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Problemi e conflitti del mondo contemporaneo

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Problemi e conflitti del mondo contemporaneo




NUOVI EQUILIBRI E NUOVI CONFLITTI

Negli ultimi anni ’80 le spinte centrifughe messe in moto dal processo di liberalizzazione avviato nei paesi comunisti finirono col provocare il crollo della stessa Urss. La crisi dell’equilibrio bipolare Usa-Urss lasciò spazio allo scoppio di conflitti locali; e la fine dello scontro tra sistema comunista e “mondo libero” fece emergere nuove e non meno temibili contrapposizioni globali.




Il mondo si trovava così in assenza di un ordine internazionale chiaramente delineato. In numerose aree di crisi intervenne l’Onu, ma questa era un’associazione fra Stati sovrani e la sua azione non poteva non riflettere i contrasti fra i suoi membri.




LA FINE DELL’UNIONE SOVIETICA

La crisi in Urss si acutizzò fra il ’90 e il ’91, in concomitanza con l’aggravarsi della situazione economica.


Nel ’91, un gruppo di esponenti del Partito comunista, del governo e delle forze armate tentò il colpo di Stato, che fallì clamorosamente di fronte a un’inattesa protesta popolare e al mancato sostegno dell’esercito. Decisivo fu il ruolo del Presidente della Repubblica russa Eltsin, che si propose come il vero detentore del potere. Questo fallimento accentuò ulteriormente la crisi dell’autorità centrale.


Le spinte separatiste si accentuarono: dopo le tre repubbliche baltiche, anche la Georgia, l’Armenia, la Moldavia e l’Ucraina proclamarono la loro secessione dall’Unione Sovietica. Gorbacëv tentò di bloccare questo processo proponendo un nuovo trattato di unione, ma la sua iniziativa fu scavalcata dai presidenti della Russia, Ucraina e Bielorussia, che si accordarono sull’ipotesi di una comunità di stati sovrani.


Il 21 dicembre 1991, ad Alma Ata, capitale del Kazakistan, i rappresentanti di undici repubbliche diedro vita alla nuova Comunità degli Stati indipendenti e sancirono la morte dell’Unione Sovietica. Il 25 dicembre Gorbacëv si dimise.




LA NUOVA RUSSIA

Gli Stati Uniti e la comunità internazionale riconobbero il diritto della Russia di Eltsin di occupare il seggio dell’Unione Sovietica in seno al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Nel 1993, il presidente americano Bush, firmò a Mosca con Eltsin un nuovo importante trattato per la riduzione degli armamenti nucleari strategici. Ma la Comunità degli Stati indipendenti non riuscì né a darsi un’organizzazione efficiente, né a bloccare i ricorrenti contrasti fra le diverse repubbliche o i violenti conflitti, etnici e politici, scoppiati all’interno dei singoli Stati.


La Russia dovette affrontare una drammatica crisi economica, sociale e politica, causata dal tentativo di Eltsin di accelerare il processo di transizione verso il capitalismo e l’economia di mercato.


Il processo di privatizzazione dell’economia non decollò e l’inflazione cancellava il potere d’acquisto del rublo. Il risultato fu l’emergere di tendenze ostili a Eltsin, le quali trovarono un luogo di aggregazione nel Congresso del popolo, il Parlamento russo eletto nel marzo ’90.


Il conflitto tra Eltsin e il Parlamento esplose nel 1993, quando Eltsin, non riuscendo a superare l’ostruzionismo del Parlamento, lo sciolse, indicendo nuove elezioni. Il Parlamento rispose destituendo Eltsin. I sostenitori del Parlamento assalirono il Municipio di Mosca e la sede della televisione. Eltsin decretò lo stato di emergenza e, ristabilito l’ordine, cercò di rafforzare il suo potere varando una nuova costituzione dai tratti fortemente presidenziali. Ma l’esito delle elezioni politiche non fu favorevole alle forze riformatrici.


Per non lasciare spazio ai nazionalisti, Eltsin, contro il parere dei gruppi democratici  che lo avevano fin allora sostenuto, decise, nel ’94, un intervento militare in Cecenia. L’operazione si trasformò in un lungo e logorante conflitto. L’esito disastroso in Cecenia rivelava una profonda crisi dell’intero apparato statale e una crescente disgregazione della società civile.


Nelle elezioni del ’96 Eltsin, grazie all’appoggio dei democratici e riformatori, riuscì a prevalere su Zjuganov, che concluse un accordo con gli indipendentisti ceceni, basato sulla concessione di ampie autonomie e sul rinvio della decisione circa l’eventuale indipendenza.


I problemi più gravi venivano dall’economia, che registrava un continuo calo produttivo. Il passaggio ai privati di grandi concentrazioni industriali e finanziarie e la nascita del capitalismo avvantaggiò solo gruppi ristretti, mentre le condizioni di vita della maggioranza della popolazione peggioravano. La crisi culminò nel ’98.


Nel ’99 la Cecenia fu nuovamente invasa dalle truppe russe perché accusata di dare ospitalità a gruppi terroristici islamici. Eltsin, nel 1999, indicò come primo ministro e suo possibile successore Putin, che si impose nelle elezioni presidenziali del 2000. La sua presidenza si sarebbe caratterizzata per il tentativo di restituire efficienza allo Stato e ridare slancio all’economia.


In politica estera, si assisteva a una ripresa di iniziativa della diplomazia russa. Putin cercò di accreditarsi come partner affidabile sia sul piano strategico, sia su quello degli scambi commerciali; favorì poi un avvicinamento tra la Russia e la Nato: nel 2002, fu firmato a Pratica di Mare un accordo per la costituzione di un nuovo organismo di consultazione e collaborazione per fronteggiare i pericoli comuni del terrorismo internazionale e della proliferazione delle armi di distruzione di massa.




L’EUROPA ORIENTALE E LA CRISI JUGOSLAVA

Ovunque il passaggio all’economia di mercato si rivelò un processo lungo e costellato di disagi immediati. In Polonia le elezioni del ’91 registrarono un’esasperata frammentazione politica e le successive consultazioni del ’93 portarono al potere una coalizione dominata dagli ex comunisti. In Cecoslovacchia si svilupparono tendenze separatiste che portarono nel 1992 alla creazione di due repubbliche: una ceca, governata da partiti liberali, e una slovacca, egemonizzata dai gruppi ex comunisti.


La crisi in Jugoslavia precipitò in seguito al contrasto tra le spinte egemoniche di Miloševic` e la volontà di indipendenza di Slovenia e Croazia. Fra il ’90 e il ’91, Slovenia, Croazia e Macedonia proclamarono la propria indipendenza. Gli organi federali e i vertici militari accettarono il fatto compiuto dell’indipendenza macedone, ma reagirono duramente all’analoga iniziativa della Croazia e ne nacque una guerra.




Nel 1992 il centro del conflitto si spostò in Bosnia. Fu una guerra difficile da fermare perché combattuta senza un fronte definito e condotta all’insegna della “pulizia etnica”. Né gli sforzi di mediazione della Comunità Europea, né le iniziative dell’Onu ottennero alcun esito. Per giungere a una tregua d’armi fu necessario l’impegno diretto degli Stati Uniti, e il 21 novembre un accordo di pace fu siglato a Dayton.


Nel 1998 si ripropose il problema del Kosovo: in risposta alla protesta autonomista della popolazione di origine albanese e alla nascita di un movimento di guerriglia indipendentista, i serbi scatenarono una durissima repressione. Furono i paesi della Nato a intervenire: prima facendo pressioni su Miloševic` perché ponesse fine alla repressione e restituisse al Kosovo le autonomie di cui godeva prima dell’89; poi dando via a un’operazione militare aerea su larga scala. I serbi allora intensificarono la “pulizia etnica”, ma alla fine Miloševic`ritirò le sue truppe dal Kosovo.

Nel 2000 divenne presidente Kostunica, che cercò di reinserire il paese nella comunità internazionale. Miloševic` fu arrestato , consegnato al tribunale internazionale dell’Aja e processato per crimini contro l’umanità.


In Albania il fattore scatenante della crisi fu il fallimento di una serie di società finanziarie che avevano raccolto i risparmi di molti albanesi: ne seguì un caotico moto di ribellione e all’inizio del ’97 si assisté al collasso quasi totale della strutture statali. L’Albania fu salvata dall’intervento dell’Onu che decise di inviare nel paese un contingente di pace con il compito di favorire il ritorno all’ordine e alla normalità politica. Il presidente Berisha accettò di indire nuove elezioni che videro il successo dei socialisti.




GUERRA E PACE IN MEDIO ORIENTE

Nel ’90, il dittatore dell’Iraq Saddam Hussein già protagonista della guerra di aggressione contro l’Iran invase il confinante Emirato del Kuwait, uno dei maggiori produttori mondiali di petrolio, e ne proclamò l’annessione alla Repubblica irachena. L’invasione del Kuwait, che traeva pretesto da antiche rivendicazioni territoriali e mirava al controllo dell’intera penisola arabica, fu subito condannata dalle Nazioni Unite, che decretarono l’embargo nei confronti dell’Iraq. Inoltre gli Stati Uniti inviarono in Arabia Saudita un corpo di spedizione di oltre 400.000 uomini per difendere gli Stati arabi minacciati e premere su Saddam Hussein per costringerlo al ritiro. Alla spedizione si unirono anche alcuni Stati europei e decisivo fu l’atteggiamento dell’Unione Sovietica. Il dittatore iracheno reagì cercando di stabilire un collegamento fra l’occupazione del Kuwait e il problema dei territori palestinesi occupati da Israele. 


L’Onu approvò una risoluzione che imponeva all’Iraq di ritirarsi dal Kuwait entro il 15 gennaio, autorizzando in caso contrario l’impiego della forza. Nella notte fra il 16 e il 17 gennaio l’Onu scatenò un attacco aereo contro obiettivi militari in Iraq e nel Kuwait occupato. Saddam rispose lanciando missili con testate esplosive sulle città di Israele e dell’Arabia Saudita e minacciando il ricorso alle armi chimiche. Dopo 40 giorni scattò l’offensiva di terra contro le forze irachene, che abbandonarono il Kuwait. Bush decise allora di arrestare l’offensiva dell’Onu e, approfittando della situazione favorevole, rilanciò il processo di pace in tutta l’area mediorientale.


Grazie a Bush e al segretario di Stato americano Baker fu convocata nel ’91 a Madrid la prima sessione di una conferenza di pace sul Medio Oriente, in cui i rappresentanti del governo israeliano incontrarono delegazioni dei paesi confinanti ed esponenti palestinesi dei territori occupati.


Nelle elezioni politiche israeliane del 1992 divenne primo ministro Rabin. Nel ’93, Rabin e Peres decisero di trattare direttamente con l’Olp. Si arrivò a un primo accordo fondato sul reciproco riconoscimento e su un avvio graduale dell’autogoverno palestinese nei territori occupati, a partire dalla città di Gerico e dalla striscia di Gaza. Il 13 settembre 1993 l’accordo fu sottoscritto a Washington da Rabin e Arafat, sotto gli auspici di Clinton. Ma sul negoziato gravava il peso di numerose questioni aperte. L’attività terroristica dei gruppi integralisti si intensificò con il ricorso ad attentati suicidi.


Rabin fu ucciso a Tel Aviv il 4 novembre 1995  da un giovane estremista israeliano. Nelle elezioni politiche del 1996, vinse una coalizione di destra guidata da Netanyahu. Nel 1998 Netanyahu e Arafat firmarono negli Stati Uniti un nuovo accordo che fissava i tempi del ritiro israeliano da parte dei territori occupati in cambio di un più forte impegno dell’autorità palestinese nella repressione del terrorismo. Nelle elezioni del 1999 vinse una coalizione di centro sinistra guidata da Barak.


Nel 2000 Clinton convocò la parti per nuovi colloqui di pace a Camp David. Gli israeliani si mostrarono disposti a trattare anche su problemi mai affrontati, come quello di Gerusalemme, ma l’accordo per una pace globale e definitiva fu però mancato e, anzi, si passò una nuova situazione di scontro generalizzato.


A innescare lo scontro fu una visita compiuta da Sharon, leader della destra israeliana, alla spianata delle Moschee di Gerusalemme: una provocazione agli occhi dei palestinesi. La “seconda intifada” fu più cruenta della prima e il coinvolse Gaza, la Cisgiordania e le città israeliane.


Nelle elezioni del 2001 vinse Sharon, che alzò il livello della risposta militare e contestò l’autorità di Arafat. Il negoziato sembrò riprendere slancio nel 2003, dopo la vittoria angloamericana nella guerra contro l’Iraq.




GLI STATI UNITI E I PROBLEMI DELL’EGEMONIA MONDIALE

Nei paese dell’Occidente industrializzato, dopo il collasso dell’Unione Sovietica si diffuse un generale disagio. Negli Stati Uniti la vittoria ottenuta nei confronti dell’Urss e nello scontro armato con il nazionalismo arabo incarnato da Saddam Hussein, non si tradusse in un rafforzamento della presidenza Bush, che subì un forte calo di popolarità a causa di problemi economico-sociali lasciati aperti da oltre un decennio di amministrazioni repubblicane. Nelle elezioni del ’92 vinse il candidato democratico Clinton.


Clinton cercò di imprimere alla politica estera americana un segno più progressista e di rilanciare l’immagine degli Stati Uniti non solo come garanti degli equilibri mondiali, ma anche come difensori della democrazia in ogni parte del pianeta. Ma i maggiori successi diplomatici della presidenza Clinton produssero risultati precari.


Per ottener l’assenso di Eltsin al progetto di allargamento della Nato ad alcuni Stati dell’Est europeo, i paesi dell’Alleanza atlantica dovettero fornire alla Russia garanzie circa la rinuncia all’installazione di armi nucleari sui territori dei nuovi membri. L’accordo fu sancito nel ’97 a Parigi, dove Russia e Nato sottoscrissero un atto fondatore di nuove reciproche relazioni. Nel ’96 Clinton venne rieletto soprattuto per il netto miglioramento della situazione economica.




Dal ’96 il sistema produttivo americano si impose come principale locomotiva dell’economia mondiale e la disoccupazione diminuì. Fra il ’98 e il ’99, la posizione di Clinton fu minacciata da accuse relative alla sua vita privata, ma la sua popolarità interna non diminuì. Gli Usa divennero il centro dell’economia mondiale e restituirono al dollaro il suo ruolo di moneta forte sui mercati finanziari internazionali.


Le elezioni presidenziali del 2000 si risolsero in un pareggio tra Al gore e George Bush junior, che alla fine vinse. Bush jr seguì in politica interna una linea tendenzialmente conservatrice, e orientata, in politica estera, a una più esclusiva tutela degli interessi nazionali. Ma la strategia “neo-isolazionista” di Bush non poté attuarsi appieno: l’attentato alle Twin Towers di New York dell’11 settembre 2001 costrinse gli Stati Uniti a un impegno su scala mondiale contro il terrorismo.




VERSO L’UNITA’ EUROPEA

Nel 1992 fu firmato nella città olandese di Maastricht un trattato che trasformava la Cee in Unione Europea. Il trattato di Unione prevedeva l’attuazione del mercato unico e una serie di interventi volti ad armonizzare le legislazioni dei paesi membri in molte importanti materie. I firmatari si impegnavano inoltre a realizzare entro il ’99 il progetto di una moneta comune e di una Banca centrale europea. Si stabiliva infine l’adeguamento a una serie di parametri comuni (criteri di convergenza) che avrebbero dovuto garantire la solidità della nuova moneta e la credibilità finanziaria dell’Unione.


All’inizio ci furono numerose difficoltà: nel ’93 Gran Bretagna e Italia furono costrette a svalutare le loro monete e lo stesso sistema di cambi fissi attuato con lo Sme fu messo a dura prova. In realtà la cura di austerità finanziaria imposta dal trattato di Maastricht non fece che mettere a nudo alcuni criteri distortivi che da tempo affliggevano le economie del vecchio continente e le rendevano poco competitive nel confronto con le più dinamiche realtà del Nord America o dell’Oriente.


Nel 1998 l’Unione monetaria europea (Ume) venne inaugurata ufficialmente con la partecipazione di undici Stati: restatrono fuori Grecia, Gran Bretagna, Danimarca e Sa. Venne inoltre istituita la Banca centrale europea (Bce) e si fissò al 1° gennaio 1999 l’entrata in vigore degli scambi finanziari della moneta unica.


Il dibattito sui modi e sui tempi di realizzazione del progetto di moneta unica finì inevitabilmente col dominare la scena politica e col condizionare le scelte di governi e forze politiche. La diffusa vittoria delle sinistre sembrò un’implicita protesta contro un’applicazione giudicata troppo rigida delle regole stabilite a Maastricht.


I governi e i cittadini europei si trovarono ad affrontare problemi in larga misura comuni, primo fra tutti quello dell’immigrazione. Infatti gli accordi di Schengen sulla libera circolazione delle persone trasformarono l’area dell’Unione in uno spazio aperto in cui era possibile muoversi senza controlli di frontiera.


Richieste di associazione all’Unione furono avanzate da tutti gli Stati dell’Europa ex comunista. I negoziati per l’adesione iniziarono nel luglio 1997 e fu deciso l’ingresso di dieci Stati dal maggio 2004, estendo così l’Unione a 25 membri.


Nel 2001, allo scopo di riformare l’Unione, i paesi membri decisero di dar vita a una Convenzione, composta da parlamentari e rappresentati dei governi, con il compito di redigere una carta costituzionale della Ue. Questo organismo presentò nel giugno 2003 un progetto di costituzione con un elenco dei principi generali dell’Unione e uno schema di riforma delle istituzioni comunitarie.





L’AMERICA LATINA: STABILIZZAZIONE E CRISI

Nel 1992 Stati Uniti, Canada e Messico firmarono un accordo di libero scambio (Nafta: North American Free Trade Agreement). Nel 1991 Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay avevano dato vita a un spazio commerciale comune, il Mercosur.


In Messico, la spinta verso l’integrazione e lo sviluppo era frenato dalla cronica instabilità delle economie. Nel ’94-’95 fu colpito da una grave crisi finanziaria e dalla nascita di un movimento di guerriglia detto zapatista.


Una nuova crisi colpì i maggiori paesi del Sud America nel 1998, causata dall’attenuarsi delle misure di austerità, dal ritorno a politiche di spesa facile e dalle difficoltà del sistema finanziario internazionale. Mentre il Brasile riuscì a superare il momento difficile, l’Argentina precipitò in una gravissima crisi finanziaria. Ma la crisi economica dell’America Latina non compromise la tenuta delle istituzioni rappresentative e la tendenza alla stabilizzazione democratica si consolidò. 




IL DRAMMA DELL’AFRICA

In Sud Africa si concluse la lunga stagione dell’apartheid. Alla fine degli anni ’80, il primo ministro Klerk cominciò a smantellare il regime di discriminazione razziale e aprì negoziati con Mandela, leader del movimento antisegregazionista (Anc). Nel maggio ’94 si svolsero pacificamente le prime elezioni a suffragio universale, vinte dall’Anc, e Mandela divenne capo dello Stato. Il nuovo Sud Africa riuscì a superare i problemi di convivenza e a mantenere la sua unità e le sue istituzioni rappresentative, affermandosi come principale potenza dell’Africa nera. Fra i conflitti che trovarono soluzione vi erano quello in Mozambico e quello che per decenni aveva opposto gli indipendentisti eritrei allo Stato etiopico.


Abbattuta nel ’91 la dittatura di Barre, la Somalia divenne teatro di una spietata guerra   fra clan e bande rivali causando una vera e propria guerra civile. Le Nazioni Unite decisero, alla fine del ’92, l’invio di un forte contingente multinazionale, e gli Stati Uniti fecero sbarcare proprie truppe a Mogadiscio. La missione avrebbe dovuto soccorrere la popolazione con viveri e attrezzature mediche e pacificare il paese mediante il disarmo delle fazioni e il ristabilimento di un governo centrale. Ma questo si rivelò più difficile del previsto e la missione di pace si concluse all’inizio del ’95 senza aver raggiunto i suoi obiettivi e solo nel ’96-’97 l’autorità statale fu avviata.




Fra il 1994 e il 1996 il piccolo Stato del Ruanda fu teatro di una crudelissima guerra fra le etnie degli hutu e dei tutsi, che si ripercosse anche sulla situazione dello Zaire, dove erano presenti forti gruppi di entrambe le etnie. Nel 1997, un combattente delle lotte per l’indipendenza, Kabila, conquistò la capitale dello Zaire, che riassunse il nome di Repubblica del Congo. La vittoria di Kabila, non riportò la pace nel paese, anzi, lo scontro coinvolse anche i paesi vicini, e non si concluse del tutto nemmeno dopo il raggiungimento, nel 1999, di un accordo provvisorio che apriva la strada al ritiro delle truppe straniere e all’intervento dell’Onu.




20. 10 IL RUOLO DELL’ASIA

Fra l’85 e il ’95, quasi tutti i paesi asiatici fecero registrare tassi di crescita annua del prodotto interno largamente superiori a quelli dell’Occidente industrializzato. L’eccezione era costituita dal Giappone, la cui economia subì una battuta d’arresto a metà degli anni ’90, per poi cadere a partire dagli anni ’98-’99, in una vera e propria recessione, determinata dalle difficoltà del sistema bancario a cui si aggiungeva l’instabilità politica. Una svolta si ebbe nel 2001 con la nomina a primo ministro di Koizumi. Tuttavia il Giappone mantenne la sua posizione di seconda potenza mondiale.


In Cina, gli eredi di Xiaoping, non deviarono dalla linea da lui tracciata che consisteva nel lasciare ampio spazio all’iniziativa privata pur nel quadro di uno stretto controllo statale e all’interno di uno stretto regime autoritario e monopartitico. Nel ’97 la Cina ristabilì la propria sovranità sull’antica colonia inglese di Hong Kong e nel ’99 su Macao. Le potenze occidentali assecondarono l’evoluzione della Cina.


In tutta l’Asia lo sviluppo economico non si accomnò a un significativo progresso della democrazia. L’eccezione più rilevante era costituita dall’India. Più travagliate erano le vicende del vicino Pakistan, dove da tempo governi regolarmente eletti si alternavano a regimi militari. Nel 1998 anche l’Indonesia avviò un processo di democratizzazione. Nelle Filippine, dove la maggioranza cattolica era costretta a fronteggiare la guerriglia separatista di alcuni gruppi islamici, la caduta del dittatore Marcos, non valse a dare stabilità alla democrazia.


Una grave crisi finanziaria fra il ’97 e il ’98 colpì tutti i principali protagonisti del boom degli anni precedenti. Originata da un eccesso di produzione, la crisi fu tamponata grazie all’intervento delle autorità monetarie internazionali.




L’INTEGRALISMO ISLAMICO

Fra il ’96 e il ’97, gruppi fondamentalisti detti talebani (studenti delle scuole coraniche), assunsero il controllo di buona parte dell’Afghanistan imponendovi un regime di duro e intollerante oscurantismo, basato su una rigida interpretazione della legge islamica: vittime principali furono le donne. La presenza integralista si sentì anche in Stati governati da gruppi dirigenti di matrice nazionalista e laica, come l’Egitto e la Turchia.


In Algeria le prime elezioni libere del dopo indipendenza del 1992, videro la vittoria al primo turno degli integralisti del Fis. Il governo annullò allora le elezioni scatenando la reazione dei gruppi islamici, che assunse tratti di particolare ferocia. Così il problema dell’integralismo islamico esplose ben al di là dei confini dei singoli paesi, profilandosi come un’emergenza internazionale.




TERRORISMO E CRISI INTERNAZIONALE

La mattina dell’11 settembre 2001 due aerei di linea americani si schiantarono contro le Twin Towers. Un altro aereo si abbatté a Washington sul Pentagono. Tutti gli apparecchi erano stati sequestrati da commandos suicidi e guidati sul bersaglio dagli stessi dirottatori. Un quarto aereo, forse diretto verso la Casa Bianca, precipitò in Pennsylvania dopo una violenta colluttazione fra i dirottatori e alcuni passeggeri. I kamikaze erano tutti provenienti da paesi arabi: di alcuni di loro si accertò l’appartenenza a un’organizzazione terroristica, detta Al Qaeda, che aveva la sua principale base operativa nell’Afghanistan dei talebani e si ispirava all’integralismo islamico. A guidarla era un miliardario saudita, Osama bin Laden.


Con l’attentato, che provocò migliaia di vittime, gli Stati Uniti avevano subito per la prima volta un vero e proprio attacco sul loro territorio. L’intero occidente scopriva la propria vulnerabilità di fronte all’offensiva di un nemico che non si identificava con un singolo Stato, ma agiva all’interno di società aperte e multietniche. La prospettiva di uno scontro di civiltà sembrava farsi più concreta.


Il presidente Bush jr si preoccupò innanzitutto di predisporre le condizioni politiche per un’azione militare adeguata. L’obiettivo primario era l’Afghanistan, che ospitava il presunto capo dei terroristi ed era diventato il riferimento di tutti i gruppi integralisti. Assicuratosi l’appoggio degli alleati della Nato e delle potenze ex avversarie, la diplomazia statunitense si impegno sul fronte dei paesi musulmani per isolare i regimi più estremisti e rinsaldare i rapporti con gli Stati moderati. L’operazione sostanzialmente riuscì e il presumibile obiettivo di Osama bin Laden, sollevare le masse arabe contro i regimi moderati in nome della fede islamica e dell’antiamericanismo, fallì.


Il 7 ottobre ebbero inizio le operazioni militari contro l’Afghanistan, che videro coinvolti, oltre agli americani, anche reparti britannici e quelli di altri paesi della Nato, fra cui l’Italia. L’impegno degli Usa e dei loro alleati si limitò ai bombardamenti aerei, mentre il grosso dell’offensiva di terra fu affidato ai combattenti delle fazioni afgane avverse ai talebani. Kabul fu occupata il 13 novembre e il 7dicembre cadde Kandahar, mentre il mullah Omar e Osama bin Laden, la cui cattura costituiva l’obiettivo ufficiale e primario dell’azione militare, riuscivano a far perdere le loro tracce. Un nuovo governo, presieduto da Hamid Karzai, fu insediato a Kabul il 22 dicembre. La fine del regime dei talebani rappresentò un successo per l’alleanza a guida americana.




20. 13 LA GUERRA ALL’IRAQ

Gli Stati Uniti volsero allora la loro attenzione all’Iraq di Saddam Hussein, accusato di fiancheggiare il terrorismo internazionale e di nascondere armi di distruzione di massa. Dopo un infruttuoso negoziato fra Onu e Iraq, Stati Uniti e Gran Bretagna cominciarono a preparare un’operazione militare contro l’Iraq. A questo punto la comunità internazionale si divise in due schieramenti: da una parte Stati Uniti e Gran Bretagna, convinte della necessità di un’azione urgente per impedire al dittatore iracheno di sviluppare i suoi programmi di riarmo, dall’altra Francia, Germania, Russia, Cina e Stati Arabi, contrari all’uso immediato della forza e propensi a concedere maggior tempo per trovare una soluzione diplomatica. Il 18 marzo 2003, Stati Uniti e Gran Bretagna lanciarono un ultimatum a Saddam Hussein: se non avesse lasciato il paese entro 48 ore, avrebbero sferrato un attacco militare.


Il 20 marzo i primi missili statunitensi colpirono Baghdad. Nei giorni seguenti le truppe anglo-americane cominciarono ad avanzare in Iraq dalla frontiera meridionale. Il 9 aprile i marines americani conquistarono la capitale e, pochi giorni dopo, anche le città principali del Nord del paese. Saddam Hussein fuggì e il regime si sfaldò. Soltanto alcuni giorni dopo le truppe anglo-americane riuscirono a riportare un po’ di ordine nel paese. Furono arrestati alcuni ministri e stretti collaboratori del dittatore. Con il consenso dell’Onu, il paese fu posto sotto il controllo di un amministratore statunitense incaricato di costituire un governo provvisorio, primo passo verso un ordinamento democratico.






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