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TESINA DI STORIA - Gli Stati Uniti e il mondo nei rapporti economici e nelle strategie politiche

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TESINA DI STORIA



Gli Stati Uniti e il mondo

nei rapporti economici e

nelle strategie politiche
























Tipo di cui pubblico a cui la tesina si rivolge


L’importanza degli argomenti trattati e l’ampiezza e particolarità cui la tesina fa riferimento sono tali da permettere di rivolgersi ad un pubblico molto ampio.

Nella trattazione del cinquantennio politico più denso di avvenimenti quale fu quello che partì dal secondo dopoguerra fino ad arrivare ai primi anni Novanta risveglia infatti in molti l’interesse per la storia.

In queste ine la storia è trattata soprattutto come stretto intreccio tra politica ed economia che ha avuto spesso risvolti molto particolari come la guerra fredda o le strategie militari e politiche di due superpotenze quali Stati Uniti e Russia.

La tesi è rivolta soprattutto agli appassionati di storia, agli studenti e a coloro i quali studiano le relazioni politiche ed economiche fra gli Stati.

Dal rapporto anche militare fra gli Stati si può oggi stabilire una evoluzione storica che, nel corso di decenni di alternate vicende più o meno militare ma di sicuro carattere strategico e politico, ha visto le due superpotenze avvicinarsi, dopo un breve periodo di pace forzata.

La comprensione degli argomenti esposti nella tesi dovrebbero rendere il lettore capace di interpretare il ruolo degli Stati Uniti nel mondo e di poterne trarre un giudizio critico personale.

Nell’esposizione dei fatti, trattati nella maniera più sintetica, comprensibile e comunicativa possibile, ho cercato di non influire lo scritto con i miei giudizi affinchè la storia sia giudicata da tutti in maniera autonoma.

La curiosità e l’interesse che poi, spero, dovessero scaturirsi nel lettore dovrebbero portarlo a trarne conclusioni personali, sulla storia recente e moderna fino ad una più obiettiva comprensione dei fatti odierni.

Un altro proposito non trascurabile è quello, con l’analisi di fatti storici del recente passato, di ravvivare memoria - I processi di memorizzazione dall’acquisizione al richiamo - Studi comparati" class="text">la memoria storica non solo di noi giovani ma anche di chi, molto spesso dimentica fatti di notevole importanza che influenzano la nostra vita quotidiana.

In un epoca in cui la memoria storica si sta via via sbiadendo di fronte ad interessi frivoli o peggio ancora economici, spero vivamente che chi affronti queste ine possa, almeno per un momento, ripensare al nostro immediato passato.












Presentazione dell’argomento


Il tema principale della tesina è quello di affrontare quelli che, ad oggi, sono due fra le potenze più grandi e storicamente rivali.

La guerra fredda è stato solo il culmine finale del rapporto che aveva portato i due Stati ad appoggiare più o meno direttamente numerosi conflitti anche in epoca recente (Afghanistan e Cecenia ma se ne potrebbero citare molte altre).

I due ex “blocchi” , come sono stati più volte definiti, hanno cominciato a sfidarsi politicamente e a colpi di controspionaggio sin dall’inizio della spartizione tedesca che fissava il limite tra l’occidente industriale e il comunismo russo e cinese.

L’economia mondiale di quei tempi e le alleanze politiche avevano seguito in una rigida scacchiera le fazioni fino ad esplodere con il maccartismo americano, un vero e proprio Sant’Uffizio politico pronto a inquisire e a mettere sul “rogo” gli odiati filocomunisti.

L’alternanza delle vicende e delle sorti dei due paesi sembra con i recenti sviluppi essersi appianata: l’ingresso russo nella NATO e l’occidentalizzazione della Federazione Russa, con scambi commerciali che cominciano a crescere con l’Ue

sembrano aver portato la Russia alla caduta del rigido orgoglio e degli ideali  comunisti.

























Il ruolo degli Stati Uniti nel secondo dopoguerra


Usciti vincitori dal secondo conflitto mondiale, il più terribile degli ultimi settant’anni, gli States erano sicuramente stanchi e provati, ma per nulla indeboliti.

L’aver combattuto fuori dei propri confini un conflitto così lungo non avevano intaccato i propri territori e le proprie città, pur sacrificando uomini e danaro negli investimenti militari.

L’economia, se non si era indebolita, era diventata invece più forte e importante nell’ambito mondiale, permettendo agli Usa di muoversi con una certa disponibilità di liquidi nei confronti dei paesi del Vecchio Continente i quali, Inghilterra a parte, avevano subito la distruzione e la prostrazione economica del tiranno tedesco Hitler.

Nei paesi europei il problema era che, le poche fabbriche ancora in piedi erano destinate quasi tutte alla produzione di ordigni e armi da impiegare al fronte, lasciandone consci i proprietari che, dopo la conclusione del conflitto la riconversione sarebbe stata molto difficile.

Mentre negli Stati Uniti lo standard di vita si stava rapidamente alzando, nell’Europa post bellica c’era necessità delle cose più essenziali: cibo, vestiti e case.

Dopo aver trattato al tavolo dei vincitori, gli States ebbero il compito di risollevare le sorti del Vecchio Continente con un piano che, sotto l’aspetto politico ed economico, assicurava e legava a sé i paesi aiutati.

Il piano Marshall (1948 al 1957) era infatti un processo con il quale gli Usa miravano ad ottenere alleati e consensi per mezzo di concreti aiuti non solo in danaro, ma anche in mezzi di sostentamento, soprattutto alimentari.

E’ così che vennero concessi innumerevoli prestiti a Stati e privati con tassi d’interesse bassissimi o addirittura a fondo perduto con una grande influenza anche tecnologica e l’introduzione di macchine e tecniche di produzione fino ad allora sconosciute in Europa.

Questo creò, di fatto una resistenza, almeno economica ed ideologica nei confronti della Russia: il piano Marshall si era realizzato, ponendo fine alle ambizioni russe di conquista.

E’ in quegli anni l’imposizione russa che costrinse la Polonia a rifiutare l’aiuto americano determinando così la zona di influenza dei due Paesi, che cogli anni si definirà meglio fino a costituire la cosiddetta “ cortina di ferro” che tagliava l’Europa dal Baltico a Trieste.











La guerra fredda


La guerra fredda è un fenomeno politico e militare che ha coinvolto Usa e Urss alla fine del secondo conflitto mondiale.

Negli anni dell’immediato dopoguerra infatti, la corsa agli armamenti e le guerre definite “ su commissione” non sono tutt’oggi ufficialmente conteggiate.

Gli alleati dei due paesi che ricevevano aiuti o armi, dovevano in cambio combattere la fazione appoggiata dall’altro stato.

Le origini di questi malumori sono da far risalire quando, nel 1945 Stalin, Roosvelt e Churchill seduti al tavolo dei paesi vincitori si spartirono di fatto i territori.

La questione delicata era a che governo fosse destinata la Polonia: se filoccidentale o filocomunista, provocando scontri politici e prese di posizioni fra americani e russi. Alla fine della sua carriera, nel discorso di chiusura nel 1946, Churchill denuncia la presenza di una “cortina di ferro” che ha la funzione di tenere la disinformazione le capitali centro orientali dell’Europa, aggiungendo anche l’opinione che la pace stabile e l’Europa libera non potevano essere garantiti a causa del crescente strapotere russo sul Vecchio Continente.

In risposta a questo, Stalin paragona Churchill a Hitler, è lo scontro.

Le tensioni cominciarono a crescere proprio in quell’anno, dopo che la Russia costruì la sua prima bomba atomica dando fine al monopolio del potenziale nucleare degli Stati Uniti.

Negli States e nell’occidente europeo questo fatto provocò numerosi scontri ideologici e politici con la creazione di numerose fazioni interne a sostegno del sistema comunista russo e delle sue proposte sulla gestione statale collettivizzata.

La corsa agli armamenti portò, nel giro di pochi anni, ad un aumento spaventoso delle potenzialità distruttive dei due schieramenti,  provocando seria preoccupazione nel resto del mondo che aveva visto ad Hiroshima e Nagasaki gli effetti di quei terribili ordigni bellici.

Gli Stati Uniti arrivarono ad appoggiare, per paura di un aumento di influenza del blocco russo in Europa e di un possibile sbocco sul mar Mediterraneo, il governo greco che stava in quegli anni combattendo il fronte interno.

Contro gli accordi del patto stipulato dalle potenze vincitrici infatti, la Grecia è considerata zona fuori dall’influenza russa e comunista.

I giochi si concludono quando Stalin rompe ogni rapporto con Tito, spianando la strada all’intervento americano che garantisce alla Grecia un posto fra i paesi occidentali.

Da notare anche il gioco che costò la vita a miglia di persone e che vide la collaborazione e il tradimento di numerose persone, lo spionaggio.

E’ con lo spionaggio infatti che meglio si può apprezzare lo scontro fra i due paesi: soprattutto sul suolo europeo operavano dalla fine del secondo conflitto mondiale, spie americane e russe, che molto spesso si vendevano al miglior paese offerente, causando ancora più scompiglio e squilibrio nella lotta fra i due blocchi.



Gli alti luoghi di scontro fra i blocchi

Oltre allo scontro che si era palesato nel cuore dell’Europa, anche nel resto del Mondo i due blocchi sembrano trovare innumerevoli luoghi su cui confrontarsi, facendo uso di altri conflitti per avere un’altra occasione di combattersi.


Guerra di Corea


Nella guerra di Corea scoppiata nel 1950 con l’intento di liberare e rendere indipendente il Paese, presto gli intenti si trasformeranno soprattutto in una sfida fra il Nord appoggiato dalla Russia e il Sud dagli americani.

Mentre il sud elegge nel 1948 il proprio presidente, Kim Il Sung, le truppe dei due blocchi si ritirano, lasciando il paese.

Nel 1949 però, grazie ad una massiccia proanda il Nord e il Sud della Corea cominciano a rendere i loro rapporti molto fragili sul piano diplomatico, covando rancori l’un l’altro.

Il Paese, per iniziativa della parte Nord, tenta così la riunificazione, interpretata dagli Alleati come una testimonianza dell’influsso politico e militare della Russia e della Cina.

La reazione americana è immediata: Truman ordina al generale Mac Arthur di spedire armi e munizioni per l’aiuto militare senza mediazione politica alla Corea del Sud; i nordcoreani però hanno già marciato su Seul il 29 giugno.

Al Consiglio di Sicurezza dell’ONU si è nel frattempo votato, il 28, (senza i due paesi a regime comunista, Jugoslavia e Russia) che le truppe del Nord, al fine di evitare il conflitto e la compromissione della pace nel mondo e nella Corea debbano ritirarsi entro il 38° parallelo.

In quel mentre Truman viene informato del parere di Mac Arthur ovvero che le truppe sudcoreane possono solo soccombere davanti alla superiorità dell’esercito nordista.

E’ così che il 30 giugno le truppe americane entrano in azione sotto la guida, sul campo, del generale: sono però mal organizzate e senza morale, costrette a combattere in un paese che non è il loro e vengono spinte più a sud delle posizioni da cui avevano cominciato ad operare.

Come se non bastasse, dopo aver oltrepassato ad ottobre il 38° parallelo ecco che dalla Cina giungono i rinforzi per l’esercito nordcoreano che, da quel momento in poi conterà costantemente oltre 200000 effettivi tra le proprie forze armate.

Il 14 ottobre del 1951, i nordcoreani riprendono Seul.

Ed è in questo periodo che cominciano gli scontri fra Mac Arthur e Truman.

Il generale sostiene che, dopo l’ingresso in guerra dei cinesi, bisogna cominciare ad operare anche all’interno dei territori del paese alleato ai nordcoreani; Truman, contrario a questa politica sostituisce Mac Arthur con Ridgway, il quale ha arrestato la massiccia offensiva dei cinesi e nordcoreani.

A giugno dello stesso anno, dopo decine di migliaia di vittime, si comincia la negoziazione per un armistizio.

Le trattative attorno ad un tavolo di pace cominciarono già nella metà del 1951 ma durarono oltre due anni, mentre nei territori si continuava a combattere cruemente.



La difficile negoziazione sarà caratterizzata da numerose difficoltà e disaccordi soprattutto riguardo allo scambio e al rimpatrio dei prigionieri considerato clausola fondamentale e determinante affinchè questa riguardi la totalità dei detenuti.

La situazione, in un primo momento aggravata dalla cocciutaggine dei sudcoreani che volevano proseguire la guerra fino alla conquista del nord, si distende dopo la morte di Stalin.

Dopo due anni e oltre 400 incontri a tavoli diplomatici per trattare la resa è nel 27 luglio del 1953 che si risolvono gli scontri con l’imposizione del cessate il fuoco dopo la morte di quasi 2 milioni di persone.


Guerra del Vietnam


Con la divisione e la cessione degli stati coloniali, clausola successiva alle trattative della seconda guerra mondiale, in Indocina, smembrata in Laos, Cambogia e Vietnam gli Stati Uniti trovarono altro terreno di scontro con il governo cinese e russo.

Nel 1954 la situazione in Vietnam era molto tesa: il Vietnam del Nord, dal regime comunista appoggiato da russi e cinesi era infatti vicino al conflitto con il Sud, retto da un regime dittatoriale appoggiato dagli americani.

La guerriglia che coinvolse dal ’57 al ‘59 i Vietcong contro la dittatura attuata nel Sud, costrinse gli Stati Uniti all’intervento nella guerra civile.

Nel ’61 sotto la presidenza e l’approvazione del presidente J.F. Kennedy, oltre mezzo milione di soldati furono inviati nell’arco di un anno sui luoghi degli scontri.

Durante il mandato di Richard Nixon il coinvolgimento militare americano aumentò notevolmente, estendendo le proprie operazioni alla Cambogia nel 1970 e al Laos nel 1972.

L’opinione pubblica sempre più difficile da gestire sul fronte interno costrinse il presidente ad accelerare le trattative avviate da anni.

La guerra fu lunga, logorante e ricca di vittime e durò fino al 1974 anno in cui la massiccia offensiva comunista costrinse al ritiro frettoloso gli Usa che lasciarono sul campo oltre a migliaia di morti propri e fra i vietnamiti anche prigionieri e dispersi .


La crisi di Cuba


In seguito alla rivoluzione cubana, risoltasi con l’imposizione di un modello comunista guidato da Che Guevara e Fidel Castro, gli Stati Uniti si erano trovati alle porte il temuto e odiato sistema di gestione politica.

Cuba era infatti diventata oggetto di un embargo imposto dagli USA all’isola sudamericana, embargo dichiarato nel 1962 da Kennedy, navale.

La situazione però era molto grave e i dirigenti rivoluzionari, dichiarata la repubblica socialista nel ’61 erano alle prese con urgenti questioni interne: medicinali, prodotti di prima necessità e fabbriche erano carenti di prodotti finiti e di materie prime.

L’embargo statunitense aveva creato seri grattacapi ai rivoluzionari i quali avevano assistito ad un rapido allargamento della restrizione con l’allargamento dell’ “invito” da parte americana a non commerciare e inviare a Cuba ai paesi con cui gli stessi Usa erano in relazione economica.

L’aiuto russo, che già aveva soccorso nell’immediato post rivoluzione l’isola di Cuba, fu pronto e politicamente molto intelligente.

I russi, facendo leva sull’altro tentativo americano di sbarco sull’isola (nel ’61 nella Baia dei Porci) convincono i dirigenti cubani all’installazione di difesa di missili terra terra a media- lunga gittata, ricambiandoli con aiuti.

Il periodo noto come “crisi dei missili” dal 16 al 21 ottobre si risolse in una maniera insperata e, tuttavia, vantaggiosa per i russi dopo aver fatto tremare il mondo davanti alla possibilità di un altro conflitto nucleare.

La strategia ha successo e costringe Kennedy a sottoscrivere, oltre di non sbarcare sull’isola cubana considerata territorio russo e come tale difesa, un patto che garantisce ai russi anche lo smantellamento di alcune basi europee che avevano i missili puntate sui propri territori.

Cuba così rimane intrappolata nei giochi geopolitici dei due blocchi: questa risoluzione servirà da lezione ai rivoluzionari che, in futuro, avranno seri dubbi sull’appoggio russo.


La questione israeliana

Dopo la seconda guerra mondiale, in conseguenza delle atroci persecuzioni naziste, l’immigrazione degli ebrei sopravvissuti al genocidio si fece più intensa, determinando la crescente ostilità dei palestinesi che dal 1947 condussero contro i nuovi venuti una vera e propria guerriglia.

I trattati della seconda guerra mondiale avevano infatti stabilito la creazione di uno stato israeliano, non prevedendo però le conseguenze che questo avrebbe avuto sui popoli confinanti.

Nel maggio del 1948 gli inglesi, impotenti a sedare le continue tensioni locali, si ritirarono dalla Palestina, e gli ebrei, in esecuzione di un deliberato dell’ONU del 29 novembre 1947, costituirono la Repubblica d’Israele.

Immediatamente aggrediti dagli Stati Arabi confinanti, guidati dall’Egitto, gli israeliani respinsero l’attacco e riuscirono ad ampliare i propri confini; ma gli armistizi firmati nel 1949 non aprirono affatto un periodo di pace, perché il problema dei palestinesi rimase di fatto irrisolto.

La sconfitta subita dall’Egitto nella guerra del 1948 contro Israele determinò la crisi irreversibile del regime corrotto, inefficiente e infeudato agli Inglesi che faceva capo al re Faruk.

Nel luglio del 1952, infatti, un gruppo di militari, facendosi interprete del crescente malcontento nazionale, depose il sovrano e proclamò la repubblica, guidata dall’ex colonnello Gamal Abd-al Nasser.

Deciso a salvaguardare la piena indipendenza dell’Egitto, Nasser concluse con l’Inghilterra un accordo con il quale gli Inglesi si impegnavano a sgombrare il Canale di Suez, a patto che l’Egitto invocasse il loro aiuto qualora fosse minacciato da un’aggressione militare esterna. In forma molto attenuata, l’Inghilterra mirava in questo modo a conservare una specie di protettorato e di legame non solo militare, ma anche economico e politico, sull’Egitto.

Non così la intendeva Nasser, che procedette ben presto alla nazionalizzazione del Canale, rifiutando ogni soluzione di compromesso rompendo i rapporti diplomatici britannici e francesi.

Ne seguì, su istigazione inglese e francese, l’aggressione di Israele all’Egitto il 29 ottobre 1956, e l’Inghilterra e la Francia colsero l’occasione per muovere guerra all’Egitto, giustificando il loro intervento come rivolto a imporre la cessazione delle ostilità fra i belligeranti.

La pressione convergente degli Stati Uniti e della Russia costrinsero immediatamente Francia, Inghilterra e Israele a interrompere le operazioni militari il 6 novembre 1956 e sgomberare il territorio dell’Egitto.

La convergenza russo- americana in favore dell’Egitto fu naturalmente temporanea e casuale, infatti, subito dopo la guerra del 1956, gli Stati Uniti strinsero vincoli sempre più stretti con Israele, e l’Unione Sovietica con l’Egitto, quasi scongiurando le loro manifeste intenzioni di riportare pace nel Medio Oriente.

Nel maggio del 1967, Nasser, forte degli aiuti militari ricevuti dall’Unione Sovietica, pensò fosse giunto il momento opportuno di attaccare Israele e fece bloccare il Golfo di Aqabah attraverso il quale passava buona parte dei rifornimenti israeliani.

Israele però rispose fulmineamente attaccando di sorpresa l’Egitto, la Giordania e la Siria, ed estese le proprie frontiere sino al Canale di Suez, al Giordano e alle alture di Golan.

La guerra durò solo dal 5 al 11 giugno del 1967, e appunto per questo fu detta “Guerra dei sei giorni”.

Yasser Arafat riunì intanto bande armate al solo scopo di compiere azioni anche contro la popolazioni civile, la tregua che seguì alla guerra dei sei giorni fu insanguinata dalle azioni terroristiche palestinesi e dalle violente rappresaglie israeliane.

Nel 1970, morto Nasser, gli succedette come presidente della Repubblica egiziana Anwar el Sadat che il 6 ottobre 1973, nel giorno del Kippur (solenne festività religiosa ebraica), d’intesa con la Siria attaccò improvvisamente Israele.

L’offensiva fu bloccata e respinta, ma costò agli Israeliani gravi perdite di vite umane e di materiale, infranse il mito della loro invincibilità e li indusse a considerare con maggior attenzione la possibilità di accordi con i paesi arabi, o almeno con l’Egitto.

Questo nuovo atteggiamento favoriva i disegni strategici degli Stati Uniti, verso i quali lo stesso Sadat, espulsi dall’Egitto i consiglieri sovietici, si andava orientando. Washington, pur non recedendo dall’alleanza con Israele, intendeva allargare le proprie possibilità di controllo sul Medio Oriente attirando nella sua orbita anche l’Egitto.

Negli anni che seguirono la Guerra del Kippur, Egitto e Israele, dietro le pressioni statunitensi, si andarono progressivamente accostando, sino a giungere, nel settembre 1978, agli accordi di Camp David, tra Sadat e il primo ministro israeliano Begin, con la mediazione del presidente americano sectiuner. L’Egitto ottenne la restituzione del Sinai e stipulò con Israele un trattato di pace nel marzo del ’79.

Gli accordi di Camp David prevedevano ulteriori negoziati, i quali non furono mai avviati.

L’ostacolo principale, infatti, veniva ora dagli Stati Arabi e dall’OLP, traditi dall’Egitto ed indisposti a qualsiasi negoziato col “nemico storico”.


La questione tedesca

La questione che preoccupò i politici seduti al tavolo delle trattative dopo la conclusione del secondo conflitto mondiale era uno e molto semplice: impedire alla Germania di risorgere dalle proprie rovine, limitarla sul piano politico ed economico affinchè le sue influenze non turbassero l’equilibrio mondiale.

Dopo le atrocità del conflitto e la guerra lunga e logorante sia per l’asse Roma- Berlino che per gli Alleati, l’unico desiderio era che non si riproponessero agli occhi del mondo partiti fondati sul mito e sulle ideologie di Mussolini e Hitler, che potessero provocarne le stesse conseguenze.

Con queste motivazioni di base, al tavolo delle trattative, la Germania fu divisa fra russi, inglesi, francesi e americani che cominciarono con le rispettive politiche di ristrutturazione i lavori di ripristino dopo la guerra, sulle macerie del nazionalsocialismo.

Gli americani, vedendo la Germania come territorio strategico e come base per combattere il comunismo e quindi la Russia, cominciarono ad ottenere il consenso dei cittadini tedeschi prima fornendo loro aiuti base e poi, attraverso l’attuazione del piano Marshall, aiuti economici e prestiti a fondo perduto o comunque ad interessi bassissimi.

La Germania diventava così il terreno della guerra fredda; i russi, già scontenti di confinare con i capitalisti americani cominciarono ad infastidirsi ulteriormente quando il piano Marshall entrò in azione, presagendo forse altri terreni di scontro.

La tensione ebbe luogo di trovare sfogo già quando il piano Marshall venne proposto anche a Cecoslovacchia e Polonia: Stalin, avvertito il tentativo di intrusione e influenza americana all’interno del blocco, impone il rifiuto dell’aiuto ai governi di Praga e Varsavia.

Ancora, nel 1948 la crisi si fa più grave Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia decidevano di unificare economicamente le loro parti e di dotarle di una moneta unica, il marco.

Poco dopo lo smembramento dell'amministrazione della Germania da parte delle quattro potenze, anche la gestione congiunta di Berlino terminò. Sostenendo che la città aveva perso il suo status di capitale della Germania unita e avrebbe dovuto pertanto essere incorporata nella zona sovietica, l'URSS tentò di costringere le potenze occidentali a lasciare i loro rispettivi settori, bloccando le vie d'accesso terrestri che conducevano ai settori occidentali di Berlino.

Gli americani a questo punto costituirono il ponte aereo più imponente che la storia dell’aviazione ricordi, rifornendo la Germania dell’est di generi di prima necessità e conforto.

I sovietici non fecero nulla in risposta a questo gesto, consci che ad una reazione, gli Stati Uniti avrebbero reagito militarmente.

Nel maggio del 1949, dopo dieci mesi dall’attuazione, Stalin tolse il blocco alla città.

La tensione giunta al culmine in più occasioni aveva però dimostrato che, da ambo le parti non c’era l’intenzione, a pochi anni dalla conclusione di quello mondiale, di giungere alla lotta armata.

Conseguenza di questa crisi fu però la divisione della Germania; nacquero così la Repubblica Federale Tedesca (RFT), il 23 Maggio 1949 che beneficiò direttamente del piano Marshall.

Alla mossa americana rispose pochi mesi più tardi Stalin, il 7 Ottobre 1949 nella Germania orientale sotto l’occupazione sovietica si costituì la Repubblica democratica  Tedesca RDT.

Berlino Ovest grazie agli aiuti della Germania  Federale e degli USA era divenuta in breve tempo una città ricca, la Germania Federale era diventata la più forte potenza Europea, all’opposto Berlino Est era diventata povera.

Il rapporto fra Berlino est e Berlino Ovest, così vicine da renderne palesi a tutti le differenze, faceva apparire il comunismo come perdente nei confronti del capitalismo americano, innervosendo i dirigenti comunisti di Mosca.

Berlino Ovest nel frattempo era diventata la principale porta per uscire dal comunismo; la città sotto il controllo sovietico perse tra il 1948 e il 1958 circa 2 milioni di abitanti.

Per porre fine a questo esodo Krusciov fece erigere dai soldati nelle prime ore dell’alba dell’agosto del 1961, un muro tra la parte Orientale e quella Occidentale, denominato “Il muro di Berlino” presso il quale persero la vita numerosi tedeschi dell’est in fuga verso l’ovest, contribuendo alla crisi economica della parte orientale del paese.

Il muro impediva a chiunque di entrare in contatto con i propri familiari, con il proprio lavoro e addirittura i collegamenti con la parte ovest vennero tagliati, divenendo per molti che tentavano la fuga una morte assicurata.

La reazione alla costruzione del muro non destò reazioni particolari o scandalose, fu anzi visto come un rimedio accettabile e forse giusto per un paese instabile e con molte difficoltà.

Praga, Varsavia e Budapest diventarono le città dei rifugiati scampati al clima pesante di tensione della Germania dai due volti, fatta soprattutto di spie e complotti.

L’Ungheria, divenuta terra di esuli tedeschi, il 10 settembre del 1989 aprì le sue frontiere con l’Austria, rimuovendo il filo spinato che separava i due paesi dando dimostrazioni di essere uno dei paesi più moderni e democratici dell’Est.

L’apertura delle frontiere non fu tuttavia disinteressato: se da una parte la vicinanza ideologica con l’URSS e la DDR avrebbe dovuto dissuadere dall’iniziativa gli ungheresi, dall’altra la tentazione e la garanzia di diventare un paese collaboratore e quindi legato all’occidente era molto molto forte.

Da quel momento in poi e per tutto il mese di ottobre, ispirandosi a quello spiraglio apertosi nel muro le manifestazioni di piazza e le proteste si moltiplicarono in tutta la DDR, migliaia di persone lasciavano il paese e molte amministrazioni e organizzazioni politiche comunali si sciolsero, rendendo fortissima la pressione intorno a Mosca, lasciando il paese deserto e nel caos.

Nel novembre i fatti presero un ulteriore svolta e, il giorno 9, all’annuncio di una legge che rivedeva le disposizioni restrittive sui viaggi all’estero e lasciava ampie libertà di spostamento, la popolazione dell’est, ritrovatasi davanti al muro ancora presidiato dai soldati diede l’avvio all’assalto.

Migliaia di persone, vedendo i soldati battere ritirata davanti ad un misterioso ordine,

presero ansiose a scavalcare il muro, una barriera che per anni li aveva divisi da amici e parenti ora, dopo quarant’anni cadeva.

Anche se il muro cadeva le diversità erano lampanti: quarant’anni di politiche diverse e di diverso sviluppo avevano lasciato l’est in una arretratezza spaventosa.

L’esempio della caduta del muro impressionò e divenne fonte di ispirazione per tutti i paesi dominati dal regime comunista i quali, ribellandosi contro i propri dittatori, diedero un’ulteriore spallata e decisero lo sgretolamento del blocco sovietico.

Nelle elezioni democratiche del 1990 la DDR legittimò la propria scelta politica, dando però quasi per nulle le speranze e la fiducia nel proprio Stato.

Dopo quasi quarant’anni era caduta una divisione sociale stretta dai cordoni e dalla tensione militare, che aveva fatto della Germania il simbolo concreto, evidenziato anche dal muro, del confronto fra i due blocchi.

La guerra, seppur fatta di sfide politiche, spionaggio, sabotaggi e guerre ideologiche aveva avuto comunque le sue vittime.


La corsa agli armamenti e il disgelo


Terminata la Seconda Guerra Mondiale, l’Unione Sovietica concentrò i propri sforzi nella ricerca nucleare al fine di realizzare anch’essa la bomba atomica (bomba A) che gli Stati Uniti usarono per porre fine al conflitto mondiale a Hiroshima e Nagasaki. Quando lo realizzò, lo stato sovietico divenne a pieno diritto una superpotenza, capace di suscitare il terrore nell’intera popolazione mondiale, già stremata e spaurita dal logorante conflitto.

L’URSS riuscì ad avere la bomba atomica grazie alla informazioni scientifiche recuperate dal potentissimo servizio di spionaggio, il KGB che più volte ebbe modo di incontrarsi e scontrarsi con quello americano, la CIA.

A seguito al raggiungimento della costruzione della bomba A in URSS, negli Stati Uniti si creò un clima di sospetto denominato “Caccia alle streghe”: chiunque non manifestasse pubblicamente una posizione contraria al comunismo poteva venire sospettato di essere un agente del servizio di Mosca.



La ricerca agli armamenti però non si fermò; nel 1952 gli Stati Uniti seguiti ad un anno di distanza dall’Unione Sovietica sperimentarono la bomba all’idrogeno, la bomba H, terribilmente più devastante della già distruttiva bomba A.

Da un punto di vista militare la differenza fondamentale tra i due grandi rivali era che gli Stati Uniti avevano rafforzato la loro posizione di potenza globale in grado intervenire rapidamente con le proprie forze in ogni parte del globo grazie alle proprie basi dislocate un po’ in tutto il mondo.

Questo era possibile grazie al largo consenso che gli Usa avevano ottenuto grazie alle loro politiche di aiuto non solo agli stati, ma anche ai privati cittadini e, come se non bastasse, l’economia statunitense era forte, in grado di influenzare l’andamento dei mercati globali.

L’Unione Sovietica, invece, pur avendo incrementato il proprio arsenale militare restava una potenza continentale e il suo raggio d’azione era limitato, con gravi e ricorrenti crisi, potendo contare su un’economia molto modesta e fondata principalmente sull’agricoltura, con appoggi scarsi sui propri stati satelliti, basando la propria politica sul terrore dittatoriale del regime di sinistra, senza un concreto e vivo consenso popolare.

La difficoltà russa non era quello di procacciarsi armi e tecnologia ma bensì quella di conservarle efficienti: le armi atomiche e i sommergibili nucleari erano conservati in basi fatiscenti, diventando molto spesso semplice ferro arrugginito.

Il divario fra i due paesi però fu cancellato dalla creazione da parte dell’Unione Sovietica di missili a gettata intercontinentale.

Le bombe devastanti, potevano ora viaggiare per centinaia di chilometri, essere applicate ad aeroi, navi e sottomarini, accrescendone dunque le modalità d’uso.

In numerose occasioni, la guerra fredda e la crisi missilistica nucleare si giocarono nelle profondità marine, quando addirittura, sommergibili americani e russi viaggiavano nell’oscurità fianco a fianco negli oceani.

Questo clima definito “equilibrio del terrore” molto precario e capace di riportare l’immaginario collettivo ai fatti del secondo conflitto mondiale, fece da agente frenante alla degenerazione della “Guerra fredda” in un conflitto aperto che avrebbe potuto  provocare una terza guerra mondiale basata sull’uso dei terribili ordigni nucleari e ad idrogeno.

A partire dal 1953 fino al 1956 la questione dell’escalation militare e missilistica ebbe un freno e ci fu una distensione tra Unione Sovietica e Stati Uniti a seguito dei cambiamenti attuati ai vertici dei rispettivi stati.

Nel marzo del 1953 morì infatti nell’URSS Stalin che fece così largo all’emergente Nikita Krusciov.

Nominato segretario del Partito Comunista dell’Unione Sovietica il suo approccio alla situazione pareva infatti essere molto diverso da quello di Stalin, era più disposto al dialogo che alla guerra.

Negli Stati Uniti nel 1953 si insediò alla Casa Bianca il repubblicano, generale dello sbarco in Normandia, Dwight Eisenhower.

Eisenhower aveva dimostrato l’intenzione di irrigidire i già rigidi rapporti con l’Unione Sovietica, volendo passare dalla politica di contenimento alla politica di arretramento del comunismo; nonostante questi rigidi principi l’amministrazione del presidente sì dimostrò però flessibile e disponibile a verificare le aperture sovietiche.

La dottrina di Krusciov affermava che, pur rimanendo socialismo e capitalismo due sistemi antagonisti non per questo essi  dovevano necessariamente scontrarsi in una guerra.

Questa coesistenza pacifica esprimeva la consapevolezza che uno scontro militare con gli Stati Uniti sarebbe stato impraticabile solo per la pericolosità che questo avrebbe significato: l’impiego e la potenza di ordigni atomici già dimostrato in Giappone era troppo distruttivo e avrebbe compromesso la sopravvivenza umana sulla Terra .

Kruscev sperava, inoltre, che con questa politica si fermasse la corsa agli armamenti visto che i costi stavano diventando insostenibili, affamando il popolo e arrugginendo l’orgoglio nazionale, mettendo in seria discussione l’operato comunista.

Nella rincorsa verso armi sempre più potenti, piccole e tecnologiche, nel 1957 i russi lanciarono il primo satellite artificiale in orbita attorno alla Terra, lo Sputnik.

Un anno più tardi gli Stati Uniti risposero con il lancio di un altro satellite, l’Explorer.

In quest’epoca di cambiamento e di transizione, nel settembre del 1959 fece grande scalpore la visita del presidente russo Nikita Krusciov al presidente americano Eisenhower; dopo anni e anni di rivalità e segreta guerra questo fu il primo incontro tra russi e americani.

Nel 1961 negli Stati Uniti ci fu il cambio di guardia e diventò presidente J.F. Kennedy, il quale era disposto al dialogo con i russi ma voleva mantenere un forte apparato militare.

I rapporti si incrinano ancora con la crisi di Cuba del ‘62 e si sciolgono con l’ennesima mediazione di Krusciov che ottiene condizioni che assicurano la pace nel mondo, ricavando ovviamente un vantaggio per i russi.

L’escalation nucleare coinvolge anche Francia e Cina che si procurano il terribile ordigno, costringendo alla sottoscrizione di accordi sulle armi strategiche chiamati SALT I e SALT II, che limitano il numero delle armi atomiche in ogni paese.

Lo sviluppo scientifico però nel 1974 avanza inesorabile fino alla costituzione di missili a lunga gittata teleguidati e, negli anni successivi la creazione dei cosiddetti cruise, missili montati su aerei teleguidati.

L’identificazione attorno agli anni ottanta da parte dell’URSS di circa 40000 obiettivi giudicati basilari per vincere un eventuale conflitto atomico provoca un accrescere della tensione fra i due paesi e un moto di protesta nella Germania federale da parte dei pacifisti.

La risoluzione però è vicina.

Nel 1985 Reagan non ratifica l’accordo SALT, provocando preoccupazione e stupore per l’evolversi della situazione, e ne propone uno nuovo, basato sul ridimensionamento del potenziale missilistico.

Il trattato siglato proprio in quell’anno tra Reagan e Gorbaciov contribuì alla distensione e al rilassamento dei rapporti fra i due paesi.




Henry Spencer Truman

Nato a Lamar nel Missouri da una famiglia di piccoli proprietari terrieri è il trentatreesimo presidenti degli Stati Uniti d’America.

Prese parte alla prima guerra mondiale, combattendo a fianco dei soldati francesi.

Entrò a far parte dell’amministrazione statale nel 1923, la sua carriera subì però

la svolta decisiva nel 1934 quando venne nominato senatore del Congresso, appartenente alla frangia democratica.

Scelto nel 1944 dalla sua coalizione politica come vicepresidente, ebbe modo di succedere allo sso Roosevelt nell’aprile del 1945.

Fu lui, pochi mesi più tardi aver ricoperto la massima carica politica, ad autorizzare l’impiego dell’arma atomica per la prima volta in un conflitto armato fra paesi; la sua scelta si rivelerà drastica, ma mise la parola fine ad un lunghissimo e logorante conflitto, costringendo i giapponesi alla resa incondizionata.

Il programma politico da egli proposto era considerato idealmente come una continuazione del New Deal di Roosevelt (assunse il nome di Fair Deal) ma incontrò numerosissime opinioni contrarie e opposizioni al Senato.

Dopo la fine del secondo conflitto mondiale, rivestì però il ruolo di nazione guida del Vecchio Continente, legando economicamente e politicamente a sé l’Europa con il cosiddetto “piano Marshall” del 1947 di aiuti volti alla ricostruzione.

Confermato nel 1948 largamente dalle elezioni in carica alla guida dello stato, Truman fu responsabile di decisioni politiche e militari che divisero oltre al Senato, anche l’opinione pubblica.

Egli infatti autorizzò e ordinò l’avanzata delle truppe Usa nella guerra di Corea, con l’appoggio alla fazione Sud nel ’50.

Fondò però nel 1949 un organismo che in qualche modo legava i paesi vincitori della guerra, potente ed esistente ancora oggi: le Nazioni Unite.

Ormai alla fine della sua carriera, nel 1952, da deciso oppositore del maccartismo, pose il suo veto alla legge che limitava l’immigrazione nel paese senza però ottenere l’effetto desiderato: la legge, ritornata alle camere, venne approvata ugualmente.

Ritiratosi dalla vita politica e meditando sulle decisioni di una vita vissuta molto intensamente soprattutto sul piano politico e militare pubblicò un libro di memorie intitolato “Anni di decisioni”.

Morì a Kansas City, nel Missouri dov’era nato, nel 1972.


Joseph Mc Carthy

Uomo politico americano, era laureato in giurisprudenza e aveva esercitato per pochi anni la professione di avvocato prima di diventare senatore nel 1946.

Facente parte del partito democratico, di religione cattolica, Mc Carthy fu a capo, dal 1952 al 1954, della commissione presidenziale che indagava sull’influenza dei comunisti nell’amministrazione dello Stato e nell’industria statunitense.

La sua politica era caratterizzata da un’estrema presa di posizione nei confronti del comunismo: egli vedeva infatti nel sistema politico a cui i russi si affidavano un’utopia irrealizzabile e pericolosa per il capitalismo americano.

Divenne presidente della commissione che reprimeva all’interno degli Usa le cosiddette attività “antiamericane” considerando tali quasi esclusivamente le attività politiche di sinistra.

In quegli anni numerose erano le intimidazioni e le minacce, anche fisiche, che gli uomini di Mc Carthy attuavano nei confronti di coloro i quali erano sospettati di essere comunisti, dando origine a due anni di dure repressioni politiche.

Le sue posizioni troppo estreme però gli costarono il posto: Eisenhower preso atto delle sue politiche inquisitorie mirate a disseminare il terrore e l’odio del comunismo lo destituì dal suo incarico nel 1954.

Dal suo cognome prese dunque derivazione la parola “maccartismo” usata per indicare la politica da egli stesso attuata con la particolare definizione di estrema politica anticomunista.

In Germania occidentale, dopo averne combattuto il più grande artefice, Hitler, sembra che, per combattere il nuovo pericolo che veniva dal comunismo, numerosi esponenti dell’estrema destra vennero reintrodotti nella politica in maniera silenziosa.

Se in Europa un governo filocomunista avesse avuto velleità di potere, gli americani avrebbero subito provveduto al suo smantellamento, facendo uso di agenzie di spionaggio e sabotaggio come la Cia, arrivando ad usare perfino le armi qualora questo si fosse ritenuto necessario.

In Germania il partito comunista venne messo al bando come fuorilegge ma prese però piede nel Regno Unito, in Francia e in Italia.


Dwight David Eisenhower

Il successore di Truman, Dwight David Eisenhower, governò tra il 1952 e il 1960, in un periodo di forti contraddizioni sociali ed economiche: se da una parte l'economia raggiunse livelli record, dimostrando agli americani come il sistema capitalistico consentisse a milioni di persone di raggiungere il benessere e di incrementare i consumi; dall'altra emersero conflitti razziali che sembravano appartenere al passato con episodi molto gravi di intolleranza

Gravi disordini portarono alla luce la questione dei neri, che denunciarono la discriminazione razziale e la povertà della loro condizione di vita.

L’economia americana, dopo il mandato di Truman e durante quello di Eisenhower conobbe periodi di ricchezza ed espansione che si alternavano a ciclici periodi di recessione e crisi, come teorizzato dagli analisti di economia dopo la crisi del venerdì nero della borsa di New York nel 1929.

In politica estera Eisenhower estese la presenza militare americana in Asia, fornendo aiuti militari al Laos per la guerra nel Vietnam contro russi e cinesi, patrocinando la costituzione della SEATO (organizzazione militare di difesa dei paesi non comunisti del Sud-Est asiatico).
Nel corso della crisi di Suez  nel 1956 tenne una condotta prudente che di fatto smentiva l'azione militare di forza anglo- francese, pensata in risposta alla nazionalizzazione del canale da parte dell'Egitto, ma sospese gli aiuti finanziari promessi al presidente Nasser.

John Fitzgerald Kennedy

Il trentacinquesimo presidente degli Usa, nato nel 1917 a Boston, laureatosi ad Harward nel ‘40, aveva preso parte alla seconda guerra mondiale come ufficiale di marina, distinguendosi per valore e coraggio e venendo anche ferito nel Pacifico.

Dopo la fine del conflitto, entrò a far parte dell’apparato politico venendo eletto prima come deputato nello stato del Massachussets nel ’46 e poi come senatore nel ’52.

Nel luglio del ’60 candidatosi alla presidenza degli Stati Uniti vinse battendo la concorrenza di Richard Nixon, repubblicano; è il primo presidente della storia Usa ad essere cattolico.

All’inizio del suo mandato aveva trovato una situazione molto delicata nel paese.

Se l’economia e la nazione erano al massimo del loro splendore, a minare il fronte interno c’erano non soltanto le periodiche e difficili crisi e recessioni, ma anche una forte e quanto mai radicata (soprattutto al sud) insofferenza e intolleranza razziale; questo si rivelava strano per un paese che aveva fatto la sua fortuna proprio sulle ambizioni degli immigrati.

Le minoranze etniche erano spesso oggetto di violenze e maltrattamenti, il Ku Klux Klan era un partito tradizionalista che perseguitava, spesso con la violenza, soprattutto i neri.

Per sopperire in parte a questo problema di integrazione razziale, inserì fra i suoi tecnici e collaboratori, ma anche in tutte le frange dell’amministrazione statale, uomini di colore e di altre nazionalità, per potersi così occupare più tranquillamente delle delicate decisioni politiche estere da prendere.

Durante gli anni delle tensioni con la Russia, via Cuba, progredì con questa politica di integrazione, attuando e promuovendo iniziative progressiste e moderne: oltre all’inserimento dei ragazzi di colore nelle università degli stati di tutto il paese, propose al Senato una legge che prevedeva l’abolizione delle discriminazioni all’interno di locali e mezzi pubblici, destando dure reazioni fra gli ambienti più conservatori.

Appena salito al potere (aprile 1961) infatti, si trovò sotto la pressione dell’opinione pubblica internazionale che, dopo lo sbarco degli esuli cubani, addestrati dai rangers americani, sull’isola sudamericana, si attendeva dal presidente una presa di posizione ufficiale.

Kennedy, lasciate calmare le acque, impone nell’ottobre del ‘61 il blocco navale a Cuba, estendendolo non solo alle navi americane ma anche ai paesi con cui gli Stati Uniti commerciano, al fine di arginare il comunismo visto come uno spettro dal paese capitalista più forte del mondo.

Il provvedimento provoca la reazione dei russi che, fornendo aiuti a Cuba messa a dura prova dall’embargo, convince i rivoluzionari ad installare basi missilistiche con testate nucleari a media lunga gittata per difendersi da un altro eventuale attacco statunitense.

La tensione, giunta alle stelle verso ottobre del ’62, si acuì ulteriormente quando, dopo ricognizioni e fotografie aeree, anche gli Stati Uniti vennero a conoscenza delle installazioni missilistiche cubane costruite dai sovietici.

La situazione si risolve quando, sull’orlo di una crisi atomica, Nikita Kruscev propone agli Usa di smantellare le basi in cambio di un patto di non invasione di Cuba e dello smantellamento di alcune basi americane in Turchia che avevano dei missili puntati sull’URSS.

Nel novembre del ’63 il presidente americano, forse il più amato dal popolo americano, viene assassinato a Dallas nel Texas per opera di un pazzo, Lee Oswald il quale non renderà mai noti i motivi del suo gesto, forse si pensò, irritato dal comportamento troppo tollerante e mirato all’integrazione dei neri nella società americana.


Nikita Sergeevic Krusciov

Nato nei pressi di Kursk nel 1894 fu uno dei più grandi uomini politici russi; proveniente da una famiglia di origine contadina, lavorò come meccanico in gioventù e, dopo la guerra civile passata al comando di un battaglione di partigiani, diede prova di grande coraggio e temerarietà, difendendo l’Ucraina.

Nel dopoguerra venne inviato all’università di Charkov dove si impose all’attenzione di Kaganovic per le sue doti e venne inserito nel partito comunista ucraino nel 1924.

Inviato all’accademia militare navale di Mosca nel 1929, lasciò cinque anni più tardi la città venendo eletto membro del comitato centrale del partito comunista dell’URSS durante il diciassettesimo congresso del partito stesso.

Accrescendo mano a mano la sua importanza all’interno del movimento politico arrivò un anno più tardi a sostituire Kaganovic che lo aveva scoperto e diventò quindi segretario del comitato del partito per la regione di Mosca.



Inviato nuovamente in Ucraina nel 1938, questa volta come semplice uomo politico e primo segretario del comitato centrale del partito comunista, ricevette l’incarico di eliminare all’interno della sua fazione ogni deviazione utopica e nazionalista.

Riuscito brillantemente nel suo incarico venne premiato con la nomina a membro del Poliburo nel marzo del ‘39.

Nel corso della seconda guerra mondiale, coordinò e seguì l’attività partigiana ucraina, prendendo parte personalmente alla difesa della città di Stalingrado, distinguendosi e vincendo anche in questa occasione.

Venne allora promosso a presidente del Consiglio dei Ministri dell’Ucraina nella metà 1947 ripiegando però per la carica politica di segretario del comitato centrale del partito comunista ucraino verso la fine dello stesso anno.

La sua importanza come genio politico e militare lo fecero richiamare a Mosca nel ’49: qui riacquistò la sua carica di segretario del partito comunista dell’intera unione sovietica per poi ricoprire quello di segretario della sola regione moscovita.

Nei panni di segretario del partito a Mosca ricevette l’incarico di unificare e coordinare le fattorie collettive, tipiche del sistema comunista, cercando di attuare queste riforme anche alle altre regioni dello sterminato stato sovietico.

La morte di Stalin, lo lasciò senza incarichi politici, forse un po’ turbato.

Nel settembre del ’53 venne eletto ancora una volta primo segretario del partito centrale comunista dell’URSS battendo una numerosa concorrenza.

Fu uno dei primi uomini politici russi a viaggiare intrattenendo numerosi rapporti con stati esteri, soprattutto comunisti, mirati a tessere una fitta rete diplomatica, a tutto vantaggio del suo paese.

La sua politica estera era confusa, non a caso probabilmente, ed era caratterizzata da messaggi e propositi spesso in contrasto tra loro: a messaggi di distensione e di pace, alternava violente polemiche contro l’occidente capitalista.

Nel ’56 destò diverse reazioni, sul fronte interno ed internazionale quando, nel corso di un discorso tenuto al congresso del partito si scaglia contro il culto della personalità, soprattutto staliniana.

Riallacciando i rapporti con il maresciallo Tito, si procurò il disprezzo e i commenti dei partiti delle altre nazioni, nonché quelli dei suoi rivali politici che vennero esclusi dal partito, addirittura il ministro della Difesa Zukov fu rimosso dal suo incarico.

Segretamente aveva incontrato in numerose occasioni gli esponenti della rivoluzione cubana, in un vertice ristretto in cui venne escluso perfino Che Guevara, trovando nell’isola sudamericana tutti i requisiti strategici e politici per lanciare la sua sfida al capitalismo americano.

Nell’ottobre del ’61, due anni più tardi il primo attacco, si scagliò ancora con quella parte del cosiddetto “antipartito” fautore, a suo parere, di idolatrare la persona di Stalin, attaccando inoltre i dirigenti albanesi.

L’inasprimento della polemica negli anni successivi, con i partiti comunisti e, in special modo, con i cinesi e gli albanesi costarono caro al brillante uomo politico.

Nel ’62 reagì al blocco navale americano aiutando Cuba, costruendovi delle basi missilistiche strategiche per riuscire poi, grazie al loro smantellamento, a trattare la cessazione di esperimenti nucleari e la chiusura di basi turche con missili americani puntati contro la Russia.

Nel 1964 la sua vita politica, sempre vissuta agli estremi e molto appassionata, si scontra ancora una volta con “l’antipartito”, è la fine.

Accusato di mancanze verso il paese e di essere sceso a compromessi con un paese capitalista viene estromesso dalla carica di segretario e in seguito costretto a dimettersi.

Visse da solo gli ultimi anni della sua vita, come ospite speciale nella dacia di Stato a pochi passi da Mosca, dettando al proprio registratore le ultime memorie della sua vita.


Michail Sergeevic Gorbacev

Nato nel sud dell’URSS nel 1931 fu, uno dei più grandi uomini politici e diplomatici russi.

Dopo aver frequentato l’università di giurisprudenza a Mosca ricoprì dal ’56 al ’58 ruoli marginali di segretariato ottiene la ribalta nazionale con la nomina di primo segretario generale nel 1970 e del Politburo circa 10 anni più tardi.

Alla morte del leader del partito, Cenenko nel 1985 gli succede come segretario generale del partito comunista dell’URSS.

Successivamente ad anni di immobilità e isolata politica interna ed estera, con il partito e il paese nelle sue mani, Gorbacev decide per una svolta radicale.

Rifacendosi a modelli moderni anche di altri paesi ha dato avvio ad un programma di progressivo svecchiamento all’interno dei vertici del Politburo, incontrando non poche opposizioni e contrasti dei reazionari conservatori.

Sul fronte interno la situazione era delicata tanto quanto nell’economia.

Numerose flange armate indipendentiste avevano cominciato a rivendicare la propria autonomia compiendo numerosi attentati e guerriglie.

In campo economico, la parziale liberalizzazione dell’iniziativa privata nell’agricoltura e nell’artigianato, con uno stipendio legato a quantità e qualità prodotte, pur non dando benefici ed effetti immediati, facevano ben sperare per il futuro; per il momento Gorbacev si era accontentato di dare forti tagli alle spese militari, che assorbivano risorse degli altri settori, non restituendo al sistema economico nessun beneficio e nessuna risorsa concreta.

Importanti furono, sempre sul fronte interno l’attuazione di una maggiore libertà di espressione, con la progressiva diminuzione della ristrettezza di informazione anche se, la censura comunista cessò definitivamente solo nel 1986.

Gorbacev, se non altro, riuscì ad imporre non solo ai politici, ma anche ai cittadini delle altre nazioni il suo concetto base: perestrojka ossia riforma.

Destò grande scalpore quando Gorbacev impose il ritiro delle truppe sovietiche dall’Afghanistan, dimostrando ancora una volta, per chi ancora ne avesse dei dubbi, il suo intento riformatore.

Nel 1987 firmò con gli Stati Uniti a Washington per il ritiro degli euromissili, mettendo fine a quella che sarà ricordato come il periodo più ricco di tensione non solo politica, ma militare e nucleare quale fu quello della guerra fredda.

Verso la fine dell’88 ormai popolarissimo, sostituisce alla guida del paese Gromyko diventando capo di Stato.

Un anno più tardi è ricevuto da Papa Giovanni Paolo II.

Nel 1990 a coronare il suo impegno e la sua carriera riceve il premio Nobel per la pace.

Ritenuto come un sospetto instauratore di un nuovo regime, con alle spalle un paese in condizioni economiche disastrosi, a seguito di un golpe militare nel 1991 si dimette.

Ripresentandosi alle elezioni presidenziali del ’95 ottiene meno dell’1% dei consensi dal suo popolo, che non riconosce il grande lavoro svolto da Gorbacev in campo internazionale: è la fine per l’uomo politico che più ha cercato di riavvicinare i rapporti con l’occidente.

La Russia dovette inoltre rivedere e riqualificare i suoi rapporti con i paesi satelliti dell'Est che, a causa della grave e pesante crisi economica che l’aveva colpita, erano diventati un freno alla propria economia.

Dal punto di vista politico inoltre, questi rapporti erano diventati oltremodo tesi: con la trasformazione dell'URSS in una repubblica democratica infatti, all’interno del blocco comunista i regimi autoritari imposti non avevano più ragione di esistere.

Da quel momento in poi, proteste e guerre civili divamparono in tutti gli stati del blocco retti dal regime socialista o comunista, culminando e traendo esempio dalla caduta del muro di Berlino nel 1989.

Boris Nikolaevic Eltsin

Nato negli Urali nel 1931 (coetaneo di Gorbacev) era originario di una famiglia di contadini; studiò ingegneria civile edile e si laureò architetto in scienza delle costruzioni.

Divenuto membro all’età di trent’anni del PCUS ricoprì vari lavori legati soprattutto alla sua professione naturale, di architetto.

Dal 1976 in poi la sua ascesa nel partito fu letteralmente vertiginosa.

Nominato primo segretario regionale in quell’anno, fu chiamato nell’81 a far parte del comitato centrale, ricevendo poi, su raccomandazione di Gorbacev, la direzione del partito moscovita.

Come Gorbacev credeva fermamente nella perestrojka e nel glasnost (trasparenza) e fu per questo che fece espellere migliaia di membri corrotti all’interno del partito.

La sua vita politica non fu mai tranquilla a causa delle posizioni sempre estreme che egli assumeva si schierò addirittura contro Gorbacev, divenendo di fatto leader dell’opposizione.

Eletto con percentuali schiaccianti al parlamento sovietico nel 1989, un anno più tardi vinse ancora una volta in maniera clamorosa le elezioni presidenziali.

Nello stesso anno egli annunciò le proprie dimissioni dal partito, dando una scossa profonda e arrivando allo scontro con l’ala conservatrice, incrinò i rapporti anche con Gorbacev.

Nel 1991 però ebbe un notevole riscatto quando, guidando la resistenza al golpe militare pacificamente, si riavvicinò a Gorbacev firmando con lui un patto nel quale si impegnava fermamente a impedire la disgregazione dello stato sovietico.

Divenne presidente della repubblica nelle elezioni tenutesi a suffragio universale nello stesso anno, ricoprendo un ruolo estremamente delicato ed importante nel processo di trasformazione dell’URSS.

Assunse anche la carica di presidente degli Stati Indipendenti nati dalla disgregazione dell’URSS, aggiungendovi la responsabilità di comandante in capo delle forze armate.

Dopo aver chiesto ed ottenuto dal presidente Clinton nel 1993 la promessa di aiuti economici, Eltsin si dedica al fronte interno dando il via al suo progetto di riforme che prevedevano l’introduzione in Russia di una costituzione come repubblica presidenziale, vicina dunque al modello americano.

Sempre in riferimento alla politica interna, duri furono gli scontri con il parlamento, che più volte gli minacciò la procedura di impeachment, intaccando così anche il consenso dell’opinione pubblica.

La crisi culminò quando, in riferimento alla riforma proposta da Eltsin, i parlamentari si rinchiusero nel parlamento, eleggendo l’allora vicepresidente Rutskoj a capo dello Stato.

Eltsin si vide costretto alla risoluzione armata della crisi, concentrando nella sua persona tutti i poteri ed andando comunque incontro a una dura lotta contro i tradizionalisti che non vedevano di buon occhio il passaggio ad un economia di stampo capitalista, dopo il lungo trascorso comunista.

Nelle elezioni che videro un flop dell’ex presidente Gorbacev, Eltsin si vide indebolito nel parlamento con i partiti a lui collegati, con una netta crescita dei partiti nostalgici dei comunisti.

Ritenuto responsabile della grave situazione della guerra di Cecenia, sempre più malato, la ura di Eltsin stava nel 1996 subendo un forte calo anche se, con le presidenziali venne rieletto.

La sua ura nel 1999 subì numerosi ed insistiti attacchi con accuse di corruzione e di uso improprio di aiuti e fondi dell’FMI, dopo un altro tentativo di impeachment da parte del parlamento, Eltsin, adducendo a motivi di precaria salute diede addio alla politica, designando come suo erede Vladimir Putin, non prima di essersi concesso la totale immunità giudiziaria.

Si conclude in un modo oscuro la vita di uno degli uomini politici che ebbe il ruolo, non facile, di sostituire Gorbacev e di guidare il paese fuori dalla crisi, sempre più verso l’occidente, mettendo la parola fine, una volta per tutte ai contrasti, anche indiretti, tra la Russia e gli Stati Uniti.


William Jefferson Clinton


E’ il quarantaquattresimo e più giovane presidente che Stati Uniti abbiano mai conosciuto dopo J. F. Kennedy.

Dopo la morte prematura del padre, quando egli ancora era in fasce, prese dal marito della madre il suo attuale cognome; il suo destino lo conduceva alla White House già quando, a soli 17 anni strinse la mano proprio a  J.F. Kennedy.

Laureatosi in legge all’università di Yale, dove conobbe la sua futura moglie Hillary, si impegnò nel frattempo nell’attività politica a sostegno del partito democratico. Docente alla facoltà di legge dell’università dell’Arkansas, nel 1976 fu eletto procuratore generale e nel 1978 diventò governatore dello stato dell’Arkansas.

Nel 1992 venne candidato dal partito democratico per le presidenziali e alle elezioni di novembre sconfisse il presidente repubblicano in carica George Bush, presentando un programma economico e politico fondato sugli investimenti statali, la riduzione del debito pubblico e riforme fiscali e sanitarie.

Alle elezioni presidenziali del novembre 1996 venne riconfermato presidente alla Casa Bianca per un nuovo mandato quadriennale.
Eletto con un programma politico incentrato sulle questioni nazionali (“America first”, “prima l’America”), in opposizione a Bush considerato troppo rivolto all’estero e guerrafondaio, Clinton si trovò a operare, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, in un complesso panorama internazionale in cui gli Stati Uniti avevano di fatto un nuovo ruolo.

La politica estera di Clinton puntò infarri ad affermare e consolidare questo ruolo, economico e politico, degli Stati Uniti, definiti “la nazione guida indispensabile al mondo” , conseguendo molti risultati: la ratifica dell'Accordo nordamericano di libero scambio (NAFTA) con il Messico e il Canada (che entrò in vigore nel gennaio del 1994); il decisivo intervento nelle trattative di pace tra Israele e l'Organizzazione per la liberazione della Palestina e in quelle tra cattolici e protestanti in Irlanda del Nord sfociate nella firma degli accordi di Stormont dell'aprile 1998; l’intervento in Bosnia nel 1995 e la mediazione nelle successive trattative che sfociarono negli accordi di Dayton, ponendo fine al conflitto.
Ma la politica estera di Clinton registrò anche clamorose sconfitte che gli costarono dure critiche dall’opinione pubblica e dal senato, come quella della missione “Restore Hope” (1992-95) in Somalia, che scaturì in nuovi conflitti tra Stati Uniti e paesi amici.

La sua intransigenza nei confronti di Cuba, della Libia, dell’Iraq di Saddam Hussein gli hanno alienato spesso simpatie e alleanze, soprattutto nel mondo arabo e orientale; l’Arabia Saudita, la Giordania e l’Egitto, ad esempio, che avevano fatto parte della coalizione che nel 1991 sconfisse l’esercito di Saddam Hussein che aveva invaso il Kuwait, nel 1998 si dissociarono dal nuovo intervento militare in Iraq.

I rapporti con la Cina, per diversi anni scelta come “nazione favorita”, si incrinarono improvvisamente nel 1998, subito dopo la visita di Clinton a Pechino, per peggiorare ulteriormente in occasione della visita a Washington del premier cinese Zhu Rongji. Il nuovo ruolo internazionale degli Stati Uniti oscurò inoltre quello dell’ONU, come fu evidente nell’intervento della NATO in Iugoslavia a seguito del fallimento delle trattative di Rambouillet tra i rappresentanti della Serbia e quelli del Kosovo.
Sul fronte interno, i promettenti risultati ottenuti sul piano economico furono inficiati da una serie di scandali, a cominciare dal cosiddetto 'White water' in cui Clinton – allora governatore dell'Arkansas –, ma soprattutto la moglie Hillary, furono accusati di speculazioni immobiliari (nel 1995 il Congresso tuttavia accolse e sostenne la versione dei fatti favorevole al presidente), per finire con il 'Sexgate'.

Le rivelazioni di una relazione con una sua stagista, Monica Lewinsky, finirono per diventare oggetto di pubblicazioni dei tabloid americani, a cui il pubblico statunitense dava molto seguito.

Lo scandalo ha rischiato di mettere fine ignominiosamente alla sua carriera politica: accusato di falsa testimonianza e di ostruzione alla giustizia, sottoposto a procedimento di impeachment, Clinton è stato scagionato in extremis nel febbraio del 1999 dalle accuse, anche se permane una censura sul suo comportamento, lasciando la traccia su di una carriera politica a dir poco impeccabile che, in tempi recenti, ha dimostrato di essere paragonabili a poche dei suoi predecessori.

La politica interna sociale ed economica era infatti volta ad un progressivo miglioramento generale delle condizioni di vita, con il proposito di creare una nazione grande e forte egli aveva incentivato l’impiego, con il taglio delle tasse a piccoli imprenditori e dei lavoratori dipendenti.

Storici furono i provvedimenti quali il “medical and family leave act” con il quale interveniva su ampi e delicati problemi, dando vita ad una riforma scolastica, ad una maggiore assistenza medica per i minori li di lavoratori e, inoltre un piano di lotta contro crimine e violenza.






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