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Questione arabo-israeliana

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Questione arabo-israeliana

L'indipendenza d'Israele (14 maggio 1948) ha avuto la sua origine negli sforzi dei sionisti per ricreare un “focolare nazionale” per gli Ebrei della diaspora minacciati dalla recrudescenza dell'antisemitismo (1880), particolarmente in Germania e in Russia. La Palestina, in cui si erano ristabilite, dopo la dispersione del 132-l35 d.C., alcune comunità giudaiche, sembrava essere il luogo naturale per tale “focolare”. L'Alleanza israelitica universale e gli Amanti di Sion vi fondarono colonie agricole (diciassette, dal 1870 al 1896), con lo scopo di ricostituire una classe rurale ebrea. Le sovvenzioni finanziarie del barone Edmond de Rothschild favorirono, dal 1887 al 1899, la creazione di quelle d'Ekron (Mazkeret Batya) e di Rishon-le-Zion. Il fondatore del Movimento sionista, Theodor Herzl, dichiarò al primo congresso sionistico di Basilea (agosto 1897), che entro cinquant'anni lo Stato ebraico si sarebbe costituito, disegnandone la struttura, le finalità e i mezzi di attuazione. Tra questi furono rapidamente realizzati la Banca nazionale ebraica, per la raccolta e l'amministrazione dei capitali necessari, e il Fondo nazionale ebraico, per la messa in valore delle terre acquistate. I sionisti si proponevano di ricostruire in Palestina una patria per tutti gli Ebrei “che non potevano o non volevano restare nel paese in cui si trovavano” e l'emigrazione, prima fenomeno isolato o di piccoli gruppi tollerati dal governo ottomano, divenne ben presto imponente fenomeno di massa, incrementato dalla condizione insostenibile di vita degli Ebrei residenti nei paesi dell'Europa orientale. Dopo la prima guerra mondiale, tale emigrazione ebbe un nuovo e massiccio incremento in virtù di due decisioni internazionali: la “dichiarazione di Balfour” (2 novembre 1917), che, frutto dei negoziati condotti da Chaim Weizmann, confermava al popolo ebraico il diritto di istituire un centro nazionale in Palestina, e il mandato assegnato dalla Società delle Nazioni alla Gran Bretagna per la realizzazione di tale centro, in seguito al quale all'Agenzia ebraica veniva riconosciuta la rappresentanza degli interessi della nazione ebraica presso la potenza mandataria (1922). La soluzione auspicata era quella di uno Stato palestinese arabo-ebraico integrato. L'avvento al potere del nazismo (1933) provocò un forte afflusso in Palestina di Ebrei provenienti dalla Germania e da altri paesi dell'Europa occidentale; ciò diede luogo a violente reazioni da parte degli Arabi, per cui la Gran Bretagna bloccò quasi completamente l'immigrazione ebraica (marzo 1940). Ma l'imperversare delle persecuzioni naziste spinse gli Ebrei a reclamare vivamente il diritto a una immigrazione illimitata in Palestina. In seguito all'atteggiamento negativo degli Inglesi (episodio della nave Exodus, estate 1947), motivato anche dagli impegni da loro assunti verso gli Arabi durante la seconda guerra mondiale, si organizzò l'immigrazione clandestina appoggiata da una vasta rete protettiva e dall'organizzazione paramilitare dell'Hagana. Venne così condotta una dura e lunga guerriglia prevalentemente con atti terroristici (Irgun zwai leumi, gruppi Stern) contro Arabi e Inglesi, che rese inevitabile una soluzione politica della situazione.



Considerata l'impossibilità di un accordo diretto fra Ebrei e Arabi, la Gran Bretagna ricorse alle Nazioni Unite. Queste, nel novembre 1947, si pronunciarono a favore della spartizione della Palestina in due Stati indipendenti, uno arabo e l'altro ebraico, e della costituzione della città di Gerusalemme in zona internazionale sotto il loro controllo. Tale risoluzione, respinta dagli Arabi, provocò la guerra civile. Gli Ebrei di Palestina decisero di costituire un comitato esecutivo di 13 membri (aprile 1948) sotto la presidenza di David Ben Gurion, che proclamò l'indipendenza dello Stato d'Israele (14 maggio), poche ore prima della fine del mandato britannico (15 maggio ora zero). Riconosciuto dalle principali potenze mondiali, il piccolo Stato di 650.000 abitanti spezzò l'offensiva dei paesi arabi; ma la guerra, nonostante l'intervento dell'ONU, mediatore il conte Folke Bernadotte (che fu assassinato a Gerusalemme il 17 settembre 1948), si protrasse fino agli armistizi del 1949 (da febbraio a luglio). In seguito a essi i confini d'Israele furono fissati in modo irrazionale (più di 1.000 km di frontiere) e la città di Gerusalemme fu divisa in due parti: i Luoghi santi attribuiti alla Giordania, e la città nuova al giovane Stato, che ne fece la sua capitale. Nel 1949 Israele entrò a far parte dell'ONU. Nonostante i continui incidenti di frontiera e il blocco imposto dalla Lega araba, lo Stato d'Israele affrontò immediatamente i suoi molteplici compiti, a cominciare dal rafforzamento dell'esercito e dallo sviluppo dell'economia, fino alla formulazione, dapprima provvisoria (leggi fondamentali votate dal Consiglio nazionale, 19 maggio 1948), poi definitiva delle proprie strutture istituzionali (elezioni a proporzionale assoluta di una Knesset, Assemblea costituente e legislativa [25 gennaio 1949]; designazione per un quinquennio del presidente della repubblica [il primo fu Chaim Weizmann eletto il 17 febbraio]; adozione di leggi fondamentali con valore costituzionale). Tali istituzioni democratiche portarono al risveglio della vita politica del paese, dominata dal partito socialista israeliano (Mapai), vincitore delle elezioni del 1949, 1951, 1955 e 1959. Tale partito, con l'appoggio della potente organizzazione operaia, la Histadruth, ebbe in Moshe Sharett (primo ministro dal 1953 al 1955) e soprattutto in David Ben Gurion (dal 1948 al 1953 e dal 1955 al 1963) i suoi capi più rappresentativi. Questi, che si alternarono alla presidenza del consiglio ininterrottamente dal 1948, costituirono governi di coalizione ora con gruppi di centro-destra (progressisti) e di destra (sionisti generali), ora con gruppi socialisti di sinistra (Ahdut Avoda e Mapam), ma quasi sempre con l'appoggio dei partiti religiosi nazionalisti (Mizrahi) e di stretta osservanza (Poale Agudat Yisrael). L'opposizione al Mapai (il cui candidato Ben Zvi fu del resto eletto a presidente della repubblica dopo la morte di Chaim Weizmann [1952]), fu sostenuta dal partito Herut (Movimento della libertà) di Menahem Begin, già capo dell'Irgun, fautore di una politica mirante al conseguimento della frontiera geografica della Palestina, quella lungo il Giordano. Altre difficoltà per un sicuro assestamento derivarono dalla necessità di conciliare, soprattutto in materia di matrimonio e di divorzio, le esigenze di uno Stato moderno con quelle della Legge mosaica (divieto di matrimoni misti; divieto di ripudio della donna che acquisì gli stessi diritti dell'uomo [1951]), e dalla necessità di rispettare anche i diritti delle minoranze cristiana e musulmana, per cui si rese necessaria la collaborazione dei partiti religiosi e l'elaborazione di una politica d'integrazione (l'arabo è una delle due lingue ufficiali).

Un terzo ordine di problemi procedette dall'apertura senza restrizioni del territorio di Israele all'immigrazione degli Ebrei del mondo intero (legge del 15 maggio 1948, completata da quella del 1º agosto 1952, che accorda a ogni ebreo giunto in Israele la cittadinanza israeliana senza subordinarne la concessione a criteri confessionali). In dieci anni, furono così accolti più di 950.000 immigranti, provenienti da circa 74 paesi differenti. L'integrazione di questi immigranti, spesso sprovvisti di tutto e che ignoravano persino l'ebraico, terminò praticamente nel 1960, non senza enormi sacrifici. Vennero creati anzitutto istituti primari (l'insegnamento è obbligatorio dai cinque ai quindici anni), secondari, professionali e superiori (università ebraica di Gerusalemme, politecnico di Caifa, istituto scientifico Weizmann di Rehovot, ecc.). Grazie a tali realizzazioni fu possibile a Israele disporre delle strutture necessarie allo sviluppo dello Stato e offrire assistenza tecnica ai paesi d'Africa e d'Asia, desiderosi di valersene per la trasformazione delle rispettive economie. Israele divenne così uno degli Stati più dinamici del Vicino Oriente. Tuttavia, sebbene avesse cercato di attuare una politica di “non identificazione”, e non avesse aderito ad alcun blocco di nazioni, Israele non riuscì a mantenere con i paesi dell'Est (ideologicamente contrari al sionismo) gli stessi buoni rapporti avuti con i paesi occidentali. In particolare non poté spezzare il blocco della Lega araba: gli armistizi del 1949 non furono mai trasformati in trattati di pace; i progetti d'utilizzazione comune delle acque del Giordano non poterono essere realizzati; il canale di Suez fu mantenuto chiuso dall'Egitto alle navi israeliane, anche dopo la vittoriosa camna del Sinai condotta dal generale Dayan. Isolato dai paesi vicini, Israele dedicò tutti i suoi sforzi alla valorizzazione del proprio territorio, sperando di affrettare, attraverso le proprie imponenti realizzazioni, la soluzione del suo problema più grave, cioè la pace con i paesi arabi. Ma nuovi e più gravi problemi dovevano ancora travagliare il giovane Stato. La rapida espansione economica del paese, accomnata da un'imprevista crescita industriale, determinò gli Stati Uniti a ritirare gli aiuti finanziari accordati ai paesi sottosviluppati, provocando una profonda crisi di assestamento (1964- 1966), su cui si innestarono le preesistenti tensioni etnico- religiose della minoranza araba (12% della popolazione). In questo quadro si sviluppò altresì una parallela crisi politica all'interno del partito di maggioranza (Mapai) che, pur continuando a riportare notevoli successi elettorali, richiedeva un ringiovanimento della classe politica dirigente (divergenza tra la vecchia guardia e la nuova generazione rappresentata da Moshe Dayan, Abba Eban e Shimon Peres). La crisi, che raggiunse momenti drammatici nel 1960 con lo scoppio dell'affare Lavon, sfociò nella scissione del Mapai da cui uscì il gruppo capeggiato da Ben Gurion, che diede vita a un nuovo partito, il Rafi (1965). Contemporaneamente venivano acutizzandosi i rapporti con i paesi arabi, segnando momenti di estrema tensione a partire dal 1964, anno in cui i governi del Cairo e di Damasco intrapresero l'opera di deviazione delle acque del Giordano, mentre in Giordania si costituiva l'Organizzazione di liberazione della Palestina. La crisi progressivamente aggravatasi nel corso di tre anni incominciò a precipitare con gli atti di forza egiziani (imposizione di sgombero alle truppe dell'ONU, rioccupazione dello stretto di Tiran e della striscia di Gaza) e con l'allineamento di re Husayn di Giordania sulle posizioni di Nasser (maggio 1967), rendendo inevitabile la ripresa delle ostilità tra Israele e i paesi arabi (giugno 1967), con netto svantaggio di questi ultimi e con la conseguenza di creare in Medio Oriente un periodo di profonda instabilità politica, acuito dal rifiuto da parte araba di accettare la sconfitta.

Il piccolo Stato era diventato la potenza militare del Medio Oriente e godeva di una relativa sicurezza dopo l'annessione anche della parte araba di Gerusalemme e l'occupazione della Cisgiordania, del Golan siriano, della striscia di Gaza e di tutto il Sinai egiziano. Le collettività agricole (kibbutzim) avevano progressivamente perso peso politico in una nazione all'avanguardia nei settori di alta tecnologia, come l'aeronautica, l'elettronica, l'energia nucleare. Il potere era prerogativa dell'apparato burocratico dello Stato, dell'esercito e della confederazione del lavoro, controllati dal partito laburista, malgrado le rivalità tra i maggiori leaders di questo. Nel febbraio 1969 morì il primo ministro Levi Eshkol e il partito laburista designò a succedergli Golda Meir, che nel marzo formò il suo primo governo. Alle elezioni politiche dell'ottobre successivo il partito laburista ottenne, assieme ai suoi alleati, 60 sui 120 seggi alla Knesset. Golda Meir formò il suo secondo governo con l'appoggio di tutti i partiti, compresa l'estrema destra; restarono fuori dal governo soltanto i comunisti e i rappresentanti della minoranza araba. La vittoria nella guerra dei Sei giorni, però, non aveva posto termine alle tensioni con gli Arabi, anzi si trascinava la guerra di usura con l'Egitto sul canale di Suez e si intensificavano le incursioni dei fedayin della resistenza palestinese. L'esercito israeliano reagiva a queste ultime con incursioni contro le basi palestinesi nei paesi vicini (Giordania, Libano, Siria). L'ONU si era impegnata a far rispettare la risoluzione 242 del 22 novembre 1967 del Consiglio di sicurezza, che imponeva a Israele lo sgombero dei territori occupati nella guerra dei Sei giorni, ma la missione diplomatica affidata con questo scopo a Gunnar Jarring fallì. Nel 1970 gli Americani presentarono una proposta per risolvere la questione, il piano Rogers. Questo venne accettato dall'Egitto e dalla Giordania e subito dopo da Israele. Per protesta il partito Gahal (destra nazionalista) ritirò i suoi ministri dal governo. Al piano si oppose anche la resistenza palestinese, che intensificò la sua attività terroristica. Nel settembre dello stesso anno re Husayn decise una vasta operazione militare per eliminare le basi palestinesi in Giordania. Ciò provocò un inasprimento delle azioni terroristiche, che estesero le azioni contro obiettivi israeliani anche all'estero. Nel maggio 1972 all'aeroporto di Lydda (Tel Aviv) tre terroristi giapponesi, guadagnati alla causa palestinese, compirono una strage e nel settembre successivo diversi atleti israeliani, che partecipavano ai giochi olimpici di Monaco, furono presi in ostaggio da un commando palestinese e persero la vita. Israele intensificò allora le azioni di rappresaglia, che colpivano soprattutto la popolazione civile ammassata nei campi profughi del Libano. Il 6 ottobre 1973 gli Egiziani e i Siriani scatenarono una nuova guerra, nota come “guerra del Kippur”. Da questa gli Israeliani uscirono sconfitti politicamente, anche se non militarmente. L'arma del petrolio, efficacemente utilizzata dai paesi arabi produttori contro l'economia delle potenze occidentali filoisraeliane, e il conseguente isolamento diplomatico di Israele furono fatti nuovi che esercitarono un notevole peso al momento della conclusione del conflitto e nel periodo successivo.



Le elezioni politiche del 31 dicembre 1973 sancirono l'avanzata della destra nazionalista, ma i laburisti e i loro alleati conservarono la maggioranza. Golda Meir rimase alla guida del governo, ma gli attacchi si concentrarono su Dayan, accusato di essere il responsabile delle gravi negligenze emerse durante il conflitto, le quali avevano portato al crollo del mito dell'imbattibilità israeliana. Dayan venne scagionato da una commissione d'inchiesta governativa, contro la quale si scatenò un'ondata di protesta in tutto il paese, inducendo Golda Meir alle dimissioni (aprile 1974). Le succedette il generale I. Rabin, il vincitore della guerra dei Sei giorni. Nell'ottobre 1974 l'OLP venne ammessa come osservatrice all'ONU. Ciò provocò il risveglio delle rivendicazioni indipendentistiche della popolazione araba di Israele. Il governo rispose con arresti e deportazioni in massa mentre la destra nazionalista portava avanti, scarsamente contrastata dal governo, la politica tesa a favorire la creazione di insediamenti di coloni nella Cisgiordania, al fine di rendere più difficile la cessione dei territori occupati nel 1967. Per fronteggiare la crisi economica il governo adottò inoltre misure di austerità e la svalutazione della moneta, suscitando la reazione degli operai, contro i quali vennero impiegati i reparti antiguerriglia. Nel settembre 1975, grazie alla mediazione di Kissinger, veniva concluso un accordo con l'Egitto, che stabiliva le modalità del disimpegno militare israeliano nel Sinai. L'accordo però si rivelò inconsistente e Israele si trovò isolato sempre più sul piano internazionale di fronte alle iniziative siro- palestinesi. All'interno cresceva la frattura tra alcuni ministri favorevoli al riconoscimento dell'OLP e lo stesso Rabin, più sensibile alle posizioni della destra. Nel dicembre 1975 nei territori occupati si svolsero imponenti manifestazioni contro gli stanziamenti di coloni israeliani; contemporaneamente aumentarono di numero gli attentati dei gruppi della resistenza palestinese. Le elezioni amministrative, tenutesi nei territori occupati nell'aprile 1976, videro il successo di candidati vicini all'OLP, mentre la Cisgiordania veniva scossa dalle manifestazioni contro il movimento di estrema destra israeliano Gush Emmunim, che perseguiva l'occupazione delle terre nella regione. Rabin, che non aveva constrastato l'opera del movimento, represse duramente invece la protesta palestinese, acutizzando così la tensione. Nel luglio 1976 un commando israeliano liberò a Entebbe (Uganda) 101 ostaggi di un gruppo filopalestinese, quasi a dimostrare la ritrovata capacità militare dell'esercito israeliano. Nel dicembre successivo Rabin perse la maggioranza in parlamento per l'abbandono della coalizione da parte del partito religioso e di liberali indipendenti. Nell'aprile 1977, poi, venne sostituito da S. Peres alla guida del partito laburista. Le elezioni anticipate del maggio successivo videro il crollo del partito laburista e la vittoria della Destra (Likud) e del Movimento democratico per il cambiamento (MDC). Il leader del Likud, Begin, divenne primo ministro con l'appoggio dei tre partiti religiosi e di Dayan, ritornato sulla scena politica come ministro degli esteri. Begin favorì la formazione di nuovi insediamenti nei territori occupati e nel 1977 scatenò un attacco militare contro il Libano. Israele si trovò così totalmente isolato sul piano internazionale, mentre gli stessi Stati Uniti riconoscevano il diritto dei Palestinesi a una patria. Nel novembre dello stesso anno, però, fu un paese arabo, l'Egitto, a dare la possibilità al governo israeliano di uscire dall'isolamento con la storica visita di Sadat a Gerusalemme. Si mise in moto un processo di distensione tra i due paesi, che, grazie alla mediazione del presidente americano sectiuner, portò agli accordi di Camp David (settembre 1978) e alla pace separata tra Egitto e Israele (marzo 1979). Per incoraggiare gli sforzi di pace, fu conferito il premio Nobel per la pace 1978 a Sadat e a Begin. L'accordo prevedeva la restituzione all'Egitto del Sinai e finiva così con il consolidare il controllo israeliano sulla Cisgiordania. Nel marzo 1978 Begin tentò di occupare militarmente il Sud del Libano, ma l'impresa fallì di fronte alla resistenza palestinese e alla condanna dell'opinione pubblica internazionale. L'ONU ingiunse a Israele di ritirarsi, ma gli Israeliani cedettero il controllo dei territori occupati alle forze cristiane di Haddad e non ai “caschi blu”. Tre vertici tra Sadat e Begin e innumerevoli riunioni non portarono ad alcuna soluzione del problema palestinese, isolando sempre più l'Egitto nel mondo arabo. Nell'ottobre 1979 Dayan si dimise dal governo per protesta contro la decisione di Begin di creare nuovi insediamenti nei territori occupati. Venne sostituito da Shamir, che aveva criticato da destra gli accordi di Camp David. In novembre il sindaco palestinese di Nablus fu arrestato, ma lo sciopero generale, le dimissioni di molti altri sindaci e le proteste internazionali indussero le autorità a revocare il decreto di espulsione. Nel giugno successivo, però, lo stesso sindaco di Nablus rimase gravemente ferito in un attentato a opera di estremisti israeliani. La politica di Begin si caratterizzò nel 1980 per la guerra strisciante nel Sud del Libano e per il proseguimetno degli insediamenti nei territori occupati. Contro questa politica si dimise anche il ministro della difesa Weizmann. Nel giugno 1981 l'aeronautica israeliana bombardò il centro atomico iracheno alla periferia di Bagdad, suscitando in tal modo l'irritazione degli Stati Uniti, interessati ad attirare il regime di Bagdad nell'orbita occidentale. Le polemiche che si scatenarono nel paese in seguito a questa iniziativa e l'indebolimento del governo costrinsero Begin a sciogliere in anticipo il parlamento.




Le elezioni videro un successo del partito laburista, il quale però non dispose della forza necessaria per formare da solo un governo. Begin invece riuscì a costituire un nuovo governo, grazie al sostegno dei tre partiti religiosi (National Religious Party, Agudat Israel e Tami). Egli inoltre decise di acutizzare la crisi mediorientale con un raid su Beirut che provocò numerose vittime tra la popolazione civile, e con l'annessione unilaterale del Golan siriano. L'isolamento di Israele sul piano internazionale fu completo quando gli Stati Uniti, in risposta alle iniziative di Begin, dichiararono inoperante l'accordo di collaborazione strategica da poco firmato. Il 1982 iniziò nel segno della distensione con la decisione di Begin di rendere operante l'accordo con l'Egitto sul disimpegno israeliano nel Sinai, anche a costo di intervenire con la forza contro i coloni. Alla fine di aprile l'evacuazione della regione venne completata. Begin però favorì la creazione di nuovi insediamenti nella Cisgiordania e nel Golan, reprimendo ogni segno di resistenza della popolazione palestinese. Il 6 giugno 1982 il governo israeliano scatenò un'offensiva in grande stile nel Libano. L'operazione, denominata “pace in Galilea”, aveva tre obiettivi: distruggere definitivamente le basi della resistenza palestinese, ridimensionare le mire egemoniche della Siria e instaurare nel paese un regime filoisraeliano gestito dal partito cristiano-falangista di B. Gemayel. L'avanzata israeliana fu rapida, ma la resistenza palestinese a Beirut Ovest assunse toni drammatici. Il 12 agosto, dopo due mesi di trattative condotte da Habib, i palestinesi evacuarono la città. Nell'opinione pubblica internazionale l'aggressione israeliana richiamava alla memoria le scene che diedero inizio alla II guerra mondiale e un vasto movimento di simpatia verso i Palestinesi si sviluppò in molti ambienti politici. Lo stesso 'Arafat venne ricevuto dal papa. Per quanto riguarda gli altri obiettivi, l'esercito israeliano aveva inflitto gravi perdite all'aviazione siriana, senza però riuscire a impedire i collegamenti tra Beirut e Damasco e il capo dei falangisti, B. Gemayel, il 14 settembre restò vittima di un attentato. A completare la sconfitta politica di Begin si aggiunse un drammatico avvenimento che screditò il governo israeliano agli occhi dell'opinione pubblica internazionale: fra il 16 e il 18 settembre alcuni reparti cristiani, protetti dalle forze israeliane, entrarono nei campi profughi di Sabra e Chatila e massacrarono la popolazione civile. La condanna da parte dell'opinione pubblica internazionale e le stesse manifestazioni svoltesi a Gerusalemme costrinsero il governo a nominare una commissione di inchiesta. Questa attribuì pesanti responsabilità al ministro della difesa Sharon e al ministro degli esteri Shamir. Se il primo venne costretto alle dimissioni nel febbraio 1983, il secondo invece sostituì lo stesso Begin alla guida del governo nell'agosto successivo. Shamir deliberò il graduale ritiro delle truppe da Beirut alla zona nord di Sidone, quando il controllo della zona era stato già assunto da una forza multinazionale di pace composta da Italiani, Francesi, Inglesi e Americani. Shamir dovette fronteggiare inoltre la grave situazione economica e in ottobre deliberò la svalutazione dello shekel, seguita in breve dalla chiusura della borsa di Tel Aviv. La politica di austerità, decisa dal governo, finì per colpire gli strati meno abbienti della popolazione, poiché vennero sospese le sovvenzioni statali sui generi di prima necessità.

Malgrado gli insuccessi e l'opposizione di vasti settori dell'opinione pubblica la maggioranza governativa riuscì a superare le elezioni amministrative del 25 ottobre 1983. La debolezza della coalizione di governo costrinse però Shamir a indire le elezioni anticipate. Queste si svolsero il 23 luglio 1984 e attribuirono la maggioranza alla Knesset al partito laburista. Anche il Likud ottenne un forte consenso, per cui si pervenne nel settembre successivo a un accordo, che prevedeva la formazione di un governo di unità nazionale, guidato a turno dai due leaders. In un primo periodo fu il laburista Peres ad assumere la direzione del governo, mentre Shamir ebbe la carica di ministro degli esteri. In ottobre i due ottennero durante una visita a Washington consistenti aiuti economici, ma dovettero impegnarsi ad attuare una rigorosa politica di austerità. Nella prima metà del 1985 venne completato il ritiro dal Libano, mentre vennero registrate delle aperture verso re Husayn di Giordania. Nel luglio successivo, per fronteggiare la crisi economica, il governo svalutò del 18,5% lo shekel e decretò il blocco dei salari, suscitando la reazione dei sindacati, che risposero con uno sciopero generale. Nel mese di settembre venne messo in circolazione il nuovo shekel, equivalente a mille vecchi shekel. Il 1° ottobre l'aviazione israeliana colpì con un raid il quartier generale dell'OLP a Tunisi. L'azione suscitò la condanna dell'ONU e isolò ancor più Israele a livello internazionale. Poco dopo Peres propose la convocazione di una conferenza internazionale per trovare una soluzione al problema palestinese. La proposta venne respinta dallo stesso Shamir. Nel maggio 1986 venne sottoscritto a Washington l'accordo sulla partecipazione israeliana al progetto SDI degli Stati Uniti. Nell'ottobre successivo, come stabilito dagli accordi presi dopo le elezioni del 1984, Shamir assunse la carica di primo ministro, mentre Peres passò agli esteri. All'inizio del 1987 crebbe la tensione nei territori occupati tra i coloni israeliani e la popolazione palestinese e nel mese di dicembre in seguito alla morte di tre operai palestinesi, travolti da un automezzo israeliano, esplose violenta la protesta, che assunse le dimensioni di resistenza popolare agli occupanti, la lotta delle pietre nota come “Intifada”. La spietata repressione israeliana, documentata dalla stampa di tutto il mondo, suscitò sdegno nell'opinione pubblica internazionale. Intellettuali ebrei, sia in Europa sia in America, dichiararono pubblicamente il proprio dissenso riguardo all'operato del governo israeliano.

Questo inizialmente cercò di soffocare la ribellione e di allontanare i giornalisti stranieri per non far conoscere metodi e conseguenze delle azioni dei militari contro la popolazione civile. Lo stillicidio di vittime non fermò però la protesta. Nell'aprile 1988 il capo militare dell'OLP, Abu Jihad, veniva ucciso a Tunisi da un commando israeliano. L'azione, invece di piegare l'Intifada, finì per accrescere la tensione. Alla rivolta popolare si legava infatti la nuova politica dell'OLP, favorevole alla pace e al riconoscimento dello Stato di Israele, ma con la creazione di uno Stato palestinese. In tale situazione, nel novembre 1988, si svolsero le elezioni politiche, che confermarono l'equilibrio tra i due schieramenti. Likud e partito laburista furono così costretti a continuare a convivere nel governo. I due partiti e i loro maggiori rappresentanti si fecero sostenitori di varie e contrastanti proposte sulla questione palestinese, spesso sconfessandosi tra loro. La fine dell'“era Reagan” e l'avvento di Bush alla presidenza degli Stati Uniti sembrò ridimensionare l'appoggio americano a Israle; tuttavia la mancanza di un chiaro disegno di politica per il Medio Oriente da parte degli Stati Uniti permise allo stesso governo israeliano di proseguire la sua spregiudicata politica, finché nel 1990 esso cadde (per la prima volta nella storia dello Stato israeliano) sulla fiducia, a proposito del piano di pace americano (“piano Baker”). La sostituzione vide un nuovo Governo Shamir tutto orientato a destra, con una maggioranza di due soli voti. Il nuovo passo palestinese in favore della pace con la dichiarazione (1989) che la Carta dell'OLP del 1964 era da ritenersi decaduta laddove negava l'esistenza di Israele, accentuò il contrapporsi interno tra laburisti e Likud sulla questione dei territori occupati; inoltre in ambito internazionale una nuova era di distensione si era aperta con la fine del conflitto tra Iran e Iraq e la morte di Khomeini, tanto da individuare quasi esclusivamente nell'intransigenza israeliana la causa del perdurare dello stato di tensione in tutto il Medio Oriente. La scelta di mantenere una posizione di neutralità nella difficile situazione della crisi del Golfo, minacciato dai bombardamenti iracheni, pose nuovamente Israele in buoni rapporti con l'Occidente; nel 1991 inoltre il paese accettò di partecipare alla conferenza di Madrid, con mediazione degli USA, avviando trattative di pace con il mondo arabo. La vittoria elettorale laburista nel 1992 riportò in carica come primo ministro Ytzhak Rabin; nello stesso anno Ezer Weizman, anch'egli laburista, sostituiva C. Herzog alla presidenza. Fu con Rabin che Israele arrivò alla vera svolta con gli accordi segreti con l’OLP che nel 1993 portarono alla firma a Washington, sotto la supervisione statunitense, di un documento di reciproco riconoscimento politico e alla stipulazione di un negoziato per l'istituzione di un autonomia amministrativa palestinese; il trattato su sottoscritto da Arafat e Rabin, riconosciuti, con Peres (che aveva partecipato alle trattative), a livello internazionale con l'assegnazione del premio Nobel per la pace nel 1994. Il processo di pace continuò con la nascita dell'Autorità palestinese, comprendente la striscia di Gaza e Gerico, seguita da una serie di accordi di pacificazione nella regione tra Israele e Giordania, Marocco e Siria. Ma l'opposizione a tali negoziati si rivelò molto violenta sia da parte degli estremisti islamici sia da parte ebraica, arrivando all'uccisione, nel novembre 1995, del primo ministro Rabin da parte di un seguace dell'estrema destra israeliana. Israele si ritrovò profondamente colpito e diviso a metà, con il Likud principale accusato di aver fomentato il clima d'odio; ciò nonostante lo stesso Likud è prevalso alle elezioni del 1996, dopo una parentesi governativa di Shimon Peres, impegnatosi a proseguire l'operato di Rabin per la pace e confermando l’intenzione di far rispettare l’accordo che prevedeva l’estensione dell’autonomia palestinese in Cisgiordania. Con un vantaggio minimo Benjamin Netanyahu, leader del Likud è diventato il primo capo del governo eletto a suffragio universale, sostenuto dall'estrema destra e dai partiti religiosi. Riprese così la colonizzazione in tutti i territori occupati (tra cui il Golan, compromettendo il ripristino di buoni rapporti con la Siria) in parallelo agli atti terroristici; il rifiuto della costituzione di uno stato palestinese in Cisgiordania e l'esclusione di trattative su Gerusalemme affossarono di fatto il processo di pace faticosamente avviato. Nel frattempo l'aggravarsi della tensione nel Libano, aveva portato a nuove azioni militari tra hezbollah e israeliani e la situazione mediorientale ritornava incerta e pericolosa. Alle dichiarazioni ufficiali di voler continuare sulla via della pace, Netanyahu contrappose continue azioni di senso contrario, in particolare autorizzando nuovi insediamenti di coloni dove era prevista l'espansione dell'Autorità; oltre al conseguente peggioramento dei rapporti con gli altri Paesi della regione mediorientale, si dovette registrare il fallimento di numerosi tentativi di mediazione e un escalation della violenza. Le accuse di corruzione ai vertici del governo, la paralisi dei negoziati con i Palestinesi, ora riavviati ora disattesi poi interrotti, l'incapacità di elaborare una seria politica di lungo periodo, portarono alla sfiducia della Knesset al premier Netanyahu nel dicembre del 1998. Le elezioni anticipate furono indette per il maggio successivo e registrarono la vittoria del laburista Ehud Barak, rimasto unico candidato contro Netanyahu per il ritiro degli altri contendenti. La nuova composizione della Knesset fu distribuita per il 40% dei seggi alla coalizione di sinistra guidata dai laburisti (27), per il 26% alla destra, il 18% agli ultraortodossi e il 16% ai partiti di centro. Netanyahu lasciò anche la guida del partito, assunta dal generale Ariel Sharon, ex ministro degli esteri.



L'elezione di Barak accese nuove speranze per la ripresa del processo di pace con i Palestinesi e in tutta la regione. Dopo un titubante riavvicinamento e sei settimane di negoziati israeliani e palestinesi arrivarono a firmare il 4 settembre 1999 in Egitto un patto di applicazione degli accordi di Wye tation, siglati l’ottobre precedente e poi disattesi, sull’ulteriore ritiro di Israele dalla Cisgiordania; rimaneva così da siglare la definizione dello statuto dei territori palestinesi. Nel maggio del 2000 a Eliat sono ripresi i contatti per raggiungere un accordo di pace definitivo, ma contemporaneamente nei Territori occupati è tornata l’intifada in occasione del cinquantenario della nascita di Israele e con l’obiettivo di accelerare il negoziato. Nello stesso periodo si definiva la questione libanese. Il delicato processo di pace tra Israele e Siria da lungo tempo in fase di stallo si era infatti ulteriormente compromesso nei primi mesi del 2000 con la ripresa degli attacchi degli hezbollah (filoiraniani) contro obiettivi israeliani nella fascia di sicurezza; la Siria, esercitante di fatto tutela sul Libano, aveva accusato Israele di connivenza con gli stessi hezbollah, suscitando rappresaglie aree israeliane su questi ultimi. Dopo aver annunciato il ritiro delle truppe per luglio, l’occupazione israeliana (dal 1978) è effettivamente finita nella notte tra il 22 e il 23 maggio; l’intensificarsi delle violenze e le massicce diserzioni nell’Esercito del Libano del Sud (SLA) hanno indotto Barak ad anticipare i tempi per evitare nuovi inutili bagni di sangue. Truppe dell’Unifil, la forza di pace delle Nazioni Unite, dovranno sorvegliare la zona di confine prima che quest’ultimo sia definitivamente demarcato. Pochi giorni dopo Barak si è trovato ad affrontare anche una grave crisi interna conclusasi con un rimpasto governativo, in vista di elezioni anticipate. A luglio si è svolto a Camp David un summit con 'Arafat, organizzato dal presidente Clinton, per concludere il negoziato di pace, considerato l’aggravarsi della situazione dopo l’annuncio del leader palestinese di proclamare il 13 settembre la nascita del nuovo Stato; ma le questioni che continuano a dividere i due leader sono cruciali, su tutte lo status di Gerusalemme (oltre al rientro dei profughi palestinesi e il ritiro dei coloni israeliani), e dopo ripetute minacce di abbandono ora dell’uno ora dell’altro il vertice si è concluso con un nulla di fatto. Non la delusione ma il consenso dimostrato dai due popoli nei confronti del fallimento del summit lascia forti dubbi su una risoluzione pacifica della questione mediorientale.

In ambito interno uno scandalo aveva inoltre coinvolto il presidente Weizmann, sospettato di aver ricevuto una ingente somma di denaro e non averla dichiarata al fisco; la procura generale ha aperto un’inchiesta nel gennaio 2000 e pur godendo di immunità totale sino alla scadenza del mandato (2003) Weizman ha dapprima rinunciato a parte dei suoi poteri e si è poi dimesso il luglio successivo.






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