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TESINA DI ITALIANO Da Machiavelli a Leopardi

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TESINA DI ITALIANO




Da Machiavelli a Leopardi

Attraverso le loro opere più importanti:





Il Principe

L’Orlando Furioso

La Locandiera

Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo



Le ultime lettere di Jacopo Ortis

Dei Sepolcri

Lo Zibaldone





















Niccolò Machiavelli

“DE PRINCIPATIBUS„


L’opera forse più conosciuta e importante di Machiavelli è Il Principe, un trattato politico ( tema molto delicato e poco trattato nella sua epoca), suddiviso in 26 moduli, nei quali si possono a loro volta distinguere 4 grandi blocchi tematici:

Dal modulo I al modulo XI l’autore affronta le diverse tipologie di principato, dalla concezione generale fino alla nuova acquisizione. Dopo aver esaminato attentamente le varie forme di principato (civile, ereditario, misto, ecclesiastico, e di nuova concezione) si sofferma, dando spazio ed interesse alle due forme che più ritiene valide: il principato civile e quello di nuova acquisizione.

All’analisi delle repubbliche segue la dichiarazione che l’opera è dedicata solo ed esclusivamente alla trattazione del principato, confermando una volta per tutte la sua particolare attenzione a questa particolare forma di gestione politica del potere. In seguito ad un brevissimo accenno sullo stato ereditario, più facilmente difendibile e conservabile, a meno che la fortuna non sia contro il principe, Machiavelli dibatte il tema del principato misto ovvero in parte ereditari e in parte con nuove province acquisite. Affrontando invece la conquista del principato nuovo l’autore ne distingue due possibilità: grazie ad armi e virtù del principe o grazie alla fortuna che lo stesso possiede. Apre un'altra possibilità alla gestione e al mantenimento del potere, facendo riferimento al regno di Agatocle di Siracusa e Oliverotto da Fermo, tiranni violenti e crudeli che portano con sé il dissenso e il malcontento dei cittadini. Verso la fine di questo ampio blocco tematico critica ironicamente la Chiesa, colpevole a suo parere della frammentazione e della disunione politica e territoriale italiana, la quale porta disarmonia tra le fazioni politiche a causa delle sue ingerenze e influenze negative.

Dal modulo XII al modulo XIV disquisisce sulle problematiche legate all’adozione di milizie mercernarie e ai vantaggi derivanti dalle milizie proprie.

Il principe dovrebbe preferire e organizzare milizie proprie, preferibili per fedeltà e maggior garanzia di sicurezza prestata. L’esercito proprio dovrebbe essere formato da cittadini del principato, escludendo la possibilità di poter contare su di un esercito misto, considerato altrettanto insicuro e inaffidabile. Ancora una volta Machiavelli presenta il tema dell’imprevedibile, dal quale bisogna sapersi prevenire e che si deve saper affrontare.

Dal modulo XV al modulo XXIII analizza le componenti della virtù del principe in relazione alla Fortuna.

Comincia col determinare le doti necessarie e le peculiarità che ogni principe, secondo la sua visione, dovrebbe possedere, dal rapporto coi sudditi al rapporto con la fortuna. Per la prima volta dopo l’età classica si affronta il tema etico del rapporto con i cittadini del principato, i quali, affinchè il principe ottenga il loro consenso, devono essere trattati astutamente.

Tratta anche il tema economico, mettendo a confronto gli effetti che può avere sui sudditi un principe parsimonioso e un principe definito “liberale” ovvero che spende molto danaro: fra le due ipotesi è preferibile un principe parsimonioso, il quale otterrà sicuramente il consenso del popolo, il quale si troverebbe così rispecchiato nelle stesse condizioni del principe, non potendo, a causa però della povertà, permettersi spese.

Giungendo ad un tema molto delicato, riguardo al comportamento più o meno crudele del principe, Machiavelli sconvolge la tradizionale visione etica e popolare asserendo che, se l’eccessiva violenza o l’eccessiva grazia possono portare lo scompiglio nel regno fino a minarne la stabilità, il principe “savio” deve riuscire ad essere crudele nei casi in cui questo si ritenga necessario, al fine di ottenere rispetto ed essere temuto.

Un nuovo sconvolgimento si ha anche quando, a proposito dell’inganno nella gestione della politica egli, al pari della violenza e della crudeltà, ammette anche questo espediente per dare stabilità e benessere al proprio principato.

Riprendendo un argomento all’inizio del modulo, ed anche per mitigare le proprie tesi, l’autore si lancia in un invettiva contro le doti negative, i vizi e tutto quello che può suscitare nel popolo il disprezzo per il principe.

Citando l’esempio di Ferdinando d’Aragona, il quale, fregiandosi di fede cattolica, conquistò e diede esempio di grande astuzia, Machiavelli parla della religione per l’unica volta nella sua opera. La fede religiosa è vista non nella sua tradizionale veste di credo personale ma bensì come un altro strumento per ottenere l’approvazione e il consenso del popolo o, come nel caso di Ferdinando d’Aragona, di conquistare un principato o altre province.

Nella conclusione del più ampio blocco tematico dell’opera, l’autore dedica particolare attenzione al problema della scelta di funzionari, ministri e cortigiani fidati per il principe i quali non possono e non devono sostituire lui o le sue decisioni per nessun motivo, a prescindere dalla fiducia che egli ha in loro.

Dal modulo XXIV al modulo XXVI dà un esame globale e attento della situazione italiana del tempo, esprimendosi in base a quanto ha potuto vedere.

Nella conclusione dell’opera, viene prestata un’attenta analisi alla perdita di potere dei principi italiani, considerata soprattutto la relazione tra virtù e fortuna.

Per dare ancora più credito alle proprie teorie e trattazioni, Machiavelli, afferma che, se il principe seguirà tutte le indicazioni e i consigli da lui proposti nell’opera, nessun problema sorgerà nel suo regno.

Concludendo l’esame della situazione italiana, l’autore riconduce la crisi di potere dei principati al rapporto tra principe e popolo: il detentore del potere è incapace di stabilire l’importanza che il popolo riveste nel proprio regno e ciò facendo manda allo sfacelo la propria autorità, rischiando di perdere la sovranità a causa di sommosse popolari.

Propone di nuovo l’intreccio tra fortuna e virtù che il principe deve sapere e adattare come meglio può alle proprie caratteristiche: dovrebbe anche sapere prevenire la fortuna, assoggettandola come meglio può al suo interesse.

Nell’ultimo modulo dell’opera un esaltato incitamento invita gli italiani a liberarsi dalla dominazione straniera.

Il trattato scritto dall’autore fiorentino racchiude la sua unicità non solo nelle tematiche trattate, ma anche e soprattutto dal fatto che Machiavelli trascrisse nella propria opera la realtà che egli stesso aveva potuto osservare nelle corti e nei principati nei quali si era recato nell’epoca in cui ricopriva cariche politiche a Firenze e dalla lettura dei grandi classici.

Nell’opera, oltre all’analisi minuziosa delle situazioni ipotetiche e della realtà italiana, egli riesce ad inserirsi commentando e lasciando ampiamente trasparire le proprie ideologie, fino ad imporle, destando scandalo nel suo tempo, molto legato alla tradizione e al rispetto assoluto degli usi. Esprimendo la propria opinione l’autore fonda la propria autorità sul proprio pensiero stesso, dando origine ad un pensiero forte che al tempo non fu apprezzato essendo visto come troppo spregiudicato e arrogante.

Altro fatto che suscitò stupore e reazioni fu che il pensiero dell’autore separava per la prima volta il potere laico da quello religioso, asserendo che nessuna interposizione o influenza di tipo religioso avrebbe dovuto influire sulle decisioni e sulle politiche del principe.

Nelle intenzioni di Machiavelli, il trattato doveva essere inizialmente dedicato al lio di Lorenzo il Magnifico di Firenze, Giuliano de’ Medici ma finì poi per essere titolato, dopo la morte del reggente fiorentino, a Lorenzo di Piero de’ Medici, duca di Urbino, come lo stesso autore confidò in una lettera ad un amico.

L’autore stesso la definì, forse per autoironia “un ghiribizo” uno sfogo bizzarro dei propri pensieri a proposito della vita nei principati.

Per Machiavelli quest’opera doveva servire invece a farsi conoscere dalle corti italiane alle quali avrebbe potuto prestare la sua grande esperienza di letterato e uomo politico.

Il trattato uscì con svariati nomi prima che gli venga attribuito il titolo definitivo giunto fino a noi.

Nel definire il proprio stile, l’autore usò poche parole: asciutto, senza ornamento, volto solo a evidenziare problematiche e importanza degli argomenti trattate, privo di espressioni inutili ed ampollose per rendere così più semplice e comprensibile il testo, per meglio precisare le idee.

Per un analisi più accurata si può dire che la lingua del Cinquecento basava le proprie caratteristiche sul modello di Boccaccio ma, l’autore del Principe usa un linguaggio molto simile al fiorentino parlato, arricchito di espressioni popolari e latine, ma anche di numerosi termini tecnici militari, della cancelleria (di cui egli aveva fatto parte) e diplomatici.

La costruzione della frase avviene spesso a mezzo di congiunzioni disgiuntive che rendono molto unitario e abbastanza pesante il pensiero basandolo su frasi tra loro coordinate.

Molto spesso egli si avvale di una forma discorsiva, cercando di richiamare l’attenzione del lettore su passi precedentemente scritti o su fatti conosciuti, al fine di tenerne vivo l’interesse.

Le ideologie che si intrecciano nel romanzo sono sintetizzabili nell’intreccio di due termini:

Virtù: è la capacità che il principe possiede di saper reagire e comportarsi in base a come la fortuna agisce sul suo destino. La morale che propone Macchiavelli è laica, slegata da ogni sentimento religioso e priva di influssi popolari sull’ineluttabilità del destino: l’uomo è finalmente conscio delle proprie capacità e può agire in maniera autonoma, disponendo della propria vita, facendo dipendere le proprie sorti unicamente dalle proprie capacità.

Fortuna: è, sostanzialmente, la realtà nel suo svolgersi e nel suo svilupparsi, con tutte le avversità o i favori cui si può andare incontro.

E’, tuttavia, un’altra parola completamente laica: l’uomo non è più predestinato ma può cercare come meglio può di adattare a sé la realtà che lo circonda che non è del tutto immutabile.

































COMMENTO

Il fatto che Machiavelli scrisse il trattato dedicandolo ad un uomo politico non indica assolutamente la sottomissione mentale o politica del poeta ai Medici ma tutt’altro: il sottolineare la sua vicinanza politica e la sua partecipazione con quest’opera lo inducono a intitolarlo ad uno dei rappresentanti della corte medicea.

La dedica gli serve per farsi notare ed ammirare dal potente al quale però, non presta sottomissione o servitù, si sente orgoglioso di rendere servigio, mettendo a sua completa disposizione le sue opere e la sua sapienza, politica e letteraria.

L’opera è anche una forte affermazione della propria esperienza e conoscenza politica della quale l’autore è molto fiero.

Stupisce e coinvolge come, questa esperienza di uomo politico, lo lasci andare a consigli oculati e talvolta spregiudicati.

Comportandosi un po’ come fece Galileo Galilei, si pose controcorrente forse più dello scienziato: il suo pensiero andava infatti non solo contro la Chiesa, accusata di essere portatrice di frammentazione nei governi e di influire negativamente sulle decisioni degli stessi, ma anche contro l’etica e la tradizione popolare.

Quanto Machiavelli si esprime sulle virtù che il principe dovrebbe possedere osserva che egli, per poter meglio governare dovrebbe usare armi come l’inganno e la crudeltà per tenere ordine e ottenere il rispetto e il consenso del popolo.

Come se non bastasse considera la religione come uno strumento nelle mani di chi detiene il potere, capace anche di far ottenere nuovi territori nonché di approvazione popolare.

Le sue idee suscitarono un impatto molto forte che spaccò di fatto la società civile ed ecclesiale, facendo cominciare ad agitare sul suo nome ombre oscure.

Il termine machiavellico assunse in passato forme dispregiative indicante eccedente spregiudicatezza, pensieri contorti ed uno sfrenato utilitarismo.

Machiavelli probabilmente sapeva a cosa andava incontro ma era anche conscio che la sua opera non sarebbe stata destinata al popolo o alla Chiesa, ma che aveva come destinatari tutti i principi con poca esperienza o con poca astuzia.

Essersi scagliato contro la Chiesa gli costò critiche e forse qualche minaccia ma, in epoca moderna, ci si accorge di come l’autore abbia affermato, una volta per tutte ed in maniera scritta, di come il potere ecclesiale dovesse essere distinto e separato da quello politico al fine di non influenzarne le decisioni con caratteri morali o biblici.

Per la vita di tutti i giorni e per la concezione in epoca di Riforma, Machiavelli porta nell’ideologia, soprattutto laica, importanti novità.

Con la concezione di virtù e fortuna elaborate dal poeta non si può più parlare di ineluttabilità del destino per l’uomo, da sempre legato alla propria condizione sociale e di vita perché così creato da Dio, ma ne è ora padrone, almeno in parte.

Le sorti di sé stesso dipendono dall’uomo al quale, in base alle proprie virtù e alle proprie scelte può ora essere completamente libero di agire: in base alle proprie capacità reattive e decisionali dipenderà il successo della sua vita.


Ludovico Ariosto

“L’ORLANDO FURIOSO„

Una delle opere classiche della letteratura italiana è l’ ”Orlando furioso”.

Cominciata la stesura nel 1505 l’opera venne di fatto conclusa nel 1516, data della sua prima pubblicazione, ma venne ritoccata e ripubblicata più volte, sino a quando, nel 1532 pochi mesi prima di morire, Ariosto dà l’assenso alla stampa della versione definitiva.

Le modifiche più importanti sono l’aggiunta di sei canti, che fanno passare l’opera da un totale di quaranta a quarantasei, e una profonda revisione linguistica operata secondo le teorie di Pietro Brembo, un’opera laboriosa e faticosissima.

Idealmente l’autore prosegue il racconto dell’ “Orlando innamorato”, scritto e rimasto incompiuto per mano di Matteo Maria Boiardo, dedicato alla corte di Ferrara.

Nel dare un seguito all’opera continua anche nei propositi di celebrare gli Este dando, seppur fantasticamente, un origine mitologica alla loro stirpe coinvolgendo nella vicenda eroi del mondo classico.

L’ ”Orlando Furioso” è dunque un paradosso poichè esalta e celebra l’amore e il sentimento umano più forte anche della ragione, anche per un eroe: Orlando diventa pazzo per amore e perde ogni ragione, assuefatto dalla donna che ama.

La continuità con l’opera boiardesca si intuisce anche dal titolo che dà uno sviluppo al sentimento amoroso di Orlando: da innamorato questi diventa pazzo, sempre per amore, maturando ancor più profondamente il sentimento che covava.

Nel romanzo pur non potendo individuare trame e personaggi principali possiamo distinguere le vicende in due grandi filoni:

Racconto d’armi (epico). Il poema si apre con la narrazione dell’assedio di Parigi che oppone i cristiani guidati da Carlo Magno ai Saraceni del re d’Africa, Agramante e del suo alleato re di Sna, Marsilio.

Nell’ ”Orlando innamorato” si completa il filo logico con la promessa del re di Francia ad assegnare Angelica a chi, fra Rinaldo e Orlando, avrebbe ucciso più nemici affidando nel frattempo la fanciulla ad un custode.

Ariosto comincia la vicenda narrando la fuga della fanciulla amata dai cavalieri: questi accomnati da cavalieri appartenenti ad entrambe le fazioni si lanciano alla disperata ricerca della ragazza mentre il conflitto continua.

Quando il re saraceno sta facendo strage di nemici Rinaldo giunge con delle truppe di rinforzo inglesi costringendo i ani  a ripiegare e a tentare la fuga nelle navi: puntando verso l’Africa queste vengono distrutte.

Astolfo nel frattempo conduce alla vittoria i cristiani in terra d’Africa costringendo Agramante a cercare scampo nell’isola di Lampedusa; da qui il re africano contatta re Carlo proponendo la sfida risolutiva fra i tre migliori guerrieri cristiani e i tre migliori ani.

Accettata la provocazione del re saraceno il duello ha luogo fra Orlando, Brandimarte e Oliviero rappresentanti dei cristiani e Agramante, Gradasso e Sobrino, esponenti dei saraceni.

Nel singolar tenzone sono i cristiani ad avere la meglio, scongendo i ani e vincendo così la guerra.

Vicende romanzesche. Nelle vicende romanzesche si raccolgono tutte le esperienze vissute da ogni singolo cavaliere durante il ciclo epico.

Le storie principali che si incontrano riguardano Ruggiero e, appunto Orlando mentre, gli altri cavalieri sono legati in qualche maniera alle vicende principali, ricoprendo di fatto il ruolo di personaggi secondari, dipendenti dalle due principali narrazioni.

Il cavaliere innamorato dopo essere venuto  a conoscenza della fuga di Angelica, parte in piena guerra alla ricerca dell’amata. Arrivato ad Anversa ha l’occasione di aiutare una nobildonna, Olimpia, la quale viene liberata dalla tirannide di Cimosco dall’eroe cristiano e riconciliata con l’amato Bireno il quale però, a sua insaputa, la tradisce.

Orlando ritroverà la donna legata ad uno scoglio sul mare dell’isola di Ebùda ed offerta in pasto ad un orca; dopo averla nuovamente tratta in salvo dall’imminente pericolo ed aver catturato il cetaceo, la offre in sposa al re Oberto e si separa da lei, non sapendo che non troppo tempo prima anche l’amata Angelica aveva subito lo stesso rischio.

Rimasto vittima di un incantesimo del mago Atlante, ritarda il suo cammino ma, una volta liberatosene, aiuta ancora una coppia di innamorati, liberando una fanciulla sequestrata in una grotta, riportandola all’amato che peraltro rischia di essere ingiustamente ucciso.

Orlando arriva in un bosco dopo essersi battuto vittoriosamente in un duello con Mandricardo, e viene a conoscenza che la sua amata ha sposato un soldato saraceno e diviene matto per amore e gelosia cominciando a vagare in preda ad un isterico istinto distruttivo.

Dopo essersi battuto con Rodomonte incrocia Angelica con il suo sposo che ritorna dal Catai non riuscendo nemmeno a riconoscerla.



Attraversato a nuoto lo stretto, arriva nell’accampamento cristiano; qui il suo amico e paladino Astolfo lo fa ritornare in sé stesso recuperando per lui il senno sulla luna al fine di farlo combattere nelle file del proprio esercito per farlo vincere.

La storia vissuta da Ruggiero ha invece risvolti più autonomi e meno dipendenti dagli altri personaggi.

Egli è infatti oggetto di disperate ed affannose ricerche da parte della guerriera cristiana Bradamante sorella di Rinaldo. Il saraceno si ritrova però prigioniero presso il mago di Atlante (che aveva anche catturato a suo tempo Orlando), il quale cerca di tenerlo distante dalla pericolosa guerra di Agramante.

Il destino che il giovane sa di dover subire è quello di convertirsi al cristianesimo e di morire per mano dei traditori della corte carolingia.

Bradamante però libera Ruggiero che viene però subito rapito dall’ippogrifo e portato sull’isola di una fata di cui egli si innamora anche se questo si rivela uno stratagemma del mago per tenergli la mente occupata.

Aiutato da una maga e dall’allegoria della ragione, il saraceno supera la trappola tesagli dal mago e con l’ippogrifo riesce a partire per compiere il giro del mondo.

Giunto sull’isola di Ebuda sulla quale Angelica sta per subire lo stesso destino di Olimpia, essere data in pasto alle orche, la libera  e se ne innamora.

Dopo che la fanciulla gli è sfuggita Ruggiero viene di nuovo imprigionato nel palazzo del mago Atlante dove c’è però anche Bradamante a cui promette di convertirsi e di chiederla in sposa poi però viene liberato da Astolfo e in una zuffa contro i cristiani i due non si vedono più.

Ruggiero infatti non ha il coraggio di abbandonare il proprio re, mentre Bradamante sfida per gelosia la sorella del suo amato, il mago interrompe il duello rivelando questa particolare.

Ruggiero dopo aver combattuto contro i paladini salpa per l’Africa ma poi naufraga nel Mediterraneo, trovando riparo su di un’isola nella quale un santo eremita finalmente lo battezza, rendendo ora possibile il suo amore per la cristiana Bradamante.

La ragazza però era stata promessa in sposa dal padre a Leone, re bizantino; Bradamante però ottiene che la ottenga in sposa solo chi la vincerà battendola in un duello.

Ruggiero nel frattempo era stato preso prigioniero proprio da Leone, che lo invia a combattere a nome proprio contro l’amata; il re bizantino messo a parte dei sentimenti che legavano il saraceno alla donna rinuncia commosso e partecipe alle promesse che aveva ricevuto dal padre di Bradamante e lascia che i due giovani possano finalmente sposarsi.

Il giorno delle nozze però Rodomonte accusa il giovane di aver tradito il proprio re e, in un duello lo uccide.

Due fra i personaggi minori rivestono ruoli in storie più brevi e legate soprattutto alla magia: Rinaldo, innamorato di Angelica, perde il suo amore per lei bevendo ad una fonte magica dell’Odio mentre Astolfo, tramutatosi prima in mirto e poi nuovamente in essere umano compie a dorso dell’ippogrifo dei voli fantastici, arrivando persino a visitare l’inferno, il paradiso e la luna dove recupererà poi il senno di Orlando.

Il capolavoro di Ariosto, steso in ottave, è strutturato quindi in maniera molto complessa con le storie che si intrecciano molto strettamente, costringendo molto spesso l’autore a inventare fantastici o magici rimedi che sciolgano l’intrico.

Nel raccontare la vicenda egli assume un ruolo distaccato, al di sopra dei fatti narrati, realizzando le pretese rinascimentali che volevano il narratore estraneo e neutrale ai fatti.

Ariosto è omnisciente e da questa sua posizione favorita sembra guidare il lettore all’interno delle vicende, spostandosi sull’asse spazio- temporale.





COMMENTO

Celebrando il mito della casa degli Este di Ferrara, Ariosto si propone non solo di trovare origini epiche alle radici della grande casa emiliana ma anche di tentare un aggancio fra l’epica e la cultura classica rivista alla luce moderna del suo tempo.

Se nell’epoca classica il fato garantiva un destino imprescindibile, di fronte alle vicende dell’uomo nel poema di Ariosto i personaggi si trovano, pur assaporando lo spirito guerriero e di avventura, in uno stato di perenne precarietà e instabilità, mettendosi molto spesso in situazioni molto complicate e intricate, tutte di breve durata.

L’uomo è in precario equilibrio sulle sorti della fortuna: tutte le sue illusioni e i suoi desideri sono destinati a venir meno, lasciando spazio solo alla pazzia nel caso di Orlando e alla morte nel caso di Ruggiero.

Questa tragicità non viene però esasperata e non è vissuta come fonte di dolore, in pieno spirito rinascimentale questa sensazione è ancora precoce.

Il tema della sconsolata e addolorata disillusione e dalla precarietà vengono probabilmente ad Ariosto dalla situazione politica italiana che lo circondava e che era costituita per lo più di regni piccoli e frammentati, dalla storia breve e dalle altalenanti fortune politiche ed economiche.

Il dubbio nella vita dei personaggi si trasforma così anche nella ridiscussione degli ideali classici di corte, facendoli diventare oggetto di dibattito.

E’ importante invece sottolineare il tema della conversione che accomna la travagliata vicenda di Ruggiero che può sembrare quella di un martirio.

Il destino del giovane saraceno è quella di venire ammazzato dopo essere stato battezzato e aver assunto quindi la veste cristiana; il significato del sacrificio di sé lascia però aperti nel poema l’ipotesi cristologica e quella del gesto amoroso.

La conversione nel giovane è duplice poiché egli, oltre a rinnegare la sua religione e ad abbracciare la nuova, si lascia anche trasportare al tradimento del suo re, che gli costerà la vita.

Ed è proprio con questa doppia scelta che il giovane matura completamente ponendo fine alla sua vita avventurosa e alla storia epica; quando infatti il giovane si converte, pone fine alla rievocazione classica e fa ritornare il lettore ai valori moderni, togliendo di fatto dalla vicenda ogni valore epico.

Se ad un primo acchito sembra che lo scrittore abbia eseguito un plagio, al lettore più esperto e colto, com’era quello del Cinquecento cui l’opera era destinata, quest’impressione sarà superata e fonte di ammirazione per Ariosto: nel Rinascimento infatti, non era l’abilità dello scrittore ad avere successo, ma la scelta dei materiali dei quali si serviva.

Ariosto operando una commistione unica tra l’epica classica e i cicli carolingi e arturiani ha dato quindi prova di meritarsi tutta l’ammirazione non solo dei suoi contemporanei, ma anche dei moderni.




Carlo Goldoni

“LA LOCANDIERA„

La lunga esperienza teatrale di Goldoni, come produttore di opere teatrali per il teatro Sant’Angelo e per la comnia del Medebach, si condensa tutta nell’opera forse più significativa per lui, ad un passo dal divorzio con Gerolamo Medebach.

Andata in scena per la prima volta nel 1753, la Locandiera non ottenne il successo sperato e, dopo poche repliche, uscì di scena.

Goldoni aveva pensato quest’opera nell’ambito di quella che doveva essere la “riforma” del teatro comico; purtroppo per lui il pubblico, diventato ora molto esigente e selettivo, non capisce e addirittura condanna le sue idee, disertando i teatri e, proprio in quel periodo, lo condanna a gravi problemi economici, praticamente sul lastrico.

L’opera dell’autore veneziano ha anche la funzione “morale” di evidenziare e condannare il comportamento dei due personaggi principali, il Cavaliere e Mirandolina, i quali vengono messi in cattiva luce man mano che i fatti si sviluppano, a conferma dell’intenzione di trasformare il teatro in etico e pedagogico.

Per dare maggior diffusione e comprensione al suo scritto egli adotta la lingua parlata a Firenze, arricchendola di qualche francesismo e cercando di eliminare in maniera massiccia espressioni dialettali e popolari; si nota poi un rispetto dei canoni letterari e teatrali del settecento, con l’uso di ure di pensiero e parola. Il ritmo imposto alla Locandiera è in stile coupè cioè tagliato, breve e rapido.

La commedia è suddivisa in tre atti nei quali si possono a loro volta individuare trentatrè unità tematiche.

La scelta dell’ambientazione in una locanda è di per sé una scelta prettamente utilitaristica; nella locanda passano e si fermano infatti molte persone le quali danno luogo a molteplici, quasi infinite situazioni.

Da notare inoltre la presenza nel primo atto della sa di due commedianti in cerca d’avventura che danno origine ad una forma di teatro nel teatro.

Atto. All’inizio del primo atto, l’autore presenta praticamente le tematiche che verranno affrontate durante la commedia.

Attorno alla vicenda principale, il confronto tra la locandiera Mirandolina e il Cavaliere di Ripafratta, si svolgono numerose altre scene le quali però convergono tutte verso il confronto tra i due, dando così unità alla scena.

La locandiera viene infatti trattata con poco garbo dal Cavaliere, facendo nascere nella donna un sentimento di vendetta che si affinerà nel secondo e nel terzo atto con la tacita complicità di Fabrizio, il garzone della locanda.

Il Cavaliere tratta male Mirandolina solo per distinguersi dagli altri due ospiti, il Conte d’Albafiorita e il Marchese di Forlipopoli, che non fanno altro che lodarla e ricoprirla di regali, dà la chiara impressione di disprezzare le donne, di essere misogino, cinico e burbero d’altra parte però disprezza la falsità ed è molto schietto.

Il Conte d’Albafiorita cinico e per nulla ridicolo offre alla locandiera una protezione solida, soprattutto dal punto di vista economico.

Il denaro e l’ostentazione dei propri averi sembrano essere le armi con i quali il nobile tenta di conquistare Mirandolina.

Il Marchese di Forlipopoli, invece ha l’aspetto del nobile decaduto, ed è tratteggiato come un personaggio ridicolo e abbastanza patetico, essendo decaduto anche politicamente oltre che economicamente egli tenta, fregiandosi del suo solo titolo nobiliare, di conquistare Mirandolina.

Atto. Mirandolina, all’ora di pranzo, tenta di prendere per la gola il Cavaliere di Ripafratta. Il sipario si apre infatti sulla camera del misogino personaggio, con la tavola apparecchiata in bella mostra.

La metafora cibo- sesso è palese in questo secondo atto, gli appettiti e i languori del Cavaliere si risvegliano di pari passo, suscitando in lui una tacita ammirazione per i manicaretti della locandiera.

E’ però il Marchese ad arrivare e a mangiare le pietanze preparate da Mirandolina, interrompendo l’amichevole conversazione tra i due, offrendo loro un “vino di Cipro” dal sapore disgustoso.

Lasciati di nuovo liberi dalla ingombrante presenza del Marchese i due riprendono la conversazione: il Cavaliere in procinto di dichiararsi a Mirandolina ma questase ne va, lasciandolo solo con  il Conte che e in comnia di due finte nobildonne della locanda che hanno nel frattempo organizzato un tentativo di sedurre il Cavaliere, per metterlo in ridicolo e per dimostrare la sua falsa misoginia; il tentativo però fallisce: le due donne non sono davvero brave a fingere e il Cavaliere, invaghito com’è di Mirandolina, non solo resiste all’attacco ma smaschera le due. Ecco allora che nella scena rie la locandiera che spinge il cavaliere sempre più nella trappola tesagli: dopo aver proposto un brindisi dal doppio significato, sviene e viene circuita di attenzioni amorevoli dal Cavaliere, il quale tenta di farla rinvenire chiamandola e curandola dolcemente dichiarando allo stesso tempo il suo amore per lei. Con la locandiera che ha colpito nel segno si conclude il secondo atto il cui tema è dunque la falsità e l’inganno.

Atto. E’ nel terzo atto che si conclude l’intera vicenda. Il sipario si apre sulla stireria della locanda, quando la padrona, soddisfatta della riuscita del suo inganno torna nei locali ad occuparsi delle faccende.

Nel pubblico e in Mirandolina resta il dubbio che tutto ancora possa accadere: la donna potrebbe innamorarsi senza più fingere del Cavaliere, mettendo fine al suo inganno oppure, sempre mettendo fine alla sua presa in giro porre in ridicolo il Cavaliere o ancora potrebbe rimanere nella locanda, gestendo gli ottimi affari.

La vicenda secondaria della boccetta di melissa donato dal Cavaliere alla locandiera assume ora un significato molto più importante: se la donna l’avesse ricevuta prima probabilmente avrebbe anche potuto innamorarsi del Cavaliere, ma la boccetta arriva nelle sue mani solo nelle scene finali ed ha anche un mero valore di scambio, non più affettivo.

Nel finale infatti Mirandolina esaspera sempre più il suo inganno dando vita ad eccessi di gelosia da parte del Cavaliere: la sua crudeltà e le follie da parte dell’uomo sono tali da minacciare gli affari della locanda e da mettere a rischio se non la vita, l’integrità della donna.

E’ così che la locandiera, con autoritaria fermezza chiede al povero Fabrizio, rimasto fino ad allora inerme e sconsolato spettatore della vicenda, di sposarlo.

Nel frattempo il Conte, ancora intenzionato a mettere in ridicolo il Cavaliere, tenta di farlo confessare ma egli, offeso dal comportamento del Conte stesso, lo sfida a duello mettendo in ridicolo ancora una volta il Marchese: la spada estratta dalle mani del Conte dal suo fodero si spezza infatti a metà lasciando in mano al duellante solo un misero mozzicone.

Sulla scena giungono Fabrizio e Mirandolina: dopo una parziale ammissione di essere innamorato della locandiera il Cavaliere, venuto a conoscenza che i due sono prossimi al matrimonio, se ne va.

Il Conte d’Albafiorita e il Marchese di Forlipopoli, su invito di Mirandolina, se ne vanno in un'altra locanda, lasciando i due promessi sposi lontani da ogni turbamento. Nelle ultime battute del finale ci sarà la conclusione con la boccetta che va nelle mani della locandiera mettendo così fine al suo lungo viaggio e alla vicenda.
























COMMENTO

La Locandiera, ancora e soprattutto oggi, assume diversi e molteplici significati, dipendenti dalla critica e dalla soggettività.

Nell’opera è palese la superiorità della donna per intelligenza e astuzia, con una estremizzazione del comportamento dei nobili, anche decaduti, fino a farli diventare di una comicità assurda.

Letto in chiave moderna, nella commedia la donna si adopera e adopera tutti i mezzi che ha a sua disposizione per gestire al meglio i suoi affari personali: seduzione, abilità culinaria, astuzia, recitazione e un intelligenza davvero unici.

Usando queste armi l’uomo si trova ad essere inconsciamente manovrato dalle abili mani femminili di Mirandolina.

Il Cavaliere, il Marchese e il Conte ne subiscono il fascino e fanno di tutto per conquistarla, spendendo tempo e danaro; Mirandolina accetta molto volentieri le attenzioni che le vengono rivolte, i regali, il danaro e i complimenti, senza però mai favorire nessuno, traendo così un immenso vantaggio dalla sua posizione.

In tutta la vicenda Fabrizio sembra essere passivamente legato alle sorti degli spasimanti di Mirandolina: solo se lei li respingerà la bella locandiera e padrona potrà essere sua anche se, in cuor suo, il garzone cova la certezza che la donna rifiuterà sicuramente i pretendenti e sposerà lui.

Mirandolina sembra infatti provare gusto nel prendere in giro e sfruttare gli uomini, ma solo quelli da cui sa di poter ricavare qualche vantaggio, con gli altri del suo stesso status sociale sembra invece comportarsi da donna relativamente leale.

Dalla commedia emerge nitidamente le capacità della donna- manager, capace negli affari di saper sfruttare non solo le proprie doti intellettive ma anche il corpo e la finzione, legando a sé i clienti per il profitto economico.

In mezzo a tutto questo si nota però anche la frivolezza e la superficialità di tutti quelli che circondano la locandiera, sfaccendati e impegnati unicamente a conquistarla vantando solo titoli nobiliari dietro ai quali non c’è praticamente nulla.

L’opera rispecchia in maniera esasperata ma sufficientemente realistica quella che poteva essere nel ‘600 la società del tempo, mettendo in ridicolo soprattutto lo strato sociale più elevato.

Goldoni con la sua commedia voleva forse dare una “morale” da seguire, mettendo sotto una luce negativa i personaggi del Cavaliere e di Mirandolina, l’uno perché troppo asociale e irrazionale, l’altro perché troppo crudele e cinico.










Galileo Galilei

DIALOGO SOPRA I DUE MASSIMI SISTEMI DEL MONDO

Galileo, nel dar sfogo alle proprie teorie in un epoca di forte repressione da parte della Chiesa (era già stato minacciato per le proprie tesi dagli esponenti del Sant’Uffizio) sceglie molto astutamente il momento più oppurtuno, il pontificato di Papa Urbano VIII, ecclesiastico attento alla ricerca della verità.

Il Papa fiorentino aveva già accettato l’altra grande opera di Galileo, il “Saggiatore”, diventando anche un grande estimatore dell’autore pisano.

Per rendere la propria teoria comprensibile non solo alla cerchia di letterati, borghesi e scienziati che lo circondava, Galileo si propone di allargare la sua cerchia di lettori proponendo un trattato scritto in forma molto semplice e comprensibile qual è quella del dialogo.

Stupisce che l’autore non scelga la diffusissima forma del trattato scritto in forma latina, ma si avvalga di un inusuale forma dialogica scritta peraltro in italiano. Sarà invece proprio questa forma dialogica, con l’intreccio delle voci, delle teorie e degli scambi tra i vari personaggi, a dare all’opera una forma unica, volta alla costante ricerca e ridiscussione della verità.

Reintroducendo questa forma platonica e rinascimentale nel 1600 Galileo non solo la innova, ma la eleva a modello scientifico grazie al successo che  i “Massimi sistemi” ha avuto.

Inoltre, pur di pubblicare la sua opera, Galileo cambiò ad essa il proemio e la conclusione, pubblicandola con un titolo diverso dall’originale: “Dialogo sopra il flusso e il riflusso del mare” diviene infatti “Dialogo di Galileo Galilei Linceo, dove nei congressi di quattro giornate si discorre sopra i due massimi sistemi del mondo tolemaico e copernicano”.

Il titolo, sebbene più lungo e forse meno significativo dell’originale, gli garantisce la pubblicazione, salvandolo dalla censura e, probabilmente da un altro processo dell’inquisizione; la prima uscita di questo testo avviene a Firenze, nel 1632.

Nell’opera i tre personaggi sono tutti di estrazione sociale elevata:

Filippo Salviati, di nobili origini fiorentine ed estrazione elevata è un amico di Galileo, accademico dei Lincei nonché sostenitore copernicano;

Giovan Francesco Sagredo, nobile veneziano che ha seguito Galileo negli anni di insegnamento di Padova, rappresenta i destinatari dell’opera di Galileo: persone curiose ma per nulla esperte della materia trattata;

Simplicio, è un personaggio inventato che però ricorda, con il suo nome un commentatore delle opere di Aristotele.

Il numero dei personaggi, tre, non è stato lasciato al caso: due personaggi (Salviati e Simplicio) rappresentano infatti i due “massimi” sistemi mentre il terzo (Sagredo) ha lo scopo di legare, mettere a confronto ed intrecciare le tesi ed i dialoghi degli altri due.

Galileo immagina che il gruppo si trovi per quattro giornate a Venezia, nel palazzo del nobile veneziano Giovan Francesco Sagredo, a discutere molto amichevolmente sulle ragioni a favore e contro il sistema eliocentrico.

Anche la scelta di dividere in “giornate” l’opera non è casuale: oltre ad essere un evidente omaggio alla struttura del “Decameron” del Boccaccio, è anche strettamente legata alla tradizione letteraria toscana, la quale era solita dividere in “giornate” gli atti delle commedie, anche se Galileo non indica il tema trattato giornata per giornata lasciando, sembra, decidere alla sorte le trattazioni di ogni giornata.



I temi individuabili:

Giornata. La discussione nella casa di Sagredo viene aperta da Salviati, il quale critica le presunte doti di perfezione attribuite dagli aristotelici e dai pitagorici al numero tre; dal numero tre si pensava infatti che anche l’universo stesso avesse in sé la perfezione per i suoi tre moti: circolare, retto e misto. Più tardi, e anche agli occhi dell’Inquisizione, la critica al numero tre parve essere ben più grave, andando a colpire anche l’immagine cristiana della Trinità: Padre, lio e Spirito Santo, anche se questa ipotesi appare molto remota, bastò a condurre Galileo davanti al Sant’Uffizio. Da rilevare anche la discussione critica che abbraccia tutta la fisica aristotelica, distinguendo fra la Terra corruttibile e i corpi celesti immutabili e perfetti, proponendo di fatto le ultime scoperte e osservazioni telescopiche dando alla Terra e ai corpi celesti una natura soggetta a mutamenti

Giornata. Il padrone di casa, Sagredo, apre le discussioni della seconda giornata criticando aspramente i modelli di classicità proposti da Simplicio, soprattutto dell’anatomia aristotelica. La giornata continua poi con uno scambio di opinioni riguardanti il moto diurno della terra: Simplicio sostiene le classiche tesi tolemaiche e aristoteliche, mentre Salviati propone il modello di Galileo invitando Simplicio a compiere un esperimento scientifico a riprova delle tesi del senese.

Giornata. L’arrivo di Simplicio è di per sé una sufficiente argomentazione da trattare: l’aristotelico personaggio è infatti arrivato in ritardo a causa della bassa marea: la sua gondola si era arenata in un banco di sabbia. L’alternarsi delle maree era per Galileo uno strumento che doveva evidenziare la veridicità delle proprie tesi, una prova considerata erroneamente schiacciante del magnetismo lunare e dei suoi effetti sulla Terra dimostrando di fatto il moto terrestre attorno al Sole: il sistema copernicano che da tempo Galileo cercava di diffondere.

Giornata. Nell’ultimo giorno di disquisizioni si parla del flusso e del riflusso del mare, paragonato da Salviati ad una grossa balena che respira, traendo spunto dall’esperienza della laguna.







COMMENTO

Nell’opera massima di Galileo si può ammirare tutta la sua foga scientifica, la sua brillantezza letteraria, la sua passione e la sua comunicatività.

Rendendo la sua opera in forma dialogica e in lingua italiana l’autore semplifica le sue tesi, dà modo alla gente, anche umile, di conoscerlo e per lo meno tentare di capire il suo pensiero. E’ molto significativo non solo il modo in cui egli scrive, ma anche il momento.

Dando prova di grande astuzia e coraggio (tenendo a mente che a quei tempi c’era l’Inquisizione) Galileo è pronto ad esporre le proprie tesi nel momento in cui al pontificato c’è un Papa che sembra apprezzarlo e stimarlo.

La sua opera va controcorrente, contro la Chiesa, contro le tradizione e contro la mentalità popolare, ma Galileo riesce, con un opera unica per il tempo e per i giorni nostri, a non sfiduciarsi e a continuare a credere nelle proprie idee e nelle proprie scoperte.

La particolarità sta, soprattutto, nel tentativo di trovare l’appoggio di tutti quelli che riuscissero a capire quello che egli aveva scoperto con gli strumenti che aveva a disposizione.

E’ interessante anche vedere come, nel ricercare il consenso, egli cerchi di portare oggettività nella sua opera, facendo un esempio di quella che, secondo lui, era una prova della rotazione eliocentrica: l’alternarsi delle maree doveva sembrargli una motivazione sufficiente a dimostrare l’influsso che la luna aveva sulla Terra e sulle acque, provocandone maree e moto ondoso. In realtà questa prova non dimostra affatto la teoria eliocentrica copernicana ma dà modo di poter apprezzare il tentativo di Galileo di rendere più concreta e veritiera la sua tesi.

La particolarità di cercare un espediente empirico, pratico, per poter dimostrare le proprie tesi, non era di certo raro a quei tempi: fu proprio Galileo infatti a cominciare a costruire strumenti nuovi, innovativi e utilissimi per la scienza dell’epoca con i quali si potesse trovare un fondamento reale in natura delle proprie tesi.

La costruzione del telescopio gli permise attraverso le sue osservazioni di stabilire il moto eliocentrico in maniera categorica, cozzando però contro la morale cattolica della Chiesa di Roma che gli costò numerosissime denunce ed anche un processo.

Sul piano della comunicazione Galileo è anche molto ingegnoso: oltre a trovare prove osservabili in natura delle proprie asserzioni scientifiche, si prende gioco della censura e del Sant’Uffizio romano, dedicando nel proemio l’opera al “lettore discreto” ovvero a colui il quale sapesse davvero leggere tra le righe, distinguendo tra le sue tesi i commenti e le frasi ironiche, ma anche scegliendo personalmente la propria verità, senza farsela imporre da altri (la Chiesa).

L’ironia inaspettata di Galileo si concretizza oltre che nel proemio in numerose frasi che si dovrebbero leggere al “contrario” , ad esempio negazioni per affermazioni ma anche nel titolo dell’opera: i due massimi sistemi prevedono una superiorità sugli altri e non lasciano loro spazio (titolo dato anche per sfuggire alla censura cattolica).

Particolare comunicativamente interessante è il fatto che nell’opera i personaggi siano scelti con cura e siano praticamente l’impersonificazione del pubblico al quale Galileo vorrebbe rivolgersi: persone interessate all’argomento, curiose di astronomia ma per nulla esperte e colte.

























Ugo Foscolo

LE ULTIME LETTERE DI JACOPO ORTIS

Uniformandosi, per una volta nella vita, al pensiero dei letterati illuministi della sua epoca, Foscolo scrive un’altra delle sue opere più importanti in forma di romanzo epistolare.

Il romanzo, uscito in più edizioni, fu cominciato dall’artista appena diciottenne e modificato innumerevoli volte man mano che questi cresceva e formava le proprie idee: per la versione finale del romanzo si dovrà attendere per circa vent’anni, quando ormai l’ideologia del poeta si era quasi completamente formata.

Nei vent’anni che servirono per la stesura definitiva del romanzo Foscolo era attivamente impegnato sul fronte politico ed aveva partecipato alle battaglie contro gli austriaci e i russi.

Il romanzo probabilmente gli fu ispirato dalle correnti illuministe che, in quel periodo, avevano scritto romanzi simili, per tematiche e tecnica narrativa.

Gli esempi più noti dello stile del tempo si individuano con i romanzi di Rousseau (“Eloisa”), Goethe (“i dolori del giovane Werther”) e di Laclos (“le amicizie pericolose”).

Nell’opera è chiara la trasposizione di Foscolo, la sua irruenza politica e la passione amorosa, la combattività e l’impetuosità del carattere ma anche, l’incapacità di trovare soluzioni intermedie, con una devozione totale a valori assoluti.

Ritrovando i suoi contrasti con la corrente illuminista a lui contemporanea, Foscolo si rende precursore del tempo, anticipando quello che, anni più tardi sarà conosciuto con il nome di Romanticismo: nell’Ortis vengono meno l’ottimismo e la fiducia nella storia,nella politica e nella civiltà, si comincia a tendere ad una disperazione e ad un pessimismo quasi ossessivi, che fanno accarezzare l’idea del suicidio.

La delusione post- rivoluzionaria ha lasciato i suoi segni: l’uomo aveva assaporato ideali molto importanti, fondamentali ma non era mai stato in grado di poterli apprezzare realmente nella vita di tutti i giorni.

La Rivoluzione Francese aveva proposto libertà, uguaglianza e fratellanza ma era poi stata di fatto annientata e aveva lasciato spazio a Napoleone il quale, a Campoformio, tradì i suoi sudditi, cedendo Venezia all’Austria acuendo i sentimenti negativi e pessimistici dell’Ortis e di Foscolo.

Cadono così, oltre agli ideali politici e alla fiducia nel mondo e nella vita, le speranze riposte nella civiltà e nelle strutture sociali.

L’intero processo distruttivo si concretizza nell’uomo con una irrazionalità storica che lascia di fatto decidere al caso le sorti dell’uomo stesso.

Le idee di Foscolo sono quindi molto vicine a quelle di Jacopo tanto che, fra le lettere che l’Ortis scambia con delle donne il poeta inserisce copie di alcune di queste scambiate con le amate nella realtà: è quindi semplice capire che la focalizzazione del romanzo e il punto di vista sono interni, visto che le idee di Jacopo e Foscolo praticamente sono le stesse.

Il poeta però cerca di estraniarsi dal romanzo riservandosi un ruolo di narratore, mettendo in atto alcuni interventi di collegamento o di “cerniera” che hanno la funzione di spiegare e far capire meglio al lettore che cosa sta succedendo nel romanzo.

Quando nel romanzo Jacopo si suicida, anche Foscolo, almeno nella sua mente, sembra trovare scampo alla morte reale mettendosi nei panni del personaggio, trovando quasi conforto in questo gesto.

L’immolazione dell’Ortis è stata anche letta come un sacrificio, un olocausto o addirittura come un Cristo sacrificato, assumendo significati che il poeta non aveva probabilmente nessuna intenzione di attribuirgli.

Il suicidio di Jacopo se da un lato lo consola con il sonno eterno, dall’altra lo annulla, distruggendo il suo corpo e facendogli perdere ogni illusione e possibilità di riscatto.

I due grandi temi del romanzo sono due, ben distinti:

L’amore. Assume la parte più importante nel romanzo; Jacopo è innamorato di Teresa, nobildonna decaduta promessa in sposa, possiede una bellezza unica, quasi angelica, che sembra potergli donare la felicità.

Jacopo resta però deluso quando la donna si concede al ricco possidente dando prova di essere stata destinata come tutti i borghesi ad avere una vita banale e senza personalità, ricoprendo un ruolo già assegnatole da altri.

Il padre di lei l’aveva infatti destinata al ricco proprietario per poter sperare in un risanamento delle casse familiari, provocando la delusione e lo sdegno in Jacopo.

Il giovane rivoluzionario e partigiano Ortis dopo essersi trasferito, deluso, sui colli Euganei a causa della cessione di Venezia all’Austria, affrontato anche il profondo dolore di vedere l’amata sposata ad un ricco e vuoto uomo, dopo aver strappato l’ultimo bacio a Teresa si pugnala al cuore. Il tema dell’amore è, nel romanzo fonte di gioia, illusione e sogno prima, tramutandosi poi con il susseguirsi delle vicende in causa di disperazione fino a causare il suicidio di Jacopo.

La poesia. Alla poesia spetterebbe il ruolo di fare da filtro di emozioni e irrazionalità ma Jacopo si sente un poeta fallito e cerca di trovare un riscatto ripiegando sull’arte.

Nella vicenda Foscolo lascia trasparire che il suicidio di Jacopo è l’inevitabile soluzione richiesta dai fatti ma è però fine a se stessa.

Quando l’Ortis si suicida infatti lascia la vita incompiuta e distrugge il proprio corpo, annientando di fatto la materia; questa soluzione però è giudicata praticamente necessaria da Foscolo per Jacopo poiché egli è incapace di accettare la realtà sociale e civile che lo circonda, l’annientamento è l’unica via.










COMMENTO

La definizione di “romanzo” va molto stretta ad un opera che riporta molti pensieri dell’artista e che si potrebbe addirittura definire autobiografica per svariati aspetti.

Il Foscolo si getta nella composizione dell’Ortis per vent’anni a testimonianza del fatto che sente l’opera veramente “sua” e con questo il bisogno di rivederla e di tendere alla perfezione.

Nell’opera è riconoscibile la delusione patita dallo stesso Foscolo per il tradimento di Napoleone che, con la cessione di Venezia all’Austria, ha procurato nel poeta come nel partigiano del romanzo una grave crisi d’identità che, spenta ogni illusione e ogni speranza di poter vedere realizzate le proprie aspirazioni, di distacca dal mondo andando esiliato sui colli Euganei.

Il tema dell’esilio e della lontananza dalla patria sono, per entrambi, Foscolo e Ortis, una condizione impensabile e irragionevole.

Dopo aver combattuto ed essersi sacrificati per la propria terra si vedono costretti ad estraniarsi da una lotta che non dà loro possibilità di confronto in nessun modo poiché si tratta di una vile decisione politica presa ad un tavolo di trattative.

Le due menti, forse meglio dire una sola, si sentono tradite e perdono ogni fiducia nelle istituzioni, nella politica e nella civiltà: per Foscolo questo sentimento si tradurrà anche in seguito nei Sepolcri quando condannerà come diseducativo per la società il comportamento di Napoleone a Campoformio.

La differenza tra Jacopo Ortis e Ugo Foscolo sta nella differente reazione a questo sentimento: se l’Ortis rifiuta la realtà cercando pace nella morte, Foscolo cerca conforto nel lavoro, politico, militare e artistico.

Il poeta però, dopo la sua più grande delusione nella vita politica, sembra aver trovato la pace con il suicidio di Jacopo, gesto che non si sente in grado di compiere e che considera peraltro come la fine di ogni esistenza della materia, come fine assoluta.

La laicità di Foscolo non dà nessun valore alla vita dopo la morte, legando all’esistenza della materia la vita.

Il suicidio di Jacopo non assume dunque nessun significato cristologico o di sacrificio ma è solo una liberazione ed un estremo estraniarsi dalla realtà, cosa che anche Foscolo avrebbe voluto fare, senza però far cessare la sua esistenza terrena.

Il dilemma del suicidio deve essere stata più volte carezzata da Foscolo, ma l’amore, se non della vita, e dell’impegno nella poesia devono averlo dissuaso dal compiere gesti di questa natura.

Nell’amore i due personaggi appaiono però molto diversi, Jacopo è tormentato dal suo unico amore, Teresa, mentre Foscolo si abbandona a numerose storie.

E’ la passione politica però a tradire la somiglianza tra i due personaggi: entrambi sono animati da uno spirito irruento e impetuoso, tendente quasi al litigioso pur di affermare e difendere le proprie idee.

Jacopo come Ugo anche nella battaglia: se il romanzesco personaggio era un partigiano patriota che combatteva con l’esercito austriaco e russo, il poeta non era da meno ed aveva partecipato più volte ad una battaglia, riportando in diverse occasioni anche delle ferite.

Nell’opera, molto spesso i sentimenti più forti di Foscolo emergono sempre: la politica e la lotta, la passione e l’amore, la disillusione e il distacco, la patria e l’impeto, la sfiducia nella civiltà.









































Ugo Foscolo

“DEI SEPOLCRI„

Quando venne pubblicato in Italia l’editto di Saint- Cloud e a seguito di una animata ed intensa discussione con la contessa Teotochi Albrizzi e l’amico e poeta Pindemonte a proposito delle sepolture, Foscolo reagì scrivendo una delle sue massime opere.

E’ l’unica opera che Foscolo non ritoccò mai dopo la stampa, a differenza dell’Ortis ad esempio, e ne fa quindi la più completa e compatta dal punto di vista ideologico dell’autore o, se non altro, la più coerente.

L’istinto artistico di Foscolo si risvegliarono davanti all’editto francese, mettendo lo scrittore di fronte alla responsabilità di ridefinire per la sua epoca il valore della tomba, attribuendone un nuovo significato, stando attendo però a non sconvolgere morale laica e cristiana, ricoprendo l’importantissimo e allo stesso tempo gravoso ruolo di rendersi interprete del suo tempo.

La sua grande concezione lo portò addirittura ad essere un precursore del tempo; il carme, come la tomba del resto, assume un valore eterno, gli sopravvive pur essendo nato in conseguenza e contemporaneamente al suo tempo (in piena post- rivoluzione, ad un passo dalla Restaurazione), diventando attuale anche ai giorni nostri.

Il dibattito che divide l’animo di Foscolo, e non solo, è il rapporto tra la religione e il materialismo laico, la morte e la vita e il loro intreccio nel sepolcro.



Nella tomba si racchiudono due ideali che per Foscolo erano forse più importanti dopo la morte che non durante la vita:

l’anima: intesa come l’insieme delle capacità, delle virtù e delle potenzialità individuali, virtù privata.

la patria: intesa come le virtù pubbliche e civili (la politica).

L’opera massima di Foscolo è scritta di getto, nel giro di pochi mesi tra l’estate e l’autunno del 1806 e, già ai primi giorni di gennaio del 1807  viene inviata al fedele amico e poeta Monti per conoscere la sua opinione.

Monti dà le proprie impressioni facendo ritoccare alcuni versi all’amico.

Sin dalla prima edizione nell’aprile dello stesso anno, l’autore attribuisce alla propria opera la definizione di “carme” rispolverando un termine classico indicante una poesia molto impegnata e decisamente solenne.

Foscolo stesso la definisce a suo modo “epistola” volendo forse evidenziare che il destinatario dei versi, come da intestazione è l’amico Ippolito Pindemonte.

Il carme e il tema sepolcrale non sono di per sé una novità per le tematiche e lo stile italiano ed europeo ma, la tecnica argomentativa e il procedimento progressivo attraverso esempi di natura soprattutto filosofica rendono quest’opera unica.

Nei vari temi pre- romantici che si distinguono nei sepolcri è da evidenziare che sono anche il materialismo e la condizione storica a influenzare l’autore, facendolo riflettere non solo sul valore e l’importanza della tomba, ma anche sulla poesia e sul ruolo assunto dal poeta.

Questo scritto è però per lui un’affermazione del proprio materialismo e del suo particolare credo religioso.

Con la tomba e la morte Foscolo si vede angosciato e inquieto: le sue ossa verranno infatti dimenticate, confuse con quelle di altri, fino a consumarsi nell’oblio della tomba e a farlo dimenticare.

E’ la stele tombale, la pietra del sepolcro che lo farà ricordare tra i vivi quando la materia che lo componeva sarà ssa.

Al tema della religione, l’autore non si sbilancia e conferma la sua laicità dando però vita ad un “credo civile” ovvero una scala di valori politici e civili dei quali si crede convinto, rinnegando così ogni trascendenza anche alla morte.

Nella tomba confluisce anche il senso di civiltà, altro grande tema del canto, che ha il dovere di mitigare la concezione materialistica della vita che sarebbe altrimenti veramente sfrenata e priva di senso.

La civiltà permette dunque di andare al di là della religione, lasciando intravedere il post- mortem proprio e di quello altrui, diventando, come affermava Vico stimatissimo da Foscolo, uno strumento di verifica e controllo della società stessa. Valorizzando l’uomo e la sua società, presente e passata, si andava a dare un peso anche alla sua storia; per imprimere nella tradizione e nella memoria della civiltà c’era bisogno di un interprete: la poesia.

Praticamente rifiutando l’ideologia illuminista, Foscolo ritiene il pensiero poetico e filosofico superiore a quello scientifico: egli infatti attribuisce un più alto valore alle opere “istintive” ovvero quelle che scaturiscono dall’intelligenza primitiva, dando minor peso alla scienza che produce informazioni “artificiali” , non rispecchianti la vera natura dell’uomo.

Se la poesia può, in qualche modo riscattare l’uomo, non può certamente salvarlo dal suo destino negativo: essa ha il compito di accomnarlo, di attribuirgli il valore più alto, di celebrarlo, di raccontarne la storia e di interpretarne i valori.

Da qui nasce una sacralizzazione, una religione parallela ed umanistica che avrà discepoli soprattutto fra i letterati e che affiderà le proprie sorti alla “dea” poesia.

Strettamente legato al tema civile ha importanza il tema patriottico, vera tortura e passione di Foscolo nella vita, influenzerà anche la sua opera: il valore civile e della memoria devono essere di lezione agli italiani per riscattare l’Italia e riportarla al fasto e allo splendore di un tempo, libera da influenze straniere di ogni genere.

Il tradimento compiuto da Napoleone a Campoformio e la dominazione straniera (francese ed austriaca) non possono far altro che nuocere alla crescita civile del Paese.

Infine, nel dar voce ai silenziosi sepolcri, Foscolo esprime riflessioni intorno alla ricerca del proprio destino.

L’opera fu accusata di essere troppo “ampia”, ovvero di abbracciare un’epoca troppo vasta, e di contenere frasi e pensieri dal significato oscuro.

Composta da 295 endecasillabi sciolti si definisce carme non solo per la solennità dei contenuti, ma anche per la densità e l’elevatezza, l’unicità e la compattezza, e per l’uso di una costruzione lessicale derivata strettamente dalla grammatica latina: inversioni sintattiche, stilemi ed epiteti classici, ure squisite e sublimi, l’uso dell’endecasillabo classico molto discorsivo, adatto alla struttura che Foscolo aveva in mente per il suo componimento.

A sostegno della solennità dello scritto si notano infatti una radicata e quasi ossessiva ricercatezza e definizione dei particolari, l’impiego di verbi o sostantivi rari o in disuso, la costruzione della frase in maniera ampia e complessa.

Foscolo assegna per la prima volta all’endecasillabo sciolto la funzione argomentativa e filosofica che mai prima d’ora gli era stata attribuita.

La coesione del testo è data dalla forma discorsiva dei versi ed anche dall’uso molto diffuso di espressioni di collegamento e, alla fine di ogni pensiero, da sentenze che assumono un valore riepilogativo, oltre ai numerosi enjambemant inseriti nel discorso.

I Sepolcri possono essere suddivisi in quattro parti:

Parte(vv.1- 90) . Si affrontano il tema delle tombe e dei riti ad esse dedicate: pur riconoscendone l’inutilità dal punto di vista materialistico e laico Foscolo ne ammette una funzione sociale, di ricordo e memoria.

La morte, pur accomunando il destino di tutti, non è uguale per tutti: le persone che in vita non sono state amate possono solo sperare nel perdono e nella misericordia divina anche se presto verranno dimenticati dai vivi; i giusti e coloro che sono stati amati invece possono essere ricordati a lungo.

L’editto di Saint- Cloud nega però che i meriti dei migliori vengano ricordati, non riconoscendo loro un giusto pegno di quanto fatto in vita e accomunandoli a ladri ed assassini come già era accaduto al suo amico Parini, sepolto in mezzo a ladri e criminali decapitati.

Parte (vv.91- 150) Dopo un esame della concezione della sepoltura nell’epoca contemporanea, Foscolo la affronta nelle civiltà passate.

Seguendo la filosofia di Vico, a lui molto cara, sostiene che il legame tra la civiltà e i morti è molto stretto, anche se sostiene che la cura dei defunti non sia l’unico modo per tenerne viva la memoria.

Presenta il modello cristiano cattolico e quello classico, dando però risalto al rituale affettuoso e tranquillizzante che quest’ultimo è in grado di garantire, confidando nel modo intimo di colloquiare con gli estinti.

Porta come esempio vivo e lampante l’Inghilterra, nella quale tombe e giardini meravigliosi danno l’illusione e il conforto di poter mantenere un rapporto con i propri morti, di alto valore civile e pedagogico, come testimonia la preghiera di un gruppo di fanciulli per l’ammiraglio Nelson. Riferendosi sempre al mondo a lui contemporaneo, Foscolo parla della decadenza dell’Italia, dove tombe troppo lussuose fanno venire ai visitatori e ai vivi angosce e paure della morte. Si augura, per sé e per l’amico Pindemonte, una sepoltura semplice, capace di trasmettere sentimenti vivi.

Parte (vv.151- 212) Nella penultima parte del carme, il poeta riprende i temi già trattati nella primissima parte dell’opera ovvero il significato della morte singolo e collettivo e i riti di celebrazione dei morti.

Le tombe dei grandi uomini e la loro maestosità dovrebbero ricordare ed esortare i vivi di proseguire nella loro opera, ergendosi a modello di una civiltà migliore alla quale tutti dovrebbero ambire di arrivare.

Anche qui il Foscolo fa riferimento alle proprie esperienze personali, quando ,in Santa Croce a Firenze, davanti alle tombe dei grandi della storia fiorentina e italiana anche lui si sentì chiamato a prestare la sua opera e il suo impegno, politico e letterario.

Questo è il messaggio rivolto ai politici e ai concittadini, come nella seconda parte Foscolo invita al riscatto, portando ad esempio sempre dal mondo classico, la battaglia dei Greci a Maratona.

Parte (vv.213- 295) cominciando ancora con un aneddoto tratto dal mondo classico narrando la leggenda secondo la quale il prode Ajace, suicidatosi perché Ulisse gli aveva sottratto le armi con l’inganno, ricevette le armi sulla sua tomba, sospinte dalla marea.

Questo semplice episodio serve a suscitare nel lettore la riflessione: le ingiustizie patite in vita vengono riate nella morte, con il riconoscimento dei meriti personali e garantendo loro il ricordo tra i vivi.

La tomba, segno di immutatezza, continuità e durata legano le generazioni e fondono la storia ma tocca anche alla poesia assumere il ruolo di eternatrice e celebratrice, conservando nel tempo e nelle memorie ciò che la materia ha disperso.

Il carme si conclude riferendosi alla più celebre battaglia del mondo classico, Troia, la quale, distrutta dopo i combattimenti  è sopravvissuta e sopravviverà nelle memorie per generazioni, non dimenticando che Omero, greco, fece del troiano Ettore un modello da seguire, pieno di lealtà e virtù, sul quale gli uomini dovrebbero costruire la propria civiltà.





















COMMENTO

In una delle opere più grandi e complete dell’artista, si sente l’importanza e l’immortalità di ogni singola parola.

Foscolo sente sulle spalle la responsabilità che gli pesa sia come poeta e filosofo sia come uomo, ciononostante, non sembra sentire la pressione e scrive di getto, nel giro di pochi mesi un’opera che gli è sopravvissuta e l’ha reso attuale come nessun altra.

L’importanza dei temi trattati nel “Dei Sepolcri” , della tomba, della memoria, della civiltà e della storia, assume valore e fa scaturire dibattiti tutt’oggi.

Oggi come non mai infatti, si cerca origine dalla propria storia, si guarda nel passato cercando di imparare, di trovare la forza di continuare nei propri progetti, di credere alle proprie idee, di non commettere gli stessi sbagli, di creare una civiltà di giusti che possa convivere in armonia.

La laicità parziale dell’opera la lascia aperta anche a quelli che non credono o non vogliono credere in Dio, è neutra anche se pecca di un linguaggio aulico che ne preclude a molti la lettura, ma concede riflessioni su temi forti ed essenziali dell’uomo a chi la può leggere, ma soprattutto capire.

Tutti noi, credo, una volta nella vita ci siamo interrogati sul nostro destino, sulla nostra fine, sulla nostra storia e su quello che ci sarà dopo la morte.

Interpretando il suo tempo e la sua società Foscolo, propone la poesia come complemento alla funzione civile e storica della tomba.

Nella poesia si raccolgono i frammenti della vita che la materia disperde, le liriche hanno funzione pedagogica, insegnano alla discendenza, trasmettono i pensieri, le opere e le sensazioni degli estinti.

La grandezza della funzionalità poetica non è autocelebrazione dell’autore per sé stesso e, pur senza dirlo, lo lascia intendere molto chiaramente a chi legge.

Nel carme si nota che la morte e la tomba sono per Foscolo due elementi distinti e inscindibili: se la morte mette tutti sullo stesso piano rendendo giustizia a chi ha subito dei torti in vita, la tomba celebra anche chi non lo merita e crea angoscia per l’eccessiva maestosità.

Parini, grande poeta e molto impegnato nella lotta politica, ha infatti dovuto mischiare le proprie ossa con quelle di ladri e assassini.

I frequenti riferimenti ed esempi di episodi della vita classica sembrano voler indicare le basi di antica correttezza e civiltà.

La bellezza e l’unicità del carme sta anche nel fatto che Foscolo incoraggi al concepimento della morte senza angoscia, prevedendo e sperando per lui e per l’amico Pindemonte una serena sepoltura.








Giacomo Leopardi

“LO ZIBALDONE„

Precoce come Foscolo nella scrittura e nel talento, all’età di soli diciannove anni il giovane Leopardi lascia a noi un’eredità molto importante che ci permette di conoscere più profondamente la sua vena artistica e la sua concezione filosofica e di vita.

Lo “zibaldone dei pensieri” era nato appunto nel 1817 come una raccolta di appunti, discussioni, impressioni e pensieri scritti in maniera disordinata e spesso frammentaria che raccoglie però come un vero e proprio diario anche episodi di vita.

Considerato da molti come un diario intellettuale, venne pubblicato da Carducci solo dopo la morte di Leopardi, quando oramai gli appunti contavano più di cinquemila ine.

Lo “Zibaldone” non doveva, nei pensieri del giovane Giacomo essere destinato al pubblico e alla stampa ma sarebbe dovuto rimanere un diario di vita, tanto che, i quaderni erano titolati con “memorie della mia vita”.

Questa definizione restringe però l’importanza e il contenuto del diario, che custodisce le impressioni e le emozioni suscitate da letture e discussioni arricchito da numerosissime citazioni e riflessioni su questioni letterarie e filosofiche, artistiche in genere.

La sua importanza deriva dalla ricostruzione che è possibile fare dell’ideologia del poeta, l’ultima data apposta sui quaderni risale al 4 dicembre 1832: i testi abbracciano dunque quasi 15 anni della vita del poeta, i più attivi della gioventù che permettono una ricostruzione dell’evoluzione e della maturazione del Leopardi letterato, a testimonianza anche della sua continua ricerca.

Il fatto che l’opera sia costituita essenzialmente di appunti e riflessioni personali del poeta sulla sua vita non impediscono di ritrovare all’interno di essa alcuni temi ricorrenti; è interessante anche osservare come, nel corso degli anni Leopardi abbia mutato anche radicalmente le proprie ideologie.

Nello stile dello “Zibaldone” si può notare una mancanza dei termini tipici delle composizione classiche di Leopardi, con una assenza di sostenutezza e solennità tali però da non far cadere l’opera nelle manieri colloquiali, dirette e discorsive delle sue lettere; l’autore mirava infatti a che i suoi appunti fossero soprattutto funzionali, di rapida comprensione e consultazione, quasi uno sfogo che doveva poi essere riletto con calma e facilità.

In questi quaderni di stampo autobiografico il poeta esprimeva infatti desideri e progetti di vita e di opere; dallo “Zibaldone” alle “Operette morali” il salto ideologico è breve e già nell’opera giovanile si possono intravedere numerosi argomenti che verranno trattati successivamente.

La teoria dell’assuefazione, quella del piacere e della validità dei giudizi dei valori mettono le loro radici proprio nelle meditazioni giovanili.

Cerchiamo dunque di trattare i temi e le ideologie presenti nei quaderni della gioventù nei quattro anni più significativi: dal 1819 al 1823, anni in cui il letterato maturò alcune delle maggiori tesi che lo accomnarono durante tutta la vita.

La teoria del piacere deriva dal materialismo di Leopardi, confermata negli scritti dalla mancanza sostanziale dell’attribuzione al corpo di un anima e, allo stesso tempo si indicano i sensi come fonte di piacere.

L’uomo aspira istintivamente e naturalmente ad una felicità più grande di quella che possa ottenere e, di conseguenza a ciò, è infelice poiché il piacere ottenuto e di gran lunga inferiore a quello desiderato (riconducibile questo anche al tema della disillusione), e il desiderio è illimitato, così come è illimitato il dolore.

L’essere umano sarà dunque deluso di non poter dare ai propri sensi che un vago e magro soddisfacimento, rimandando al futuro l’apamento dei propri desideri o cercando di trovarne conforto nell’immaginazione.

La natura quindi tradisce la sua stessa creazione, lasciando l’uomo deluso e privo di felicità: da qui il bisogno di ridefinire la natura stessa, di reinterpretarla e di assegnarle un ruolo nella storia umana.

E’ lo scontro tra uomo e natura: l’uomo con il progredire della civiltà va contro la natura, da qui parte la critica di Leopardi alla realtà civile che lo circonda, rendendo l’essere egoista e molto fragile, e costringendolo alla falsità e all’ipocrisia nei rapporti con i suoi simili.

Leopardi attraversa la fase del pessimismo cosmico o naturale e di quello antico ovvero storico; con la sua ironia e rassegnata disillusione critica il modello dei contemporanei consegnandoci una visione molto drastica e pessimistica della storia.

Sintetizza la sua filosofia con “bene è ciò che giova, male è ciò che nuoce”.

Oltre alla denuncia della condizione sua e del genere umano, dietro alla distaccata e rassegnata ironia e alla disillusione quanto mai palese, egli sembra però lanciare un messaggio di rivolta nei confronti della natura e di ribellione del proprio destino per il riscatto della civiltà di cui è circondato.

La civiltà infatti lo delude e lo mortifica, rendendo ancora più dura l’infelicità: è compito dell’uomo guarirne le piaghe e le ferite superando i limiti naturali che si trova a dover affrontare.

Incitando alla lotta e al riscatto civile egli invita l’uomo ad allearsi e consociarsi con i suoi simili, aizzandoli contro il doloroso mondo che la natura gli ha creato.















COMMENTO

Leopardi affida alla storia quello che a molti artisti, ufficialmente almeno, è sempre

mancato: un diario del pensiero.

L’unicità dell’opera riscoperta e considerata da Carducci con il giusto peso, sta infatti nella grande utilità che l’opera assume non solo per i critici, ma anche per i semplici lettori delle opere del poeta.

Con lo “Zibaldone” infatti l’ideologia dell’autore si concretizza dando la possibilità a chi la legge di notare la sua evoluzione.

Se per molti aspetti è difficile calarsi nella comprensione degli scritti, talvolta riferiti a conversazioni e letture prive di riferimento per il lettore moderno, dall’altra possiamo tranquillamente affermare che la filosofia giovanile di Leopardi sia racchiusa proprio in queste ine.

Più che di una filosofia, si tratta di impressioni, opinioni che il poeta si riserva di trarre da fatti della vita di tutti i giorni e dalle osservazioni che ne ricava si può ricostruire una filosofia.

Leopardi, quando scrive, dà il meglio di sé stesso, dando alla poesia e alla letteratura il significato più alto e solenne e questo lo fa anche nello “Zibaldone” nonostante questo sia, come affermato dallo stesso poeta, un diario di impressioni e di progetti.

Nello scrivere anche in modo sintetico l’autore attribuisce ad ogni parola un significato aulico e solenne che non deriva quindi dalla sua ricercatezza o valore, ma dal valore che Leopardi ha della letteratura.


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