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GLI EUROPEI ALLA CONQUISTA DEL NUOVO MONDO

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GLI EUROPEI ALLA CONQUISTA DEL NUOVO MONDO.


I Viaggi di Cristoforo Colombo





A.     Introduzione storica e analisi delle popolazioni.

L'età del Rinascimento ha prodotto dei cambiamenti nella cultura europea, rendendo la visione del mondo antropocentrica, determinando non solo una rinascita delle materie umanistiche, delle scienze matematiche e della tecnica, ma anche un cambiamento fondamentale della mentalità: l'uomo era ormai investito di fiducia, era esaltata la sua creatività, e ciò si sarebbe presto tradotto in progresso, in apertura degli orizzonti e ampliamento delle conoscenze. Questo nuovo fervore, unito al miglioramento del settore nautico, grazie all'introduzione dell'astrolabio, al miglioramento della bussola, al miglioramento delle chiglie delle navi, e ad una sempre maggiore precisione delle sectiune nautiche, consentiva di aumentare sempre di più le distanze percorribili.



Nei primi anni di vita Cristoforo Colombo sì dedicò al commercio. Per motivi commerciali andò a Chio (1475) e Madeira (1478-79). Lascio definitivamente Genova nel 1479 per stabilirsi a Lisbona. La credenza che il continente antico si estendesse abbondantemente  verso est e che il circolo massimo fosse in realtà più piccolo di quanto normalmente si pensava, dovettero convincere Cristoforo Colombo a raggiungere le Indie attraverso l’oceano, navigando verso l’oceano e quindi verso ovest. Non essendo riuscito ad interessare il re del Portogallo Giovanni II, si trasferì in Sna. Il 17 aprile 1492 stipulò una convenzione con i sovrani Isabella di Castiglia e Ferdinando il Cattolico che gli concesse tre caravelle. Dopo un viaggio avventuroso Colombo raggiunse Cuba e Haiti, che battezzò Hispaniola. In un secondo viaggio (1493-96) su una rotta più meridionale scoprì Puerto Rico, Dominica, Guadalupa e Giamaica. In un terzo viaggio (1498-l500) dopo aver toccato Trinidad e Tobago, raggiunse il continente meridionale. In un quarto viaggio (1502-l504) affranto e ammalato ritornò a Valledolid, dove morì dimenticato da tutti.
Alla vigilia del viaggio di Cristoforo Colombo, le Americhe contavano circa 80 milioni di abitanti divise in numerosi gruppi. Il livello di vita della popolazione locali era molto diverso: aztechi e maya erano evoluti sul piano dell’arte, ma tecnologicamente arretrati, gli incas andini erano altrettanto raffinati, gli indigeni delle foreste tropicali e gli eschimesi del nord vivevano invece in condizioni neolitiche, gli indigeni delle pianure nordamericane vivevano di caccia del bisonte.
In un primo tempo la colonizzazione ebbe carattere anarchico: i conquistadores, che per la maggior parte provenivano dalla nobiltà minore, trasportarono nel nuovo continente il modello e i valori feudali, affermando la propria sovranità economica, politica e militare su territori e gruppi di villaggi, e costringendo gli indigeni al lavoro forzato. Solo in un secondo momento la monarchia snola riuscì ad imporre, sui territori conquistati, sia per ragioni di controllo economico e politico, sia per regolamentare il brutale sfruttamento ai quali erano sottoposti le popolazioni indigene.
Il corrispondente snolo della capitania fu la ecomienda, costituito da un villaggio o da un gruppo di villaggi affidati a uno snolo.


[Cristoforo Colombo]  [Vasco daGama]

Impero Azteco:
All’inizio del 500, nel momento stesso dell’arrivo degli Snoli, la dominazione degli Aztechi si estendeva su tutta la larghezza del continente dell’America fino al mar Pacifico; e sotto il regno di Ahuitzotl, la nazione aveva portato le sue armate ben al di là dei confini, come territorio permanente, negli angoli più remoti del Guatemala e del Nicaragua.
Un giovane snolo di trentatre anni, di nobili natali, Fernando Cortès, era giunto a Cuba come segretario del governo. Il 18 febbraio 1519, egli si lanciò alla conquista di un autentico Nuovo Mondo. Sbarcò prima nello Yucatan, poi a Tabasco. Cortès lasciò Tabasco con 20 indiane.

Impero Maya:

Nel 1506, anno della morte di Colombo, Juan Diaz de Solis e Vincente Yanez toccavano per primi le coste messicane sulla punta settentrionale dello Yucatan. Ma il mondo maya non venne scoperto. La prima vera presa di contatti con i maya risale al 4 marzo 1517, quando tre velieri dell’Avana (Cuba) andarono ad ormeggiare per la ricerca di schiavi destinati alle piantagioni delle Antille. A Champton, ancora più a sud, il gruppo subì un duro attacco. Diego Velasquez, conquistatore e governatore di Cuba, affidò a Juan de Grijlava la direzione della nuova spedizione che partì da Santiago de Cuba il 25 gennaio 1518. La presenza dei conquistatori però infastidì gli abitanti della città, per questo in fretta e furia si reimbarcarono sulle navi, senza dimenticare però di redigere l’atto notarile che comprovava la presa di possesso del luogo. Velasquez organizzò una nuova e grandiosa spedizione il cui comando fu affidato al suo segretario Herman Cortès. Dopo abili trattative e astuti stratagemmi Cortès riuscì a impressionare gli indios al punto che ottenne la loro sottomissione. Quegli indios maya furono, constata Bernal Diaz, i primi vassalli, che nella Nuova Sna, offrirono la loro obbedienza a Carlo V. Mentre gli abitanti delle grandi Antille avevano colpito gli snoli per la loro arretratezza culturale, i Maya suscitarono la loro ammirazione: erano un popolo organizzato in modo stupefacente.

Impero Inca

Verso la fine del 1532, una spedizione snola, guidata da Francisco Pizarro, un avventuriero incallito che, all’età di 14 anni, aveva lasciato i freddi e aridi altopiani della natia Estramadura, in Sna. Al pari del loro condottiero, gli uomini al seguito erano hidalgos in disgrazia, nobili di ascendenza militare troppo orgogliosi per ridursi al lavoro manuale ma anche troppo infidi per servire direttamente il re. Pizarro si rese conto di non avere altra scelta che colpire quel centro ignoto.
Nel 1526 il re Huayna Capac muore lasciando il regno non a un lio bensì a due: Huascàr di Cuzco e Atahualpa di Quito. Nello stesso anno i primi snoli giungono in Ecuador in missione esplorativa comandati da Francisco Pizarro, il quale ritornò qualche hanno dopo come conquistatore. Intanto la rivalità fra i due fratelli si era fatta più forte al punto che i due regni ormai divisi entrarono in guerra. Atahualpa dopo anni di lotta sconfisse il fratello . Quando Pizarro arrivò nel 1532 incontrò un impero indebolito e diviso.
I movimenti degli snoli erano noti ai nativi fin dal momento dello sbarco sulla costa settentrionale. Atahuallpa, decise di inviare un ambasciatore verso quello strano contingente, proponendo a Pizarro un incontro a Cajamarca. Nel pomeriggio del 15 novembre 1532, gli snoli sbucarono nell’ampia e fertile vallata di Cajamarca. Da quando erano arrivati nel Nuovo Mondo niente li aveva preparati alla brutta sorpresa che avevano di fronte: a destra, a circa un miglio di distanza, vi erano le tende d’accampamento di un esercito di 40000 uomini. Allora attaccarono la piccola città fortificata. Quella notte, i disperati snoli decisero che l’unica speranza consisteva nel catturare l’imperatore. Gli avrebbero proposto di pranzare e, se avesse rifiutato, lo avrebbero fatto prigioniero. Alla fine, l’Inca venne portato allo scoperto su un palanchino. Come stabilito in precedenza, si fece avanti un sacerdote snolo che lo salutò informando il dio-re che se si fosse sottomesso al sovrano di Sna e alla Santa Chiesa di Roma non gli sarebbe capitato niente di male. L’imperatore disse che gli snoli avrebbero dovuto restituire tutti i beni requisiti dal momento del loro arrivo. Il sarcedote gli offrì la Bibbia, Atahualpa lo esaminò e gettò la Bibbia a terra; il sacerdote esclamò: E’ l’anticristo! Pizarro fece un segno di guerriglia e dai portici del complesso uscirono i destrieri snoli che assalirono la stupefatta guardia d’onore, puntando verso l’Inca. Non ci vollero più di cinque minuti per farlo prigioniero. L’imperatore venne preso in ostaggio. Nel giro di pochi anni e con l’aiuto dei rinforzi provenienti da Panama (attirati dall’oro), venne soffocata ogni resistenza indigena. Il più potente impero dell’emisfero occidentale mai esistito cadde per mano di meno 200 uomini.


Indios Ciboney

Procedendo sempre più a sud, incontriamo altre popolazioni che dovettero fare i conti con i conquistadores snoli. Prendiamo il caso degli indios Ciboney, che abitavano nel Cinquecento le isole delle Antille: il governo snolo di Bobabilla impose loro di diventare minatori, cosa che queste popolazioni libere e abituate alla vita all’aria aperta non riuscivano assolutamente a sopportare. Si ebbero così suicidi in massa per la disperazione e pochi anni dopo, nel 1535, erano rimasti non più di cinquecento indigeni. A Cuba invece i Ciboney tentarono di resistere uccidendo tutto il proprio bestiame, sperando forse che in questo modo gli snoli se ne andassero; per rappresaglia gli snoli uccisero tutti gli indios, e uguale sorte ebbero gli abitanti di Portorico e della Giamaica.



Argentina

Nella pampa argentina, abitavano poi i Patagoni, una popolazione di statura gigantesca. In snolo Patagon è chi ha piedi molto grandi. Però il vero nome di questi indios era Tehulce. Nel 1535 gli snoli fondarono la città di Buenos Aires; gli indios iniziarono una durissima guerriglia contro le fattorie snole. Quando distrussero Buenos Aires, i cavalli degli snoli, intimoriti dal fuoco, fuggirono nella pampa e ripresero una vita allo stato brado. I Patagoni allora impararono a domarli. Grazie ai cavalli, potevano dileguarsi a grande velocità dopo i loro colpi di mano.

Cile

All’estremo sud dell’America meridionale vivevano invece gli Onas, una tribù di cacciatori e pescatori che erano stanziati nella Terra del Fuoco, presso lo Stretto di Magellano. Non ci fu bisogno di sterminarli: contrassero la turbecolosi e il morbillo dai bianchi e siccome il loro organismo non era immunizzato contro queste malattie, morirono a migliaia.

Indios Araucani

L’unica popolazione che riuscì, sino in fondo, ad opporsi alla colonizzazione, prima degli snoli e poi dei coloni ribelli, fu quella degli Araucani. Verso il 1300 vivevano nel Cile meridionale e in parte in Argentina e nel 1448 dovettero combattere per la prima volta contro gli invasori: gli Incas. Dopo 34 anni gli Incas dovettero ritirarsi senza aver nulla concluso. Nel 1558 dovettero far i conti con gli snoli che avevano occupato il paese: dopo quaranta anni di continui combattimenti anche gli snoli dovettero ritirarsi con gravissime perdite. Ritornarono alcuni anni più tardi e, se riuscirono ad occupare il Cile, dovettero combattere con gli Araucani, una interminabile guerra per quasi tre secoli, riuscendo sempre sconfitti.

California

I primi snoli che si avventurarono a nord del Messico sapevano dell’esistenza di un braccio di terra che pensavano fosse un isola. Viaggi più lunghi verso il nord dimostrarono alla fine che quest’area della California meridionale era in realtà una stretta penisola, aldilà della quale si estendeva una terra sconosciuta che venne chiamata, California superiore alta. Nel 1542 Cabrillo salpò per gli avamposti snoli nel Messico. Il vascello di Cabrillo gettò l’ancora fra un gruppo di isole, separate dalla terraferma da un profondo canale e rivendicò per la Sna il possesso dell’interno territorio. Morì nell’isola che chiamò San Michele. Solo dopo 150 anni gli snoli si resero conto che questa terra non era un isola. Gli snoli non sbarcarono mai in queste coste settentrionali poco invitanti. La California rimase un mistero per l’uomo bianco per altri due secoli. Questa fu la loro più grande scoperta: un porto per le loro navi, al sicuro dei violenti cavalloni dell’oceano. La California era abitata da quasi un terzo dalle popolazioni native americane, che si trovavano a nord del Messico. Gli snoli non si occuparono solo di convertire le locali popolazioni indiane alla fede cattolica, ma iniziarono a forgiare la loro società nelle forme che meglio si adattavano al volere dei missionari. Guidati dagli indomiti monaci francescani, gli snoli convinsero gli indiani a vivere nei confini della missione, sostenendo così di poter salvare le loro anime. Incaricati di sorvegliare i raccolti altrui di agrumi e di fichi, di piantare e raccogliere i grappoli d’uva degli snoli, pascolare il bestiame portato dal Messico, i pacifici Pumash, erano tenuti praticamente in schiavitù. Nel 1533 il Portogallo divise i territori brasiliani in 12 capitanie affidate ai donatarios cui spettava il compito di difendere il proprio territorio e di assicurarsi la maggiore quantità possibile di materie prime da inviare in Europa.

Brasile

Il primo incontro fra europei e indigeni avvenne il 22 aprile del 1500, nel territorio degli indiani Tupinikim. Questi indiani contavano all’epoca decine di migliaia di individui mentre ora sono meno di mille. Lo scambio di un cappello con un copricapo di penne segnò l’inizio di un’invasione che presto avrebbe spazzato via cinque milioni di persone. I primi contatti furono ragionevolmente amichevoli e furono caratterizzati dagli scambi e dalla curiosità. Ma le relazioni tra i coloni e gli indiani vennero presto controllate dalle armi più potenti degli europei e dalla loro brama di ricchezza. Con l’arrivo dei portoghesi e degli altri europei cominciò il saccheggio delle nuove terre e migliaia di indiani furono fatti schiavi. Intere tribù furono sterminate dagli orrori della schiavitù e migliaia di persone morirono di malattie nuove, verso cui non avevano difese immunitarie.
Nel 1609, il re Filippo del Portogallo proclamò la libertà completa degli indiani. Al contempo, però, li definì anche legalmente inferiori. Il principio dell’inferiorità legale degli indiani vige ancora oggi e gli indiani non hanno ancora ottenuto il riconoscimento di tutti i diritti degli uomini adulti.
In Asia i portoghesi non conquistarono territori, ma istituirono un sistema di porti e di piazzeforti (Guinea, Goa, Ceylon, Giava) per acquisire il controllo del traffico delle spezie, in primo luogo del pepe.

Canada:

Il primo esploratore di cui si hanno precise e sicure notizie fu Giovanni Caboto, il quale, battendo bandiera inglese, costeggiò nel 1497 il litorale di Terranova fino al Capo Bretone. Navigatori portoghesi, snoli, inglesi e francesi si avvicendarono negli anni a cavallo del XV e XVI sec. in questa zona dell’Atlantico alla ricerca di un passaggio verso il Pacifico e i paesi delle spezie (passaggio di Nord- Ovest). Nel 1524 il fiorentino Giovanni da Verrazzano, al comando di una spedizione francese, alla ricerca del passaggio di Nord-Ovest, esplorò le coste fino alla Nuova Scozia e diede alle terre d’America che si affacciano sull’Atlantico settentrionale il nome di Nuova Francia.
Jacques Cartier infine, nell’intento di trovare non solo il passaggio di Nord-Ovest, ma anche regioni ricche d’oro, scoprì l’isola Principe Edoardo e, risalendo il corso del San Lorenzo fino al villaggio indiano di Hochelaga, dove sarebbe in seguito sorta Montreal, scoprì il paese del Canada (1534-l536), che, secondo una tradizione poco attendibile, avrebbe preso il nome da una parola indigena che significava villaggio. Jacques Cartier, un uomo audace e risoluto , ma anche sinceramente amico degli indiani stipulò trattati di amicizia con tutte quelle tribù e il suo prestigio fra quei popoli era veramente molto grande, specie fra gli Irochesi. Quando però Cartier venne richiamato in patria, i rapporti fra gli indiani e i francesi si guastarono irrimediabilmente.


B. Atteggiamento degli uomini di Chiesa nei confronti dei nativi americani.


Per riuscire a capire l’atteggiamento proprio degli uomini di Chiesa, è opportuno analizzare le diverse posizioni, prendendo come esempi chiave quello di Bartolomè de Las Casas , di Juan Ginès de Sepulveda e quello di Michel de Montaigne.

Il punto di vista del primo è quello di un religioso completamente aperto nei confronti della cultura indigena infatti, nel suo documento “Brevissima relazione della distruzione delle Indie”, rivela la sua personale condanna del colonialismo tramite il racconto della vicenda del cacicco Hatuey, che viene catturato e arso vivo.



Per rendere l’umanità del personaggio, lo fa parlare in prima persona, e mostra gli Indios come uomini estremamente intelligenti, che cercano di sfuggire alle persecuzione adorando quel Dio che ritenevano fosse il Dio degli Snoli invasori: l’oro.

Las Casas, riporta anche un aneddoto che rivela lo spirito di questi indigeni.

Racconta infatti che, mentre il cacicco veniva legato a un palo, un frate di San Francesco gli spiegava che se si fosse convertito sarebbe andato in Paradiso, in caso contrario avrebbe patito eterni tormenti e supplizi nell’Inferno, lui subito domanda se in Paradiso vi siano i cristiani, e ad una risposta affermativa del frate, il cacicco risponde che avrebbe preferito di gran lunga andare all’Inferno piuttosto che avere ancora a che fare con uomini tanto “tristi” e crudeli.

L’intento di Las Casas è quindi quello di presentare gli Indios sia come creature umane e degne di rispetto, sia come creature dotate di qualità morali e intellettuali superiori a quelle degli Snoli.

Per dimostrare ciò, in primo luogo respinge l’idea che gli amerindi siano simili ad animali, e quindi privi di anima. Analizza l’aspetto fisico degli Indios, che appaiono del tutto simili agli snoli, li descrive come proporzionati, delicati, graziosi, allegri, svegli, vivaci e con occhi molto belli.

Per quanto riguarda invece Sepulveda, nel suo scritto “Democrates secundus de iustis belli causis” ha una visione ideologizzata delle popolazioni amerinde, sembra infatti che non abbia alcun dubbio e che non muova alcuna critica nei confronti degli atti dei conquistadores.

Prima di tutto vediamo l’appellativo che Sepulveda da agli amerindi: humunculi.

Sottolinea in modo particolare la mancanza di scrittura, che produce sia l’impossibilità di conservare memoria storica degli avvenimenti e l’assenza del diritto.

L’atteggiamento di Sepulveda è quindi quello di giudice severo nei confronti degli indigeni, egli infatti pretende di giudicare e analizzare con criteri validi per se e per i suoi conterranei, una realtà a lui sconosciuta.

Tende inoltre a svilire ogni elemento che possa in qualche modo provare la capacità manuale e intellettuale degli indigeni. Considera empia la loro religione, mette in risalto l’offerta di cuori umani nei sacrifici, per sottolineare la natura ferina e animalesca di quei popoli.

Abbiamo poi un’ultima testimonianza, quella di Montaigne, che benché non abbia vissuto direttamente il contatto con queste popolazioni, nel suo scritto “Saggi”, cerca con uno sguardo distaccato e partecipe al tempo stesso di avvicinarsi alle culture amerinde e comprenderle.

Un aspetto interessante per comprendere l’atteggiamento di Montaigne è il suo ribaltamento della definizione di “selvatico”. Intende infatti con questo termine non ciò che è naturale, ma ciò che si è “imbastardito” e quindi gli uomini civilizzati, sono da considerarsi selvaggi rispetto a un’esistenza naturale.

Cerca inoltre di analizzare i comportamenti barbari degli amerindi, non giudicandoli, ma mettendole sullo stesso piano delle azioni degli europei. In particolare, analizza il problema dell’antropofagia, che viene vista come un rituale magico e omaggio al vigore e al coraggio del morto, utilizzato per assorbire la forza vitale del nemico.



B.     Analisi della contrapposizione barbarie/civiltà e dei diversi punti di vista.

Dalla Sna molte persone di ogni classe sociale giunsero in America attratti dal mito di una facile ricchezza e a causa di un aumento demografico in Sna non sostenuto da un'eguale disponibilità di risorse. Preti, contadini, artigiani ma soprattutto nobili in cerca di quel feudo che non avevano trovato in Europa (i li cadetti non ricevevano l'eredità della famiglia). Essi arrivavano con in mano l'autorizzazione del re dell'assegnazione di un encomienda o di un repartimiento. Il possessore di un encomienda poteva sfruttare una terra assegnata come il vecchio feudo europeo, poteva quindi imporre tasse o esigere corvées. Chi aveva un repartimiento poteva invece costringere gli abitanti di zone non comprese in una encomienda ai lavori forzati. Di fatto queste autorizzazioni regie non furono altro che una legalizzazione delle efferatezze commesse dai conquistadores, che erano appunto avventurieri, in genere nobili, venuti a conquistare le terre scoperte per renderle appunto encomiende,  armati di tutto punto e pronti a sostenere delle vere e proprie guerre. Sicuramente uno dei più feroci fu Hernan Cortes, che nel 1519, il soli quattro anni, riuscì a distruggere il regno azteco, che aveva conosciuto una grossa fase di splendore e di espansione attorno al XIV secolo. Tra il 1524 e il 1526 Fancisco Montejo sottomise i Maya, popolazione di grande cultura ma ormai in decadenza. Francisco Pizzarro sottomise tra il 1531 e il 1536 l'impero degli Incas, anch'esso molto evoluto dal punto di vista tecnologico e scientifico.

       

Una volta distrutte politicamente queste civiltà, i conquistadores le distrussero anche fisicamente costringendole a condizioni di vita a dir poco disumane. Animati dal loro cieco eurocentrismo, essi non considerarono quelle persone come uomini ma come selvaggi perché la loro cultura appariva ai loro occhi inferiore a quella europea di cui erano portatori: per questo vennero imposte agli indios condizioni di vita peggiori anche di quelle delle bestie da some. Essi erano costretti a lavorare diverse ore al giorno, senza potersi riposare, ridotti in uno stato di schiavitù e sottoalimentati. Inoltre le malattie banali che gli europei avevano portato con sé divennero fatali per il loro sistema immunitario, abituato a ben altre tipologie di virus e batteri (in compenso, gli europei hanno riportato in patria la sifilide, che allora e fino a quasi tutto il Novecento risultò incurabile). Debolezza del sistema immunitario e stress fisico provocarono, assieme alle uccisioni volontarie dei conquistadores, un vero e proprio sterminio degli indios: gli aztechi si ridussero da 25 milioni a poco più di un milione, gli abitanti di Haiti da un milione a sessantamila . I reali di Sna, resisi conto della situazione, promulgarono nel 1542 le Nuove Leggi, con le quali limitava la libertà concessa agli encomienderos dando agli indigeni diritti simili ai cittadini di Sna, istituendo anche dei tribunali per giudicare eventuali altri abusi. Seppur meritorie, queste leggi non furono ispirate da carità cristiana o civile, ma semplicemente dall'esigenza di imporre l'autorità della corona su queste terre che altrimenti sarebbero scappate di mano. Infatti, le condizioni degli indigeni non migliorarono più di tanto, come testimonia de Las Casas. Quest’ultimo infatti nei suoi scritti descrivendo l’entrata degli snoli dell’isola di Cuba, mette in risalto la ura dell’ufficiale del re, sterminatore di lavoratori indigeni. Molto interessante risulta anche l’analisi dei costumi sessuali degli indigeni, che dovrebbero essere, se questi fossero simili alle bestie, smodati e bestiali appunto, ma in questo confronto, gli unici animali risultano essere gli europei. L’ uomo bianco non risulta più essere portatore di civiltà, e viene quindi meno anche una giustificazione per l’occupazione di terre già abitate. Altro elemento di estrema civiltà è il naturale disinteresse degli indios per le ricchezze, che si ricollega alla possibilità di ottenere senza troppa fatica di che vivere e alla diversa organizzazione sociale. Tra gli europei, infatti, la brama di ricchezze è provocata dal desiderio di accumulare beni per soddisfare gli impegni sociali e militari. Infine l’analisi dei peccati d’ira e di accidia, che secondo Las Casas non compaiono tra gli indios , che anzi assumono valori molto vicini ai valori cristiani, umiltà, mansuetudine, pazienza.



Il discorso di Sepulveda è invece teso a un solo obiettivo: giustificare la conquista delle Americhe e porre come obiettivo di questa conquista il conferimento della civiltà a popolazioni che ne sono prive. Quindi ritorna la contrapposizione barbarie/civiltà, che non è ribaltata, come in Las Casas, ma presente una conformazione eurocentrica. Quindi gli indios sono visti come bestie e selvaggi da trasformare in esseri umani.


D. Trasurazione della descrizione dei paesaggi e degli uomini come conseguenza dei pregiudizi.

John Huxtable Elliott, nel suo scritto “Il vecchio e il nuovo mondo”, afferma che i conquistadores, al tempo, non erano tanto interessati a scoprire le cose, ma piuttosto ad assoggettare e a conquistare la terra. E tutto questo accadeva anche perché, non conoscendo la lingua e non potendo fare domande, non riuscirono a conoscere adeguatamente gli indios, questi invece, erano troppo spaventati per fare un resoconto completo. I loro resoconti considerano il paesaggio americano solo come un fondale, contro il quale si stagliava lo scenario delle popolazioni del nuovo mondo. La tradizione, l’esperienza e le aspettative costituivano quindi, i fattori limitanti della loro capacità visiva.

Il testo di Antonello Gerbi, “Vale un Perù” è strettamente connesso al periodo in cui viene scritto (1946) , parla della fortuna snola, ma con termini che fanno pensare al contrasto tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Analizza l’invidia che le grandi potenze ebbero nei confronti della Sna e della sua ricchezza in termini di oro. Questo metallo infatti, diventa un’entità quasi soprannaturale, ed è proprio il bisogno dell’oro che favorisce la nascita dell’alchimia, dello sviluppo delle presunte proprietà terapeutiche di questo metallo. Inoltre alla conquista del Perù è legato la nascita del mito dell’Eldorado.

CONCLUSIONE.

Analizziamo un ultimo aspetto: La scoperta dell'America da parte di Colombo può essere definita tale oppure è da considerarsi una conquista? Scoperta geografica, innanzitutto, significa cercare, trovare e tornare indietro per riferire. Al contrario conquista significa prendere possesso dei territori scoperti. L'impresa di Colombo può essere difesa come una scoperta scientifica, vista la sua straordinaria importanza, ma l'azione dei conquistadores, può essere solo considerata una conquista spietata, viste le enormi conseguenze che ebbe. Non sappiamo se lo stesso Colombo avesse in mente solo di scoprire territori o li volesse conquistare, fatto sta che uno dei suoi argomenti più convincenti per trovare un finanziamento in Sna fu quello delle possibili rendite in oro e argento che potevano fornire alla Sna i fondi necessari per organizzare una crociata. Lui stesso, inoltre, domandò e ottenne delle ben precise condizioni per la sua impresa, una delle quali era appunto che a lui sarebbe spettato un 10% dell'oro e l'argento estratto nelle terre a lui scoperte e che sarebbe stato viceré delle stesse. Insomma, per essere viceré di un qualsiasi territorio bisogna prima averlo conquistato . Ma molto probabilmente neanche lui si aspettava la violenza che si sarebbe consumata di li a poco ad opera dei conquistadores.

Infine, quali furono le conseguenze delle scoperte geografiche?

Le scoperte geografiche in breve tempo cambiarono radicalmente l'Europa e la sua economia, apportando conseguenze rivoluzionarie per la nostra storia. Dal punto di vista economico si ebbe:

  1. Lo spostamento dei traffici commerciali dal Mediterraneo all'Atlantico, con conseguente danno per quei paesi che invece erano stati protagonisti del mare nostrum, in particolare dell'Italia.
  2. L'arricchimento degli stati bagnati dall'Atlantico, fino ad allora tagliati fuori dai traffici commerciali provenienti dall'oriente attraverso il Mediterraneo.
  3. Lo sviluppo delle comnie mercantili, che permisero l'accumulo di capitali che sarebbero stati riutilizzati per l'industrializzazione del ‘700.
  4. L'afflusso di oro e argento dalle miniere americane causò il crollo dei prezzi, perché aumentò il flusso del denaro circolante.
  5. Il cambiamento della produzione agricola, con l'aumento della disponibilità di prodotti già presenti nel vecchio continente (come canna da zucchero, vite, lino, canapa, caffè), trapiantati in America, da cui vennero importate coltivazioni come quella del mais, del pomodoro, del tabacco e della patata. Quest'ultima si diffuse molto nel Nord- Est europeo, vista la rendita quattro volte superiore al frumento e soprattutto anche resisteva al gelo.

Dal punto di vista politico si ebbe:

  1. La formazione di vasti imperi coloniali (snolo, portoghese, inglese e francese).
  2. L'inizio di conflitti armati per il possesso delle colonie.

Invece, dal punto di vista sociale si ebbero:

  1. La tendenza all'immigrazione verso i nuovi territori.
  2. La sempre maggiore importanza delle della borghesia, in contrasto con la vecchia aristocrazia, sempre più legata alla sola rendita delle terre coltivate.
  3. L'estinzione totale o parziale delle popolazioni dell'America meridionale di cui abbiamo parlato in precedenza.
  4. Il 'fiorire' del commercio degli schiavi dall'Africa.

Dal punto di vista tecnico e scientifico le scoperte geografiche ampliarono le conoscenze, proprie perché si verificarono delle situazioni diverse da quelle europee. La necessità di dover coprire distanze navali maggiori determinò un'applicazione tecnica non indifferente dei progressi scientifici raggiunti. Proprio per questo la data della scoperta dell'America viene presa come spartiacque tra Medioevo ed Età moderna. Le scoperte geografiche hanno avuto anche l'effetto di ampliare gli orizzonti culturali, svecchiando così un patrimonio di tradizioni che fino ad allora aveva impedito lo sviluppo di una scienza veramente moderna.







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