queste cause dia luogo ad una serie di eventi, legati tra loro in modo tale da dar luogo ad un evento finale sul quale influiscono le cause in considerazione:








Immaginiamo che le cause C1 , C2 ,C3 siano legate tra loro in modo tale da dar luogo ad una catena di eventi, che convergono in un effetto globale, in un particolare momento del tempo, che possiamo chiamare EN che è uguale alla somma di E1,3 , E2,3 , E3,3


EN = E1,3 + E2,3 + E3,3


In questo caso l’evento è il risultato di più fattori.

Nel 1° caso abbiamo a che fare con concezioni di tipo causale monofattoriale, nel 2° con concezioni di tipo causale plurifattoriale. Il 1° è il modello tradizionale del comportamentismo, secondo il quale la risposta è sempre il risultato di una catena di eventi causali determinati da cause specifiche (ogni risposta è determinata da stimoli specifici).

Un esempio di concezione plurifattoriale è il 2° modello, elaborato da Watson in un momento successivo, in cui il comportamento è il risultato di più stimoli che si conurano in contiguità temporale, con caratteristiche di relazione tali da dar luogo ad un effetto complesso di comportamento, risultante dalla relazione esistente fra l’insieme degli stimoli e delle risposte. (Non tiene conto di fattori interni)

Quando il comportamentismo si amplia, e tiene conto dell’elemento “O”, il modello è ugualmente plurifattoriale, ha sempre carattere deterministico, ma i diversi fattori non stanno solo nell’ambiente, ma anche nell’organismo:





A








O




L’ideale, per i comportamentisti, sarebbe stato conoscere tutti i vari elementi, dell’ambiente e dell’organismo. Ovviamente sarebbe necessario avere una serie di informazioni tali, per applicarlo alla personalità, che al momento attuale non è possibile.

Dal p.d.v. dinamico, abbiamo a che fare con una diversa categoria di modelli plurifattoriali, che opera secondo la stessa sequenza per ciò che riguarda le interazioni.

Vediamo ora la relazione causale di tipo interattivo (non-diretto) che può essere ricondotta a questo modello. La differenza è che la catena degli eventi non si sviluppa in maniera diretta, ma in percorsi indiretti. Es: La causa 3 (C3), anzichè dar luogo ad una catena di eventi diretta verso un evento conclusivo, interviene su uno degli eventi intermedi. Come conseguenza E2,1 si trasforma in E2,3,1




A



Il risultato è che questa catena non potrà andare secondo il percorso che avrebbe avuto senza l’interferenza, ma darà luogo a degli eventi diversi. Il risultato finale non sarà ricondotto alla somma degli effetti di C1 , C2 ,C3 , ma possono dar luogo ad un effetto superiore od inferiore alla somma. L’interazione può assumere diverse caratteristiche a seconda del tipo di influenza. Se i diversi fattori interferiscono tra loro in maniera lineare, lo sviluppo conclusivo sarà in funzione degli effetti lineari. Se i fattori interagiscono in maniera diversa, l’effetto sarà il risultato di una interazione non lineare.

Se la causa C dà luogo ad una catena di eventi, se C ha peso 2 , supponiamo dia luogo ad un effetto doppio (4) di quello precedente. Se la catena causale procede in maniera lineare:


C1 T E1 T E2 T E3

4 6 8


Se la procedura ha carattere lineare e procede secondo la stessa intensità, possiamo dire che successivamente otterremo valore 6. E possiamo prevedere che in un momento successivo avremo l’effetto successivo più 2 = 8. Non avremo bisogno di misurare in vari altri momenti perchè procede in maniera lineare. Se, invece, la relazione è non lineare potremmo immaginare uno sviluppo diverso. Ad esempio uno sviluppo geometrico con ragione 2. Es:

C1 T E1 T E2 T E3

4 8 16


Se immaginiamo un sistema plurifattoriale in cui i fattori interagiscono in maniera non lineare. A seconda di come gli elementi si influenzano reciprocamente, l’effetto finale sarà completamente diverso, e, per certi versi, anche imprevedibile.

Se poi immaginiamo un sistema in cui può intervenire anche un fattore casuale, che si inserisce alterando completamente la sequenza, lo sviluppo finale sarà ancora diverso. Quest’ultima categoria fa parte di quei modelli non deterministici che considerano le interazioni non lineari, a carattere complesso, in cui lo sviluppo finale può non essere riconducibile a modelli causali. Un esempio possono essere quei modelli di personalità (plurifattoriali interattivi), sviluppatasi dai modelli comportamentisti che tengono conto della situazione, dell’organismo, e delle variabili psicologiche, ambientali e organiche tra loro in interazione. Questi modelli possono spiegare anche altri fattori intervenienti (volontà, cultura, etc.). Fanno parte di questi i modelli che considerano il fatto che il comportamento umano differisce da tutti gli altri tipi di comportamento, in quanto finalisticamente determinato. L’essere umano non agisce soltanto in conseguenza di cause, ma anche in conseguenza di obiettivi che si propone di raggiungere. In questo caso l’elemento condizionante non è la catena di eventi passati, ma è l’obiettivo.

Questi modelli non deterministici sono legati, come concezione di base, a quelli di tipo ricorsivo:



A



Anzichè considerare le fasi successive, i modelli ricorsivi tengono conto del fatto che una causa può dar luogo ad effetti sulla causa iniziale stessa. Supponiamo di avere una causa che da luogo ad un evento E, in un secondo momento E può (anzichè indirizzarsi verso altri eventi), ritornare sulla causa iniziale, modificandola e dando luogo, in un terzo momento, a C1. C1 si immagina legato a E in maniera tale da generare un nuovo effetto E2, diverso da E1, che si immagina legato a C e così via.


C1,2 E1,2



Nella relazione avremo delle modifiche a C ed E, che crescono, innescando dei processi a spirale, che aumentano nel tempo, tanto che l’iniziale C diventa irriconoscibile. Questi modelli applicati alla personalità prendono in considerazione la relazione fra S e R. Gli stimoli danno luogo a particolari risposte, passando per la personalità. Le risposte non modificano solo il comportamento, ma anche le condizioni iniziali, cioè l’ambiente.



Dobbiamo tener conto del rapporto tra fattori ereditari ed ambientali. Dal p.d.v. storico, il problema del rapporto eredità-ambiente risale al periodo del positivismo, che vedeva contrapposti i due modelli principali, quello innatista e quello ambientalista. In termini schematici possiamo chiamarli I ed A. In origine il problema era in termini di contrapposizione radicale. L’uno escludeva l’altro. Secondo la concezione innatista, lo sviluppo dell’organismo (S) era funzione del patrimonio ereditario (E). S = f (E).

Nel 2° modello S = f (A) in cui A sta per ambiente.

Per il modello innatista, lo sviluppo dell’organismo deriva esclusivamente da fattori ereditari, dalla meccanica genetica, che si sviluppa in maniera rigida e non permette ad altri fattori di intervenire. Secondo il modello ambientalista, i fattori ambientali agiscono sul patrimonio ereditario con le stesse caratteristiche di necessità meccanica. Perciò l’ambiente modificava le caratteristiche del patrimonio ereditario condizionando lo sviluppo dell’organismo. Secondo la 1^ formula, date diverse caratteristiche genetiche si avranno diversi tipi di sviluppo, secondo la 2^, dati diversi ambienti si avranno diversi tipi di sviluppo. Costituiscono modelli di sviluppo unifattoriale a carattere strettamente deterministico.

E’ possibile riprodurre artificialmente una situazione in cui far sviluppare un organismo tenendo sotto controllo tutti i fattori in gioco, e lasciando variare quello che si vuole utilizzare come variabile indipendente, e tenendo sotto controllo gli altri. Soltanto in queste condizioni si può concludere qual è il fattore determinante nello sviluppo. L’indagine può essere condotta in riferimento ad organismi animali o umani. Possiamo ancora distinguere l’aspetto somatico dal comportamento. Infatti è diverso studiare gli effetti delle relazioni ereditarie su un organismo, sulla variazione somatica o sui comportamenti. Lo stesso vale per le relazioni ambientali.

Una volta distinto il campo umano dall’animale, è opportuno distinguere gli aspetti che hanno a che fare con lo sviluppo dell’organismo da quelli che riguardano il comportamento, e da quelli che riguardano la personalità.

Considerando gli studi fatti, ne risultano alcuni che convalidano la teoria ambientalista, altri la teoria dell’ereditarietà. Ciò può significare che non va bene nè l’una, nè l’altra. Le posizioni attuali propendono per una terza formula che considera lo sviluppo funzione dell’interazione tra fattori ereditari ed ambientali. I due elementi A ed E operano secondo modalità tali che E influenza A e viceversa.

Per ciò che riguarda il comportamento, possiamo distinguere un comportamento inferiore, strutturalmente semplice, da uno superiore, più complesso. Anche l’età può influenzare la plasticità dell’individuo ha raggiunto.

Il peso di E emerge sia per i comportamenti inferiori che per l’ambito d’indagine animale, rispetto a quello umano.

Un maggior peso di A emerge per i comportamenti superiori, e per il comportamento umano rispetto a quello animale, poichè quest’ultimo è più rigido, mentre quello umano è più influenzabile da fattori esterni.



Quello che ci interessa è lo studio in campo umano, anche se siamo costretti a usare in modo ativo ricerche in campo animale, a causa della difficoltà (in campo umano) di condurre esperimenti che seguano il modello classico della ricerca sperimentale. Gli esperimenti dovrebbero essere condotti, per conoscere lo sviluppo in funzione dell'ereditarietà, tenendo A costante, e viceversa, sviluppo in funzione dell'ambiente, tenendo il fattore ereditario sotto controllo. Per fare ciò dovremmo avere la possibilità di intervenire arbitrariamente in situazioni che riguardano lo sviluppo di soggetti umani. Bisognerebbe prendere lo stesso patrimonio genetico e farlo sviluppare in ambienti diversi, agendo in modo arbitrario sulle situazioni. Vengono usati diversi tipi di procedure di indagine. Una di queste è quella che tiene conto di anomalie cromosomiche, degli effetti sullo sviluppo della struttura somatica e sul comportamento. Per es. la sindrome di Down, la sindrome di Turner. Questi tipi di sviluppo patologico sono associati ad anomalie cromosomiche, ma una comprensione più approfondita richiederebbe una conoscenza più dettagliata delle caratteristiche del patrimonio genetico. Un progetto ambizioso è quello che richiede lo studio delle caratteristiche del patrimonio genetico, per avere il maggior numero di informazioni riguardanti la relazione esistente tra caratteristiche genetiche e sviluppo individuale. Questo studio richiede tempi molto lunghi, bisogna avere a disposizione gruppi di indagine che rispecchino gli aspetti essenziali del modello teorico di indagine. Uno dei procedimenti più utilizzati è la TECNICA GEMELLARE: vengono considerati dei soggetti gemelli in modo da poter far riferimento allo stesso patrimonio genetico. I gemelli monozigoti, per esempio, sono caratterizzati da patrimonio genetico identico. Il modello richiederebbe la possibilità di far sviluppare i due soggetti in ambienti diversi, in modo da seguire la condizione teorica posta. Ciò non può essere fatto a volontà dello sperimentatore, perchè implicherebbe l'intervento arbitrario su essere umani (se lo studio riguarda caratteristiche di personalità, lo scopo sarebbe quello di vedere come si manifestano in ambienti diversi quando il patrimonio genetico è lo stesso). Poichè non è possibile, si aspetta che per una serie di eventi, ci siano a disposizione diversi soggetti con queste caratteristiche, cioè gemelli monozigoti, separati il più precocemente possibile dopo la nascita, e quindi sviluppatisi in ambienti diversi. Se infatti consideriamo monozigoti cresciuti nello stesso ambiente, i risultati non hanno validità, in quanto abbiamo l'identità genetica e l'identità dell'ambiente. Un possibile studio è quello che si effettua confrontando gemelli monozigoti con dizigoti, che quindi hanno un patrimonio genetico non molto diverso dai fratelli comuni. In questo caso è come se facessimo variare di poco il patrimonio genetico per avere indicazioni sulla sua incidenza, controllando il fattore ambientale. Chiaramente è difficile tenere sotto controllo l'ambiente oltre che per la diversità anche per l'uguaglianza. Pur avendo lo stesso ambiente dal p.d.v. fisico, i due soggetti hanno situazioni di diverse stimolazioni esterne.

Un'altra variazione dello studio è quella che tiene conto di soggetti con maggiore differenziazione, per ciò che riguarda le caratteristiche ereditarie. Con riferimento a questo modello vengono confrontati gruppi di monozigoti con gruppi di dizigoti, con gruppi di fratelli comuni, con gruppi di fratellastri e con gruppi di fratelli acquisiti. A questa distribuzione corrisponde una differenza crescente del patrimonio genetico: i primi sono perfettamente identici dal p.d.v. genetico, i dizigoti non sono identici, sono simili ai fratelli comuni per il patrimonio genetico, i fratellastri possono essere considerato ad un livello successivo di differenziazione. I più diversi di tutti sono i fratelli acquisiti. Per avere indicazioni in riferimento alle differenze genetiche bisognerebbe confrontare questi gruppi di soggetti in un ambiente più uguale possibile: si fa variare il fattore ereditario, controllando l'ambiente. Possiamo concludere che l'ambiente sia lo stesso (regionale, nazionale), ma non è così.

Altre tecniche che si utilizzano sono i CONFRONTI LONGITUDINALI, modelli in base ai quali gruppi di soggetti, o lo stesso soggetto, vengono considerati in diversi periodi dello sviluppo. L'ipotesi è che alla nascita i soggetti presentano delle caratteristiche dovute al patrimonio genetico. Confrontando queste caratteristiche con le caratteristiche del soggetto o dei soggetti in questione nei periodi successivi, si può concludere che sono da attribuire alle differenze d'età (e quindi a interventi derivati dall'ambiente???).

Rimangono margini di dubbio su queste tecniche. Mettendo però assieme i risultati delle varie indagini, si può cercare di identificare le tendenze prevalenti, ed attribuire a queste maggiore importanza rispetto ai risultati ottenuti da una singola indagine.

Occorre inoltre tenere presente che i risultati sono differenti a seconda della tecnica di indagine o del metodo statistico utilizzati. I procedimenti statistici più usati sono il calcolo dei valori medi o il calcolo di percentuali. Un'altra tecnica è il calcolo della correlazione, cioè la tendenza a variare assieme delle variabili in considerazione. Per es. se confrontiamo monozigoti e dizigoti, supponendo che il fattore ereditario incide maggiormente in una variabile, dovremo ottenere un indice di correlazione maggiore di quello ottenuto fra dizigoti e fratelli comuni, o fra soggetti con progressive differenze nel fattore genetico. la stessa indagine può dare risultati diversi con il calcolo dei medi. Perciò le indicazioni sono più attendibili se diversi risultati vengono confrontati fra loro e si fa riferimento ad archi di tempo sufficientemente lunghi. In campo umano gli ambiti di indagine più studiati sono le variabili antropometriche (caratteri fisici misurabili e confrontabili): statura, intelligenza, patologia mentale, criminalità, tratti di personalità. La statura è la variabile più soggetta all'incidenza di altri fattori, subito dopo c'è l'intelligenza, le principali patologie e le devianze sessuali che sembrano avere un rapporto ed un condizionamento ereditario, alcuni tratti della personalità anche a base biologica. Ciò significa che i risultati vanno considerato all'interno del modello interattivo alternativo, ambientalista-ereditarista. Infatti gli studi condotti mettono in evidenza che il fattore ereditario ha un forte peso, ad es., sulla statura, ma che anche l'ambiente la influenzi (vd studi periodi bellici). Stesso discorso per l'intelligenza, correlata a fattori di tipo sia ambientale che ereditario (es. bambini fiere). Secondo alcuni lo studio da risultati diversi a seconda della situazione in cui viene effettuato lo studio. Per quanto riguarda la personalità, il discorso diventa ancora più complesso perchè è una variabile complessa che include diversi fattori. (E' necessario distinguere le caratteristiche di personalità per le quali si considera fondamentale il substrato biologico).



Abbiamo visto che i tipi di indagine per studiare il rapporto tra fattori ereditari e ambientali sono:

1) Anomalie cromosomiche

2) Metodo gemellare

3) Confronti longitudinali tecniche statistiche


Es: Gruppi di omozigoti in riferimento all'altezza:


E1 diverso E2                         E = eredità

A1 diverso A2                         A = ambiente


COPPIE ALTEZZA 1 ALTEZZA 2


1 1.80 1.79

2 1.71 1.73

3 1.69 1.70

4 1.68 1.71

5 1.67 1.70

6 1.66 1.70



Stiamo trattamento una situazione in cui ci sono due soggetti con lo stesso patrimonio genetico. Per sapere se la variazione di ambiente incide sull’altezza, dobbiamo trovare dei soggetti delle coppie allevati in ambienti diversi. Se troviamo una corrispondenza esatta tra i due soggetti cresciuti in ambienti diversi, sarà dovuta a fattori genetici, se troviamo una discordanza sarà dovuta a fattori ambientali.

Si può calcolare la media dei primi e la media dei secondi e la deviazione standard e controlla re se le medie sono diverse:

m1 : 1.70                     m2 : 1.72 Dm = .02

Ds :    .04 Ds : .04


Possiamo anche usare un’altra tecnica, quella del coefficiente di correlazione, in base al quale otteniamo un indice di tendenza: quanto più il coefficiente di correlazione si avvicina ad 1, tanto più significa che le due variabili tendono a sovrapporsi, se si avvicinano a 0 appare maggiore la relazione casuale delle due variabili prese in considerazioni. Se incide il fattore ambientale il coefficiente di correlazione deve essere diverso da 1. Se il fattore ereditario ha maggiore rilevanza di quello ambientale il coefficiente dei Dizigoti deve essere minore di quello dei Monozigoti:

Sono stati calcolati i coefficienti di correlazione

 
MONOZIGOTI DIZIGOTI




INSIEME

SEPARATI


PESO




INTELLIGENZA




ESTROVERSIONE




NEVROTICISMO




ALTEZZA





Anche riferendoci ai gemelli monozigoti vediamo che qualche elemento ambientale influisce, ed è questo che fa si che lo sviluppo dell’altezza non sia perfettamente lo stesso nei vari soggetti.


Studio dell’altezza e dell’intelligenza:



MZ

DZ

Fratelli comuni

Altezza




Intelligenza





Riguardo questo studio sono stati utilizzate 50 coppie di monozigoti, per i dizigoti 52 coppi, idem per i fratelli comuni.

Analizzando l’altezza si nota un decremento man mano che aumenta la differenza genetica, per quanto riguarda l’intelligenza possiamo fare la stessa considerazione.



MZ

DZ

Nevroticismo









Estroversione






Studio che prende in considerazione nevroticismo ed estroversione:




Studio di concordanza di omosessualità in gemelli MZ e DZ di sesso maschile del 1952:


MZ


DZ






I risultati di questo studio depongono a favore dell’ereditarietà.


Studio della schizofrenia. Concordanza in percentuale su coppie di fratelli differenti per somiglianze genetiche:

MZ


DZ


Fratelli


Fratellastri


Fratelli acquisiti




Attraverso questo studio si è scoperto che se un fratello della coppia dei monozigoti si ammala di schizofrenia, l’altro fratello ha circa l’86% di probabilità di avere la stessa malattia. Tale probabilità scende drasticamente in coppie che hanno minore somiglianza genetica, infatti si parla dell’1% per i fratelli acquisiti.


Studio di Rosenthal del 1959: prende in considerazione sempre coppie di gemelli e malattie che sono state contratte da entrambi o da uno solo:


ascendenti

Gemelli

Si

No

Entrambi



Uno solo




Studio sulla psicosi maniaco depressiva:




MZ


DZ


Fratelli


Nella popolazione normale l’incidenza è dello 0.4%.






Studio nel quale sono stati confrontati li separati dalla nascita da madre schizofrenica (A) da li di madre non schizofrenica, gruppo di controllo (C). E’ stata in seguito calcolata l’incidenza di schizofrenia nei due gruppi:

A


Su 47 soggetti

C


Su 50 soggetti


I dubbi sulla validità tali studi sono sempre presenti, ma diminuiscono quando aumenta il campione esaminato e quando aumenta il lasso di tempo preso in considerazione: Questi studi hanno un valore descrittivo in quanto ci riferiscono qual è il tipo di tendenza che esiste, ma non ci dicono il perché.




Prenderemo in considerazione alcuni studi che riguardano l’influenza ambientale nello sviluppo della personalità. Per quanto riguarda gli elementi ambientali possiamo dire che un ruolo di rilievo è svolto dalla famiglia. In particolare gli studi svolti sulle carenze parentali hanno messo in evidenza gli effetti che conseguono dalle relazioni del bambino. Il rapporto con la ura materna è stato oggetto di maggiori indagini dal p.d.v. psicologico. Meno frequenti gli studi sulle relazioni con la ura paterna. Per quanto riguarda le carenze materne dobbiamo tener conto di due categorie fondamentali: carenze di tipo grave e di tipo parziale (vd . 51).

Le gravi carenze, soprattutto nel primo anno di vita (studi di Spitz e Bowlby), dovute all’assenza totale della ura materna, hanno evidenziato che, se protratte oltre il primo anno di vita del bambino, danno luogo a gravi arresti nello sviluppo, gravi disturbi della salute mentale e fisica, e possono arrivare al marasma3 e alla morte fisica, dovute non a carenze nutritive, ma affettive.

Le carenze parziali sono rappresentate dalla presenza fisica della ura materna, ma in maniera tale che la relazione madre-bambino presenti degli elementi deficitari: atteggiamenti della ura materna che (nonostante accudisca in maniera adeguata ai bisogni organici) può trasmettere elementi di freddezza rigidità e rifiuto. A queste carenze non conseguono gravi patologie, gravi rischi fisici, ma disturbi di personalità, che si manifestano con: eccessiva chiusura, scarsa vivacità, difficoltà di coordinazione motoria, a volte difficoltà alimentari, rifiuto della nutrizione, eccessiva dipendenza.

Questi effetti negativi sembrano presentare diverse caratteristiche a seconda che siano più o meno prolungati nel tempo. Alcuni studi evidenziano che se le carenze materne si prolungano oltre un certo limite tendono ad avere carattere irreversibile, mentre, se si modificano entro i primi 3 anni di vita, gli effetti per lo sviluppo della personalità del bambino hanno un esito meno grave.

Per quanto riguarda questo aspetto sono stati condotti studi in campo animale, soprattutto utilizzando i primati. Harlow ha allevato scimmiottini in diverse condizioni di rapporto con la ura materna. Questi studi hanno evidenziato che se le carenze si prolungano intorno ai sei mesi si hanno degli effetti negativi sullo sviluppo successivo delle scimmie. Questi effetti possono avere diversi gradi di gravità. Se queste carenze vengono recuperate con surrogati di ura materna le conseguenze si riducono. Questi studi sembrano dare le stesse indicazioni di studi compiuti in campo umano, ma che non erano estremamente rigorosi in quanto non si può manipolare la relazione madre-lio, i cui effetti negativi non sarebbero accettabili da un punto di vista etico. E’ necessario che si presentino le situazioni adeguate. Uno studio di questo tipo è stato condotto da Goldfars nel ’55, che ha studiato gruppi di orfani allevati in brefotrofi. Questi soggetti sono stati divisi in due gruppi: uno dato in adozione dopo i tre anni di età, l’altro prima dei tre anni (per motivi indipendenti dalla volontà dello sperimentatore). Questi soggetti sono stati esaminati nell’età adolescenziale, ed è risultato che i soggetti dati in adozione dopo i tre anni presentavano caratteristiche di maggiore immaturità, sia dal p.d.v. generale che emotivo ed affettivo, apparivano instabili, più apatici, indifferenti, esigenti nei confronti dei genitori adottivi. Inoltre mostravano note di ritardo mentale e problemi di tipo linguistico. Questo portò a concludere che dipendesse dalla durata della carenza materna. Questa interpretazione è convalidata da altre indagini, che hanno preso in considerazione gruppi di soggetti di età compresa fra gli undici ed i quindici anni, per esaminare le caratteristiche di adattamento rispetto alle situazioni familiari. Questa indagine fu condotta da Williams nel 1961. Le difficoltà di rapporto con i genitori adottivi caratterizzavano l’80% dei bambini che avevano sofferto di carenze materne nei primi due anni.

E’ difficile trarre conclusioni adeguate da questi studi presi singolarmente, ma i risultati devono essere interpretati in termini di tendenza: non è che superato un certo limite il 100% presenta determinate caratteristiche, sono risultati interpretabili come tendenze più o meno rilevanti, statisticamente significative, ma che non toccano il 100%.


Per quanto riguarda le carenze paterne bisogna distinguere due caratteristiche principali: assenza fisica e carenze educative (vd. schema)

L’assenza fisica è caratterizzata da decesso e lontananza (es. professioni che portano all’assenza prolungata del padre). Da queste vanno distinte le carenze educative dovute a violenza, ambivalenza, etc. Ci sono diversi studi sugli effetti, distinti per sesso (li maschi e lie femmine). Sono emersi due tipi di effetti principali sulla carenza paterna: 1) primi anni di vita (tipo mediato); 2) periodi successivi – in particolare periodo adolescenziale.



Per quanto riguarda il primo tipo possiamo dire che nel primo anno di vita il rapporto fondamentale riguarda la ura materna. Il padre ha una importanza meno marcata dal p.d.v. diretto, nonostante sia importante dal p.d.v. indiretto, perché contribuisce a creare una certa relazione familiare, che può avere effetti più o meno positivi sulla relazione madre-bambino (es. una situazione tesa fra coniugi può determinare una situazione di tensione nell’ambiente familiare, che può sfociare in una carenza parziale).

Per quanto riguarda i maschi la ura paterna ha importanza fondamentale nel periodo successivo, e culmina nell’adolescenza. Un rapporto adeguato favorisce una identificazione adeguata, ed una interiorizzazione delle caratteristiche della ura maschile, quindi l’assunzione delle caratteristiche sessuali proprie del sesso biologico di appartenenza. Quando la relazione non è positiva, può favorire comportamenti devianti con aggressività rivolta verso gli altri o verso sé stessi a seconda del tipo di situazione.

Anche per quanto riguarda le bambine la ura paterna svolge lo stesso tipo di funzione, mediata nei primi anni, diretta nell’età adolescenziale. In quest’ultima anche nelle bambine, sembra avere effetti sull’identità di genere e sulle devianze sessuali. Sembra che un rapporto adeguato fra padre e bambina favorisca l’assunzione di un ruolo femminile adeguato.

Tutte queste tendenze vanno intese in termini probabilistici, in termini di interazioni complesse fra i vari elementi in considerazione.

Anche per quanto riguarda l’ambiente socio-culturale (. 53), diversi studi, molti condotti negli USA, hanno evidenziato che esistono gradazioni tra caratteristiche della classe sociale di appartenenza e caratteristiche dello sviluppo della personalità dei soggetti. In generale, in determinate situazioni, le caratteristiche della classe media sembrano essere l’orientamento verso l’impegno scolastico e lavorativo, la rinuncia alla soddisfazione degli impulsi, la formazione di un controllo adeguato di se stessi, rispetto della proprietà e dell’altro sesso. Studi condotti nella classe operaia hanno evidenziato differenze rispetto alla classe media: c’è un orientamento più marcato verso l’apertura, la disinibizione, la soddisfazione immediata degli impulsi, spesso comportamenti aggressivi e delinquenziali in conseguenza di un basso controllo educativo e di elevate carenze familiari, oppure di deprivazioni e frustrazioni socio-economiche. In particolare, questi orientamenti caratterizzano i maschi.

Si riscontrano differenze di comportamento, atteggiamento e personalità e nell’assunzione del ruolo sessuale in gruppi etnici uguali, ma con diverso insediamento. Margaret Meare ha esaminato tribu’ della stessa etnia, con caratteristiche completamente diverse. In una tribù il ruolo sessuale era completamente ribaltato, le donne davano il maggior contributo lavorativo, mentre gli uomini si dedicavano ad attività ricreative, mentre in un’altra tribù il maschio era il guerriero (elemento fondamentale per la sopravvivenza fisica). Un altro gruppo ancora era pacifico. Le differenze potevano essere attribuite solo all’aspetto culturale, che aveva creato condizioni diverse di sviluppo delle tribù.

Adesso dobbiamo capire come possono interagire fattori ambientali e fattori ereditari nei modelli interattivi.



Per comprendere il rapporto tra fattori ereditari ed ambientali consideriamo le basi biologiche del comportamento. Il comportamento può essere considerato come strettamente legato alla struttura ed all’attività del Sistema Nervoso. Questo può essere considerato come una rete di connessione tra periferia e centro e viceversa, e diverse zone dello stesso centro. Lo scopo principale del Sistema Nervoso è di connettere recettori con effettori, così che le stimolazioni sensoriali possano consentire l’esplicazione del comportamento e dell’attività mentale. I recettori sono organi di senso periferici, gli effettori sono i muscoli o le ghiandole.

Il Sistema Nervoso si suddivide in base alla collocazione nell’organismo e alle sue funzioni in Centrale e Periferico.

L’elemento fondamentale è il neurone, che può essere di diverse forme a seconda della posizione e della funzione. Le connessioni tra le diverse zone, periferico-centro e viceversa, non avviene in maniera unitaria, con un collegamento diretto da una struttura periferica sensoriale ad una periferica motoria, ma la trasmissione avviene tramite le connessioni sinaptiche. Alcune di queste congiunzioni sono di derivazione genetica, mentre altre non lo sono, ma legate a processi di esperienza. Lo sviluppo di una struttura è conseguenza di un programma genetico, che può dar luogo ad elementi caratterizzati da diversi gradi di elasticità o rigidità. I diversi comportamenti vanno da quelli più rigidi a quelli più elastici, che sono i comportamenti appresi. A livello intermedio si hanno i comportamenti istintivi.

Ciò che ci interessa è il modo in cui avviene la conduzione, come i neuroni sono in connessione tra loro. La conduzione per impulsi non avviene sulla base del singolo neurone, ma con diversi neuroni disposti in fasci (che sono i nervi). Poniamo che portino un’informazione dall’esterno (stimolo) verso le zone centrali del Sistema Nervoso. Le eccitazioni possono provenire dagli organi sensoriali e essere trasmesse alle altre parti del Sistema Nervoso. L’informazione passa attraverso la barriera sinaptica che collega i neuroni del fascio successivo. L’eccitazione tra una barriera sinaptica e l’altra è condotta attraverso una via obblicata, cioè elementi connessi in parallelo. Ciò facilità i processi di conduzione e sommazione. L’eccitazione segue quindi un percorso obbligato fino ad un certo punto dove i diversi neuroni assumono una disposizione diversa diventando divergenti. I due tipi di conduzione, in parallelo e divergente, sono fondamentali per comprendere le differenze di comportamento in base alla relazione esistente tra fattori genetici legati ad un programma rigido e ad un programma plastico. Dobbiamo immaginare che i diversi tipi di conduzione corrispondano a diverse zone del Sistema Nervoso Centrale. Il comportamento riflesso è diverso dall’arco riflesso. L’informazione sale, arriva alla corteccia, dopo tramite la via discendente giunge al midollo spinale e da qui parte l’effetto. Alcune connessioni non sono predisposte in base ad un programma rigido. C’è una zona del Sistema Nervoso dove la conduzione non è in parallelo, ma ha una percorrenza divergente. Ci sono varie possibilità di percorso. Il collegamento tra le diverse vie si instaura a seguito del processo di apprendimento legato a fattori di tipo ambientale (non è proprio così, ma questo è utile per capire un comportamento riflesso in conseguenza del condizionamento di Pavlov). La connessione tra due zone diverse della corteccia, che prima non erano associate, è il risultato di un processo dovuto a fattori ambientali, che sfrutta la possibilità di interconnessione tra varie zone del Sistema Nervoso. (zona particolare che costituisce la corteccia cerebrale).

Immaginiamo l’esistenza della conduzione in parallelo per le vie di collegamento inferiore, e la conduzione divergente nella corteccia associativa. Nella corteccia associativa esiste una connessione di neuroni, che ci può aiutare a capire le diverse possibilità di sviluppo dell’eccitazione, alla base dei comportamenti. Nella corteccia associativa ci sono circuiti che non escono dal sistema, e che trattengono l’eccitazione all’interno del circuito, che si autoalimenta. Quando giunge una informazione, una parte si può scaricare in periferia, dando luogo a risposte specifiche, mentre un’altra parte può essere trattenuta all’interno del sistema e attivare dei collegamenti con i diversi sistemi del circuito stesso. E’ possibile trattenere una informazione a livello centrale senza dar luogo ad una risposta. Questi circuiti sono stati studiati da Laurent de Nor.

Esempio di schema di apprendimento per condizionamento operante: uno stimolo esterno giunge al Sistema Nervoso Centrale. L’eccitazione può seguire vari percorsi a conduzione divergente e dar luogo a risposte R1, R2, R3. Se l’animale sceglie R3 gli si dà l’elemento rinforzante (cibo). Ogni volta che si presenterà lo stimolo che ha dato luogo al rinforzo, l’eccitazione seguirà quella via di rinforzo. Se il rinforzo viene dato sistematicamente, può accadere che aumenti la possibilità di secrezione delle sostanze facilitanti, che fanno si che il passaggio dell’eccitazione da una zona all’altra sia facilitata. E’ probabile che a livello biochimico si instauri una facilitazione, in conseguenza della quale una via assume una percorribilità privilegiata rispetto ad altre. Le altre interconnessioni, per disuso, potrebbero disattivarsi. Quindi il fattore ambientale potrebbe incidere sulla modifica di vie predisposte, facilitandone alcune e chiudendone altre. Sembra che l’esperienza, specie in età precoce, favorisca l’apertura di una via rispetto ad altre, favorendo un comportamento. Un ambiente ricco di stimoli, oltre a facilitare certi percorsi, è in grado di creare delle connessioni intersinaptiche che prima non esistevano. Nelle vie elastiche hanno minor peso i fattori genetici, rispetto alle vie che seguono un percorso obbligato.



Il Sistema Nervoso comprende, oltre al Centrale e periferico, il Sistema Nervoso Autonomo, che presiede le funzioni vitali. Il Sistema Nervoso Autonomo innerva i muscoli con striatura liscia ed il cuore. Il sistema simpatico e parasimpatico seguono delle vie obbligate. Le funzioni che hanno a che fare con la vita emotiva, seguono conduzioni in parallelo. Ci sono altri centri nervosi che controllano le informazioni sensitive, che possono essere di tipo specifico e aspecifico. Le informazioni sensitive che non si scaricano immediatamente, vengono portate in centri di proiezione specifica; prima di arrivare a questi centri, l’informazione viene smistata a centri specifici, dopo aver attraversato i centri di smistamento. Queste strutture sono costituite dalle strutture talamiche. Un’altra struttura, il sistema di proiezione non specifica, o RAS, riceve informazioni dagli altri centri e dalla periferia. La sua funzione è quella di diramara l’eccitazione, sotto forma di INPUT, a tutta la corteccia. In questo modo la corteccia si mantiene in una condizione di veglia, che determina la risposta alle eccitazioni sensoriali. Dalla corteccia una parte delle informazioni possono ritornare verso il RAS, determinando una sorta di circuito di autoeccitazione. La personalità è legata direttamente a questi percorsi sensitivi.

Se immaginiamo che ogni zona specifica presiede a dei comportamenti particolari, e che alla base di questa connessione ci sia una particolare conduzione, i vari comportamenti si vincolano a vicenda, perchè anche se i percorsi sono diversi, non sono disgiunti.




Schema sistema sensoriale


CORTECCIA



SPN

(RAS)   (Sistema di proiezioni non specifica)



SN (Sistema nervoso simpatico)                               Ghiandole surrenali




cuore, vasi sanguigni, stomaco, intestino,

ghiandole sudorifere..


Tutte queste informazioni servono per capire meglio il problema dell’identità-ambiente, in particolare per comprendere i risultati delle indagini sui caratteri ereditari e sui caratteri interattivi. Dal p.d.v. descrittivo, il modello più adatto sembra essere l’interattivo: interagiscono entrambi gli elementi, ma con diverso peso a seconda dell’ambito di indagine considerato. Entrando più in merito all’ambito biologico, vediamo che l’elemento chiave per capire bene la relazione identità-ambiente sta proprio nella descrizione delle vie di conduzione: vie obbligate e vie plastiche.



SCHEDA

Principio di causalità: cause uguali hanno effetti uguali.

Principio di uniformità della natura: sistemi riuniti isolati che partono dalle stesse condizioni iniziali, percorrono la stessa serie di eventi.

I due principi sono strettamente connessi e sono in grado di spiegare i fenomeni vitali e le rotture di simmetrie temporali del 2° principio di termodinamica. Superamento del meccanismo causale.

SISTEMI:

ISOLATI: assenza di scambi di materia ed energia

CHIUSI: scambiano solo energia

APERTI: scambiano materia ed energia

a) equilibrio termodinamico;

b) (non) equilibrio lineare (piccola differenza di temperatura)

c) lontano dall’equilibrio


a) e b) statici

c) in presenza di certi processi di interazione non lineare possono dar luogo spontaneamente a nuovi tipi di strutture e organizzazioni chiamate “strutture dissipative”. Esse sono legate a livello microscopico alla presenza di fluttuazioni che, non interagendo in maniera lineare fra di loro, ad un certo punto possono dar luogo a fluttuazioni giganti (macroscopiche) le quali possono essere stabili dallo scambio di materia ed energia col mondo esterno.


ARGOMENTO: aspetto particolare che ha a che fare con le relazioni dinamiche tra i fattori costitutivi della personalità.

Le relazioni causali, dal p.d.v. della scienza tradizionale, sono alla base delle manifestazioni fenomeniche della natura. In base al principio di causalità si è sviluppata la scienza tradizionale, ed è possibile prevedere lo sviluppo e l’andamento delle manifestazioni fenomeniche. Al principio di causalità è strettamente legato il principio dell’uniformità della natura. Secondo il principio di causalità cause uguali hanno effetti uguali, e secondo il principio di uniformità della natura, sistemi simili isolati, che partano dalle stesse condizioni iniziali, percorrono la stessa serie di eventi. Ciò significa che se conosciamo le caratteristiche costitutive di un sistema, per quanto complesso sia, possiamo prevedere tutte le manifestazioni successive. La generalizzazione delle osservazioni viene espressa sotto forma di legge (nel mondo fisico le leggi sono espresse in termini di equazioni matematiche). Queste leggi hanno carattere dinamico, ma anche statico (in quanto si riferiscono sia al passato, che al presente, che al futuro) e non consentono di prendere in considerazione lo sviluppo di sistemi al di fuori delle caratteristiche già attribuite.

Questi principi non sono in grado di spiegare le manifestazioni fenomeniche caratterizzate da irregolarità, che in passato venivano trascurate o considerate di scarsa importanza. Non sono in grado di spiegare i fenomeni vitali generali, perchè i sistemi organici, a differenza dei fenomeni fisici chiusi ed isolati, col passare del tempo tendono ad aumentare il livello di complessità. Questi sistemi manifestano un livello di organizzazione sempre più complesso e specializzato, che si stende fino all’organizzazione propria dell’essere umano, che manifesta un ulteriore livello di complessità: il mondo psicologico. Questo problema ha assunto rilevanza nel nostro secolo, ed ha portato alla formulazione di concezioni che hanno completato i limiti dei principi meccanici tradizionali della scienza della natura. Un contributo fondamentale è stato quello di Prigogine (premio Nobel), che si interesso delle diverse condizioni che possono caratterizzare i sistemi. Ha individuato tre tipi principali di sistemi:

ISOLATI: assenza di scambi di materia ed energia

CHIUSI: scambiano solo energia

APERTI: scambiano materia ed energia

Ai primi due si possono applicare le leggi tradizionali della fisica (principi). Per il terzo il problema è diverso: ci sono 3 condizioni particolari che caratterizzano e condizionano i sistemi aperti e sono:

a) i sistemi aperti sono in equilibrio termodinamico. Questo significa che fra le diverse fasi del sistema non esistono squilibri per quanto riguarda le differenze di temperatura. Ci si trova in una condizione di relativa stabilità.

b) i sistemi aperti si trovano in una condizione di equilibrio lineare con piccole differenze di temperatura fra le varie fasi del sistema.

c) i sistemi aperti si trovano in una condizione lontana dall’equilibrio.

In a) e b) i sistemi aperti si trovano in una condizione molto simile a quella dei sistemi isolati e chiusi. Sono in una condizione generale di staticità, che non dà luogo a modifiche particolari per quanto riguarda le possibilità di sviluppo; queste condizioni sono soggette alle relazioni di tipo causale (concezione tradizionale).

In c) i sistemi aperti presentano dei processi di interazione non lineare fra gli elementi che costituiscono il sistema. Si possono presentare in essi, spontaneamente, nuovi tipi di strutture e organizzazione chiamati STRUTTURE DISSIPATIVE. Queste condizioni, a livello microscopico, sono legate alla presenza di fluttuazioni, che, interagendo in maniera non lineare fra di loro, ad un certo punto, possono dar luogo a delle fluttuazioni giganti che possono essere rese stabili dallo scambio di materia ed energia con il mondo esterno. Questa situazione (esistenza di non-equilibrio termico tra le diverse parti del sistema), dà luogo in un primo tempo a delle fluttuazioni infinitesimali all’interno del sistema stesso, che non manifestano alcun tipo di cambiamento evidente a livello macroscopico, ma che, col passare del tempo, tendono a sommarsi e si manifestano con una fluttuazione gigante, all’improvviso, somma delle precedenti micro-fluttuazioni. Questa fluttuazione causa la destrutturazione dell’equilibrio precedente. Il sistema si destruttura, ed essendoci apporto di energia e materia dal mondo esterno, può arrivare ad una fase in cui il sistema trova un nuovo livello di equilibrio. Come conseguenza il sistema si stabilizza ad un nuovo livello precario di equilibrio, che è sempre caratterizzato dalla lontananza dall’equilibrio stesso. Questo processo si può innescare grazie alle connessioni fra i vari elementi del sistema, che interagiscono fra loro dando da dar luogo ad effetti che crescono in maniera non-lineare. Se il contributo esterno di materia ed energia cessa, la nuova condizione di equilibrio se. I sistemi viventi sono riconducibili a questa situazione. Se si toglie la possibilità di scambio con l’esterno, si vede come la loro organizzazione se e si ritorna al livello del sistema inorganico, che sta alla base dello sviluppo più complesso (es. Pentola sul fuoco).

I sistemi più complessi sono gli organismi viventi o le società. Lo sviluppo biologico e culturale si manifestano in sistemi aperti, che soddisfano le condizioni per la sa di strutture dissipative, ad elevato grado di complessità. I sistemi viventi sono un aspetto particolare di queste strutture, che scambiano materia ed energia col mondo esterno continuamente; le condizioni vitali sono legate a condizioni di non linearità (di apporto di materia ed energia). I sistemi viventi, pertanto, soddisfano le condizioni di base delle strutture dissipative e ad esse possono essere assimilate. La crescente organizzazione dipende dall’interazione con l’ambiente in condizioni di non linearità e non equilibrio. Lo sviluppo della vita è caratterizzato da metabolismo, autoriproduzione e mutagenicità. Il metabolismo consente all’organismo di sopravvivere e, passando da una rottura-equilibrio ad un’altra, consente al sistema di crescere, di svilupparsi e raggiungere sempre nuovi livelli di organizzazione, caratterizzati da equilibrio precario, rotture e nuovi equilibri, fino al processo di evoluzione proprio dei sistemi viventi. L’autoriproduzione consente di tramandare la vita da una generazione all’altra, tramandando l’organizzazione raggiunta. La mutagenicità consente l’evoluzione, lo sviluppo, consente di migliorare, modificare le caratteristiche della specie, favorendo l’adattamento all’ambiente. Nel processo di trasmissione da una generazione all’altra è fondamentale il concetto di INFORMAZIONE. Da una generazione all’altra viene trasmessa, oltre agli elementi biochimici, l’organizzazione di questi elementi, in termini di conurazione. Questi aspetti sono stati analizzati da EIGEN (premio Nobel), secondo il quale l’informazione è l’elemento chiave per la vita, che consente la trasmissione da una generazione all’altra e l’adattamento all’ambiente. Per mezzo dell’informazione si sviluppa una qualità che va oltre le caratteristiche della materia. L’informazione implica l’esistenza dei simboli, e la loro associazione mediante regole. I simboli e le regole di associazione sono gli elementi fondamentali dell’informazione, e vengono soddisfatti dalle proprietà degli acidi nucleici, in cui i simboli sono rappresentati dalle 4 basi e l’associazione dalla polimerizzazione (che dà luogo all’associazione per coppie A-T, G-C).

La replicazione, che consente il passaggio di informazione da una generazione ad un’altra, avviene in condizioni di instabilità termica e fluttuazioni chimiche. Ciò consente errori di riproduzione, che costituiscono la base della selezione e dell’evoluzione. Se così non fosse si protrarrebbe nel tempo la stessa identica informazione genetica, e l’adattamento all’ambiente non sarebbe possibile. Gli errore di riproduzione aumentano la possibilità di selezione dell’ambiente e quindi la capacità di adattamento.

Si può affermare che nelle fasi in cui il sistema è in equilibrio (seppure instabile), può presentare relazioni causa-effetto di tipo tradizionale. Nel momento in cui si hanno le fluttuazioni giganti, che fanno mutare il sistema, possono intervenire eventi casuali. Lo sviluppo dei sistemi viventi e lo sviluppo culturale della società, si possono spiegare come processi che per certe fasi seguono le relazioni causali, per altre fasi sono determinati da fattori casuali. Quindi questi sviluppi possono essere previsti solo fino ad un certo punto, poiché intervengono fattori affidati al caso. In queste situazioni, le leggi riguardanti la relazione fra due o più variabili, non sono più esprimibili con la formula tradizionale: y = f (x), né con quelle semplici e lineari, né con quelle più complesse di grado superiore. Queste equazioni ci dicono tutte che se diamo un valore ad x, la y assume un dato valore che dipende dalla forma dell’equazione alle quali x ed y appartengono. Queste equazioni ci permettono di descrivere il fenomeno corrispondente in qualsiasi momento del tempo e dello spazio, descrivono quindi fenomeni che riguardano relazioni dinamiche, ma che sono statici.

Queste nuove manifestazioni fenomeniche, che alternano fasi di stabilità a fasi di instabilità, non possono essere descritte da quelle equazioni. Per esser è più appropriato usare le equazioni RICORSIVE, la cui forma generica è : xn + 1 = f (xn) ; in cui xn + 1 è funzione xn.

Immaginiamo xn + 1 = x2 + C (costante); è necessario individuare il valore iniziale di x, che eleveremo al quadrato e sommeremo a C per ottenere i valori successivi. Immaginiamo di sviluppare l’equazione ricorsiva a partire da un valore iniziale come x0:

x0 x02 + C = x1 x12 + C = x2 x22 + C = x3 etc.

Immaginiamo che il valore di x sia 2, che il valore della costante sia 2 (per semplicità), avremo:

è il primo valore ovvero x1 ; poi

è il secondo valore ovvero x2 ; ecc.

Sviluppando l’equazione un numero infinito di volte e tracciando poi un grafico, abbiamo descritto un fenomeno complesso che, dopo un certo arco di tempo, ci dà un valore estremamente diverso da quello iniziale, poiché non cresce in maniera lineare, ma cresce secondo una equazione ricorsiva, che in questo caso è quadratica più una costante. A seconda dei parametri che usiamo possiamo descrivere fenomeni che variano a caso, fenomeni che dopo un’iniziale crescita si stabilizzano, etc. Quindi possiamo descrivere fenomeni a carattere dinamico grazie ad equazioni ricorsive.




MODELLI PSICOLOGICI


Psicologia classica           Psicofisica (Fechner), Psicofisiologia (Wundt)

St S Pc (R)


Psicologia della forma      (Wertheimer, Köler, Koffka)

Pc St


Comportamentismo           (Watson)

St R


Neocomportamentismo    (Tolman)

St O R


Evoluzione in riferimento all’organizzazione globale

St P R


Al ruolo dinamico e costruttivo individuale

St P R


Alla relazione circolare con l’ambiente

St P R



MODELLI PRINCIPALI DELLA PSICOLOGIA DELLA PERSONALITA’


Il modello più antico è quello della psicologia classica, che comprende la psicofisica del Fechner e la psicofisiologia di Wundt. L’oggetto di studio della psicologia classica è costituito dai contenuti di coscienza elementari. Gli elementi più semplici dei contenuti di coscienza sono le sensazioni. Si studia il rapporto tra gli stimoli fisici del mondo esterno e le sensazioni , il modo in cui le sensazioni si associano tra di loro per dar luogo a contenuti più complessi, che sono le percezioni. Le percezioni possono poi dar luogo alla risposta. Gli stimoli sono le modifiche di energia del mondo fisico, che sono in grado di eccitare un organo di senso periferico: il punto di contatto tra gli stimoli del mondo esterno e l’organo di senso periferico dà luogo alla sensazione. La sensazione è il punto in cui finisce il mondo fisico ed inizia il mondo psicologico. L’indagine si propone di seguire il modello proprio delle scienze fisiche, in base al quale gli elementi complessi vengono analizzati nelle loro parti costitutive, al fine di individuare gli elementi primi (gli atomi). Ciò che viene studiato è il rapporto che esiste fra la variazione degli stimoli nel mondo esterno e la variazione dei corrispondenti elementi sul piano psicologico. Il piano psicologico viene studiato mediante l’introspezione, il rivolgimento dell’attenzione nei confronti della propria interiorità, che consente di rilevare le variazioni a livello psicologico. Si prende in considerazione la modifica a livello della percezione, dovuta alle modifiche apportate, secondo il modello sperimentale, agli stimoli. Questa modifica corrispondente può essere colta mediante introspezione. Il modello è ampiamente criticato perché manca di oggettività: possiamo verificare a livello intersoggettivo la variazione dello stimolo, ma non la corrispondente variazione del livello della percezione. Nella prima psicologia chi conduceva l’esperimento era oggetto e soggetto dell’esperimento, determinando gravi carenze in termini di oggettività. Per superare queste difficoltà, la nuova psicologia, in particolare il comportamentismo, ha capovolto la prospettiva: tutto ciò che riguarda il contenuto di coscienza di questi processi interiori viene trascurato, e vengono considerati solo gli elementi che riguardano le variazioni dello stimolo, da una parte, e della risposta (osservabile dall’esterno), dall’altra. Il modello del comportamentismo può essere riassunto dalla formula S R di Watson, che è stato ampliato in Sc (la prima elaborazione implica un nesso diretto di causa-effetto tra stimolo e risposta, dal quale dato lo stimolo si può prevedere la risposta e data la risposta si può risalire allo stimolo, implicando una connessione elementare che può spiegare solo i comportamenti riflessi, non i più complessi). Per dare maggiore capacità esplicativa al modello, Watson ha sostituito allo stimolo la situazione (intendendo per situazione un insieme di stimoli) ed alla risposta il comportamento (insieme di risposte). Watson riteneva che conoscendo l’insieme di stimoli si potesse prevedere il comportamento complesso. Anche questo modello non si è dimostrato sufficiente, per cui è stato modificato col modello S O R.

Il modello proposto dalla psicologia della forma, sulla base degli studi condotti da Wertheimer, Köler, Koffka era inizialmente centrato sulla percezione. La psicologia della forma aveva riscontrato che la percezione non deriva in maniera diretta dagli stimoli, ma che mostra delle caratteristiche di autonomia dagli stimoli stessi. Gli studi iniziano dalla scoperta che, stimoli luminosi immobili, proiettati a brevissima distanza di tempo, vengono percepiti in movimento da un punto all’altro. Da questo i gestaltisti hanno ipotizzato che la percezione si organizzi in base a leggi proprie che non dipendono dalle caratteristiche degli stimoli. Queste leggi sono riassumibili nella legge della buona forma, la tendenza generale in base alla quale gli elementi percettivi si organizzano, dando luogo alla forma più semplice e più equilibrata fra quelle possibili. Vicinanza e chiusura sono gli elementi in base ai quali i gestaltisti concludono che la percezione dipende principi organizzatori innati nell’individuo che impongono la loro forma alla percezione stessa. Questa concezione è in antitesi rispetto al modello precedente, che invece afferma che ciò che avviene a livello della percezione e della conoscenza individuale dipende dalle caratteristiche del mondo esterno. Quindi sono gli stimoli esterni che imprimono la loro forma, si offrono come la matrice di un timbro che lascia la sua traccia sul piano dell’esperienza individuale.

La posizione dei gestaltisti pone il problema del rapporto che esiste tra ciò che noi conosciamo e le caratteristiche del mondo esterno. Ciò che conosciamo non deriva dalle caratteristiche del mondo esterno, ma da queste leggi, quindi non abbiamo la garanzia che la nostra percezione del mondo esterno corrisponda alle sue reali caratteristiche. Questo problema è stato risolto facendo riferiemento ad un principio accettato come valido in sé, il principio della forma fisica, in base al quale si ipotizza che queste stesse leggi, che imprimono la loro forma alla percezione, operino anche a livello del mondo esterno (non solo nel mondo psicologico); ciò garantisce che ciò che noi percepiamo corriponda a ciò che avviene al di fuori di noi. Esiste una sorta di parallelismo: ciò che avviene nella mente corrisponde a ciò che avviene nel mondo esterno. I gestaltisti ipotizzano che esistano 3 livelli, uno fisico, uno organico e uno psicologico. Ognuno di questi funziona secondo le stesse leggi. Cercano di dimostrare questa corrispondenza con una serie di esperimenti, con cui cercano parallelismi fra il piano organico (zona di proiezione sensoriale nella corteccia), che sta alla base dei fenomeni percettivi, e psicologico. (Es. ura-sfondo, scala che fa rivoltare i gradini). Ipotizzano che alla base dei fenomeni percettivi ci sia una sorta di saturazione a livello della conduzione nervosa nelle zone di proiezione specifica, in conseguenza della quale la corrente inverte la direzione.

Questo modello ribalta la posizione anche riguardo al modello comportamentista, che non tiene conto di tutto quello che avviene a livello intermedio, fra lo stimolo e la risposta. Il modello di Watson, nonostante i tentativi di modifica, non si è dimostrato in grado di tenere conto dele caratteristiche di maggiore complessità di alcuni comportamenti. A questo, a partire dal neocomportamentismo (Tolman), è stato aggiunto un elemento intermedio fra S e R, chiamato genericamente O, al fine di individuare una classe di variabili intermedie che consentano di spiegare le caratteristiche di complessità e di organizzazione del comportamento. Già sulla base dell’osservazione del gatto messo in una gabbia si poteva evidenziare che il comportamento dell’animale non è determinato da una semplice sequenza di stimoli e risposte, ma è finalisticamente orientato. Altrimenti non selezionerebbe i comportamenti che lo fanno uscire dalla gabbia. E’ necessario ipotizzare un elemento intermedio fra stimolo e risposta che funga da organizzatore del comportamento. In termini generali questo elemento coordinatore è stato evidenziato in O. In un primo momento O sta per le variabili di tipo organico (fame, sete). Successivamente è stato esteso ai processi psicologici. Nel neocomportamentismo O si estende, oltre che ai processi biologici di base, anche alle basi neurologiche e psicologiche del comportamento.

Studi successivi hanno portato ad una evoluzione successiva del modello S O R, in S P R, in cui P sta genericamente per personalità. Include sia le basi neurofisiologiche del comportamento (contenute in O) che tutti gli elementi di organizzazione del comportamento, struttura, tratti, caratteristiche di personalità. Gli approfondimenti del modello S-P-R condotti sia in ambito clinico che statistico-sperimentale, hanno evidenziato un ruolo sempre più dinamico e costruttivo dei fattori individuati. Il rapporto fra stimolo e fattori individuali e la risposta ha assunto la forma di relazione circolare a carattere interattivo. Dagli studi effettuati si è evidenziato che nella percezione ha particolare peso la condizione fisiologica dell’organismo (es. dollaro).



Approfondendo ancora queste relazioni è stata aggiunta una connessione reciproca fra risposte, stimoli e fattori individuali, in conseguenza della quale si può immaginare che uno stimolo venga elaborato a livello individuale, e dia luogo ad una risposta che si riflette sul mondo esterno, dando luogo alla modifica della percezione dello stimolo stesso.

L’ultimo tipo di situazione (vd. Schema) può essere ricondotta a coniugazioni di tipo ricorsivo. Si presta ad essere interpretata, in virtù delle dinamiche che innesca, con equazioni ricorsive. A seconda delle interazioni che si instaurano si può sviluppare a spirale, crescendo nel tempo.

Possiamo dire che i modelli che ci interessano di più sono quelli S-P-R, sono nati e si sono sviluppati in ambito neocomportamentista, ma lo superano. Possono, a seconda di come consideriamo le relazioni al loro interno, avere carattere molecolare, molare (finalistico) o olistico, e sono riconducibili a relazioni deterministiche o non deterministiche. Le relazioni deterministiche solitamente riguardano il modello S-O-R tradizionale. Non sono esattamente riconducibili a modelli unifattoriali. Si possono sviluppare secondo concezioni di tipo finalistico, secondo modelli olistici o di campo, o secondo relazioni interattive.

I modelli S-P-R superano l’ambito neocomportamentista:

MOLARE (FINALISTICO, OLISTICO

 



Possono avere carattere

MOLECOLARE

 




Riconducibili a relazioni di vario tipo

UNIFATTORIALI

 

PARZIALMENTE

 



(a)  

INTERATTIVE

 

UNIDIREZIONALI

 

PLURIFATTORIALI

 
Deterministiche

tradizionale

(concezione meccanica)





(b)  

OLISTICHE (DI CAMPO)

 
Non deterministiche


INTERATTIVE

 




Possiamo dire che la concezione che riguarda l’aspetto a) è riconducibile a modelli tradizionali, concezioni di tipo meccanico che seguono il principio di causalità della natura, ed il secondo principio della determinatezza. Le concezioni più complesse che riguardano invece l’aspetto b), sono riconducibili a concezioni che superano il principio di causalità. Si fanno su basi cliniche, legate a concezioni matematico-statistiche e si collegano al concetto di campo fisico. In questo senso sono molto vicine alle concezioni di tipo neoclassico, tengono conto quindi del concetto di sistema organizzato, e si collegano a sviluppi di determinate concezioni matematiche come quelle del caos, alla teoria delle fluttuazioni e dell’informazione (appena agli inizi).



PSICOLOGIA COSTITUZIONALE

La psicologia costituzionale ricerca nelle caratteristiche biologiche le basi del comportamento umano e della personalità. I suoi esordi possono essere collocati nella Grecia classica, con Ippocrate e la medicina Ippocratica. Già in essa era stata effettuata una prima classificazione dei tipi costituzionali, ed erano state individuate 2 categorie principali riconducibili ai tipi grasso-basso ed alto-magro. Lo scopo principale er quello di stabilire una relazione il tipo costituzionale e delle caratteristiche come normalità o patologia. Riguardo al rapporto fra tipo costituzionale e patologia era stata evidenziata una relazione fra tipo alto-magro (fragile-longilineo) e malattie respiratorie, tubercolari (propensione ad ammalarsi di queste malattie). I soggetti con caratteristiche opposte mostravano la propensione alle malattie vascolari, disturbi cardio-circolatori e gravi infezioni a carico del cuore (collasso, infarto). Questa concezione fu ripresa ai tempi dell’antica Roma e tramandata fino al periodo contemporaneo con poche modifiche sostanziali. Le concezioni che hanno origine nella medicina Ippocratica fanno parte della conoscenza pre-scientifica, non sono riconducibili alla conoscenza scientifica in quanto il metodo di indagine usato non corrisponde a quello della conoscenza scientifica (anche se hanno fondamento empirico, per certi versi, e filosofico-teoretico). Riguardo alle classificazioni dell’antichità classica bisogna dire che erano di tipo discreto, non consentivano soluzioni intermedie. I soggetti venivano classificati come sani o malati.

Questa concezione fu ripresa dallo psichiatra tedesco KRETSHMER, nie primi decenni del nostro secolo, che si rifece anche alla scuola Europea di stampo positivista. Negli studi proposti in questa prospettiva Kretshmer si proponeva di individuare 3 obiettivi principali, che riguardavano: 1) la classificazione della struttura somatica; 2) l’individuazione del rapporto esistente tra struttura somatica (tipo fisico) e temperamento; 3) l’individuazione del rapporto tra tipo fisico e patologia mentale ereditaria. Kretshmer era sicuramente più interessato alla patologia. Utilizzò però anche le categorie continue, che in campo psicologico erano state introdotte dalla psicologia classica (Wundt). Lo studio delle caratteristiche di personalità veniva fatto con categorie continue, che, oltre ai poli opposti, assumevano una serie di situazioni intermedie. Per ciò che riguarda patologia e normalità, oltre a sano/malato, ci sono una serie di possibilità intermedie di classificazione (diverse intensità di normalità o patologia). Anche Wundt sviluppò lo studio della psicologia dei tratti, dei tipi e delle disposizioni, che si lega alla psicologia costituzionale.

La psicologia costituzionale non approfondisce i processi biologici. Nel 1921, Kretshmer pubblicò un lavoro, nel quale individuò 3 caratteristiche fisiche fondamentali, più una che rappresenta un’eccezione: l’astenico o leptosomo, l’atletico ed il picnico; l’altro tipo è il displasico.

L’astenico o leptosomo corrisponde all’alto-magro dell’antichità classica. E’ caratterizzato da un fisico longilineo, gracile, la sua struttura scheletrica e muscolare non sono molto forti. E’ chiamato principalmente leptosomo; astemico è l’aggettivo usato da Kretshmer per caratterizzare i tipi estremi che sono caratterizzati da estrema fragilità, gracilità e debolezza. Il suo sviluppo predominante è in altezza.

L’atletico è caratterizzato da una struttura corporea di particolare vigore, muscolatura robusta, torace sviluppato, gambe lunghe e sottili.

Il picnico corrisponde al tipo basso-grasso. E’ caratterizzato da uno sviluppo preponderante delle cavità corporee, come addome, torace, capo. Ha forma rotondeggiante, a “botte”, dove predomina lo sviluppo degli strati adiposi.

Il tipo displasico è un tipo disarmonico nello sviluppo delle varie dimensioni e rappresenta l’eccezione.

Il 2° obiettivo era, per Kretshmer, individuare il rapporto tra struttura somatica e temperamento. Nel 1922, in un nuovo lavoro, definisce il temperamento come “il comportamento e le manifestazioni delle affettività che comprende i suoi fondamenti nervoso-umorali”. Riguarda quindi le manifestazioni dell’affettività, strettamente legate a basi biologiche, il cui fondamento sono il sistema nervoso e le secrezioni umorali. Anche qui c’è un ritorno alla medicina Ippocratica, si tiene conto dei liquidi organici come base biologica del temperamento. Questi liquidi sono: sangue, bile gialla, bile nera, flegma. A seconda di come sono mescolati all’interno dell’organismo, si hanno i diversi caratteri e temperamenti. Nella concezione moderna vengono sostituiti con le secrezioni endocrine. Le caratteristiche affettive sono riconducibili a due fattori principali: l’impressionabilità e l’impulsività. L’impressionabilità si manifesta in riferimento a due aspetti chiamati: aspetto psicoestetico e aspetto diatetico. La dimensione psicoestetica si manifesta fra poli opposti che vanno dalla servibilità all’ottusità. La dimensione diatetica si manifesta fra poli opposti che vanno dalla allegria alla tristezza. Partendo dalla considerazione delle diverse caratteristiche di questi elementi, è possibile classificare vari tipi di manifestazione temperamentale.

L’impulsività riguarda il tempo psichico, che si riferisce alla percezione sensoriale, alla psicomotricità, alle reazioni psicomotorie ed alle operazioni intellettuali.

Tenendo conto delle diverse caratteristiche del comportamento affettivo è possibile ricondurre il temperamento a 3 categorie principali, che hanno carattere di continuità: schizotimico, ciclotimico, viscoso. Ognuno va dalla normalità alla patologia.

Il tipo schizotimico, in condizioni di patologia, manifesta schizofrenia (tendenza alla dissociazione e rapporti alterati con il mondo esterno). Il ciclotimico manifesta “mania depressiva”, alterna fasi depressive a fasi maniacali (eccitazione estrema). Il viscoso in condizioni patologiche, manifesta epilessia.

Schema di Kretshmer:












Ognuna di queste categorie si estende dalla normalità alla patologia. Per gli schizotimici, va dalla normalità alla schizofrenia passando per il livello intermedio, proprio degli schizoidi (hanno le stesse caratteristiche degli schizofrenici, con una intensità minore). Per i ciclotimici va dalla normalità ai maniaco-depressivi, passando per la classe intermedia dei cicloidi (manifestazioni cicliche di umore, con diverse intensità). Per i viscosi si va dalla normalità all’epilessia, con un gruppo intermedio detto degli esplosivi. Nonostante la dimensione continua, questa classificazione non è sufficientemente precisa per ciò che riguarda l’uso degli strumenti di misura. Queste classificazioni sono più vicine alle classificazioni cliniche, che a clasificazioni statistiche. Kretshmer stabilisce il rapporto, in termini di frequenza percentuale, tra struttura somatica e temperamento. Riporta i risultati di una indagine internazionale in una tabella:





PICNICI

LEPTOSOMICI

ATLETICI

DISPLASICI

N.C.

EPILETTICI

(1505 CASI) %






SCHIZOFRENICI

(5233 CASI) %






MANIACODEPRESSIVI

(1361 CASI) %






Da un lato sono riportati i tipi somatici, dall’altro sono riportati i tipi di temperamento. Nelle colonne, sotto ciascun tipo somatico, si trova la distribuzione percentuale dei tipi temperamentali in rapporto ai tipi somatici. Tenendo conto dei tipi estremi (patologia), i risultati mettono in evidenza una tendenziale corrispondenza fra fisico e temperamento, che può essere interpretata su basi endocrino-umorali.








Il tipo schizotimico tende ad associarsi al tipo somatico leptosomo, il ciclotimico al picnico, il viscoso all’atletico. Questa associazione è stata tratta da Kretshmer da un’indagine svolta da Van Den Horst e collaboratori, su soggetti valutati con fogli di inchiesta. Per quanto riguarda i tipi estremi c’è una tendenziale corrispondenza fra la mania-depressiva ed il tipo picnico, fra la schizofrenia e il leptosomo e fra l’epilessia ed il tipo atletico.

L’indagine di Kretshmer ha il vantaggio di essere entrata nello schema della scienza contemporanea, di usare categorie continue anziché discrete, ha lo svantaggio di non utilizzare strumenti di misura precisi. Consente di individuare una tendenza a variare insieme dei fattori somatici e temperamentali, ma non ci consente di dire perché c’è questa relazione.


Precursori: Scuola di Ippocrate

Fase scientifica: Kretshmer

Rapporto fra fisico, temperamento, patologia mentale, circolatoria

TIPI FISICI (1921)

Astenico o leptosomico

Atletico

Picnico

Displasico

TEMPERAMENTO (1922): Comportamento delle affettività che comprende i suo fondamenti nervoso-umorali.

FATTORI DI AFFETTIVITA’:


Impressionabilità

DIATETICA (poli gaio/triste)

 




Impulsività (tempo psichico: percezione sensoriale, psicomotricità, operazioni intellettuali)


TIPI DI TEMPERAMENTO

Schizotimico

Ciclotimico

Viscoso



Sheldon: obiettivi della psicologia costituzionale

identificazione elementi principali struttura fisica

identificazione elementi principali temperamento

applicazione allo studio delle patologie mentali e criminalità


STRUTTURA SOMATICA: base essenziale della regolarità e stabilità del comportamento

morfogenotipo: struttura genetica non osservabile

somatotipo: influenza del genotipo in base al fenotipo

fenotipo: struttura genetica osservabile


COMPONENTI PRIMARIE

endomorfie

mesomorfie

ectomorfie


COMPONENTI SECONDARIE

displasie

ginandromorfia

aspetto tissutale


SOMATOTIPO: conurazione delle componenti primarie espresse da tre numeri derivanti dalle 17 misure antropometriche che rappresentano diametri in rapporto a altezze (di varie parti del corpo) o da una serie di misure più la storia dell’individuo.


La psicologia costituzionale ha ottenuto un forte contributo da William Sheldon, psicologo americano, che ha condotto i suoi studi dalla 2^ guerra mondiale in poi, fino agli anni ’70. Sheldon definisce il suo studio come: “lo studio degli aspetti psicologici del comportamento nei loro rapporti con la morfologia e la fisiologia del corpo”, quindi con la struttura somatica e gli aspetti funzionali. Il lavoro di Sheldon si differenzia da quello di Kretshmer per gli aspetti metodologici: è più approfondito e preciso. Sheldon, come Kretshmer, utilizza categorie continue, ma usa scale di misura che gli permettono valutazioni quantitative.

I suoi obiettivi principali erano: identificazione degli elementi principale della struttura fisica, identificazione degli elementi principali del comportamento, applicazione alla patologia mentale ed alla criminalità. La struttura somatica è considerata la base essenziale della regolarità e della stabilità del comportamento (carenze nella psicologia tradizionale su questo punto).

Sheldon suddivide 3 elementi fondamentali: Morfogenotipo, fenotipo, somatotipo. Il morfogenotipo corrisponde alla struttura genetica non osservabile, sta alla base della corrispondente struttura genetica osservabile che è il fenotipo. Il somatotipo è ciò che è direttamente osservabile in termini di struttura somatica. Il somatotipo è il tentativo di dedurre le caratteristiche del genotipo sulla base delle osservazioni del fenotipo. Sheldon ha cercato di individuare le componenti primarie della struttura somatica. Ha utilizzato un campione di 4000 soggetti di sesso maschile. Per questo lavoro sono state utilizzate le fotografie. Cercò di utilizzare solo risultati concordi, correlando rilevazioni fatte da osservatori diversi. In questo modo individuò 3 componenti principali della struttura somatica: ENDOMORFIA, MESOMORFIA ed ECTOMORFIA. L’endomorfia è caratterizzata da un aspetto esteriore morbido e rotondeggiante, scarso sviluppo osseo e muscolare, basso peso specifico e forte sviluppo dell’apparato digerente (caratteristiche derivate dallo sviluppo del foglietto embionale endodermico). La mesomorfia è caratterizzata da un aspetto tozzo, robusto, con ossa e muscoli sviluppati, resistenza alla fatica ed al dolore, e corrisponde al fisico dell’atleta, del combattente (sviluppo derivante dal foglietto embionale mesodermico). L’ectomorfia è caratterizzata da un aspetto longilineo, fragile, delicato, torace piatto, poca resistenza alla fatica, sistema nervoso più sviluppato (determina una sovraesposizione agli stimoli nervosi – sviluppo derivante dal foglietto embionale ectodermico). Sheldon individua anche delle componenti secondarie: DISPLASIA, GINANDROMORFIA ed ASPETTO TISSUTALE. La displasia è un allontanamento dalla norma, una caratteristica somatica disarmonica rispetto alle caratteristiche primarie. La ginandromorfia è la struttura somatica più frequente nelle donne (studiate in ritardo per motivi ideologici). L’aspetto tissutale dovrebbe essere un indice che dà indicazioni sulla purezza del programma genetico (questo aspetto è un po’ dubbio).

Il somatotipo corrisponde alla conurazione delle componenti primarie espresse con 3 numeri, ed è il tentativo di inferire il genotipo dagli aspetti direttamente osservabili. Le componenti primarie vengono espresse con dei valori, risultato di elaborazioni matematiche dei rapporti esistenti fra le varie parti del corpo. Le parti del corpo considerate sono 17 (es. rapporto fra testa e collo, fra torace e tronco, etc.). Questi rapporti vengono tradotti in un unico valore, che ha campo di variabilità compreso fra 1 7. Queste misure sono riportate sempre nell’ordine: endomorfia, mesomorfia, ectomorfia.

Tipo estremo endomorfo: 7.1.1 – le 3 componenti primarie vengono valutate ed espresse con i valori che variano da 1 a 7. Elaborando i risultati abbiamo un indicie di endomorfia 7 (massimo). La mesomorfia e l’ectomorfia in questo tipo estremo assumono valore minimo 1.

Tipo estremo mesomorfo: 1.7.1 – l’endomorfia ha valore minimo, la mesomorfia massimo, l’ectomorfia minimo.

Tipo estremo ectomorfo: 1.1.7. – valgono le stesse considerazioni.

Ognuna di queste dimensioni è continua, quindi si possono trovare un numero infinito di valori. Il soggetto medio avrà 4.4.4, ognuna delle componenti ha valore intermedio. Possiamo immaginare una vasta gamma di combinazioni. Alcune di queste combinazioni sono frequenti in certe popolazioni. Sheldon ha cercato di classificare in modo che il procedimento utilizzato fosse il più intersoggettivo possibile. Durante i suoi studi ha individuato un numero di combinazioni di somatotipi più frequenti, pari a 180 circa.



consunzione ed estenuazione generale del corpo umano.







Privacy

© ePerTutti.com : tutti i diritti riservati
:::::
Condizioni Generali - Invia - Contatta