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BUDDISMO

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BUDDISMO


INTRODUZIONE   Buddhismo Religione nata in India sulla base degli insegnamenti di Siddhartha Gautama, detto il Buddha ('l'Illuminato, il Risvegliato'). Egli diffuse il suo insegnamento nel VI secolo a.C. criticando alcuni principi fondamentali dell'induismo, come il valore dei sacrifici e l'autorità dei brahmani e, di conseguenza, l'intero sistema delle caste. La fede buddhista è oggi vitale soprattutto in Asia orientale, dove conta 300 milioni di seguaci, nelle due forme sviluppatesi dal nucleo dottrinale originario: il buddhismo Theravada è dominante nello Sri Lanka, in Thailandia, Cambogia, Birmania (oggi Myanmar) e Laos, mentre il buddhismo Mahayana vanta numerosi fedeli in Cina, Taiwan, Corea, Giappone e Vietnam, ed è il credo di gran lunga più popolare in Tibet e in Mongolia.

ORIGINI E DOTTRINE FONDAMENTALI  
Primo veicolo di diffusione della dottrina fu la comunità monastica (Sangha) dei discepoli del Buddha, il fondatore, nato presumibilmente, sulla base di dati biografici incerti, nel 563 a.C. a Kapilavastu, nell'India settentrionale: allevato nel lusso e nell'agiatezza in quanto lio di un piccolo re locale, egli rimase profondamente scosso dalla scoperta dell'infinito dolore che incombe su tutti gli esseri umani, costretti da una forza ineluttabile a vivere esistenze sempre nuove nel ciclo inarrestabile della reincarnazione. Siddhartha decise, all'età di ventinove anni, di lasciare la reggia paterna per dedicarsi, libero dall'attaccamento ai beni materiali, alla ricerca di una via che conducesse alla liberazione dalla sofferenza e alla felicità suprema. Si dedicò dapprima allo yoga e alle pratiche di un ascetismo che dopo alcuni anni gli parrà tanto severo quanto infruttuoso; adottò allora una via media fra la vita agiata e la mortificazione assoluta, per approdare poi, nell'ultima fase del suo cammino, alla definitiva illuminazione, ottenuta, secondo la tradizione, durante una notte trascorsa a meditare sotto un fico sacro a Bodh Gaya.




Da allora Siddhartha, divenuto finalmente il Buddha, 'l'illuminato', si impegnerà instancabilmente nella sua opera di predicazione itinerante per raccogliere un numero sempre maggiore di discepoli ai quali affidare il nucleo essenziale della sua dottrina, tramandata in forma esclusivamente orale e riassunta nelle definizioni dette Quattro nobili verità. La vita è sofferenza: il dolore (dukkha) e l'inconsistenza costituiscono l'essenza più profonda della vita umana dalla nascita alla morte così che la morte non rappresenta in alcun modo la liberazione dal dolore, in quanto, conformemente alla concezione fondamentale del pensiero indiano, l'uomo è soggetto, come tutti gli esseri, al flusso inarrestabile delle rinascite, reincarnandosi continuamente in corpi sempre diversi.


Origine di tutto questo carico di sofferenza è l'ignoranza della natura illusoria di tutto ciò che l'uomo percepisce come suo orizzonte reale: da questa ignoranza non scaturisce solo la schiavitù dei beni materiali, ma anche, come frutto del desiderio di sopravvivenza, l'attaccamento alla vita stessa. Alla sofferenza si può porre fine soltanto mediante l'eliminazione del desiderio e l'estinzione di ogni forma di attaccamento all'esistenza, al fine di spezzare definitivamente la catena delle rinascite. Per ottenere la liberazione dal dolore occorre camminare sulla via dell'Ottuplice sentiero, che racchiude in sé retta visione, retta intenzione, retto parlare, retto agire, retto modo di sostentarsi, retto impegno, retta consapevolezza, retta meditazione: si tratta, in pratica, del compendio fondamentale della fede buddhista, che vede nella moralità la premessa e insieme la conseguenza della saggezza e della capacità di possederla attraverso la meditazione.

La riflessione del Buddha muove dalla definizione dell'esistenza umana come complesso di azioni indotte dalla presenza condizionante di cinque elementi: il corpo materiale, i sentimenti, le percezioni, la tendenza all'agire e la coscienza. Essi, denominati in sanscrito skandha, 'legami', con il loro temporaneo e mutevole aggregarsi costituiscono la natura stessa della persona, e di conseguenza ne determinano, con l'attaccamento alla vita e la propensione all'azione, la sottomissione alla sofferenza; essa ha luogo nell'ambito di un'esistenza materiale destinata a essere per sua natura non permanente (anitya) e, in definitiva, segnata da una condizione negativa in quanto anatman, esistenza non dotata di una propria essenza.

Da questa concezione dipende anche la formulazione alla quale il Buddha ricorre per spiegare il concetto di samsara, il flusso ininterrotto di rinascite posto come caposaldo imprescindibile da tutte le correnti del pensiero indiano: secondo la dottrina del pratityasamutpada, ovvero dell''origine condizionata', una catena di dodici cause agisce in ciascuna esistenza dell'individuo portandolo a ignorare la natura illusoria di tutta quanta la realtà e rendendo possibile l'azione degli elementi aggregati, che lo spingono all'attaccamento alla vita stessa. Di conseguenza, l'individuo è indotto alla ricerca spasmodica di una sorta d'immortalità attraverso la rinascita continua in corpi materiali sempre nuovi: ogni esistenza è così legata indissolubilmente alle infinite esistenze precedenti e a quelle future, in una catena inestricabile di sofferenza che il saggio deve necessariamente spezzare.

In questo indirizzo di pensiero trova posto anche l'altro concetto portante della tradizione indiana, quello di karma, la conseguenza etica indotta dal complesso delle azioni che l'individuo compie in ciascuna esistenza, determinando inesorabilmente la sua condizione nell'esistenza successiva, secondo una logica di premio e di punizione: la condotta in vita porta con sé la possibilità di rinascere sotto forma di animale, oppure di uomo, di demone, di divinità. Prendendo atto della presenza ineluttabile del karma nell'infinita vicenda umana, il Buddha ravvisa nell'aspirazione a una vita di ordine superiore il legame che determina – pur nella forma di un impegno etico e religioso volto al nobile fine dell'accumulo dei meriti – l'attaccamento all'azione con il conseguente carico di sofferenza. Anche gli dei, che pure apparentemente vivono in uno stato di somma beatitudine, non sfuggono alla suprema legge dell'universo, all'incombere della morte e alla possibilità di reincarnarsi in un essere inferiore: essi sono privi di ogni capacità di influire fattivamente sul destino degli uomini, le cui preghiere e sacrifici si rivelano assolutamente inefficaci, meramente utili a perpetuare, con la speranza illusoria nel valore delle azioni, la sottomissione a un karma di dolore. L'illusione domina ancor più beffardamente le stesse divinità che, inconsapevoli della realtà incombente anche su di loro, non avvertono neppure la possibilità di raggiungere la salvezza autentica per mezzo dell'illuminazione: solo gli uomini, vicini come sono alle manifestazioni più concrete del dolore, possono sperare di prendere coscienza delle sue cause e di ottenere l'illuminazione unica e definitiva che ponga fine al ciclo infinito delle rinascite.

Il fine ultimo dell'uomo che segue il cammino di salvezza suggeritogli dal Buddha è il raggiungimento della condizione suprema del nirvana, l'estinzione di ogni desiderio e la libertà da ogni forma di condizionamento materiale e psicologico: ottenuta questa illuminazione interiore, il saggio prosegue il cammino della sua esistenza terrena liberandosi gradualmente del carico del karma che lo lega al corpo materiale e preparando la strada alla liberazione definitiva, la condizione del parinirvana, il nirvana definitivo, l'annientamento totale che coincide con il momento della morte. Raggiungibile teoricamente da tutti i fedeli, questa condizione di beatitudine eterna è posta più realisticamente, già nella prima fase dello sviluppo del buddhismo (soprattutto dai maestri della scuola Theravada), come meta principale soltanto per i membri della comunità monastica. Questi ultimi devono mirare a ottenere l'illuminazione e a essere venerati come arhat, saggi giunti allo stato di perfezione al termine del lungo cammino sulla via dell'Ottuplice sentiero. Agli altri fedeli non resta che rassegnarsi all'accumulo di meriti che consente, attraverso l'osservanza, nel corso della lunga vicenda delle rinascite successive, della legge morale – non uccidere, non rubare, non pronunciare menzogna, non fare uso di sostanze inebrianti e non abbandonarsi al disordine sessuale – di reincarnarsi finalmente nella condizione di monaco per compiere il passo decisivo verso la liberazione.

I CONCILI E LE SCRITTURE  
Avendo il Buddha rifiutato di scegliere un successore come guida autorevole della comunità, subito dopo la sua morte si rese necessario procedere alla definizione di alcuni principi che garantissero l'unità fra i monaci e la corretta trasmissione degli insegnamenti del fondatore, diffusi unicamente in forma orale: a questo scopo vennero convocate assemblee note come 'concili buddhisti', il primo dei quali si tenne a Rajagrha (oggi Rajgir) pochi anni dopo la ssa del Buddha per precisare soprattutto le regole della disciplina monastica.


L'intento normativo prevalse anche un secolo più tardi, nel concilio riunitosi a Vaiœali per dichiarare l'inammissibilità di alcuni comportamenti, come l'utilizzo del denaro e l'assunzione di bevande inebrianti, ritenuti leciti da diversi gruppi di monaci; la terza assise, convocata dal re Aœoka a Pataliputra (oggi Patna) nel III secolo a.C. si proponeva invece esplicitamente di purificare la comunità (che godeva ormai della protezione regia) dalla presenza, oltre che di tendenze dichiaratamente eterodosse, di numerosi individui bollati come 'falsi monaci' che vennero immediatamente allontanati. Questa assemblea, che decise di inviare missionari al di fuori dell'India, segnò un momento decisivo per la diffusione del buddhismo.

Un quarto concilio, tenutosi intorno al 100 d.C. a Jalandhar, o in un'altra località del Kashmir sotto l'egida del re Kaniska, rivelò in modo ormai evidente la presenza in seno alla comunità di diverse tendenze che il dibattito precedente non aveva saputo armonizzare. In modo particolare era divenuto insanabile il contrasto fra i monaci (detti in sanscrito Sthavira e in lingua pali Thera). Un gruppo, gli 'antichi' (Thera, appunto) – da cui il nome Theravada utilizzato per identificare la loro scuola – propugnavano la stretta osservanza delle regole stabilite dal Buddha, mentre i membri della mahasanghika, cioè 'grande assemblea', erano favorevoli ad accogliere istanze diverse in campo disciplinare, soprattutto per quanto concerne il ruolo dei laici, e in campo dottrinale interpretavano in modo tutto nuovo la ura del fondatore. Questa quarta assise non riuscì comunque nell'intento di conciliare gli orientamenti delle due correnti, e la tradizione Theravada ne rifiuta addirittura l'autenticità, richiamandosi più volentieri al concilio di Pataliputra.


La scuola Theravada si ritiene inoltre custode di quei testi sacri del buddhismo che, trasmessi dapprima in forma orale e redatti in forma scritta intorno a I secolo a.C., costituirebbero, secondo la tradizione, il resoconto fedele delle parole del Buddha riguardo ai più diversi argomenti dottrinali e disciplinari. Questa raccolta di scritture canoniche sopravvive in lingua pali (vedi Lingue Indoarie), uno degli idiomi che già prima dell'era volgare incominciarono a sostituire il sanscrito nell'uso comune, ed è nota con il nome di Tripitaka, cioè 'Tre canestri', che indica la divisione in tre sezioni fondamentali: il Sutta pitaka, raccolta di discorsi, il Vinaya pitaka, codice di disciplina monastica, e l'Abhidhamma pitaka, scritto sistematico di natura filosofica. Il Sutta pitaka, composto essenzialmente di dialoghi fra il Buddha e diversi interlocutori, si divide a sua volta in cinque sottosezioni: Digha nikaya (Raccolta dei discorsi lunghi), Majjhima nikaya (Raccolta dei discorsi di media lunghezza), Samyutta nikaya (Raccolta dei discorsi l'un l'altro connessi), Anguttara nikaya (Raccolta di discorsi disposti in serie numerica) e Khuddaka nikaya (Raccolta di discorsi brevi), che contiene fra l'altro i popolari Jataka, ovvero le narrazioni delle vite anteriori del Buddha, e il Dhammapada (Versi della legge), esposizione sommaria degli insegnamenti filosofici e morali del maestro.

La disciplina che i monaci e le monache devono osservare è esposta nelle 227 regole del Vinaya pitaka, accomnate ciascuna da un racconto, che ne illustra l'origine e lo scopo, e dalla minaccia della punizione prevista per chi osi infrangerle. Sette opere distinte compongono invece l'Abhidamma pitaka, che presenta in termini squisitamente tecnici un'analisi della struttura metafisica della realtà e una fenomenologia dell'attività psicologica, affiancando a questi trattati di alto spessore speculativo una sorta di lessico delle espressioni maggiormente rilevanti a livello concettuale. Accanto alle scritture canoniche, il buddhismo Theravada riconosce grande autorità ad altri due testi: il Milindapanha (I quesiti del re Milinda), opera risalente al II secolo a.C. che espone gli insegnamenti del Buddha sotto forma di dialogo fra il celebre re indoellenico Menandro (pali: Milinda) e il monaco Nagasena, e il Visuddhimagga (Via alla purezza), il capolavoro redatto nel V secolo a.C. da Buddhaghosha, il più famoso fra i divulgatori antichi della dottrina buddhista.

THERAVADA, MAHAYANA, LAMAISMO  
Cogliendo in termini estremamente sintetici i dati di una situazione che nella sua evoluzione storica dovette essere certamente alquanto complessa, si può considerare la corrente Theravada e le undici scuole uscite da essa, come l'unica sopravvissuta delle diciotto scuole che raccolsero nelle proprie file i monaci assertori della fedeltà assoluta agli insegnamenti autentici del Buddha storico, in contrapposizione alle rivendicazioni sostenute da quanti, riconoscendosi in una delle cinque scuole della grande comunitàmahasanghika, attribuivano ai membri delle diciotto scuole una visione eccessivamente elitaria dell'appartenenza religiosa e una scarsa attenzione al destino dei laici.


Fra queste scuole, quelle vicine all'ambiente della grande comunità mahasanghika delinearono una nuova immagine del Buddha, identificando il fondatore come una delle manifestazioni storiche di un Buddha eterno e trascendente; egli sarebbe apparso sulla terra per comunicare all'umanità la via della salvezza. Innumerevoli Buddha, mossi a compassione per la miserevole condizione dell'umanità, avrebbero nobilitato con la loro presenza momenti diversi dell'infinita vicenda ciclica della storia del cosmo, degnandosi di assumere la natura umana come ultima tappa di un processo di spogliazione della propria essenza metafisica. I fedeli devono comunque essere in grado di cogliere questa essenza, rivolgendo la loro attenzione, oltre che alle dottrine divulgate dall'ultimo dei Buddha storici, ai messaggi costantemente inviati all'umanità dalla schiera dei Buddha cosmici con le più diverse modalità della comunicazione mistica.

Di questa dottrina si sarebbe appropriata, precisandola ulteriormente, la seconda corrente fondamentale del buddhismo, quella Mahayana, che, emersa in seguito a vicende alquanto oscure fra il II secolo a.C. e il I secolo d.C., si pone di fatto in continuità con il pensiero del mahasanghika, per quanto sia estremamente problematico non solo stabilirne l'origine dall'una o dall'altra scuola, ma anche precisare la zona in cui mosse i primi passi, identificata ora con le regioni meridionali e ora con quelle nordoccidentali del subcontinente indiano. La corrente Mahayana che, come logica conseguenza della sua concezione, non considera uniche scritture autorevoli quelle del canone pali – legate esclusivamente alla ura del Buddha storico – venera anche numerosi testi redatti in lingua sanscrita, come il Saddharmapundarika Sutra (Sutra del Loto della Buona Legge), l'Avatamsaka Sutra (Sutra della Ghirlanda) e il Prajnaparamita Sutra (Sutra della Perfetta Sapienza), e attribuisce grande importanza alla ura del Bodhisattva, il saggio che, al pari dell'arhat teorizzato dalla scuola Theravada, mira a ottenere l'illuminazione, ma, a differenza di quest'ultimo, ritarda il suo ingresso nella condizione beata del nirvana una volta raggiunto lo scopo supremo, prolungando la sua esistenza corporea al fine di comunicare agli uomini, oggetto della sua compassione, la via della salvezza.

I Bodhisattva rappresentano per i fedeli del buddhismo Mahayana ure da venerare profondamente, riconoscendo loro una dignità vicina per tanti aspetti a quella del Buddha storico. Quest'ultimo costituisce, nella forma di 'corpo di trasformazione', soltanto una, e la più caduca, delle manifestazioni del 'corpo dell'essenza', la natura più autentica del Buddha cosmico, pura e assoluta nella sua perfezione spirituale, superiore anche a quella del 'corpo di beatitudine' da contemplare nello splendore dei cieli, dove egli è assiso per inviare all'umanità i suoi messaggi salvifici.

La moltiplicazione delle ure dei Buddha, venerabili in questa loro multiforme natura dei tre corpi (trikaya) accanto agli stessi Bodhisattva, ha fatto del buddhismo Mahayana una forma di espressione religiosa spiccatamente devozionale, rispetto alla rigida visione della scuola Theravada, che considera unicamente la ura del Buddha storico; essa ha inoltre preparato al successivo sviluppo di un indirizzo che, a motivo dell'utilizzo di pratiche e culti magici ed esoterici simili per tanti aspetti a quelli del tantrismo di matrice induista, si definisce come 'buddhismo tantrico' e incorpora la base dottrinale del lamaismo impostosi, dal VII secolo d.C., in Tibet, in Mongolia e, con la scuola Shingon, in Cina e Giappone.

LA DIFFUSIONE  
Fede di solide tradizioni missionarie, il buddhismo divenne ben presto religione ufficiale nello Sri Lanka, dove era stato introdotto, nella versione Theravada, fin dall'epoca del re Aœoka, che inviò nell'isola il lio Mahinda e la lia Sanghamitta. Di fede Theravada erano anche i mon, gli abitanti indigeni dell'area birmana e thailandese; i birmani adottarono questa confessione soltanto nell'XI secolo, con il re Anuruddha, dopo avere conosciuto la versione tantrica fin dall'849, anno della proclamazione di Pagan capitale del regno. Diffusosi fra i thai, giunti dalla Cina nel XII secolo, il buddhismo Theravada fu proclamato religione ufficiale della Thailandia un secolo più tardi dal re Sukhotai, mentre al XIV secolo risale la sua penetrazione nel Laos e in Cambogia, dove già dal II secolo conviveva più o meno stabilmente con l'induismo, come mostrano anche le rovine del celebre complesso monumentale di Angkor Vat, l'espressione più significativa dell'arte khmer.


Le diverse correnti del buddhismo si diffusero in Cina fin dal I secolo d.C. come pratica filosofica dell'élite intellettuale, sensibile alla predicazione di maestri indiani quali Kumarajiva che, giunto in Cina nel 401, favorì l'opera di traduzione in lingua cinese dei testi sacri. Esse raccolsero numerosi seguaci, fino al prevalere definitivo della visione Mahayana sotto le dinastie Sui (589-618) e Tang (618-907). In questo periodo sorsero quattro scuole: la riflessione filosofica intorno al Saddharmapundarika Sutra costituisce il fondamento dottrinale della scuola nota con il termine giapponese Tendai, mentre l'Avatamsaka Sutra rappresenta il testo fondamentale della scuola Huayan a cui si affiancano l'indirizzo della Terra Pura, incentrato sulla venerazione del Buddha Amitabha, e quello Chan (Zen in giapponese).

Fortemente indebolito dalla persecuzione dell'845, il buddhismo non sve mai totalmente dalla Cina e conobbe una certa ripresa all'epoca della dinastia Yuan (1279-l368), dopo essere stato adottato come religione di stato dalle vicine comini politiche che precedettero l'unificazione della Corea nel periodo Koryo (918-l392), epoca di massimo fulgore della fede Mahayana, poi subordinata al confucianesimo con la dinastia Yi (1392-l910). Sottomesso alla Cina fino al X secolo, anche il Vietnam accolse la tradizione Mahayana, diffusasi nelle epoche successive fino alla forte penetrazione del XVIII secolo, con la formazione di numerose scuole locali.

Giunto in Giappone dalla Corea (verosimilmente fra il 538 e il 552), il buddhismo fu proclamato religione di stato nel 593 dal principe Shotoku, e conobbe un notevole successo in epoca Nara (710-814) e Heian (794-l185), con lo sviluppo delle diverse scuole, fra le quali quella Tendai, introdotta dal monaco Saicho e successivamente riformata dai fautori degli indirizzi della Terra Pura e dello Zen; essi riscossero grande popolarità accanto alla scuola tantrica dello Shingon, fondata dal monaco Kukai, e a quella, sorta in epoca Kamakura (1185-l333), di Nichiren. Per quanto concerne il Tibet, il cammino che fece acquisire al Mahayana il suo carattere essenzialmente tantrico fin dal VII secolo ebbe fra i protagonisti principali il maestro Padmasambhava (metà VIII secolo), codificatore dei tratti fondamentali della dottrina poi diffusa dai lama.



LE PRATICHE TRADIZIONALI E LE TENDENZE RECENTI  La tradizione più antica identifica i fedeli del Buddha con i membri di una comunità di carattere essenzialmente monastico; la ben nota immagine del monaco dalla testa rasata, vestito di una tonaca arancione senza cuciture, evoca tuttora il seguace di questa religione e della sua disciplina, che conserva i suoi aspetti caratteristici nonostante i mutamenti e gli adattamenti certamente sopravvenuti nel tempo: i monaci oggi non sono più itineranti come in origine, ma seguono tendenzialmente (almeno nella tradizione Theravada) tutte le norme previste dagli scritti canonici. Osservano il celibato e l'obbligo di vivere unicamente di elemosina, disposizioni, queste, abrogate da alcune scuole giapponesi che permettono ai religiosi il matrimonio. Queste scuole impongono ai monaci, come fa lo Zen, di provvedere al proprio sostentamento per mezzo del lavoro agricolo.


Membri della comunità sono considerati anche i laici, che condividono con i monaci e con le monache la professione di fede riassunta nella formula: 'Io prendo rifugio nel Buddha, nel dharma (la dottrina, la legge del Buddha) e nel sangha (la comunità)'. Sebbene il buddhismo non preveda alcun tipo di culto ufficiale, ponendosi piuttosto come filosofia di vita per il singolo, la venerazione del Buddha ha trovato comunque espressione in forme popolari, come testimoniano gli stupa, i tempietti votivi a forma di cupola che fanno parte del paesaggio urbano nei paesi buddhisti e che accolgono le reliquie dell''illuminato', oggetto di una devozione molto sentita, come nel caso del dente del Buddha custodito a Kandy, nello Sri Lanka. Ai festeggiamenti che nei paesi di fede Theravada sono noti con il nome del mese (Vesakha) in cui Siddharta sarebbe nato, si affiancano i rituali più elaborati della tradizione Mahayana, con le immagini dei molteplici Buddha e Bodhisattva sempre pronti a ricevere le offerte (fiori, frutta, incenso) dei fedeli non solo nei templi, ma anche su altari domestici.

Il buddhismo rimane ancora vitale nei paesi dell'Asia orientale, soprattutto in Thailandia e in Birmania, per quanto abbia dovuto affrontare, quale conseguenza del rapido processo di occidentalizzazione, alcune delle istanze tipiche di una società moderna: alcuni monaci, infatti, si sono impegnati in prima persona in progetti volti a migliorare la condizione delle classi più umili. La loro attività ha l'esplicito fine di smentire le accuse di quanti considerano il buddhismo una fede essenzialmente passiva che si mostra insensibile alle miserie dell'umanità, considerate parte di un destino ineluttabile. Una conferma significativa di questo mutato atteggiamento si è verificata fin dal 1956 in India, dove il numero dei fedeli era costantemente diminuito fin dal XII secolo, con la conversione di oltre tre milioni di individui appartenenti alla casta più bassa della tradizione induista, quella dei cosiddetti 'intoccabili'.

Filosofia per sua natura nemica di ogni visione materialistica, il buddhismo ha subito restrizioni, e talora anche vere e proprie forme di persecuzione nei paesi retti da regimi comunisti; le difficoltà maggiori sono sorte in Cina, paese la cui classe dirigente ha mostrato chiaramente, dopo l'annessione del Tibet e l'esilio del Dalai Lama nel 1959, la propria ostilità, in particolare al lamaismo, ma in generale a ogni altra forma di questa tradizione religiosa. Molto attivo è invece da alcuni decenni il buddhismo giapponese, che ha conosciuto la nascita di numerose nuove scuole, come la Soka Gakkai ('Società per la creazione dei valori') sorta dalla scuola Nichiren e caratterizzata da una solida organizzazione soprattutto per quanto concerne le tecniche di proselitismo e l'utilizzo dei mezzi di comunicazione per una forma di proanda capillare. Dal 1956 essa creò un 'partito del buon governo', espressione concreta di un'ideologia che promette ai suoi fedeli felicità materiale e spirituale in questo mondo, trasurato in una sorta di paradiso terrestre. L'indirizzo Soka Gakkai ha acquisito, insieme allo Zen e ad altre scuole buddhiste, una certa notorietà anche in Occidente, dove ormai da alcuni decenni l'interesse per questa religione si esprime sia nel rinnovato fervore di studi, condotti soprattutto in chiave di accostamento ativo con la tradizione filosofica occidentale, sia in forme di adesione più o meno ufficiale, limitate comunque a cerchie alquanto ristrette.

INDUISMO

INTRODUZIONE   
Induismo Religione tradizionale dell'India, praticata da oltre 700 milioni di fedeli. Il termine italiano 'induismo', connesso con il nome dell'India, trova il suo antecedente etimologico nella parola persiana hindu, che veniva utilizzata per indicare il fiume noto anche in Occidente come Indo. Già dal V secolo a.C. il termine 'indù' indicava per estensione gli abitanti della terra dell'Indo, e quindi dell'intero subcontinente indiano; in seguito, per l'Islam la parola acquisì una connotazione religiosa, in riferimento agli abitanti non musulmani di quelle terre; in questo senso l'italiano definisce 'indù' i seguaci della religione più antica dell'India, presentati invece dalla tradizione locale come 'coloro che credono nei Veda' o come 'coloro che seguono la legge (dharma), accettano la divisione della società in caste (varna) e vivono le quattro fasi (ashrama) della vita umana'.


Con il termine 'induismo' si indica convenzionalmente l'intera esperienza religiosa degli indiani nel suo svolgimento storico fin dalle origini, fissate approssimativamente intorno al 1500 a.C.; l'accezione scientifica del termine, tuttavia, denota come 'induismo' soltanto la religione che, praticata dal VI secolo a.C., costituisce l'evoluzione di due fasi anteriori dette rispettivamente 'vedismo' (dalle origini all'800 ca. a.C.), dal nome dei libri sacri, i Veda, e 'brahmanesimo', dal nome degli appartenenti alla casta sacerdotale, i brahmani. Gli indù preferiscono definire l'insieme delle proprie credenze sanatana-dharma, ossia dharma eterno.

FONDAMENTI DOTTRINALI E TESTI SACRI  
In termini estremamente sintetici l'induismo può essere inteso come una religione nella quale le molte divinità convivono sia con l'idea di un Dio assoluto concepito in termini personali sia con la concezione di un Sacro impersonale onnipervadente. Un'articolata concezione della società e dei compiti dei singoli individui supporta la prospettiva religiosa e filosofica induista. La definizione del sistema sociale costituisce quell'elemento di continuità e di unità che l'induismo non possiede nella sua dimensione propriamente teologica, caratterizzata non solo dalla molteplicità delle ure divine, ma anche dalla pluralità degli atteggiamenti devozionali e dall'assenza di un indirizzo dottrinale uniforme paragonabile a un credo convenzionale.

La letteratura vedica  
Questa visione teologica eterogenea è posta dalla tradizione in continuità con i contenuti degli antichi libri sacri, i Veda, scritti nella forma più arcaica della lingua sanscrita. Fra il 1300 e il 1000 a.C. si colloca la composizione del Rig-Veda, costituito da 1028 inni in onore delle diverse divinità; lo Yajur-Veda, in prosa e in versi, è il formulario liturgico ufficiale per il rito del sacrificio; il Sama-Veda fornisce un'ulteriore collezione di inni, mentre l'Atharva-Veda, redatto intorno al 900 a.C., contiene una raccolta di formule magiche. Alla letteratura vedica appartengono anche i Brahmana, ponderose esposizioni dei rituali e dei miti a essi sottesi, oltre alle Upanishad, testi di carattere filosofico composti a partire dal 600 a.C. come compendio delle più antiche speculazioni circa il significato dell'esistenza e la natura dell'universo.

La Smriti  
Le opere canoniche, pur venerate da una tradizione che impone di custodirne scrupolosamente l'integrità testuale, sono state soppiantate nella loro funzione didattica da un'altra collezione di antichi scritti detta Smriti, 'ciò che è ricordato'. Rientrano in questo canone più popolare i grandi poemi epici: il Mahabharata, narrazione che in quasi 100.000 versi compendia la lotta tra la stirpe dei Pandava, guidati da Krishna, e quella dei Kaurava; il Ramayana, racconto, in oltre 24.000 versi, del viaggio intrapreso da Rama alla ricerca della moglie Sita rapita dal demone Ravana; i Purana, esposizioni, anch'esse ponderose, di temi mitologici e cosmologici; le codificazioni, 'Dharmashastra' e 'Dharmasutra', della legge sacra, tra le quali le cosiddette Leggi di Manu (Vedi Manu).

Il Samsara  
Questa ricca letteratura, per la quale è difficile fissare date di composizione (i due poemi epici risalirebbero a un periodo compreso fra il 300 a.C. e il 300 d.C.), contiene inoltre numerose narrazioni relative alla cosmologia, motivo ispiratore fondamentale della filosofia dell'induismo, fondata su una concezione che intende l'universo come un grande uovo cosmico con cieli, mondi infernali, oceani e continenti disposti concentricamente intorno all'India; questo universo sconfinato è destinato a un'esistenza eterna ma ciclica, segnata da una degenerazione costante e inesorabile, da una sorta di Età dell'Oro della durata di 1.728.000 anni, detta Krta Yuga, fino all'epoca più triste e precaria, il Kali Yuga, di 432.000 anni, al culmine della quale il cosmo viene interamente divorato dalle fiamme e dai flutti in un rito di purificazione generale capace di rigenerare l'Età dell'Oro e dare avvio a un nuovo ciclo. Allo stesso modo l'esistenza umana è coinvolta nel ciclo inarrestabile delle rinascite, reso possibile dalla trasmigrazione delle anime, che alla morte dell'individuo si reincarnano nel corpo di un altro essere vivente, in un processo eterno conosciuto come samsara.

Il karma e il moksha  
In base alla dottrina del samsara, ogni uomo è destinato a reincarnarsi in un essere di qualità superiore o inferiore secondo i meriti accumulati nell'esistenza attraverso l'insieme delle sue azioni, il karma; è questa una realtà tendenzialmente negativa, ma indirizzabile verso un fine positivo per mezzo di pratiche di devozione e di espiazione che trovano il loro vertice nelle forme di ascetismo volte a ottenere la 'liberazione', moksha, dall'attaccamento alla realtà materiale e alle errate concezioni dell'esistenza. Nei concetti essenziali di samsara, karma e moksha, la tradizione indiana sintetizza i contenuti essenziali di una visione sostanzialmente pessimistica circa il valore della realtà cosmica e materiale, il cui incombere inesorabile deve essere assolutamente esorcizzato attraverso un cammino di liberazione e di rinuncia al mondo, secondo l'ideale delle numerose correnti ascetiche presenti in India fin dall'antichità.

La considerazione del carattere inesorabile della dimensione materiale dell'esistenza giustifica l'altro fondamentale aspetto prescrittivo dell'induismo. Questa prescrizione, solo apparentemente contraddittoria rispetto alle tendenze ascetiche, impone a ogni fedele di assumere un ruolo preciso nella società, per portare a compimento il dovere assegnatogli dal karma al momento della nascita, contribuendo a perpetuare il ciclo della storia attraverso la procreazione e a procurare il benessere materiale a sé e ai suoi simili, nella speranza di ottenere il premio delle proprie azioni nell'esistenza futura con la trasmigrazione della propria anima nel corpo di un essere di livello sociale superiore o in quello di un asceta.

Il sistema delle caste  Tale atteggiamento fornisce la giustificazione filosofica per la dottrina più nota e controversa dell'induismo, ovvero la rigida divisione della società in classi, varna, note in Occidente con il termine, di origine portoghese, caste, alle quali si appartiene per nascita senza alcuna possibilità di sfuggire alle severe norme di una concezione gerarchica. Un ruolo di assoluta preminenza è attribuito infatti ai membri delle tre caste superiori, quelle dei sacerdoti (brahmani), dei guerrieri (ksatriya) e dei lavoratori qualificati (vaisya), che riservano una condizione di totale sottomissione a chi appartiene alle caste inferiori, da quelle considerate servili (sudra) fino a quelle, disprezzate come impure, degli 'intoccabili', i 'paria' della tradizione occidentale. Questi ultimi, in India, sono definiti candala, termine riferito propriamente a chi si trovi nella condizione di 'fuori casta' perché nato dall'unione illecita fra una donna di casta brahmanica e un uomo di casta servile.

Atman e brahman  Il matrimonio fra coniugi appartenenti alla stessa classe costituisce per l'appunto una delle regole fondamentali dell'organizzazione castale, le cui origini storiche risalirebbero all'epoca dell'insediamento in India delle tribù indoeuropee, portatrici, secondo la tesi suggestiva ma controversa dello studioso francese Georges Dumézil, di una 'ideologia tripartita', con le ure del sacerdote, del guerriero e dell'agricoltore poste a garanzia della buona organizzazione della società: riservandosi queste tre funzioni e tramandandole ereditariamente nelle caste superiori, gli invasori indoeuropei avrebbero inquadrato nelle caste inferiori gli abitanti indigeni dell'India. Formalmente abolito dalla costituzione dell'India moderna, il sistema delle caste continua comunque a rappresentare per la tradizione indù l'ambito privilegiato per la realizzazione dell'ordine sociale, riflesso dell'ordine cosmico, il dharma, che ogni fedele contribuisce a determinare conformandosi ai doveri previsti dallo svadharma, il dharma del singolo individuo, e impegnandosi a realizzare con successo, anche in termini meramente materiali, il fine (artha) assegnato alla sua esistenza. Contemdo tra i fini essenziali dell'essere umano anche il soddisfacimento del desiderio amoroso, kama, il pensiero indù non scorge, in questa tendenza a codificare ogni aspetto della vita sociale e materiale, alcuna contraddizione con l'aspirazione alla moksha, la liberazione che gli asceti cercano in modo radicale mirando a cogliere l'identità fra l'atman, l'anima individuale, e il brahman, il fondamento dell'universo.

Il dharma eterno  La volontà di armonizzare in modo sempre più efficace questi due aspetti portò alla definizione di concetti come quello di sanatana-dharma ('dharma eterno'), una sorta di codice etico ideale che, sovrapponendo ai doveri sociali alcuni atteggiamenti più specificamente ascetici, aspira a superare, considerandole come necessità relativa, le prescrizioni del dharma tradizionale; ciò avviene, ad esempio, nel caso della definizione della 'non violenza', ahimsa, concepita come assenza del desiderio della violenza da parte del fedele, che tuttavia è disposto a utilizzarla qualora il proprio ruolo nella società e le condizioni contingenti lo richiedano.

La bhakti  Si delinea così la dottrina centrale dell'induismo che invita il fedele a rispettare le regole del vivere sociale assumendo tuttavia un atteggiamento di totale distacco da questa dimensione e soprattutto dai frutti prodotti dalle azioni. Secondo l'insegnamento della Bhagavad-Gita, uno dei principali testi di riferimento della devozione indù, il saggio accetta tutte le incombenze assegnategli dal karma, imponendosi tuttavia di non godere in alcun modo del frutto delle proprie azioni e di non considerarle come l'orizzonte principale della propria esistenza. Gli obblighi sociali costituiscono soltanto, assieme ai riti, il contributo del singolo fedele alla necessità del karma, superabile comunque attraverso la conoscenza (jnana) della dimensione trascendente, quella del brahman universale, che è accessibile per mezzo della meditazione.

Sintesi efficace, anche a livello di pratica popolare, di queste due tappe fondamentali dell'espressione religiosa, è il concetto di bhakti, la devozione entusiastica alle divinità: concependo i singoli esseri divini come emanazioni dello spirito universale, il brahman, la tradizione indù consente al devoto di soddisfare, con la pratica della bhakti, le esigenze del karma, imponendogli di riservare agli dei tutti gli atti di culto previsti dal rituale. Tali pratiche, tuttavia, costituiscono soltanto la prima tappa del percorso devozionale e il preludio al momento della comprensione, conseguita attraverso la conoscenza, della divinità come parte della realtà ultima, infinitamente superiore alla sua manifestazione materiale, fonte di illusione (maya) per quanti si limitino a essa spinti dall'ignoranza.

GLI DEI E IL CULTO  
In questa prospettiva i fedeli rivolgono la loro devozione preferibilmente a una delle divinità principali del pantheon indiano, a Shiva, a Vishnu o alla dea madre, la Devi, considerando ciascuna di esse come manifestazione dell'assoluto universale, personificato anche nella divinità creatrice, Brahma, il regolatore della legge del karma.

Shiva  
Contemdo l'estasi erotica della sua seconda sposa, Sarasvati, talvolta indicata anche come sua lia, Brahma si sarebbe ritrovato con cinque teste, prima che Shiva gliene mozzasse una per punirlo del rapporto incestuoso con la lia: i devoti di una delle tante correnti shivaite usano ancora come ornamento un teschio, come Shiva fu costretto a fare dopo il suo gesto cruento, fino al giorno in cui si sarebbe purificato dal sangue del padre immergendosi nelle acque del Gange nel luogo dove oggi sorge la città sacra di Benares.



Shiva assume così a livello cosmologico il ruolo di distruttore e, nello stesso tempo, rigeneratore del mondo, colui che dispensa la morte, ma anche la vita; nei templi a lui dedicati, la sua forza creatrice viene rappresentata sotto forma di fallo, linga, il principio maschile che, unendosi al principio femminile, yoni, determina la creazione primordiale concepita come annullamento di ogni dualismo nelle forme dell'assoluto universale.

Le quattro fasi della vita  Secondo la tradizione, Shiva fu condannato ad assumere un aspetto fallico poiché, pur trovandosi al cospetto del saggio Bhrgu, non interruppe la sua unione sessuale con Parvati, uno degli aspetti con i quali si manifesta la dea madre; questa natura così esplicitamente sensuale del dio non impedisce comunque che egli eserciti la funzione di divinità principale degli asceti, che lo rafurano come un saggio dedito all'esercizio dello yoga. Una delle pratiche più tipiche proposte dalla tradizione indiana per armonizzare le esigenze della vita attiva con l'ideale della rinuncia è la prescrizione delle quattro fasi della vita (ashrama): a queste dovrebbe conformarsi il brahmano devoto, osservando un regime di castità assoluta durante il periodo di formazione giovanile, prima di compiere i suoi doveri di padre di famiglia fino alle soglie della vecchiaia, quando si ritirerà nella foresta alla ricerca della liberazione, per raggiungere, nell'ultima tappa del cammino, una condizione simile a quella dei sannyasin, gli asceti della rinuncia assoluta.

Vishnu  Al dio Vishnu viene invece attribuito il ruolo di conservatore del mondo, che egli esercita manifestandosi in determinati momenti della storia del cosmo attraverso un'incarnazione, avatara, per riportare l'ordine fra gli uomini, minacciati da una condizione di instabilità. Settimo avatara di Vishnu è l'eroe Rama, che incarna la ura dell'uomo perfetto celebrata dai versi del Ramayana. Nel 3102 a.C., all'inizio del ciclo cosmico attuale, il Kali Yuga segnato dalla decadenza, si sarebbe invece conclusa l'esistenza dell'ultimo degli avatara, l'eroe supremo Krishna. Nella Bhagavad-Gita, Krishna appare sotto le sembianze di un divino cocchiere per rivelare la dottrina dell'assenza del desiderio e del distacco dal frutto dell'azione come via efficace per ottenere la salvezza, garantendo contemporaneamente la sopravvivenza dell'universo. Al termine di questa era cosmica Vishnu tornerà a manifestarsi agli uomini come ura escatologica che riporterà nel cosmo l'epoca della felicità e del trionfo del dharma.

La Devi  Lakshmi è il nome che la dea madre Devi assume come consorte di Vishnu e dea della buona sorte, Shri, della ricchezza e della bellezza, oltre che madre di Kama, il dio dell'amore; a lei è consacrata la vacca, animale considerato sacro e meritevole di venerazione. Alla divinità femminile si indirizzano principalmente le pratiche delle correnti devozionali che riconoscono in lei il principio assoluto, in considerazione del suo ruolo di detentrice della shakti, l'energia creativa scatenata dagli esseri divini come condizione indispensabile per rendere manifesta la loro natura trascendente: in questa prospettiva la presenza della dea come sposa delle divinità maschili appare lo strumento fondamentale per conciliare il carattere di trascendenza dell'essere divino con le sue funzioni immanenti e terrene. Anche come sposa di Shiva la Devi tende ad assumere il carattere di divinità principale nei suoi aspetti benevoli di garante della fertilità e simbolo della fedeltà coniugale (la sati), ovvero 'moglie virtuosa', che, gettandosi fra le fiamme per difendere di fronte al padre l'onore calpestato del marito, diverrà il personaggio ispiratore del costume, oggi ufficialmente abbandonato, di immolare le vedove sul rogo funebre del marito. Nelle sue manifestazioni più inquietanti, la dea è temuta e venerata con l'epiteto di Kali, essere mostruoso dalle otto braccia, energia distruttiva e signora del tempo, custode della legge inesorabile del karma, che divora tutto ciò che è vivo per gettare il seme della nuova esistenza, danzando freneticamente sui corpi dei nemici uccisi, fiera della sua collana di teschi.

Le pratiche devozionali e i luoghi sacri  A Kali è consacrata, fin nel nome, la città di Calcutta, dove sorge il più grande dei numerosissimi templi a lei dedicati, il Kalighat, sede del rito del sacrificio animale, che prevede di norma l'immolazione di capre. Il culto della dea rappresenta in effetti l'unico ambito in cui l'induismo tradizionale mantiene la pratica antica del sacrificio cruento come forma di offerta votiva (puja) alla divinità; è questo il più importante fra i rituali della devozione indù, celebrato ormai da tempo sotto forma di offerta simbolica di cibo (orzo, riso, latte, burro fuso) all'immagine degli dei nelle migliaia di templi grandi e piccoli dedicati in tutta l'India a Vishnu, a Shiva e agli altri esseri divini. Particolarmente venerati, fra i luoghi sacri, sono i grandi edifici di culto, come quelli di Mahabalipuram, e la città sacra di Benares (oggi Varanasi), sul Gange, dove convergono pellegrini da tutta l'India. Oltre che nei pellegrinaggi, la devozione dei fedeli si esprime nei numerosi rituali previsti nelle festività solenni, da quella in onore di Durga (un altro aspetto della dea madre Devi), che si celebra ogni anno nel Bengala con la venerazione, per dieci giorni, delle immagini della dea, poi gettate nel Gange durante una suggestiva cerimonia notturna, ai Mela, momento di incontro fra i devoti e gli asceti, venerati come santi. La festività più solenne è il Maha Kumbha Mela, la 'festa della brocca' (la brocca simboleggia la funzione generativa della dea madre) celebrata ogni dodici anni ad Allahabad nel punto di confluenza fra il Gange e lo Yamuna. La ricorrenza primaverile, Holi, costituisce invece una sorta di carnevale indiano, caratterizzato significativamente dalla rottura temporanea dei legami sociali con l'incontro di membri delle diverse caste che, liberi da ogni condizionamento, manifestano la loro felicità inondandosi reciprocamente con cascate di liquidi multicolori.

TAOISMO

INTRODUZIONE   Taoismo L'insieme delle dottrine filosofiche e religiose che, in concorrenza con il confucianesimo, ebbero origine intorno al IV secolo a.C. in Cina.


Il taoismo risulta oggi costituito da due distinti sistemi di pensiero: il 'taoismo filosofico', che si ritiene nato nella Cina dell'epoca classica con la dinastia Zhou, e il 'taoismo religioso', che si affermò 500 anni dopo con la dinastia Han. Quest'ultimo si fonda sulla rivelazione del saggio Lao Zi, che un taoista di nome Zhang Daoling asserì di aver accolto nel 142 d.C. sui monti del Sichuan. Il taoismo filosofico è frutto della fusione di un coacervo di credenze religiose ereditate dall'originario politeismo cinese e di atteggiamenti e pratiche che l'Occidente moderno classifica come superstiziose, ad esempio lo sciamanesimo e la divinazione.

FONDAMENTI DOTTRINALI  
Il taoismo filosofico ebbe origine nel fermento intellettuale del periodo della dinastia Zhou, quando numerose scuole filosofiche si interrogarono sul corretto modo di vivere in un mondo lacerato dai mutamenti politici e sociali. Verosimilmente, le sue origini sono da ricercare nella cosiddetta 'scuola yang', tanto disprezzata dal filosofo confuciano Mencio, il quale affermava che gli yangisti non si sarebbero neppure strappati un capello dal capo a beneficio del mondo intero. In effetti, la scuola yangista predicava la crescita e la valorizzazione dell'interiorità dell'individuo, ispirandosi a una tradizione cinese di mistica e contemplazione simile allo yoga, che era stata diffusa nel tardo IV secolo dal filosofo Zhuang Zi.

Il tao  
Le dottrine taoiste fondamentali, sia filosofiche sia mistiche, sono contenute nel Tao-te ching (Libro della via e della virtù), che risale al III secolo e viene attribuito a Lao Zi, e nello Zhuangzi, un testo composto di parabole e allegorie, anch'esso risalente al III secolo, ma ricondotto a Zhuang Zi. Mentre il confucianesimo esortava l'individuo a conformarsi alle norme tradizionali della 'Via degli antichi re', il taoismo asseriva che l'individuo dovrebbe ignorare le imposizioni della società e cercare unicamente di conformarsi al disegno della natura, il tao (la 'via', il 'cammino', il 'principio'), che non è concepibile con il pensiero né definibile con il linguaggio. Per essere in armonia con il tao è necessario 'non agire' (wu-wei), non fare cioè nulla di artificioso o innaturale: abbandonandosi liberamente agli impulsi della propria natura e affrancandosi da qualsiasi dottrina si giunge all'unità con il tao e si acquista un potere mistico (te), che consente di trascendere qualunque contraddizione tra gli aspetti del mondo, persino quella tra la vita e la morte. In seguito, i taoisti intesero il tao come una sorta di potere magico, sebbene sia Lao Zi sia Zhuang Zi si siano serviti del termine solo per designare, in generale, le capacità dell'individuo perfettamente libero. Zhuang Zi, in particolare, si oppose ai confuciani e alla scuola di Mo Zi, i quali sostenevano che la ragione umana avrebbe potuto rivelare il Tao; Zhuang Zi riteneva invece che proprio le distinzioni del pensiero concettuale rappresentassero la distanza dell'uomo dal tao.


Quanto alle dottrine sociali e politiche, i taoisti invocarono un ritorno alla vita agreste delle origini. Nel Tao-te ching il 'non agire' fa riferimento tanto al sovrano quanto al privato cittadino. Diffidando degli artifici concettuali, al pari di Zhuang Zi, Lao Zi raccomandò al sovrano di riempire il ventre dei sudditi, ma di vuotare le loro menti, in modo tale che essi non potessero desiderare alcunché; per Lao Zi lo stato ideale doveva incarnarsi nella dittatura di un filosofo-sovrano alla guida di un popolo obbediente e passivo. Tale visione è ravvisabile, benché sussistano alcune differenze, nella teoria dello stato totalitario sviluppata dalla scuola filosofico-politica dei legisti fiorita al tempo dei Regni combattenti (403-221 a.C. ca.), il cui massimo esponente fu Han Fei.

CENNI STORICI  
Sopravvissuto agli attacchi di concezioni filosofiche concorrenti sotto la dinastia Ch'in, che aveva unificato la Cina, il pensiero di Lao Zi venne rielaborato dai cortigiani della dinastia Han, che vi innestarono le leggende dell'Imperatore Giallo, Shi Huangdi, e la cosmologia yin-yang del Tai Ji, al fine di arricchire la filosofia di governo dell'impero. Si verificò inoltre una fusione di taluni aspetti del taoismo con la religione cinese: i seguaci di questi culti, come i Turbanti Gialli di Shandong, contribuirono a rovesciare la dinastia (220 d.C.). Dopo di allora il popolo fu più incline ad abbracciare il taoismo religioso, mentre il ceto dei mandarini, più colto, adottò il taoismo filosofico associandolo a speculazioni cosmologiche e scientifiche.

Il taoismo influenzò profondamente l'arte cinese e la letteratura cinese, in particolare la poesia di Tao Yuanming e di Li Po; la pittura paesaggista si ispirò in larga misura all'evocazione delle forze della natura e al culto di un idillico ritiro dal mondo. La ricerca dell'immortalità, sulla scorta dei riferimenti metaforici alla perfettibilità e all'immortale xian che costellavano l'opera di Zhuang Zi, portò alla nascita di una chimica rudimentale. Gli esperimenti di alchimia cedettero il posto, tra il III e il VI secolo, a una serie di pratiche igienico-sanitarie, tuttora seguite, che, sottolineando l'importanza della respirazione regolare e della concentrazione per prevenire le malattie, miravano a favorire la longevità.

Il taoismo e il buddhismo cinese si influenzarono reciprocamente dopo la diffusione del buddhismo nel IV secolo. Anche il taoismo si diede un'organizzazione monastica: alcuni discepoli taoisti sostennero persino che il leggendario Lao Zi avesse effettivamente lasciato la Cina e fosse divenuto il Buddha, ma la dinastia mongola Yuan con l'imperatore Kublai Khan condannò questo mito nel 1281. Il taoismo fu responsabile della più massiccia persecuzione del buddhismo mai avvenuta in Cina (842-845), a opera di un imperatore taoista della tarda dinastia Tang; in seguito, le dottrine taoiste si fusero con il buddhismo Mahayana, determinando la nascita del buddhismo Zen.

In Occidente, gli studiosi moderni hanno rivelato la profondità filosofica del taoismo più antico, che ha destato grande interesse in molti orientamenti del pensiero contemporaneo, in particolare nella filosofia del linguaggio e nelle correnti antirazionaliste.

CONFUCIANESIMO

INTRODUZIONE   Confucianesimo Principale scuola di pensiero della filosofia cinese, nata dall'insegnamento di Confucio e dei suoi discepoli. Le dottrine del confucianesimo si imperniano su principi etici, sull'arte del buon governo e su una saggezza pratica che individua nell’osservanza dei riti il cardine intorno a cui ruota l’ordine politico e sociale. Affermatosi nel V secolo a.C. in Cina, dove poi, sotto la dinastia Han, divenne ideologia ufficiale dello stato, il confucianesimo si è diffuso in Corea, Giappone e Vietnam, costituendo uno dei fondamenti ideologici della cultura dell'Asia orientale.


Contrariamente a un’opinione diffusa in Occidente, il confucianesimo non è mai stato una religione istituzionalizzata. Gli eruditi cinesi onorarono Confucio, considerandolo un grande maestro e un saggio, ma non lo venerarono come una divinità personale, sebbene gli occidentali abbiano per lungo tempo ricondotto la fortuna del confucianesimo al culto degli antenati, che è parte integrante della religione cinese. Confucio non si proclamò divinità in nessuna occasione: a differenza delle Chiese cristiane, i templi eretti in suo onore non erano luoghi in cui la comunità religiosa si riuniva per pregare, bensì edifici pubblici destinati a cerimonie annuali, la più importante delle quali si svolgeva nel giorno dell’anniversario della nascita del filosofo. I numerosi tentativi di divinizzare Confucio e di interpretare il confucianesimo in chiave religiosa fallirono grazie alla natura essenzialmente laica di questa filosofia.

I FONDAMENTI DEL CONFUCIANESIMO  
I principi del confucianesimo si trovano in antichi testi raccolti e ordinati da Confucio e dai suoi discepoli, che vissero durante la dinastia Zhou in un'epoca di grande fermento intellettuale. Questi scritti possono essere suddivisi in due gruppi: i 'Cinque Classici' e i 'Quattro Libri'.

I Cinque Classici  I Wujing (Cinque Classici), probabilmente scritti anteriormente all'epoca di Confucio, comprendono il Yijing o I Ching (Libro dei mutamenti), lo Shujing (Libro della storia), lo Shijing (Libro delle odi), il Liji (Libro dei riti) e il Chunqiu (Annali primavera-autunno). Il Yijing è un manuale di divinazione compilato probabilmente al tempo della dinastia Shang (prima dell'XI secolo a.C.), la cui sezione filosofica, contenuta in una serie di appendici, potrebbe essere stata scritta successivamente dalla scuola di Confucio. Lo Shujing raccoglie antichi documenti storici, mentre lo Shijing è un'antologia di poemi. Il Liji si concentra sui principi della buona condotta, in particolare quelli che riguardano le cerimonie pubbliche e private; benché sia stato distrutto nel III secolo a.C., ci è in parte pervenuto grazie a una compilazione risalente alla dinastia Han. Il Chunqiu, l'unica opera presumibilmente composta da Confucio stesso, è una cronaca dei principali eventi storici accaduti nella regione in cui nacque Confucio, Lu, e in altre zone della Cina feudale a partire dall'VIII secolo a.C. fino alla morte di Confucio, avvenuta nel 479 a.C.

I Quattro libri  I Sishu (Quattro Libri), compendio dei detti di Confucio, del filosofo Mencio e delle riflessioni dei discepoli sui loro insegnamenti, comprendono il Lunyu, una raccolta di massime di Confucio che costituisce il fondamento della sua dottrina morale e politica; il Daxue (Il grande sapere) e lo Zhongyong (La dottrina del mezzo), che riportano alcune affermazioni filosofiche di Confucio stilate in forma sistematica insieme a commenti e osservazioni dei suoi discepoli, e il Mengzi (Libro di Mencio), in cui si concentrano gli insegnamenti del filosofo Mencio.

La via degli antichi re  Gli insegnamenti di Confucio, che vennero dapprima tramandati oralmente e successivamente redatti in forma scritta nel Lunyu, sono caratterizzati da un chiaro atteggiamento conservatore in campo morale, giacché l'intento del filosofo era di offrire principi immutabili in un'epoca turbolenta, contrassegnata dal caos politico e dai traumatici mutamenti sociali che seguirono la disintegrazione del regno Zhou in piccoli stati feudali in guerra fra loro. Questa instabilità aveva spinto Confucio a inaugurare la riflessione sulla perduta 'Via degli antichi re' della dinastia Zhou, e sul modo di farla risorgere. Affermando che solo le virtù morali dei sovrani e dei cittadini più abbienti avrebbero potuto garantire la salvezza dello stato, Confucio esaltò la funzione educativa dei riti (li), della musica e dei poemi dell'antica letteratura cinese (in gran parte musicati), nell'ambito di un progetto politico volto all'eliminazione di qualunque turbativa dell'ordine costituito. Uno stato provvisto dei riti e della musica più appropriata avrebbe reso automaticamente felici e virtuosi i suoi cittadini: non sarebbero occorse leggi poiché non sarebbero mai nate dispute.



Ren  
Il fondamento dell'etica confuciana è il concetto di ren, termine variamente tradotto con 'amore', 'bontà', 'umanità' e 'sensibilità'. Ren è la virtù suprema, che rappresenta lo stadio di piena fioritura umana. Nelle relazioni tra due individui esso si manifesta in zhong (lealtà reciproca) e in shu (altruismo), secondo la regola aurea confuciana: 'Non fare agli altri ciò che non vuoi venga fatto a te'. Altre importanti virtù confuciane sono rettitudine, decoro, integrità e amore filiale: chi possiede tutte queste virtù diviene uno junzi (uomo perfetto). In ambito politico, Confucio appoggiò un governo di tipo paternalistico in cui il sovrano è benevolo e i sudditi sono rispettosi e obbedienti. Il re dovrebbe aspirare alla perfezione morale al fine di rappresentare un buon esempio per il popolo e far sì che i sudditi rendano prospero il suo regno.

LE CORRENTI DEL CONFUCIANESIMO  
Dopo la morte di Confucio nacquero due scuole di pensiero, una rappresentata da Mencio, l'altra da Xunzi. Mencio proseguì nella trasmissione degli insegnamenti morali di Confucio, ponendo in rilievo l'innata bontà della natura umana. Egli riteneva, tuttavia, che l'originaria bontà dell’uomo potesse corrompersi in seguito alla volontà distruttiva dell'individuo o al contatto con un ambiente malvagio. L’obiettivo dell'educazione morale è perciò preservare o, almeno, riportare in vita la bontà innata di ciascuno. In campo politico, Mencio può essere considerato uno dei primi sostenitori del diritto di resistenza ai poteri iniqui e del principio di sovranità popolare. Egli elaborò un meccanismo di revoca del potere politico in base al quale l'Essere supremo (Tian), che conferiva autorità e potere a un sovrano virtuoso (il cosiddetto 'Mandato del Cielo'), poteva sottrarli entrambi a un tiranno, manifestando il proprio volere tramite la volontà del popolo, che è felice di essere governato da un buon sovrano, ma si ribella legittimamente contro un oppressore.

In contrapposizione a Mencio, Xunzi riteneva che ognuno nascesse con una natura malvagia (o, quantomeno, caotica e ingovernabile), ma che tale natura potesse essere rigenerata mediante l'educazione morale. Egli credeva che i desideri dovessero essere incanalati ed eventualmente repressi dai canoni del decoro e che il carattere dovesse essere plasmato da una regolare osservanza dei riti e dalla pratica della musica. Tali precetti, indirizzando correttamente le emozioni, avrebbero favorito l'armonia interiore. Xunzi fu il principale esponente del ritualismo di epoca tardoconfuciana.

Confucianesimo e burocrazia  Dopo un breve periodo di declino nel III secolo a.C. sotto la tirannica dinastia Qin, il confucianesimo tornò in auge durante la dinastia Han (206 a.C. - 220 d.C.). Le opere confuciane riconquistarono il favore di un tempo e vennero canonizzate e trasmesse dagli eruditi nelle scuole pubbliche. Questi testi divennero il riferimento obbligato degli esami finalizzati al reclutamento di amministratori statali: i candidati a funzioni di responsabilità nell’apparato burocratico ottenevano la carica in virtù della loro conoscenza della letteratura classica. Sia Gaodi, fondatore della dinastia, sia il suo grande discendente Wu-ti appoggiarono ufficialmente il confucianesimo, che si assicurò una forte influenza sulla vita intellettuale e politica della Cina, e venne inoltre diffuso in Vietnam dagli eserciti di Wudi. Ma il successo del confucianesimo nel periodo Han è dovuto principalmente a Dong Zhongshu, che per primo impose un sistema educativo interamente basato sugli insegnamenti di Confucio.

Nel caos politico che seguì alla caduta della dinastia Han, il confucianesimo fu oscurato dai sistemi rivali del taoismo e del buddhismo e subì una temporanea diminuzione di popolarità. Ciononostante, i classici confuciani continuarono a rappresentare per gli studiosi le fonti principali del sapere, e il ritorno della pace e della prosperità con la dinastia Tang (618-906) incoraggiò nuovamente la diffusione del confucianesimo. Ancora una volta il monopolio della cultura da parte degli studiosi confuciani assicurò loro le cariche burocratiche più elevate e il confucianesimo tornò a essere la dottrina ufficiale dello stato. Sull'esempio della civiltà cinese, il Giappone del VII secolo con il principe Shotoku e l'imperatore Tenji introdusse un drastico programma di riforma dello stato ispirato al confucianesimo, istituendo una burocrazia imperiale e un sistema di esami sul modello cinese.

IL NEOCONFUCIANESIMO  
In Cina, il clima culturale fiorito sotto la dinastia Song (960-l279) contribuì alla nascita di un nuovo sistema di pensiero confuciano, frutto di una sintesi di elementi del taoismo e del buddhismo Mahayana; la nuova scuola di confucianesimo divenne nota come neoconfucianesimo. Benché fossero in primo luogo impegnati nello studio dell’etica, i pensatori che aderirono a questo movimento si orientarono via via verso ulteriori campi di ricerca, privilegiando l'indagine sull'origine dell'universo e della natura umana.

Zhu Xi  Il neoconfucianesimo si suddivise ben presto in due tronconi, la scuola li e la scuola xin. L'esponente principale della prima fu Zhu Xi, un grande pensatore il cui prestigio fu secondo soltanto a quello di Confucio e di Mencio. Zhu Xi fornì un nuovo fondamento filosofico agli insegnamenti del confucianesimo, conferendo loro una struttura unitaria e internamente coerente. Secondo il sistema elaborato da Zhu Xi, tutti gli oggetti in natura sono il prodotto di due forze inseparabili: li, un principio o una legge universale e immateriale, e qi, la sostanza di cui si compongono tutti gli oggetti materiali. Spesso tradotto come 'materia', qi viene concepito come un continuum cangiante, soggetto a un costante mutamento secondo uno schema ciclico. Mentre qi può mutare e dissolversi, li, la legge fondamentale degli innumerevoli esseri che popolano il cosmo, rimane costante e inalterata. Zhu Xi, inoltre, riteneva che il li del genere umano, ossia la natura umana, fosse sostanzialmente identico per tutti gli uomini. L'esistenza di particolari differenze può essere ascritta alla variabilità nella proporzione e densità del qi che si riscontra tra gli individui. Così, quanti ricevono un qi torbido avranno una natura originaria offuscata e dovranno purificarla al fine di recuperare la propria integrità. Tale integrità può essere ottenuta estendendo la propria conoscenza del li a ogni singolo oggetto. Si giunge alla saggezza quando, dopo prolungati sforzi, è stato indagato e compreso il li universale o legge naturale intrinseca a tutti gli oggetti animati e inanimati.

Wang Yangming  L'esponente principale della scuola xin, che si contrappone alla scuola li (legge), fu Wang Yangming. La sua affermazione più celebre è: 'Al di fuori della mente, né legge né oggetto'. Egli asserì che la mente racchiude tutte le leggi della natura e che nulla esiste indipendentemente dalla mente. Sforzo supremo di ognuno dovrebbe essere lo sviluppo della 'conoscenza intuitiva' della mente, conoscenza che, non potendo essere conseguita mediante l'indagine di una legge naturale, è il frutto di un'intensa riflessione e una pacata meditazione.

La Corea nell'epoca della dinastia Choson e il Giappone durante il dominio degli shogun della dinastia Tokugawa adottarono il neoconfucianesimo, che in questi paesi divenne vera e propria ortodossia. In Cina, durante la dinastia Manciù (1644-l912), si verificò una violenta reazione contro entrambe le scuole di pensiero neoconfuciano. Gli eruditi dell'epoca Manciù invocarono un ritorno all'antico – e a loro parere autentico – confucianesimo del periodo Han, che non era stato ancora 'corrotto' dalle concezioni buddhiste e taoiste. Essi elaborarono una critica testuale dei classici confuciani ispirata a un metodo scientifico che applicava le griglie concettuali e gli strumenti d’indagine di discipline come la filologia, la storia e l'archeologia. Inoltre, studiosi come Dai Zhen introdussero nella filosofia confuciana una prospettiva empirista.

SVILUPPI CONTEMPORANEI  
Verso la fine del XIX secolo la reazione contro la metafisica neoconfuciana seguì una nuova linea di sviluppo. Invece di limitarsi all'esame di testi, gli studiosi si interessarono attivamente alle questioni politiche e formularono un programma di riforma basato sulla dottrina confuciana. Kang Youwei, l'esponente principale del movimento riformista confuciano, cercò di elevare il confucianesimo a religione di stato. A causa delle minacce esterne cui la Cina era sottoposta e all'urgente necessità di drastici provvedimenti politici, il movimento di riforma fallì; nella confusione intellettuale che seguì la rivoluzione cinese del 1911 il confucianesimo finì per essere considerato decadente e reazionario. Con la caduta della monarchia e del tradizionale modello famigliare, da cui derivò gran parte della sua forza e che fu il suo principale sostegno, il confucianesimo perse la sua presa sulla nazione. In passato esso era spesso riuscito a superare ogni avversità e a rinascere con rinnovato vigore, ma durante questo periodo di agitazioni sociali senza precedenti esso non riuscì a ritrovare la capacità di adattarsi a situazioni mutevoli.

La vittoria del comunismo cinese nel 1949 mise in rilievo l'incerto futuro del confucianesimo. Molte tradizioni che si basavano sul confucianesimo vennero soppresse: fu destituito di ogni importanza, ad esempio, il sistema famigliare, tenuto in gran conto nel passato quale fondamentale istituzione confuciana. Durante la rivoluzione culturale vennero organizzate camne ufficiali contro il confucianesimo. Tuttavia, nel corso degli anni Ottanta e Novanta, quando si poté constatare l'allontanamento del paese dal maoismo, il Partito comunista cinese tornò a sostenere la legittimità del confucianesimo.

Per lungo tempo gli studiosi occidentali hanno ammirato il confucianesimo per la sua sintesi di razionalismo laico e consapevolezza etica; più di recente esso è stato considerato nuovamente con favore alla luce della filosofia contemporanea, che ha sottolineato la debolezza delle tradizionali dicotomie filosofiche occidentali, come 'materia e spirito', oppure 'fatto e valore'. Nello stesso tempo, alcuni paesi asiatici, in particolare Singapore, hanno approvato una legislazione fedele ai precetti confuciani, ispirandosi alla filosofia quale fonte di quei 'valori asiatici' non occidentali che conferiscono maggior rilievo a un'amministrazione di tipo paternalistico e alla solidarietà sociale di contro all'individualismo, che tende a introdurre divisioni nel corpo sociale. L'attenzione del confucianesimo all'istruzione, inoltre, ha certamente favorito lo straordinario sviluppo economico del Giappone, di Taiwan, della Corea del Sud e di altri stati dell'Asia orientale.

SHINTOISMO

INTRODUZIONE   Scintoismo Religione nazionale del Giappone. Culto politeista, lo scintoismo (dal giapponese shinto, 'la via degli dei') venera un nutrito pantheon di kami ('dei' o 'spiriti') che comprende varie classi di divinità, tra le quali gli dei locali, i fenomeni naturali, gli esseri viventi (considerati depositari di una forza vitale e spirituale) e gli antenati nobili deificati; l'imperatore è stato a lungo venerato come kami vivente. Sorto in una cultura preletteraria, lo scintoismo conserva tuttora i suoi caratteri di religione spiccatamente rituale, che invita i fedeli a venerare i kami, propiziandoseli con preghiere e offerte, e a scongiurare la loro ira evitando gli stati di impurità.


Offerte di riso, sakè, pesce, frutta e verdura caratterizzano le cerimonie più importanti, connesse sia con i cicli stagionali, a testimonianza del fatto che i riti traggono origine da una società agricola, sia con le tappe della vita del fedele; queste sono segnate dalla prima visita dei neonati al loro kami tutelare, dal Shichi-go-san (Sette-Cinque-Tre), una festa durante la quale i bambini di cinque anni e le bambine dai tre ai sette anni pregano nei templi per ottenere buona salute, e dalle tradizionali cerimonie nuziali. Durante una festa annuale (Rei-sai) si usa portare in processione una sorta di tabernacolo, il mikoshi, fra canti e invocazioni.


Lo scintoismo sottolinea l'importanza della purezza rituale e non possiede una gerarchia clericale, tramandando le funzioni sacerdotali per via genealogica. Poiché il contatto con la morte, con la malattia e con il sangue è ritenuto oltremodo dannoso, si prescrivono alcuni riti, detti kegare, volti a liberare il fedele da qualsiasi forma di contaminazione. Questa religione è fondata su base territoriale e assegna agli abitanti di ciascun quartiere o paese un luogo di culto che contiene un oggetto utilizzato come manifestazione tangibile delle divinità; queste vengono venerate anche pregando presso gli altari domestici o visitando le montagne sacre, numerose in tutto il Giappone.

TESTI SACRI  
Fra i libri considerati sacri dallo scintoismo urano in primo luogo testi mitologici redatti nella forma di antiche cronache, come il Kojiki (Documenti degli antichi avvenimenti, 712) e il Nihongi (Cronache del Giappone, 720). Questi testi insistono sulla discendenza della dinastia imperiale dalla dea solare Amaterasu, come motivo di legittimazione dei sovrani per diritto divino. Compendi dei rituali che costituiscono ancora oggi la liturgia dello scintoismo sono l'Engishiki (Istituzioni dell'età Engi, 905-927), un testo ricco di minuziose prescrizioni, e i cosiddetti 'Cinque libri dello Shinto' (Shinto Gobusho), risalenti al XII secolo e riservati ai sacerdoti anziani.

STORIA  
Nato dall'evoluzione di credenze popolari di natura sciamanica e animistica, lo scintoismo assunse caratteri distintivi soltanto alla fine del VI secolo, quando la famiglia imperiale fece divinizzare gli ujigami, i numi tutelari dei clan guerrieri, collocandoli in un pantheon che rispecchiava fedelmente la struttura politica vigente. Ciò rese lo scintoismo la religione ufficiale giapponese. Tuttavia l'introduzione del buddhismo (538) in Giappone influì in modo sempre più evidente sulla religione tradizionale, al punto di creare un culto sincretistico che fu codificato in termini filosofici come Ryobu Shinto ('Shinto dei due volti '). Soltanto nel XII secolo si tentò di liberare la religione tradizionale dal legame con il buddhismo; Yoshida Kanemoto (morto nel 1511), membro di una delle famiglie sacerdotali che guidavano questo movimento riformatore, elaborò una visione teologica dello scintoismo, proponendolo come religione destinata a fondere in sé tutte le altre: la sua scuola, detta Yoshida Shinto, acquisì un ruolo predominante con l'inizio della dinastia Tokugawa nel 1603 e, pur non riuscendo a sradicare il culto sincretistico, ispirò direttamente le scuole Kokugaku ('Dottrina nazionale'), che alla fine del XVII secolo restituirono alla fede nazionale la sua funzione di strumento di identificazione patriottica e favorirono, attraverso ricerche filologiche, la corretta interpretazione dei testi sacri.


Questa ideologia radicale divenne dominante con la restaurazione Meiji del 1868, anno in cui lo scintoismo diventò religione di stato: la separazione definitiva dal buddhismo fu sancita per decreto e le immagini del Buddha furono rimosse dai templi e dal Palazzo Imperiale.


Il processo di politicizzazione della religione nazionale ebbe il suo culmine nel 1932 con il decreto del ministero dell'Istruzione che, assegnando ai santuari scintoisti il ruolo di scuole di patriottismo, creava la struttura necessaria a sostenere il regime militarista e imperialista di quegli anni; con la sconfitta del Giappone nella seconda guerra mondiale, il governo di occupazione insediato dagli Stati Uniti sancì già nel 1945 la fine dello scintoismo come religione di stato, imponendo all'imperatore di negare esplicitamente la sua natura di divinità. I santuari si riorganizzarono nel 1946 come associazioni autonome, sostenute da donazioni private, e i riti privati della famiglia imperiale furono reinterpretati come cerimonie di corte. Nonostante questa profonda laicizzazione del paese, lo spirito dello scintoismo sopravvive tuttora in forme che si adattano, talora paradossalmente, alle esigenze della società moderna.


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